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24 January Amici in sicurezzaEco
ROMA Abbracci e strette di mano. L'incontro del ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema e il suo collega curdo iracheno Hoshyar Zebari non poteva andare meglio. Se l'Iraq fosse stato un paese come tutti gli altri, la firma del trattato di amicizia avvenuto oggi, sarebbe un raggio di sole per l'Iraq e per l'impegno che l'Italia ha preso nei confronti di un paese schiacciato dalla violenza. Nel trattato i due governi insistono sui profondi legami storici che legano i due popoli e l'esistenza di un ricco patrimonio storico e culturale comune che ha lasciato tracce importanti nella storia e nella cultura. In particolare le parti si impegnano a rispettare reciprocamente la loro «uguaglianza sovrana», il diritto alla libertà e all'indipendenza politica e ad astenersi da qualsiasi forma di ingerenza diretta e indiretta. «Il ritiro delle nostre truppe non ha rappresentato il ritiro del nostro impegno con l'Iraq - ha detto D'Alema - restiamo presenti con la cooperazione e il sostegno». La proposta dell'Italia è di sviluppare e incoraggiare i rapporti tra gli operatori dei due paesi nei settori produttivi e dei servizi, cercando di realizzare progetti di investimento e la creazione di società miste, soprattutto per quanto riguarda l'energia, le comunicazioni, i trasporti, la tutela dell'ambiente e della lotta all'inquinamento. Un lavoro immane che potrà essere fatto solo quando la situazione irachena sarà più stabile. Non a caso la sicurezza è uno dei punti cardine di ogni conversazione. «Cerchiamo di fermare la violenza, e l'invio di nuovi soldati americani servirà a questo- ha spiegato Zebari che ha ringraziato l'Italia per la sua presenza militare in Iraq anche se ormai finita - I militari italiani ci hanno dato una speranza di pace e di fiducia. Il mio ringraziamento non può che essere rivolto ai 32 militari e sei civili caduti per il nostro paese, il loro sacrificio non è stato vano». Il trattato sarà per l'Iraq e l'Italia la base su cui si lavorerà per una stretta collaborazione economica e finanziaria, nel campo della sicurezza, della crescita socio economica. Tra l'altro ci sarà una commissione mista di cooperazione ad alto livello, presieduta dai ministri degli Esteri dei due paesi per discutere di mezzi e possibilità. Insomma l'affare della ricostruzione si è messo in moto, ma non sono previsti tempi brevi, almeno fino a quando per un occidentale e anche per un iracheno non sarà possibile girare in Iraq senza rischiare di essere ucciso e rapito. «È importante riuscire a garantire la sicurezza - ha ribadito D'Alema - la capitale è un punto strategico. Ma lo sono anche i rapporti con i paesi vicini, bisogna evitare il rischio di guardare l'Iraq come un campo di battaglia. E l'Italia non mancherà di dare il suo contributo». La frecciatina è diretta a Siria e Iran, accusati di ingerenze nella politica irachena, nonché di finanziare e sostenere le milizie sciite e sunnite. I bei discorsi dei due leader sarebbero piaciuti anche gli iracheni, il solo pensare che l'Italia non li ha abbandonati dopo il ritiro, ma anche l'idea che ci sono paesi disposti a investire in un Iraq tanto martoriato può dare fiducia alla gente. Ma il problema dell'Iraq non sono solo 20 mila soldati in più che arriveranno per compiere un miracolo a Bagdad, gli iracheni hanno già capito che niente si risolve militarmente, ma fino a che il caos regnerà nella politica irachena, non si investirà tanto presto. «Quella di oggi è una pietra miliare - ha detto il ministro degli Esteri iracheno - di un progetto i cui frutti raccoglieranno le generazioni future». Sempre che ci siano delle generazioni future. 