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    08 January

    Daremo le prove solo alle Nazioni Unite

    RAWALPINDI - “Siamo tornati ai tempi bui del Medioevo”, dice scherzando Babar Awan, l’avvocato e caro amico di Benazir Bhutto, noto in Pakistan come uno dei migliori nel suo campo. Il buio non è una metafora. La crisi energetica che ha interessato il 70 per cento del paese, ha colpito anche la capitale. Non c’è luce in città e tanto meno nel suo ufficio. Ombre gli girano intorno, guardie del corpo e impiegati. Arrivano dei mozziconi di candela. L’atmosfera lugubre è adatta all’argomento: la morte di Benazir Bhutto. Tra le mani ha il certificato di morte dell’ex premier, che qualcuno è riuscito a procuragli. Mostra che sul rapporto firmato da sette medici ci sono le prove che Benazir è morta per di colpi d’arma da fuoco. “Le ferite alla testa hanno causato un arresto cardiopolmonare”. “Il governo ogni giorno cambia versione. Prima hanno detto che le avevano sparato, poi che aveva battuto la testa, poi che morta per l’esplosione del Kamikaze e oggi Musharraf ammette le hanno sparato. Ma chi può credergli più? Noi sappiamo chi è stato. Lei aveva dato indicazioni precise, se le Nazioni Unite ci ascolteranno noi diremo quello che sappiamo, fino ad allora non diciamo nulla. Vediamo come vanno le indagini di Scotland Yard”. Da tre giorni i super detective inglesi assistono nelle indagini i colleghi pachistani. Hanno esaminato la macchina, hanno chiesto di vedere le scarpe della Bhutto che all’inizio non si trovavano e poi qualcuno ha fatto saltare fuori. Sono andati sulla scena dell’attentato, una trafficata strada di Rawalpindi dove tutto era già stato ripulito pochi momenti dopo la strage.

    “Mi trovavo su quel marciapiede – ci spiega un signore anziano mentre posteggia un vespino azzurro – e l’ho vista morire, ho sentito gli spari, l’esplosione, e quando ho riaperto gli occhi ho visto che la macchina della Bhutto non poteva muoversi senza calpestare i cadaveri intorno”. Lo sguardo si appanna, le lacrime solcano il suo viso, qualcuno gli mette una mano sulla spalla. C’è ancora tanta gente ad una settimana dalla morte di Benazir che porta fiori al cancello del giardino dove ha tenuto il suo ultimo comizio. “La Bhutto si è sporta dal vetro antiproiettile, si è resa un bersaglio, lei è l’unica che può essere biasimata”, ha detto con durezza il presidente. Ma perché quella donna che diceva di essere in pericolo, ha rischiato tanto? “Il suo paese era la sua vita – spiega Babar – poco prima che venisse uccisa, le ho chiesto se non avesse paura. Mi ha risposto: ci sono politici e ci sono leader, io sono una leader. Era fatta così. E l’ammiravo per questo. La sua morte l’ha fatta entrare nella Storia e da lì, nessuno può portarla via”. Ma di sicuro non riposa in pace, la sua morte è quasi diventata una soap opera in Pakistan, dove ognuno ha la sua teoria su quello che è successo e su chi sono i mandanti. “Noi abbiamo prove che daremo solo alle Nazioni Unite”, dice Babar quando all’improvviso si riaccendono le luci e lui chiama di corsa il suo barbiere per farsi fare una spuntatina ai capelli in un ufficio durante l’intervista. “Benazir accusava l’establishment, se è stato al Qaeda come dice Musharraf, che ci dica che prove ha, finora tutto quello che ha detto è risultato una montagna di falsità”.

    D’altra parte il presidente ha un altro problema che ora lo irrita, un articolo uscito sul New York Time, che annuncia che la Cia vuole mandare degli agenti infiltrati per combattere al Qaeda. “Che non ci provino neanche”, ha tuonato il presidente, “siamo in grado di combattere da soli”.

