Barbara's profileBARBARA SCHIAVULLIPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
29 October Un paese in contraddizioneISLAMABAD - La strada è stata ripulita. I rottami sono stati portati via. Le pozze di sangue sono state lavate e i pezzi di carne umana sono stati raccolti per essere seppelliti subito con i corpi dei 135 pachistani morti durante l’attentato che ha scosso due giorni fa il paese. Non resta nulla del bambino di sei anni che qualche ora prima giaceva senza vita circondato da morti e feriti. Rimane il dolore, lo sgomento, la difficoltà della gente di capire quello che è accaduto a Karachi quando una festa si è trasformata in una carneficina che uno Stato non in guerra non aveva mai visto. Ma il Pakistan è un paese insolito, segnato da contraddizioni invisibili come le rughe sparite dal viso della Bhutto. Un paese che ha due volti: uno capace di indossare un morbido velo bianco e l’altro nascosto dalla pesantezza di un burqa azzurro. Il Pakistan è Islamabad, una capitale che sembra l’Eur con palazzi sgargianti, strade grandi senza traffico, una folta vegetazione di piante che si insinuano nella città nascondendo ville tempestate di buganville e cancelli d’orati che proteggono politici e facoltose famiglie. A Islamabad si trovano librerie con gli ultimi bestseller, da Il Codice da Vinci, a tutto quello che si vuole sapere sulla letteratura araba. I prezzi sono fissi e hanno tutte le carte di credito. Ci sono cari venditori di tappeti, di maglioni di cachemire, analisti e agguerriti avvocati. A pochi chilometri, l’altra faccia Rawalpindi, la città gemella la chiamano, un groviglio di case che una volta potevano essere affascinanti ma ora sono solo fatiscenti, palazzoni in costruzione, gente che fa l’elemosina, borseggiatori, bazar affollati, mercati brulicanti, strade intasate di macchine. L’aria si taglia con un inquinamento che quasi impedisce di respirare, come a Peshawar, un’altra faccia di quel Pakistan che la Bhutto è tornata per cambiare. Appoggiata sul confine con l’Afghanistan, a pochi chilometri dal Kyber pass, una delle frontiere più spettacolari al mondo, qui i radicali bruciano i negozi che vendono dvd stranieri, non si vende alcool che non sia quello per disinfettare, i profughi afgani formicolano tra i vicoli accompagnano donne che devono aggirarsi da sole. E’ qui che c’è uno dei più grandi centri antiviolenza dove ripiegano le donne trasformate in spettri da una società che non è quella che rappresenta Benazir, prima premier a soli 35 anni di un paese musulmano. Vi sono donne i cui mariti hanno tagliato il naso perché sospettavano di essere traditi, o hanno il volto cancellato dall’acido che qualche misarabile ha lanciato contro donne che hanno disubbidito. Non è certo Karachi, o Latore, con la sua arte o i suoi scrittori, con le finestre dipinte di blu e i monumenti restaurati. Non è il Kashmir montagnoso con le sue dispute indiane, o le province tribali che nessuno è mai riuscito a controllare, né gli inglesi negli anni 40 né i pachistani quando hanno creato questo Stato, fatto di indiani musulmani, ma anche di pashtun, di immigrati, un crogiolo di razze che l’islam, dittature militari e violenze hanno cercato di unire. Ora ci prova la Bhutto con la sua democrazia e con il suo islam moderato che piace tanto all’occidente e che una parte della società civile pachistana chiede a gran voce. Ma il Pakistan, 160 milioni di abitanti, un governo sempre più fragile, è anche il crocevia di interessi strategici internazionali, nazionali, i suoi servizi hanno creato i Talebani e dato rifugio, come molti sostengono, a Bin Laden. Il Pakistan è una grande contraddizione come l’accordo tra il presidente Musharraf dittatore militare che dice di combattere al Qaeda ma di cui ne ha bisogno per dimostrare che il paese non è al sicuro senza di lui e la Bhutto milionaria paladina della democrazia a cui non basta cancellare le accuse perché si smetta di sospettarla di corruzione. Le due facce del PakistanBenazir Bhutto ha cominciato la sua campagna elettorale in vista delle elezioni parlamentari che si terranno il gennaio prossimo con un attentato che le ha dato un