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BARBARA SCHIAVULLIinviata tra le storie November 08 La fatica dei Media afghaniBarbara Schiavulli per Il Fatto
Sultan Munadi, a metà dello scorso settembre è stato l’ultimo giornalista afghano ucciso nel paese. Era stato sequestrato insieme al collega del New York Times. Dopo qualche giorno, un blitz dei militari inglesi hanno salvato Steven Farrell e lasciato a terra Munadi. Pochi giorni prima, lungo il confine pakistano Janullah Hashmzada, 40 anni di ritorno da un reportage nel turbolento sud, è stato freddato dai talebani. Solo di recente, invece, è stato rilasciato da una prigione afghana dopo 20 mesi e una condanna a morte commutata all’ergastolo Perwiz Kambakhash, un giovane studente di giornalismo accusato di blasfemia per aver diffuso un articolo che parlava della condizione delle donne nell’Islam. “Spiegare come funzionano i media in Afghanistan? Non è affatto semplice. Un po’ come questo paese, variegato, appassionato, orgoglioso, senza regole e spesso pericoloso”, ci spiega Danish Karokhel, il direttore della più seguita agenzia stampa afghana Pajwok. In Afghanistan sono registrate più o meno 300 testate giornalistiche, tra i quali una quindicina di quotidiani, almeno 15 stazioni televisive, centinaia di stazioni radio provate, così come sette agenzie stampa. Spesso in lingua dari o pashtun. “E’ senza dubbio un panorama variegato, di sicuro Karzai ha permesso un certo pluralismo, ma dopo il regime dei talebani, dove il ministro degli Interni si vantava di non aver mai letto un articolo in vita sua, in otto anni è molto difficile riuscire ad avere un sistema di informazione efficiente, senza contare che c’è un conflitto in corso”. Karokhel è stato uno dei tre o quattro giornalisti locali a continuare a lavorare durante il regno dei talebani, in realtà i talebani passavano i comunicati e loro erano costretti a pubblicare solo quello. “Tutta la nostra fatica si concentrava nel tentativo di portare fuori dal paese qualche notizia, quando i talebani lo scoprivano venivano a cercarci, io stesso sono stato incarcerato tre volte”. Ora è tutto cambiato ma non troppo. Si può parlare di tutto, tranne di alcuni argomenti particolarmente sensibili come l’Islam, si può criticare chiunque, eccetto alcuni personaggi potenti che non sempre sono al potere ma ci sono vicino come i trafficanti o i Signori della Guerra. Si può andare ovunque, ma senza pestare i piedi ai Talebani raccontando come si vive nel sud. “Paradossalmente non c’è nessun problema a parlare con un portavoce dei talebani per avere una dichiarazione, molto più facile che contattare quello del presidente Karzai, ma se vuoi andare da loro e vedere come vivono, rischi l’osso del collo”, ci racconta Shukria Barakhzai, una parlamentare, ex giornalista che ci rivela quasi con emozione che si candiderà alle prossime elezioni presidenziali. “I giornalisti lavorano da soli, se sono in pericolo nessuno li aiuta, il governo non li protegge, la libertà di stampa è ancora sentita come un optional non come un diritto”, afferma Danish, che dirige 133 giornalisti, molti dei quali donne e molti sparpagliati nelle province afghane. Diverse volte i suoi uffici hanno subito perquisizione anche perché coprendo tutti i fronti, sono in contatto anche con la militanza. Durante il sequestro del giornalista Mastrogiacomo, la registrazione vocale diffusa dai talebani, è stata portata da loro. Ma non è tutto nero il panorama giornalistico afghano. “Queste elezioni sono state per noi un esempio di giornalismo quasi buono”, spiega Danish, “abbiamo seguito la campagna, abbiamo potuto avvicinare i candidati, ci sono stati dibattiti televisivi, abbiamo offerto un servizio alla gente, abbiamo seguito, non avviene spesso. I Giornali, le televisioni e le radio, appartengono a privati, in genere persone che si creano il proprio spazio per poter parlare e controllare il potere della stampa. Gli afghani sono ignoranti, non le sanno queste cose, solo il 28 per cento della popolazione sa leggere e scrivere, ma molti hanno la tv e tutti la radio. Un buon giornalismo non dovrebbe essere mai legato al potere o ai politici, ma qui siamo ancora molto indietro”. Non ci sono scritte davanti alla radio che dirige Zalmai Ahmadi, è stata creata dall’organizzazione governativa USAID, “spesso è meglio non dare troppo nell’occhio quando fai informazione, ma noi ci divertiamo, abbiamo diversi programmi settimanali ma quelli più seguiti sono quelli politici, organizziamo tavole rotonde, con parlamentari, giornalisti ed esperti che devono discutere di un argomento e finisce sempre che litigano, ma poi si tranquillizzano. L’argomento di questa settimana è il discorso di Obama sulla corruzione. Un argomento che appassiona la gente”. 