     

    05 January

    Non ho ucciso io la Bhutto

    ISLAMABAD - E’ tornata la calma nel paese. La gente ha svuotato le strade, non resta nulla dei fuochi dei giorni scorsi, le banche, i benzinai restano presidiati dalla polizia che ha tentato di fermare la rabbia della gente esplosa dopo l’assassinio di Benazir Bhutto, uccisa ormai una settimana fa. Nessuno dimentica anche se tutti pensano che non ci saranno colpevoli per questo delitto o se ci saranno, non saranno i mandanti ma la manovalanza. Intanto il presidente Musharraf in questi giorni duramente criticato dalla stampa locale e internazionale convoca i giornalisti stranieri per una lunga conferenza stampa. Massime misure di sicurezza al palazzo presidenziale che si affaccia sulla Corte Suprema: due edifici ostili che si guardano in cagnesco come i loro usuali inquilini, la politica, qui, non va molto d’accordo con la giustizia.

    Solo una lista di giornalisti accreditati possono entrare, le maggiori testate del mondo, i giornalisti devono lasciare tutto il materiale elettronico nelle auto, niente macchine fotografiche, telecamere, registratori, che poi invece saranno permessi e soprattutto niente cellulari. Musharraf sa di essere nel mirino del terrorismo, come ormai lo sono tutti i leader politici che si presenteranno alle elezioni del 18 febbraio prossimo, una data nuova di zecca che non piace all’opposizione, dentro la quale c’è il partito della Bhutto che con un pizzico di cinismo avrebbe preferito cavalcare l’onda dell’emozione per la morte della sua leader. Prima della conferenza, tè e biscotti, qualche tramezzino, in una sala illuminata a giorno con enormi lampadari che ricordano quelli di vetro di Murano. Poi ci si reca in una sala ancora più grande con tante sedie ordinate, un palco e un tavolo che ricorda tanto la cattedra della maestra. Un giovane assistente di Musharraf avverte che il presidente parlerà solo di due argomenti, la corrente crisi, e la transizione democratica. Solo di questo. Poi arriva Musharaff e si siede in cattedra, lancia sorrisi alla stampa e dice “Non ho ucciso io la Bhutto e non sono stati neanche i servizi segreti”, i giornalisti mormorano, il brusio si accende. Le domande sono tante, ma Musharraf è bravo, alla presidenza dal 1999 quando l’ha strappata con un colpo di Stato. Troppo spesso si dimentica che nessuno l’ha mai votato e che magari non lo sarebbe mai stato, parla di democrazia, di come il paese sia in crescita, di quanto siano importanti queste elezioni che ha deciso di rimandare per motivi tecnici, pare fossero sparite delle schede. “Saranno giuste e trasparenti e soprattutto pacifiche perché schiererò l’esercito se servirà”. Il Pakistan non è come l’Europa, dice lui, non bisogna guardarlo con gli occhi di chi vive in posti civili. Musharraf ci tiene a far sapere che anche lui è in pericolo, che tutti lo sono, ma che la Bhutto non ha ascoltato nessuna delle loro indicazioni. La sua popolarità è in calo, la gente è inferocita con lei per non aver protetto la Bhutto, non è il caso di farsi da parte, provoca qualcuno. “Se pensassi che la gente non fosse con me, me ne andrei, ma non è così, le persone con cui parlate sono qui, nelle città, sono istruite, sono educate, ma il 70 per cento dei pakistani vivono nei villaggi e sono con me. Qualcuno si arrabbia e chiede perché i giornalisti non possono girare liberamente, perché è vietato andare a Peshawar, a Quetta, viene perfino scritto nel passaporto. I giornalisti non sono liberi di girare ovunque. Musharraf non sa che dire, parla che non è sicuro per gli occidentali, e di fatto ammette di non avere controllo sul suo paese. E’ curioso però che poche ore dopo l’attentato che ha incendiato il paese, il governo abbia accusato al Qaeda presentando come prova una telefonata tra il luogo tenente di al Qaeda in Pakistan che si congratulava con un militante. “Ma se li ascoltate, perché non li prendente?”, dice qualcun altro sollevando mormorii di approvazione. Ci pensa il presidente, “perché quell’uomo non è facile da prendere, è sempre circondato da migliaia di persone, se lo attaccassimo dovremmo sacrificare troppa gente”, dice ma non convince nessun straniero lì presente, figuriamoci i pakistani che lo conoscono meglio.