doloroso benvenuto nel giorno del suo trionfante ritorno dopo otto anni di esilio. Il più sanguinoso attacco terroristico avvenuto negli ultimi anni in un paese non in guerra. “Un vero musulmano non uccide una donna, un vero musulmano non uccide persone innocenti”, ha detto la Bhutto qualche ora dopo l’attentato. Lo scenario che si sta delineando è sanguinoso, la figlia dell’Est, come ama farsi chiamare, è una politica navigata e sa che niente come il rancore e il desiderio di giustizia, può trascinare le masse. Sta tirando le linee di quella che sarà la sua battaglia, da una parte lei paladina della democrazia, delle donne, dall’altra il radicalismo, l’estremismo, l’incubo dei servizi segreti e delle cospirazioni. Ma ancora di più sta preparando il terreno per uno scontro interno all’Islam, tra lei che rappresenta quello moderato, caratterizzato da un velo bianco che scende morbido sulla testa, e quello dei Talebani che coprono le donne con i burqa, che le costringono ad uscire di casa accompagnate dagli uomini. Un Islam quello della Bhutto dove una donna può diventare primo ministro, può fare quello che vuole, sapendo bene che la religione resta una parte della sua vita ma che non la schiaccia. Al contrario i suoi nemici si riempiono la bocca della parola di Dio prima di uccidere, combattono la guerra vile delle bombe dove non c’è battaglia, né vittoria. All’occidente pronto a sostenere chiunque si dica liberale a meno che non faccia comodo appoggiare un dittatore come Musharraf, piace la Bhutto, con il suo passato romantico di prima donna eletta premier di un paese musulmano dopo che l’amato padre era stato ucciso da un altro dittatore militare. La sua laurea ad Oxford e ad Harvard, il suo inglese chiaro, la sua pelle troppo liscia per una cinquantenne di un paese dove le donne si disfano per fare figli. Benazir è ricca, si veste bene, rappresenta il tipo di musulmano che gli americani e gli europei vorrebbero vedere affollare i salotti per bene. Ma il Pakistan non è la Bhutto, il Pakistan è una nazione allo sbando, dove due province sul confine dell’Afghanistan sono fuori il controllo dello Stato, dove si combatte una guerra intestina con i Talebani e i membri di Al Qaeda che ne hanno fatto il loro rifugio. Il Pakistan è un posto dove le donne ancora si sposano con matrimonio combinati, anche la Bhutto lo ha fatto, dove una dittatura militare schiaccia il paese, dove la ricchezza aumenta ma non ne beneficia il popolo. La Bhutto che ora si veste da eroina fino a qualche settimana fa era accusata di corruzione per questo aveva lasciato la sua patria, ma non solo, la Bhutto, quando è arrivata in Pakistan sapeva che c’erano delle minacce contro di lei, si è scagliata contro il governo per l’incapacità di gestire la sua sicurezza, ma sapeva, l’avevano informata i servizi segreti di un paese amico, probabilmente gli Stati Uniti, che c’erano quattro Kamikaze pronti ad attaccarla. La Bhutto sapeva di essere al sicuro nel suo furgone blindato, ma doveva sapere che la sua presenza avrebbe messo in pericolo le persone venute ad accoglierla. Ha rifiutato un passaggio in elicottero che le avrebbe accorciato il percorso tra l’aeroporto e il mausoleo dove doveva tenere il discorso ma che le avrebbe impedito il bagno di folla acclamante di cui lei aveva bisogno. Dopo otto ore, quando ci sono state le esplosioni, non aveva fatto neanche metà dei 20 km che doveva percorrere. “C’erano due attentatori suicidi talebani, uno di Al Qaeda, e uno, credo, di Karachi”, ha detto con certezza la Bhutto confermando di aver avvisato il presidente Musharraf della minaccia. A questo punto la domanda sorge spontanea: ma se la Bhutto sapeva di essere nel mirino, aveva senso passeggiare tra la folla mettendo in pericolo migliaia di persone? Lo aveva solo per Benazir, per dimostrare che non aveva paura, per far vedere che non era solo la donna accusata di corruzione per anni, con un marito corrotto che ha scontato otto anni di galera. Aveva bisogno del potere della folla, di fare vedere che ci sono ancora centinaia di migliaia di persone capaci di scendere in piazza per lei. Il prezzo però è stato alto, troppo alto. Non