30 giornalisti, 20 programmi, che vanno all’educazione dei ragazzi, ai diritti delle donne. “Il mondo femminile è un argomento spinoso, la tradizione regna sovrana, in alcune aree quelle pashtun gli uomini trattano le donne come cose e le donne non sanno di avere dei diritti”. Shukria Barakzai vuole diventare presidenteShukria Barakzai durante il regno dei talebani veniva picchiata perché andava in giro senza il marito. Quando dissero che le bambine non potevano studiare, organizzò una scuola segreta. Caduto il regime nel 2003 si da alla politica per poter disegnare la bozza per la legge che dovrà proteggere le donne. La Bbc nel 2005 l’ha nominata donna dell’anno. Giornalista, pashtun, oggi dopo quasi sei anni da deputata ha deciso di dire basta. Non ce la fa più. I suoi tre figli vivono in una prigione dorata per paura che vengano rapiti. Lei riceve minacce ogni giorno. “Ci sono pressioni molto forti, è faticoso lavorare in un ambiente dove il novanta per cento delle persone (uomini) ti odia. Il mio sogno è far si che un giorno la violenza contro le donne sia considerata per legge un crimine. Per ora non lo è. Non lo è lo stupro, non lo sono le botte di un marito, non lo è costringere una figlia a sposarsi”. Ci sono appena state le elezioni che accadrà ora in Afghanistan? Il presidente Karzai deve fare un governo in fretta. Il paese è fermo da troppo tempo. Da sei mesi: prima la campagna elettorale e poi queste eterne elezioni. Non ho votato Karzai, ma siamo amici, spesso mi ha chiesto di lavorare con lui, ma io non ce la faccio, non voglio capi. Ha detto che volterà pagina, ho bisogno di crederci. Queste elezioni ci sono costate in vita, in crescita economica, in crisi politica. L’ostacolo maggiore in questo momento è la corruzione, ma bisogna andare alle radici della questione, questo è un paese dove l’intero sistema è stato scardinato e si è puntato per ricostruirlo sulle persone non sulle istituzioni. I corrotti vanno perseguiti, arrestati, puniti, e soprattutto serve una legge che impedisca loro di fare politica. Nel parlamento siedono anche i famigerati Signori della Guerra. Soprattutto loro. Gli americani sono curiosi a volte. Considerano assassini solo chi è contro di loro, se invece gli assassini sono alleati, allora si può fare una bella amnistia. Così è stato formato il primo parlamento. La legge deve essere uguale per tutti. I politici dovrebbero sentire la responsabilità di dare il buon esempio alla gente. Adesso Karzai non piace più agli americani, che interferiscono pesantemente nei nostri affari. Questo non ha il sapore della democrazia. Ma per l’estero spesso siamo solo gente pronta a vendersi per soldi e con le armi in mano. Chi lo pensa sbaglia. Lei è considerata una delle più agguerrite femministe afghane, come può lasciare la politica? Sono stanca. Tra due mesi mi scade il mandato, non mi ripresento, anche perché ho preso una decisione importante…tra cinque anni alle prossime elezioni presidenziali mi candido. Non lascio la politica, anzi punto in alto. Ma se verrò votata, non sarà per chi conosco, o per la regione o la tribù da cui provengo, ma solo per le mie idee. Gli italiani in AfghanistanDi Barbara Schiavulli (Il Fatto)