17 January 34 mila civili uccisi in Iraq nel 2006ECO Sono 34.452 i civili morti in Iraq nel 2006. Lo ha reso noto un rapporto delle Nazioni Unite basato su dati del ministero della Salute iracheno e degli ospedali. Se si tiene conto che molte famiglie non portano i propri morti all’ospedale ma li seppelliscono direttamente in cimitero, potrebbero essere molti di più. La cifra comunque è spaventosa. Si tratta di una media di 96 persone al giorno. Ma non è l’unica. Ce ne sono almeno altre 36 mila rimaste ferite, 12 mila poliziotti uccisi dall’invasione americana, 30, 842 persone arrestate dall’inizio della guerra, di cui 14 mila sono nelle prigioni gestite dagli americani in Iraq. Quasi mezzo milione di persone dal 22 febbraio scorso ha lasciato la propria casa per fuggire all’estero o in qualche altra parte del paese, i più sfortunati affollano i campi profughi intorno a Baghdad. Numeri, cifre senza nomi, senza facce, senza ricordi o sogni. Ma quei numeri sono persone. Alcuni di quei morti li ho conosciuti. Alcune delle persone di cui sono state raccontate le storie ora non ci sono più. Alcune delle persone che hanno aiutato a raccontare queste storie sono stati brutalmente ammazzati. Fatima era venuta a Baghdad perché uno dei suoi figli era stata ucciso durante un’incursione americana a Falluja. Nella capitale gli altri due figli sono stati rapiti torturati e uccisi dalle milizie sciite. Fatima se n’è tornata a Falluja poco dopo il nostro incontro con il cuore spezzato. Raad Abbas, un ragazzo di 26 anni ieri ha perso una gamba al mercato, era andato a far la spesa dopo due settimane, gli era sembrata una giornata calma. La donna accanto a lui al banco di verdura non si è più rialzata. Raed Abbas, quando lo conobbi nel 2003 era il campione iracheno di arti marziali, traboccava di vita e di sogni perché avrebbe partecipato ai giochi olimpici di Atene. Non vinse nulla, ma al ritorno durante gli spostamenti per il ritiro, è stato sequestrato con tutta la sua squadra. Di loro non si è mai più saputo nulla. Maryam era una bambina di 8 anni quando un colpo di mortaio ha colpito il tetto della sua scuola. Il soffitto le è crollato addosso, sotto gli occhi dei genitori che aspettavano la campanella che annunciava l’uscita. Hanno scavato fino a rompersi le unghie sperando di trovarla ancora viva. Un amico della dottoressa Hamida Bakri, è stato ucciso tre settimane fa, non certo è il primo collega che perde. Ora gira con due guardie del corpo, ma non sa ancora quanto potrà andare avanti a vivere così. Quante storie sono? Quattro? Cinque? Ne restano, 34 mila e 447. La guerra, soprattutto quella irachena insegna una cosa, per chi non lo sa già, molto semplice, che la guerra uccide la gente. Uccide insegnati, operai, spazzini, postini, dottori e politici. Uccide senza guardare in faccia a nessuno. Non si combatte più in un campo aperto dove ci sono due eserciti, si combatte in mezzo alle strade, sui tetti, negli androni delle case. Si combatte tra la gente che muore. Un proiettile vagante che colpisce un bimbo alla finestra o una donna che fa la spesa. Una mina piazzata sulla strada che falcia il poliziotto e stermina dieci operai. 34 mila morti significa migliaia di vedove, di vedovi, di genitori senza figli e di orfani, di bambini che non conoscono serenità, benessere, ma solo violenza e che diventeranno adulti fragili. Haifa Waleed ha le idee chiare: “Non sono andato a scuola negli ultimi tre anni perché ho paura di morire. Molti dei miei amici sono stati uccisi o rapiti, gli altri hanno lasciato il paese. Mi mancano i miei amici, mi manca la scuola, ma quando ero in aula fissavo alla porta aspettandomi che all’improvviso arrivasse qualcuno per rapirmi. La mia famiglia è povera e non avrebbero i soldi per pagare un riscatto. Mia madre per un po’ mi ha costretto ad andare a scuola, mi diceva che Dio, non avrebbe permesso che mi accadesse qualcosa, ma poi si è accorta che anche le persone che pregano giorno e notte muoiono. Due settimane fa, una mia cara amica è stata