importa a chi appartenga la testa del kamikaze, ma chi sta dietro di lui e soprattutto a chi tutto questo convenga. Un ritorno nel sangueISLAMABAD – Un ritorno finito nel sangue, l’incubo di un attentato è diventato realtà. Due esplosioni, 40 morti, oltre 100 feriti, tra i quali due sovrintendenti di polizia, al Qaeda lo aveva detto. Ma Benazir Bhutto è salva e poco dopo mezzanotte quando ancora festeggiava, è stata trasportata a casa di corsa. Il suo veicolo leggermente danneggiato. Solo poche ore prima aveva pianto scendendo dall’aereo. L’emozione che per tutto il viaggio aveva tentato di trattenere era esplosa quando il portellone dell’aereo si era aperto su una giornata serena incorniciata da un cielo azzurro. Benazir Bhutto, con un leggero ritardo di trenta minuti sulla tabella di marcia, era tornata in Pakistan, accolta da una folla di centinaia di migliaia di persone. “Se la mia gente lo vorrà, porterò la democrazia in questo paese, sono qui per loro”, ma anche per se stessa, finalmente a casa dopo otto anni di esilio, lontano dalle sue terre e dalla tomba del padre che dopo il bagno di folla andrà a visitare. Ripulita dalle accuse di corruzione, grazie all’amnestia del presidente Musharraf, è tornata da donna senza colpe nella terra che per due volte l’ha incoronata primo ministro, e che sembrava acclamarla per un terzo mandato. “Questo è un sogno che si realizza, ho contato le ore, i minuti e i secondi, solo per vedere questa terra, l’erba, il cielo. Sono sopraffatta”, ha ammesso nel suo completo verde smeraldo arricchito da un velo bianco che le scivola dolcemente dalla testa. La gente di Karachi era in festa, giunta da tutto il paese, hanno ballato, applaudito, sventolato le bandiere del partito popolare che la Bhutto anche da lontano non ha mai smesso di guidare. La politica l’ha nel sangue, in quello versato dalla sua famiglia a partire da suo padre, ucciso dal dittatore Zia ul Haq, seguito da quello dei suoi fratelli. Ventimila i poliziotti che hanno presidiato la sicurezza della città portuale, un furgone blindato dipinto dei colori del partito per proteggere la signora del Pakistan, che salita in cima si sporge per salutare la gente, mentre il mezzo a passo d’uomo, si è fatta largo in un mare di folla che l’acclamava. La Bhutto è tornata nonostante le minacce dei Talebani e di chi teme la divisione dei poteri che si consumerà tra lei e il presidente, è tornata per sconfiggere il terrorismo e riportare la democrazia. “Questa non è la vera immagine del Pakistan, la gente che vedete qui oggi è il vero Pakistan, gente che lavora, che vuole migliorare e che vuole una nazione moderna e moderata”, dice la Bhutto, ma tra la folla anche chi la vuole morta. “Quando c’era Benazir non c’erano bombe perché con lei tutti lavoravano e nessuno era frustrato”, dice Azad Bhati, un contadino di 35 anni che da aspettato tutto il giorno per poterla vedere anche solo da lontano. Secondo gli analisti, i governi della Bhutto non sono stati particolarmente illuminati, ma a vent’anni dal suo primo mandato, quando divenne la prima donna premier di un paese musulmano a soli 35 anni, è riuscita benedetta dagli Stati Uniti a lastricare la via di casa, con un serrato negoziato con Musharraf che ha preso il potere con un colpo di stato nel 1999. Il presidente la cui popolarità è crollata per colpa della contagiosa violenza dei radicali islamici, ha promesso dividere il potere con la Bhutto e di trasformare la sua dittatura militare in una democrazia dove non sarà anche capo delle Forze Armate come ha fatto per otto anni. La strana coppiaISLAMABAD - Il presidente Pervez Musharraf e l’ex premier Benazir Bhutto non si piacciono. Ma quando si tratta di sopravvivere, bisogna far buon viso a cattivo gioco. E i due sono degli esperti in questo campo. Il generale è riuscito a governare per otto anni sfidando la Costituzione che chiede che un presidente non sia anche capo delle Forze armate, mentre la Bhutto, due mandati che non ha finito sempre per accuse di corruzione, è tornata in Pakistan dopo anni di esilio con una fedina penale cangiante. Ma in Pakistan quello che conta, è solo un dettaglio e la