Una mina piazzata sulla strada, tra le montagne rocciose e le vallate deserte, a una ventina di chilometri da Shindand nell’ovest del paese, dove è di stanza il contingente italiano, è l’incubo dei militari schierati in Afghanistan. Non si sa ancora se è stata la pressione del mezzo in pattuglia ad azionare l’ordigno o un comando a distanza, ma l’esplosione ha squarciato l’alba. Quattro soldati della Folgore, feriti solo leggermente, perché il Lince, il mezzo corazzato che gli altri contingenti invidiano agli italiani, ha assorbito il colpo. Scomodo, ferroso, pesante è una tana di salvezza. L’uomo, il rallista, che sta alla mitragliatrice con mezzo busto fuori, è quello che rischia di più perché è meno protetto, “So che è rischioso, ma è anche un lavoro di responsabilità, vediamo quello che ci accade intorno”, ci disse risoluto qualche settimana prima di morire nell’attentato del settembre scorso a Kabul, il mitragliere della Folgore Giandomenico Pistonami. A questo pericolo sempre più reale, stanno pensando di porre rimedio con delle paratie cercando di montare sui nuovi mezzi che, prima o poi, arriveranno. Intanto per ora, alla base di Herat si respira un clima di sollievo, negli ultimi giorni i talebani avevano lanciato minacce, proprio agli italiani che presidiano la provincia. “Il lince è il mezzo più sicuro”, ci aveva garantito il generale paracadutista Marco Bertolini, capo di Stato Maggiore di Isaf fino a qualche giorno fa, quando è cominciato il rientro della Brigata. Ora per gli italiani con più o meno 3150 soldati presenti è un momento di passaggio di consegne. La Brigata Sassari si sta posizionando, raccoglie il testimone di una guerra ogni giorno più difficile, di una fiducia sempre più precaria tra la gente e i militari, anche oggi gli afghani nel sud sono scesi in piazza per protestare contro un raid americano in cui sarebbero morti nove civili. Intanto anche a Kabul i soldati italiani fanno i bagagli, Camp Invicta che per anni ha ospitato una parte del contingente italiano sulla Jalabad Road, è stata consegnata ai turchi, l’avamposto nella valle di Musahi, un fortino di sabbia e tavole di legno, è stato solo da qualche settimana restituito agli afghani. Nel quartier generale della Nato è arrivato il Generale Mora, in questo momento il grado più alto italiano in Afghanistan, mentre a camp Egger, la base americana a qualche chilometro di distanza, conosciuta come “Bronx”, per essere una base difficile, è posizionato il generale dei Carabinieri Burgio che dovrebbe occuparsi dell’addestramento della polizia, una missione che non è stata ancora pienamente avviata. E con il contingente della Folgore che se ne va tra i saluti dei compagni delle altre nazioni e l’emozione di rivedere presto i propri cari, partono anche quei 400 che erano arrivati per seguire le lunghe elezioni afghane: “Fra cinque giorni comincia il rientro dall’Afghanistan dei 400 militari che avevamo inviato solo per il periodo elettorale. Esauritosi, come da programma, rientrano”, ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. A fine mese la Folgore sarà a tutta a casa, mentre tra i vicoli del quartier generale si attende la nuova strategia del presidente Obama, e soprattutto, il responso sul numero dei soldati americani ed eventualmente della Nato che potrebbero arrivare in più. “L’Afghanistan si lascia sempre con un po’ di tristezza, questa gente merita una vita migliore -, ci dice un militare che ha ormai finito di preparare i bagagli - abbiamo fatto del nostro meglio, qui lasciamo sei morti e abbiamo portato a casa non pochi feriti. Ma è bello tornare, rivedere le nostre mogli e i propri figli in carne e ossa e non solo su Skype o al telefono, in quelle conversazioni brevi in cui si riesce a dire solo che si sta bene e di non preoccuparsi”. Il futuro del contingente, dunque, si sposta ad Herat, dove comanda il generale Veltri che ha assunto la responsabilità del Regional Command West, molti pensando che il lavoro verrà intensificato nella zona di Farah dove ci sono anche gli americani, una zona al confine con l’Iran e con le province del sud afghano dove quotidianamente si combatte, spesso ripiegando nella zona di Farah dove i militanti cercando di riorganizzarsi tra gole e montagne. La Sassari che si prepara a un inverno rigido come ogni anno in Afghanistan, ma che assicura una moderazione negli attacchi ha schierato ad Herat tre suoi reggimenti (il 151/, il 152/o e il 5/o Genio), sostenuti da bersaglieri e i carri della Brigata Garibaldi. Ma non sono i militari, gli arrivi veramente attesi alla base di Herat, ma quattro caccia Amx, partiti due giorni fa dalla base di Istrana (a Treviso), che avranno gli stessi compiti di ricognizione dei quattro veivoli predator già in uso.