uccisa mentre usciva da scuola. Da una macchina uomini vestiti di nero (le divise delle milizie sciite di Al Sadr) hanno sparato contro lei e suo padre di fronte a tutti. Ho due fratelli, Amir e Younis, loro vanno ancora a scuola. Amir ha 13 anni e non ha paura di nulla, è già un uomo. Younis invece piange di continuo, ha solo 7 anni e i miei genitori non capiscono che non ce la fa e io sono ancora troppo piccolo per consolarlo”. Haifa Waleed ha solo dieci anni. 16 January giustiziati i coimputati di SaddamLa vita e la morte li ha tenuti vicini. Nel bene e nel male. In ricchezza e povertà. Vissuti insieme, arrestati a poche settimane l’uno dall’altro, tenuti in celle vicine, giudicati e infine giustiziati sempre insieme. E’ stato quasi un matrimonio, al cui epilogo ha assistito il mondo anche se ancora non ne sono state trasmesse le immagini. Awad Bandar e Barzan al Tikriti, saranno sepolti vicino a l’uomo che loro malgrado ha dato loro il potere, li ha portati alla ribalta della politica irachena e poi li ha trascinati nel fango di un processo e di una condanna condanna. Bandar durante il regime di Saddam Hussein era presidente del tribunale rivoluzionario. Quello che giudicò e condannò a morte nel 1982 i 148 sciiti di Dujail, motivo per il quale l’ex rais e i due coimputati sono stati giustiziati. Non era un personaggio particolarmente brillante, ne aveva avuto una carriera sorprendente da metterlo sulla poltrona della giustizia o dell’ingiustizia irachena. Ma era un uomo fedele, e Saddam uomini come lui li sapeva riconoscere, li voleva intorno a sé. Gli iracheni associavano il nome di al Bandar alla “corte più spietata del paese”, veniva ricordato come un uomo privo di esperienza, ma forte del sostegno di Saddam. E nell’Iraq di ieri questo poteva bastare. Nel 1991, in seguito a forti pressioni da parte di organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, il Tribunale della Rivoluzione venne sciolto e al Bandar venne trasferito alla Presidenza della Repubblica, dove fino al 2003 ricoprì l'incarico di vice responsabile dell'ufficio presidenziale. Fu uno dei primi ad essere arrestati dopo l’arrivo degli americani. Sul patibolo a fianco Barzan al Tikriti, decapitato dalla forca era il fratellastro e il capo del Mukabarat, i servizi segreti. E’ stato condannato dal tribunale speciale iracheno per aver materialmente punito con la morte gli abitanti di Dujail. Al Tikriti non era come un po’ servo come Bandar, il fratellastro di Saddam emanava paura solo a guardarlo e a momenti alterni ha cercato di tenere testa a Saddam Hussein. D’altra parte per lui era tutta una questione di famiglia. Figlio della madre di Saddam, ma non dello stesso padre, sposò la sorella della prima moglie del rais e da quel momento in poi, i litigi di corte diventarono quelli di famiglia. Messo a capo dell’intelligence si distinse subito per la sua efferatezza, ma non andava sempre d’accordo con il suo presidente che lo rimosse dall’incarico, in fondo non aveva approvato il matrimonio di una figlie di Saddam con uno dei due generi che poi vennero uccisi per aver denunciato le colpe del rais e soprattutto alla morte di Saddam avrebbe voluto prendere lui il suo posto e non lasciarlo ai due nipoti, Uday e Qusay, che in quanto a efferatezza fin da giovani aveva imparato a distinguersi. Tikriti, venne spedito come rappresentate iracheno alle Nazioni Unite a Ginevra dove divenne anche il curatore delle casse irachene. Insomma si occupava di nascondere i soldi che sarebbero sfuggiti alle sanzioni imposte dopo la prima guerra del Golfo. Rimase in Europa fino al 1999 quando la “famiglia” cominciò a sospettare che Tikriti stesse organizzando un colpo di Stato. Ma presto le voci tacquero e lui potè tornare a Baghdad. L’uomo che diventerà il 5 di fiori nel mazzo di carte che conteneva “i ricercati” dell’esercito americano, verrà messo insieme ad altri ex uomini di Saddam Hussein, agli arresti domiciliari per essersi rifiutato di giurare fedeltà al nipote Qusay. Arrestato qualche settimana dopo l’invasione, manifestò subito la sua disponibilità ad entrare nel nuovo esecutivo. E fino alla fine, ormai consumato da un cancro, ha continuato a sostenere di essere stato contro il regime di Saddam, “Sono innocente”, sono state le sue ultime parole prima che la testa si staccasse dal suo corpo. 