gente, quella normale che fatica per tirare avanti lo sa bene, per questo detesta la classe politica di cui non si fida. Ma la Bhutto, nonostante le sue accuse 90 di corruzione, vere o false che siano, in fondo non è mai stato provato, rappresenta qualcosa di nostalgico per i pachistani, una dinastia di politici, una saga familiare che ha fatto la storia del paese. La Bhutto è tornata dopo otto anni di esilio accolta da centinaia di migliaia di persone, è il suo secondo rientro, il primo nel 1986 era stato un apoteosi che la scaraventò per la prima volta sulla poltrona di premier, la prima donna primo ministro di un paese musulmano e a soli 35 anni. Ora è tutto diverso, anche se sono tanti i suoi sostenitori, sono anche di più i suoi nemici, una volta era una questione interna, ora è più internazionale, con i Talebani, che qualcuno ricorderà che lei ha tollerato durante il suo secondo mandato, che, invece, oggi la minacciano di morte. Parole come democrazia, libertà, delle quali la “figlia dell’Est”, si circonda, non piacciono a molti. Non piacerebbero neanche a Musharraf ma il presidente ha capito che per soddisfare la sete di potere deve scendere a patti. Per rimanere sul trono ha promesso di togliersi la divisa prima che scada il suo mandato il 15 novembre, ha promesso di abolire l’emendamento che aveva scritto nel 2002 e che impediva ad un premier di candidarsi per un terzo mandato e soprattutto ha promesso di impegnarsi di più nella lotta al terrorismo. Dal canto suo la Bhutto che voleva tornare nella sua terra, dovrà piegarsi ad avere a che fare con un militare, categoria che non ha mai rispettato anche perché suo padre, una leggenda in Pakistan, venne fatto impiccare da Zia ul Haq, il dittatore che lo spodestò e che trasformò la Butto, la piccola pinky, come la chiamava suo padre, in una guerriera che avrebbe dedicato la vita alla politica. Il punto è cosa accadrà in Pakistan, un paese tenuto insieme dalla dittatura di Musharraf, dove due intere province sono contagiate dall’estremismo, dove le pressioni dell’occidente che spingono per una pulizia radicale si scontrano con gli elementi islamici che invece chiedono più rigore e uno stato che si rifà ai principi dell’Islam. La Bhutto rappresenta la contraddizione di questo paese, una donna che lavora e raggiunge i massimi livelli nel suo campo ma che ha accettato un matrimonio combinato con uomo d’affari scelto dalla madre e che sposò nel 1987 e che non ha mai lasciato nonostante le stesse accuse di corruzione siano state provate e mr 10% come lo chiamano i pachistani, abbia scontato otto anni in galera. Venti anni dopo Bhutto accetta un altro “matrimonio combinato”, questa volta politico, quello con Musharraf, le trattative segrete sono cominciate all’inizio di quest’anno ma si sono fatte più intense il luglio scorso quando i due sono si sono incontrati ad Abu Dhabi e il generale come “dote” le ha scongelato un certo numero di conti bancari. Sia Musharraf che la Bhutto, sapevano che un loro accordo avrebbe significato affrontare una feroce opposizione all’interno dei loro rispettivi partiti. Gli alleati del partito del presidente attualmente al governo, la Lega Musulmana Pakistana temono, per il loro futuro qualora debbano dividere il potere con il partito Popolare, mentre quest’ultimo è molto preoccupato di dover fare affari con un dittatore militare, una situazione impensabile non troppo tempo fa. E ancora, il partito della Bhutto non gode del monopolio sull’elettorato pachistano, sebbene in libere elezioni il Partito popolare ne uscirebbe come quello principale in parlamento, seguito all’opposizione da altre cinque forze politiche rilevanti e una serie di partiti minori. Significherebbe che il partito della Bhutto si ritroverebbe a governare con un instabile governo di coalizione. Come se non bastasse il partito Popolare non è più quello del 1996 quando lei fece il primo ritorno in patria. Il partito oggi è macchiato da accuse di corruzione, e negli ultimi cinque anni è stato ancora più indebolito dalla defezione di membri importanti che si sono uniti al governo di Musharraf. Ma a suo favore la Bhutto ormai cinquantaquattrenne, ha