Feriti soldati italianiE’ mattina presto quando l’incubo di tutti i soldati in Afghanistan si avvera: un ordigno piazzato sulla strada, forse azionato da lontano, forse innescato dalla pressione del mezzo di pattuglia, esplode. Il Lince regge, il veicolo più amato in Afghanistan, assorbe il colpo. Quattro soldati della Folgore feriti leggermente, vengono subito soccorsi a una ventina di chilometri da Shindand, nell’ovest roccioso. Dall’altra parte, a Kabul, a centinaia di chilometri di distanza, un messaggino telefonico avverte gli stranieri di stare lontano dal Ministero della Difesa: ci sarebbe un camion bomba che gira. Ogni giorno arrivano avvisi di posti che potrebbero essere attaccati. Gli afghani ne sono ignari. Massoud si sistema la mascherina sul volto e attraversa la strada. Intorno a lui nelle vie trafficate e polverose della capitale, i volti degli uomini spariscono dietro al verdolino delle maschere mediche. La psicosi dell’influenza ha contagiato gli afghani, supera la guerra, attraversa le case, fa tenere le scuole chiuse, per “almeno tre settimane”, dicono le autorità, rinvia riunioni e conferenze anche importanti, spazza via i posti di blocco perché i poliziotti stanno a casa ai primi sintomi del raffreddore. Otto morti paralizzano il paese, più di settecento casi accertati, tra i quali un terzo tra i soldati stranieri, spesso accusati di essere stati proprio loro a importare la malattia. Il primo malato, il luglio scorso, un soldato americano. Le donne intrappolate nei burqa pensano di essere protette, ma i medici afghani garantiscono che non è così. “Dai talebani ci si può difendere, si può fuggire, si può combattere, ma da questa influenza non c’è speranza di salvarsi in Afghanistan”, dice Massoud che nel 2004 mentre stava nel suo ufficio non lontano da un ministero quando un kamikaze si fece esplodere. Lui è stato colpito da un frammento volante, un pezzo di muro, in piena faccia. “E’ stato come se una montagna mi fosse caduta addosso. D’allora la situazione non è altro che peggiorata, per questo speravo che le elezioni facessero la differenza che qualcosa cambiasse”. Massoud non è particolarmente istruito, fa lavoretti di giornata con il fratello che lo aiuta a mantenere la famiglia. Ha votato Abdullah Abdullah, l’ex ministro degli Esteri alle presidenziali del 20 agosto scorso, candidato che poi ha rinunciato al ballottaggio regalando la vittoria a Karzai e dichiarando illegittimo il governo che si formerà, un esecutivo che nutre molte aspettative, forse più per gli occidentali che per gli afghani che ormai guardano alle istituzioni storcendo il naso. “Sono talmente corrotti, pensano solo a loro stessi”, racconta Hamid, un ragazzo che vende ricariche telefoniche lungo la strada, circondato da bambini senza casa che si gettano sulle auto per vendere qualche pacchetto di fazzolettini o per racimolare qualche soldo con quadretti di carta igienica. “La corruzione per gli afghani è uno dei problemi principali del paese, poi viene la sicurezza e la droga”, ci spiega Zalmai Ahmadi, il vicedirettore della Salman Watandar, una radio afghana che realizza un programma politico dove esperti, giornalisti e parlamentari discutono sugli argomenti del momento. E la corruzione lo è. Potrebbe essere il tallone di Achille del vittorioso Karzai che deve accontentare gli americani che chiedono fatti prima di lanciare la nuova strategia: “Indagini, arresti e processi” ha detto Obama, ma anche sistemare tutti quelli con i quali ha stretto discutibili alleanze per vincere le elezioni: i Signori della Guerra, trafficanti, capi tribali. “Sappiamo che Karzai è corrotto ma è il nostro uomo”, ha commentato il ministro degli Esteri francese. Intanto il famigerato generale Dostum, che ha regalato i voti dell’etnia azara a Karzai è arrivato, dopo un anno di esilio, ogni tanto spezzato, in Turchia per batter cassa. “Diventerà il capo della polizia”, ci dice un diplomatico straniero, anche se le organizzazioni umanitarie lo descrivono come un personaggio che rientra tra i profili dei criminali di guerra. “Probabilmente come mezzo parlamento”, dice sorridendo Ahmadi. L’Afghanistan è un gioco di fili che si annodano e ogni tanto si sciolgono, l’ultimo quella delle Nazioni Unite, che dopo l’attacco di qualche giorno fa dove sono morti sei impiegati stranieri, hanno deciso di ridimensionare la loro presenza. Centinaia, forse seicento su 1300 stanno facendo i bagagli per lasciare il paese per qualche settimana. “Ci hanno fatto lasciare le nostre case per concentrarci in alcuni posti protetti in attesa di sapere che faremo - ci racconta Sigfrido Romeo, un agronomo che lavora per l’Onu - Il mio lavoro non è di quelli definibili di emergenza, non do da mangiare alla gente o li aiuto nel bisogno immediato, ma mi occupo di sviluppo, faccio ricerche sull’acqua e l’idea di andarcene, di non esserci per alcune scadenze, non è facile”. Uno sgambetto al futuro, lo stesso che gli afghani non riescono ad immaginare. |
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