13 January 20 mila soldati americani in più, le milizie non saranno contenteECO Al premier iracheno al Maliki, il discorso del presidente Bush è piaciuto. Non ha esitato ad accettare l’invio di altre ventimila truppe e si è detto pronto forse come non mai a smantellare le milizie sciite. Gli americani dal canto loro devono avergli fatto una promessa, che a molti sarebbe suonata come una minaccia: “Il governo di al Maliki”, è a termine, ha detto il segretario di stato americano, Condoleeza Rice, ma per Nouri al Maliki, che non ha mai avuto intenzione se non gli fosse stato espressamente chiesto dai potenti dietro di lui, di fare il premier, non sono parole negative. Anzi se potesse si alzerebbe subito dalla bollente poltrona di primo ministro per fare il semplice parlamentare. Ma al Maliki ha ancora tre anni davanti a sé, a meno che non trovi una scappatoia per togliersi dai pasticci un po’ prima. Il premier è in una difficile posizione, è al potere grazie alla maggioranza sciita: tre i movimenti principali, il partito Dawa di cui fa parte il premier, quello del leader radicale Moqtada al Sadr che comanda una efferata milizia di quasi 60 mila uomini e lo Sciri, il partito più grande guidato da Abdel Aziz al Haqim che sotto di lui ha un’altra sanguinaria milizia, quella del Badr, addestrata direttamente dagli iraniani. Queste milizie, si sono infiltrate nella polizia e nell’esercito, diventando forze di sicurezza non agli ordini dello Stato come dovrebbero essere, ma dei loro padroni. Di qui, le razzia, i rapimenti di massa, le estorsioni, la corruzione. Un sunnita non può neanche entrare in ospedale, perché il ministero della Salute è in mano ad al Sadr. Un sunnita non chiamerebbe mai la polizia in caso di rapimento, perché non può essere sicuro che non sia stato proprio un comando di poliziotti a rapire qualche suo familiare. Moltissimi politici sciiti hanno trascorso il loro esilio durante il regime di Saddam Hussein a Teheran, dove per anni hanno tessuto le trame di una stretta relazione che oggi viene fuori molto chiaramente non solo in una forte influenza politica, ma anche con il finanziamento e l’armamento delle varie milizie. Non basta dire che l’America è stata sconfitta in Iraq, bisogna ammettere che l’Iran ha vinto la guerra senza neanche combattere. E questo non piace al presidente Bush che nel suo discorso, scalzando i consigli dei democratici che auspicavano al dialogo, si è detto pronto ad intervenire contro Iran e Siria per la loro ingerenza negli affari iracheni e di conseguenza in quelli americani. Per la prima volta il premier al Maliki, ha serrato le mascelle e detto che le milizie vanno smantellate. Ma non è tutta farina del suo sacco, non è diventato all’ultimo momento coraggioso e intrepido, al Maliki alle spalle ha il Grand Ayatollah al Sistani, la massima autorità religiosa sciita. Il “Grande Vecchio, come lo chiamano gli iracheni, è capace di fare il brutto e cattivo tempo in Iraq. Al Sistani ha detto “via le milizie” e con la sua benedizione tutto è possibile. “Sua eminenza con enfasi ha raccomandato che venga implementata la legge senza discriminazione di identità o religione. Vuole che le armi siano in mano allo Stato e che tutte le armi illegali vengano consegnate”, ha detto Rubaie, il consigliere per la sicurezza nazionale di Al Maliki. Ma non sarà facile disarmare le milizie. Non si rinuncia alle armi quando è in corso una guerra per il potere