la visione del paese che vuole, anche se non sono chiari i dettagli, per la prima volta torna con un programma di riforme per il suo partito, con un manifesto sociale che si affaccia su un paese dove il radicalismo dilaga. Secondo gli analisti, i cambiamenti nella politica estera saranno solo estetici e il rapporto con gli Stati Uniti potrebbe farsi ancora più inteso. Come farà non è chiaro, ma la gente nel paese, stanca della violenza e della cattiva situazione economica, sembra pronta ad affidarsi ancora a lei che nei due mandati precedenti non è nota per dei grandi miglioramenti. Il pericolo, per quella che per lei è diventata una missione, portare la democrazia nel paese, non sembra spaventarla, d’altra parte la sua storia è costellata di morti premature. Forse se suo padre, amato premier socialista degli anni ‘70 non fosse stato impiccato dai militari nel 1979, la Bhutto non avrebbe mai abbracciato la carriera politica. E forse avrebbe anche smesso, se uno dei suoi fratelli non fosse morto avvelenato a Cannes nel 1995 e un altro a Karachi in condizioni misteriose, nel 1996. Pinky, come la chiamava suo padre, a denti stretti dice di non aver paura, e va avanti, che lo faccia per il suo paese o per se stessa, Benazir Bhutto ha ancora voglia di mettersi in gioco, forse anche per fare un po’ di pulizia nel suo passato rovinato dalle accuse di corruzione, che lei ha sempre sostenuto fossero false, o forse perché davvero desidera che il suo paese diventi un posto migliore. Benazir Bhutto torna a casaISLAMABAD – Benazir Bhutto torna a casa. Dopo otto anni di esilio arriva nella sua città natale ripulita di tutte le accuse di corruzione e pronta a tornare in politica. “Riporterò la democrazia, metterò fine ad un regime militare e gli estremisti bruceranno all’inferno”, ha detto il giorno prima di partire a Dubai circondata dalle due figlie e dal marito. Un discorso che deve aver fatto gonfiare il petto di orgoglio ai suoi amici americani che tanto hanno appoggiato il suo ritorno. Così anche come il presidente Musharraf, che nonostante le abbia consigliato di posticipare il suo rientro, vede la sua carriera salva anche se un po’ acciaccata. Ad accoglierla centinaia di migliaia di persone, nostalgici, sostenitori del partito popolare che lei non ha mai smesso di guidare anche se da lontano. Centinaia di autobus affollati hanno attraversato il paese per raggiungere Karachi, decine di ore attraverso il verde di un paese che ha voglia di credere che questa donna possa fare la differenza. Massimo stato di allerta, 15 mila tra poliziotti e agenti di sicurezza sguinzagliati per le strade della città portuale, chiuse tutte le vie di accesso all’aeroporto e pattugliato tutto il percorso fino al mausoleo di Mohammad Ali Jinna, fondatore del Pakistan dove “la figlia dell’Est”, come ha intitolato la sua autobiografia, terrà il suo discorso alla folla uscendo per un attimo dal furgone blindato messo a disposizione dal presidente. Del suo arrivo non sono contenti i talebani che la Bhutto promette di combattere, anche se molti ricordano quando lei nel suo secondo mandato dal 1993 al 1996 ha tollerato la presenza dei radicali che si preparavano ad impossessarsi dell’Afghanistan. D’altra parte molti non dimenticano anche che nei suoi due mandati, mai portati a termine, il paese non è particolarmente cresciuto. Senza contare le 90 accuse di corruzione, un marito che ha scontato 8 anni di prigione che tutti ricordano chiamano il “signor 10%” per le mazzette che prendeva. Tutto archiviato, la Bhutto che a 35 anni è diventata la prima donna premier di un paese islamico, ora è pronta a sedersi sulla poltrona del suo terzo mandato. Ci sono ancora dei dettagli da definire, l’amnistia firmata dal governo e dal presidente, che le cancella tutti i capi di imputazione, devono ancora essere confermati dalla Corte Suprema, c’è ancora da vedere se Musharraf, cancellerà quella clausola della Costituzione che proprio lui ha inserito che impedisce di concorrere per la terza volta, c’è da vedere se la Bhutto riuscirà a conquistare la fiducia del popolo in vista delle elezioni parlamentari del gennaio prossimo, vivendo