e per il territorio ed è proprio quello che sta accadendo a Baghdad, non è un caso che tutti i 21 mila e cinquecento soldati che Bush manderà in più in Iraq, finiranno nella capitale. E’ lì che si gioca la partita finale. E’ lì il cuore della battaglia. L’insorgenza sunnita che ancora si macchia di terribili attentati, per lo più attacchi contro gli americani e autobombe contro gli iracheni nei quartieri sciiti, con il passare del tempo è diventata politicamente il male minore, anche perché sembra possibile, qualora lo si vorrebbe, raggiungere un accordo. Prima dell’impiccagione di Saddam, agli ex militari di Saddam che si erano dati alla “resistenza”, dopo quella che consideravano l’invasione americana, era stato chiesto di entrare nel nuovo esercito, di mantenere i propri gradi, un po’ per bilanciare la presenza sciita ma anche perché i sunniti che hanno comandato negli ultimi 30 anni sanno come si gestisce un esercito, un’intelligence e uno Stato, cosa di cui sono completamente all’oscuro i parlamentari sciiti che per settimane hanno frequentato corsi, preparati da organizzazioni americane per capire come si fa politica. 04 January Immagini non autorizzateMessaggero Per il momento ha avuto solo una bella lavata di capo dai vertici dello Stato iracheno, ma resta fitto di incognite il futuro dell’uomo che ha girato immagini non autorizzate dell’esecuzione di Saddam Hussein, rivelando al mondo la gazzarra, le risatine, gli insulti al rais che senza battere ciglio e non smettendo mai di pregare si è abbandonato alla morte. Nel giro di poche ore il misterioso autore del filmato è stato individuato, arrestato e ora è in attesa di conoscere la punizione che spetta a chi mette in imbarazzo il governo iracheno. Di lui si sa solo che è una guardia della caserma, ex edificio dei servizi segreti iracheni, dove è stato condotto Saddam per essere giustiziato. Il premier al Maliki è furioso, ha fatto carte false perché la morte di Saddam avvenisse presto, ha perfino firmato lui stesso i documenti che servivano per l’esecuzione di Saddam, sollevando dall’incarico il presidente Talebani, noto per la sua contrarietà alla pena di morte. Al Maliki ha anche tagliato corto con il matrimonio dell’unico figlio maschio per non perdersi i preparativi per la fine dell’ex rais. Ma niente è andato come previsto, e costantemente sotto forti pressioni, che siano interne o esterne, il premier soli otto mesi al potere, comincia a desiderare di fare altro: “Un secondo mandato? Impossibile. Vorrei persino dimettermi prima della fine di questo. Vorrei servire il mio popolo fuori da questa cerchia, rimanendo nel parlamento o anche lavorando direttamente con la gente. Non volevo questa posizione. Ho accettato solo per essere utile all’interesse nazionale, ma non riaccadrà”. Il primo ministro, eletto il maggio scorso e in carica per quattro anni, si sente sconfitto politicamente dalle difficoltà di mettere insieme un esecutivo armonioso e dalla violenza settaria che non riesce a controllare. La morte di Saddam doveva essere una ventata ottimismo per la sua fragile autorità, tanto che non ha voluto assecondare gli americani che avevano chiesto un posticipo di due settimane. Invece l’ennesima decisione avventata si è trasformata in uno scandalo, grazie anche a una piccola guardia “ignorante”, come l’ha definita Muaffaq al Rubaie, consigliere alla sicurezza nazionale. “E' stato poco professionale, disgustoso, non avrebbe dovuto succedere”, ha detto Rubaie costretto ad ammettere che l’esecuzione non si era svolta come lui l’aveva raccontata pochi minuti dopo definendola tranquilla e dignitosa. “Doveva svolgersi in maniera pacifica. Queste guardie, di basso livello, persone non istruite, hanno reagito in una maniera istintiva, non hanno controllato le loro emozioni. Ma hanno espresso i loro sentimenti in maniera inaccettabile. Prenderemo misure molto