sotto scorta e minacce di morte, non solo dei talebani, ma anche dei militari che vedono la sua presenza al potere come un indebolimento di quello che per anni è stato un regime militare. Pinky, come affettuosamente la chiamava il padre, a denti stretti dice di non aver paura, anche se le morti premature hanno costellato la dinastia politica dei Bhutto: suo padre, amato premier socialista negli anni ’70 fu impiccato dai militari dopo due anni di prigionia, il fratello avvelenato a Cannes nel 1985, un altro, ucciso in circostanze misteriose a Karachi nel 1996. Ma Pinky non si ferma, conosce la prigione, conosce l’esilio, conosce la politica e soprattutto la sete di potere. 17 October Nella valle della morteVALLE DI MUSAI – “Dogi, dogi Musai, pericolo, pericolo a Musai”, dicono gli afgani quando si chiede della Valle di Musai. Per raggiungere la Valle della morte, come invece la chiamano i soldati italiani bisogna partire presto da Kabul. E’ in quella area che sono morti quattro alpini, due nel maggio del 2006, altri due nel settembre successivo. Gli ultimi scontri a fuoco, il 2 settembre scorso, con un alpino ferito su un ponte costruito dagli italiani e il 5 ottobre in un avamposto militare della polizia afgana attaccato e difeso dagli italiani. Lo stato di allerta è alto, le minacce sono in agguato, ma le statistiche aiutano: alle sei del mattino, quando il sole sta facendo capolino tra le cime delle montagne che si colorano di rosa, non ci sono attentati, quindi è l’ora migliore per lasciare il capo base e dirigersi verso la Valle di Musai, una quindicina di km a sud est di Kabul, ma in realtà ad almeno 4 ore di macchina, superando montagne, guadando fiumi asciutti, attraversando villaggetti dimenticati dal tempo. Si preferisce non accedere alla Indigo Road che finisce direttamente nella valle, meglio un giro larghissimo, partendo da nord di kabul, scendendo ad ovest nella valle di Lalander e proseguendo verso est, se si continua alla fine si finisce in Pakistan. E’ lo stesso percorso a ritroso che fanno i Talebani per raggiungere la capitale. Al sud nella provincia di Helmand e in quella di Khandar, roccaforte della militanza Talebani, gli americani combattono, e li spingono a fuggire, chi corre verso le zone tribali al di là del confine, chi tenta di risalire verso il sud aggrappandosi alla povertà e alla ignoranza dei contadini afgani che vivono lontano da ogni forma di modernità. Il compito degli italiani che pattugliano l’area è contrastare l’avanzata dei talebani, ma non solo, anche farsi amica la popolazione, i primi sensori di un’eventuale presenza ostile, e dare una mano, diversi i progetti, una scuola, una clinica, una strada e un ponte. “Ci sono vari posti di polizia, in quelle che sono le arterie che portano a kabul, ma la polizia afgana non è ancora pronta a lavorare da sola, molti sono corrotti, molti non sono adeguatamente equipaggiati, molti non sanno né leggere né scrivere”, spiega il colonnello Alfredo Massimo del Fonzo, comandante di Italfor XVI, il contingente italiano a Kabul. I mezzi viaggiano veloci, un convoglio di tre mezzi principali, seguiti da una scorta e da un’avanguardia di ranger che controlla tutto il percorso in anticipo. Superata la periferia, il mondo finisce, la civiltà scompare punteggiata solo da qualche pastore con il suo gregge. Tra le montagne ci sono piccoli villaggi di fango, dove le donne stanno in casa, gli uomini si occupano di procurarsi il cibo, mentre i bambini scorrazzano inventandosi giochi con la terra o improvvisando scivoli con tavole di legno appoggiate ad un muro. Le poche bambine che all’inizio si intravedono sono vestite a festa, luccicanti nei loro fucsia, verde smeraldo tempestate di brillantini. Nel villaggio di Shatut prima della Valle di Lalander, gli abitanti non vedono spesso degli stranieri, stendono un tappeto verde portano tè verde, biscotti fatti al forno, mais tostato. I vecchi del villaggio, le massime autorità della zona, fanno le presentazioni, ringraziano ancora i militari per la scuola e raccontano la loro vita in un paesino di fango, dove l’ultima alluvione ha spazzato via alcune case anche se sembra che