dure per punire quelli coinvolti”, ha detto Rubaie. Lo zelante consigliere, autorizzato commentatore dell’esecuzione è stato accusato da un altro testimone di essere uno degli uomini che avevano in mano il telefonino a due passi dal patibolo. “Dei due uomini che ho visto con il cellulare puntato verso la forca, c’era Rubaie – ha rivelato Munqith al Faroon, il procuratore generale, che aveva minacciato di andarsene e di sospendere l’esecuzione se la confusione non fosse cessata – eravamo presenti in 14 compreso me, un altro procuratore e i tre boia. Non sto accusando Rubaie dico solo quello che ho visto e non mi è piaciuto”. Riguardo alle azioni che potrebbe prendere il governo per chi ha filmato l’evento, Faroon ci ha detto al telefono: “se il suo intento era quello di infiammare le tensioni settaria sarà perseguito per quello che è un crimine molto grave che prevede il carcere. Ma in assenza di questa intenzione, la guardia subirà un provvedimento per una violazione e non per un reato”. Tanto più che oggi, contrariamente alle previsioni che li vedevano al patibolo, dopo le feste - ieri si è conclusa quella del Sacrificio, domani è il riposo settimanale e il 6 la festa delle Forze Armate - potrebbero essere giustiziati all’alba, l’ex giudice Awad al Bandar e Barzan al Tikriti, ex capo dei servizi segreti e fratellastro di Saddam, condannati all’impiccagione insieme all’ex rais per l’uccisione di 148 sciiti a Dujail nel 1982. Anche per loro tutto è pronto, i documenti sarebbero stati già firmati, mancherebbero alcuni dettagli da risolvere con le autorità americane sui tempi e il luogo dove trasportare i prigionieri. E come per Saddam, fioccano le richieste per salvarli dalla pena capitale: “Chiedo ai capi di stato arabi e musulmani di intervenire per fermare questo processo illegale e ingiusto. Il tribunale che lo ha condannato all'impiccagione e' illegale e il processo non ha alcun valore”, ha dichiarato Amal Ibrahim, sorellastra dell'ex presidente iracheno e sorella di Tikriti. Al suo appello si è unita anche Luois Arbour, alto commissario dell'Onu ai diritti umani che anche per Saddam Hussein aveva manifestato i suoi dubbi sulla regolarità del processo. 01 January Bagdhad piange e ride la morte di un dittatoreAbu Karar non ha nessuna esitazione ad ammetterlo: quando ha visto le immagini di Saddam Hussein con il cappio attorno al collo è scoppiato a piangere. Ma le sue lacrime erano di gioia. Quelle di Sami Abbas, invece erano di dolore. Baghdad poche ore dopo l’esecuzione di Saddam si è trovata ancora una volta divisa e lontana. Da una parte dolcetti, fiori e danze, dall’altra negozi chiusi, saracinesche abbassate e silenzio. “E’ stata come una liberazione, è stato come se tutto il dolore, il male, il passato si fosse volatilizzato. I morti della mia famiglia possono ora riposare in pace”. Abu Karar, poi, come ogni giorno, ha aperto il suo caffè e ha servito tè e dolcetti gratis per tutti. “Ha ucciso quattro cugini miei e vorrei vederlo morire cento volte”. A Baghdad la gioia degli sciiti è stata intensa ma non è durata molto, a fine serata, si conteranno 77 morti, 31 dei quali nella città santa di Kufa, dove gli sciiti sopravvissuti hanno linciato l’uomo che hanno notato azionare un’autobomba. “Festeggiamo e piangiamo, facciamo i conti con il passato e cerchiamo di sopravvivere al futuro, non è facile, ma senza l’”uomo” possiamo farcela”, dice Haif un insegnante sciita. Nel mezzo il governo, con un premier Al Maliki che spera che la morte di Saddam lo investa della fama di uomo che ha saputo prendere delle decisioni importanti. Accanto al quartiere di Sadr City, cuore della militanza sciita, sono scoppiate tre autobombe. “Nessuno si fa illusioni, con l’”uomo” morto, la situazione non migliorerà, ma questo non c’entra niente, per noi comunque è il giorno della giustizia”. Haif non riesce neanche a pronunciare il nome di Saddam, lo chiama l’uomo, ma lo considera ancora un mostro. A Najaf, a Kut a Nassiriryah, la gente ha festeggiato danzando nelle strade e offrendo dolci ai passanti e agli agenti delle forze di sicurezza. Ma anche se gli sciiti e i kurdi rappresentano l’ottanta per cento della popolazione, i sunniti sono la spina dorsale dell’insorgenza e molti temono che la loro rabbia sfoci in una devastante rappresaglia. “Saddam significava sicurezza e stabilità, ora ci aspetta una lago di sangue”, dice Sami Abbas, un negoziante che oggi in segno di lutto ha deciso di non aprire il suo negozio. Nella capitale i sunniti sono rimasti a casa. “C’è silenzio nei quartieri della zona ovest di Baghdad, i negozi sono chiusi, i sunniti sono sconvolti e scioccati”, ci racconta Fatima Shibak, un’èx dipendente del ministero della cultura al tempo di Saddam – tutto sommato ci sono state solo tre autobombe, direi che non è una giornata peggiore di ieri”. A Falluja, roccaforte della militanza sunnita la gente è scesa in piazza mettendo a ferro e fuoco il tribunale della cittadina di Qarma e assaltando edifici pubblici. Lo stesso è accaduto a Tikrit, la città natale di Saddam, nonostante sia stato imposto il coprifuoco per quattro giorni. Manifestazioni violente e scontri tra uomini armati e soldati iracheni e americani ci sono stati anche a Ramadi, sempre nella stessa zona, e anche a Mossul e Bayji. “Forse la festa del Sacrificio ha impedito all’insorgenza di rispondere più duramente, forse non ha neanche importanza rispondere subito, in ogni caso siamo carne da macello”, dice Sami Abbas. Per i musulmani quello di ieri era il giorno del Sacrificio. Una delle feste più importanti del calendario islamico, quella del perdono, quella in cui Dio chiedeva ad Abramo di mettere alla prova la propria fede sacrificando il figlio, all’ultimo momento Dio l’avrebbe fermato. “Per molti musulmani l’esecuzione di Saddam sarà ricordata come il sacrificio di un uomo sull’altare degli americani e soprattutto degli sciiti, che anche se nel loro paese rappresentano la maggioranza nel resto del mondo islamico non sono che una minoranza”, dice Fatima. “Bush, Blair e Bin Laden saranno contenti, potranno dormire sogni più tranquilli, ma un giorno si renderanno conto che Saddam sapeva governare l’Iraq. Guardate ora come siamo messi. Non abbiamo elettricità, non abbiamo gas, non abbiamo benzina. I nostri figli non possono andare a scuola e gli adulti non hanno lavoro. Questi sciiti sanno governare meglio di Saddam, non mi sembra proprio”, dice Salman Abdul Hameed, che ai tempi di Saddam, lavorava per il muqabarat, i servizi segreti. Quando il regime cadde, decise di starsene a casa e tenere un profilo basso anche se lavorava in un ufficio dell’amministrazione. “Con Saddam eravamo riusciti a tenere a bada gli iraniani – dice Hameed – e ora grazie agli americani, ora siamo diventati parte dell’impero persiano. Per questo paese non c’è più speranza. Ma verrà il giorno in cui il governo pagherà per questo ultimo omicidio”. Saddam verso il patiboloOrmai la fine è vicina. Potrebbe essere già successo, o potrebbe accadere in questo momento. Per Saddam Hussein potrebbero essere gli ultimi respiri prima che la corda gli spezzi il collo. Potrebbe essere già stato consegnato agli iracheni, come dicono i suoi avvocati, potrebbe essere ancora nelle mani degli americani, come dice il Dipartimento di Stato. Potrebbe essere già morto. Comunque sia, se non fosse per questa esecuzione l’Iraq oggi starebbe un pochino meglio e per quanto possibile sarebbe un po’ meno pericoloso. Ma che qualcosa segua la logica, non sembra possibile in un Iraq, controllato da inesperti politici iracheni e poco saggi americani. Ma ormai non importa più. Quello che conta, quando accadrà perché il premier al Maliki è stato chiaro, “l’esecuzione è ineluttabile”, è come “il re senza corona”, avrà