l’acqua sia invisibile come donne. Trecento anime, una trentina di famiglie senza tv, senza acqua né elettricità, senza riscaldamento in un posto dove le temperature scendono d’inverno anche a 30 gradi sotto lo zero e le donne partoriscono a casa da sole. “Quando costruiamo le scuole spesso ci chiedono un muro e un fil di ferro – ci racconta il capitano Eros Correa, portavoce del contingente – per impedire che i talebani o chi non vuole che le bambine vadano a scuola, vandalizzi le aule per renderle inutilizzabili”. A sei anni dalla caduta del regime Talebano, c’è ancora chi fuori da Kabul soprattutto verso sud, non vuole che le bambine studino. Invece le ragazzine non pensano ad altro e l’unica cosa che chiedono ai soldati sono pennarelli e matite colorate. Oltre, di sentiero in sentiero, salita dopo salita c’è una vecchia postazione dei Mujaheedin, da qui dominavano la vallata e ancora oggi è il punto migliore di osservazione. Nel centro sorge un’oasi verde in mezzo alle montagne, addolcite da cime tondeggianti dove i militanti possono insinuarsi. In questa zona si è combattuto molto, lo si faceva ancora prima che nel 1996 prendessero i poteri i talebani, quando i Signori della Guerra, lottavano per il loro pezzo di Kabul, distruggendo la capitale e ancora prima i russi cercavano di impossessarsi di un paese che nessuno è mai riuscito a conquistare.
16 October Non siamo una colonia, ma aiutateci a sconfiggere la corruzioneKABUL - Anwar ul-Haq Ahady ha un ufficio elegante paragonato al palazzo fatiscente che lo ospita. Il ministero delle Finanze è nel centro di Kabul protetto da un muro, un cancello che da sul traffico disordinato della capitale. Ma è anche il centro dell’economia afgana e termometro della situazione fragile del paese. 56 anni, sposato, professore di Economia è stato insignito della carica di ministro nel 2004 quando il presidente Karzai formò il governo. La fama che lo precede, tra i vicoli di una città dove molto lentamente si vedono miglioramenti, è quella di una persona per bene. Negli ultimi sei anni, dalla presunta cacciata dei Talebani, sono piovuti miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo. Migliaia di afgani sono tornati dall’estero per investire, mentre centinaia di aziende hanno cercato di aprire filiali scommettendo su un paese che da solo ancora fatica. Qual è la situazione finanziaria del paese nel giorno dell’anniversario della guerra? E’ buona, anche se non sempre è facile notarlo con un’occhiata, il problema reale oggi, è la sicurezza, una condizione base per il prosperare di un paese, talebani, criminalità, rapimenti, ma per ora gli investimenti reggono. Ci è stata data fiducia, ma c’è bisogno di tempo, perché la stabilità diventi un fattore normale. Statisticamente abbiamo raggiunto tutti i livelli medi previsti dalla comunità internazionale, la crescita economica è del 10 %, il tasso di inflazione del 5. Non abbiamo studi sulla disoccupazione, ma ogni anno va meglio. Quindi tutto bene? No, solo meglio, restano dei problemi importanti da risolvere, il primo è la sicurezza, ma non bisogna sottovalutare la mancanza di infrastrutture, per le fabbriche, per il commercio, per la ricostruzione serve acqua, strade e soprattutto energia elettrica, si lavora febbrilmente ma ancora oggi, il 30% di Kabul ha elettricità per qualche ora e solo il 12 % ne ha nel resto del paese. Vi sono arrivati molti investimenti negli ultimi anni? Almeno 30 miliardi di dollari, ma pochi di questi soldi arrivano nelle nostre casse. All’inizio era comprensibile, ma ora che siamo abbastanza strutturati, è giusto che i soldi che arrivano noi tramite prestiti e donazioni siano anche gestiti da noi. Invece sugli ultimi 16 miliardi solo 4 sono stati messi a nostra disposizione, il resto viene gestito dalla comunità internazionale come se fossimo una colonia. Se prima mancavano le capacità ma ora siamo perfettamente in grado di capire come destinare i nostri soldi. Gli americani sono i nostri maggiori investitori, ma spendono direttamente spesso senza che noi sappiamo neanche come. Vorremmo che l’assistenza data al nostro paese passi attraverso il nostro budjet