trascorso le sue ultime ore. Sarà importante per i sunniti che lo trasformeranno in un martire eroe e per i curdi e gli sciiti che vedranno nel collo spezzato del dittatore, la fine di tutti i loro incubi. O almeno così sperano. Saddam Pregherà, farà una dichiarazione e poi il prigioniero Saddam Hussein verrà accompagnato al patibolo. Così trascorrerà gli ultimi minuti il primo dittatore arabo condannato e giustiziato dal proprio popolo. In quel momento scompariranno tutte le polemiche, le voci e le smentite delle ultime ore. “Saddam ha trascorso la giornata scrivendo le sue volontà e consegnandole ad uno dei due fratellastri che gli hanno fatto visita nel carcere di massima sicurezza americano dove era detenuto”, ha detto Badee Izzat Aref, un avvocato del team di difesa di Saddam. Ha anche raccolto e consegnato tutti gli oggetti che possedeva e gli hanno tenuto compagnia negli ultimi tre anni di detenzione. Se trattato come tutti i carcerati iracheni giustiziati, sarà costretto ad indossare una tuta verde e un cappuccio. Ma non è un prigioniero come tutti gli altri, per lui sarebbero state addirittura preparate due forche, una nella zona verde, la cittadella fortificata cuore della politica irachene e sede delle ambasciate straniere, e l’altra fuori. Per motivi di sicurezza pochissime persone sanno dove Saddam verrà portato. E soprattutto quando sarà consegnato. Per gli americani, resterà nelle loro mani fino all’ultimo momento, per gli iracheni sarebbe già stato consegnato. In ogni caso, secondo la legge, per il trasferimento dell’ex presidente dalla prigione americana a quella irachena, ci vuole la firma del ministro della Giustizia, ma il sunnita Hashim Abdul Rahman al Shebi, si è reso irreperibile, scaricando il compito sul suo vice curdo che preferirebbe un Saddam condannato anche per i crimini commessi contro migliaia di curdi invece che solo per 148 sciiti di Dujail uccisi nel 1982. Lo stesso vale per l’esecuzione, serve la firma del presidente curdo Jalal Talabani, contrario alla pena di morte e anche in questo caso si dovranno accontentare di quella dei due vice. Un altro cenno di assenso però sembra necessario prima dell’esecuzione che secondo i suoi avvocati sarà stata eseguita entro l’alba di oggi: quello delle autorità religiose che dovranno dire se è possibile applicare una condanna a morte nel giorno di una festa comandata. Se la risposta sarà affermativa, l’esecuzione dovrà avvenire entro le 12 di oggi quando comincia l’Aid al Adha, la festa del Sacrificio di Abramo, altrimenti bisognerà aspettare cinque giorni. Autorità religiose sunnite naturalmente, perché quelle sciite sono già pronte a benedire l’evento. “L’esecuzione di Saddam è un regalo per gli iracheni. Allah ti chiediamo di applicare la nostra vendetta su Saddam”, ha detto durante la predica del venerdì uno degli influenti imam di Najaf, lo sceicco Saddralddin al Qubanji. Saddam, in fondo, potrebbe essere già morto, ma gli iracheni saranno gli ultimi a saperlo. Sarà solo questione di pochi minuti rispetto al resto del mondo, ma in una capitale con quattro ore di elettricità e di un costante sottofondo di macchine che esplodono non è facile riuscire ad essere al corrente degli eventi. Ma forse è meglio così perché nessuno riesce a prevedere bene cosa potrebbe accadere nel momento in cui il rais penzolerà dalla forca. Le forze americane sono in stato di allerta, ma la città almeno fino a ieri sera era tranquilla. La quiete prima della tempesta? L’esecuzione di Saddam è sulle bocche di tutti. Gli iracheni aspettano: qualcuno con ansia e rabbia, qualcun altro con gioia e soddisfazione, qualcun altro ancora con piacere ma anche con qualche rammarico perché non gli sembra che giustizia sia stata fatta fino in fondo. Si tratta dei sunniti, degli sciiti e dei curdi. Ognuno con le sue emozioni. |
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