nazionale, attualmente di 2,5 miliardi di dollari. Adesso abbiamo anche i soldi delle tasse, durante i primi anni le province si rifiutavano di versarle, ora entrano 715 milioni di dollari. Si parla molto della corruzione afgana, questo potrebbe essere il motivo per cui la comunità internazionale è esitante. E’ vero la corruzione è endemica nel nostro paese, ma non è mai stato fatto uno studio specifico. Sappiamo bene che la sola voce scoraggia gli investimenti. E nel settore privato la corruzione è dilagante, ma in quello pubblico, seguiamo gli standard internazionali. Certo non è facile controllare gli strati più bassi, l’impiegato che vuole la mazzetta, d’altra parte non c’è stata nessuna raccomandazione dei paesi stranieri di fermare la corruzione, intendo che nessuno sembra disposto a darci consigli. Non sappiamo ancora come combatterla efficacemente. Non vuol dire che non possiamo gestire i soldi, è una questione di sovranità nazionale ogni volta che la comunità internazionale scavalca l’amministrazione afgana limita il nostro potere decisionale. La droga ha un ruolo nell’economia afgana? Ha una parte enorme nell’economia afgana, si parla di circa 3 miliardi di dollari, (in Europa si trasformano almeno in 60 miliardi), che uniscono all’economia legale che si aggira intorno ai 9 miliardi di dollari. I soldi legati al papavero sono un terzo dell’economia afgana. E’ un fenomeno difficile da combattere, ha a che fare con perdita che subirebbero le persone una volta sradicate le coltivazioni. Dei trei milioni, due vanno ai trafficanti, ma uno va ai contadini, soldi che diventano critici per due milioni di persone coinvolte in questo settore per un lavoro stagionale che dura tre mesi. Se non si trova un’alternativa convincente la gente non ci starà e sappiamo bene, chi raccoglie e sfrutta lo scontento dei poveri, i talebani. 12 October Parla il massimo esperto di Talebani in AfghanistanKABUL – Waheed Mozhda è uno dei massimi esperti per tutto quello che riguarda i Talebani. Prima dell’11 settembre quando i Talebani regnavano sull’Afghanistan Mozhda lavorava al ministero degli Esteri. Il suo ufficio non è lontano dalla zona ovest di Kabul, dove quel che resta della città è un cumulo di carcasse di edifici. Tutte le guerre afgane sono passate da quella parte, aggiungendo ruderi su ruderi. Il suo ufficio spoglio non ha niente di personale solo qualche poltrona, con i muri da poco dipinti di bianco. Il contrasto con l’esterno fatiscente e distrutto è molto forte, così come l’odore di cibo cucinato che arriva da un’altra stanza. “Stanno preparando l’Iftar (il pasto serale dopo una lunga giornata per il Ramadan, il mese del digiuno)”. Mozhda non sa ancora che l’ingegnere tedesco rapito sarà rilasciato di lì a qualche ora, ma sa quello che vogliono i talebani, “uno scambio. E’ accaduto anche con i sud coreani, loro sono stati più bravi degli italiani a mantenere il segreto, ma anche loro hanno dovuto consegnare almeno 8 detenuti, almeno due dei quali comandanti di un certo rilievo”. Mohza racconta di un potere che gli americani hanno creduto di cancellare alla fine del 2001, ma mai come ora i Taleban sono in forze e tengono sotto controllo buona parte del sud del paese. “Lo scopo dei taleban è di liberarsi della presenza straniera, grazie alla possibilità di sconfinare in Pakistan quando vogliono, possono andare avanti indietro, quando ne hanno bisogno. Nelle zone tribali pakistane ci sono cliniche dove vengono curati i feriti, capi di addestramento, scuole e protezione per le famiglie”. Secondo Mohza è Kandahar, la provincia meridionale, il cuore dell’impero talebani, “la loro strategia sta cambiando, adesso usano molto di più i kamikaze ed esplosivo più potente per lo più C4 viene da paesi come l’Iraq e l’Iran, ci sono indicazioni di membri che vanno in Iraq per addestrarsi. I primi talebani erano principianti ora ci sono veri e propri esperti. E temo che la situazione si destinata a peggiorare, soprattutto qui a Kabul”. Mozdha spiega come la gente non si ribella alla presenza dei Taleban nel sud, “ci sono posti dove i residenti hanno tre possibilità, stare con il governo, con i talebani o andarsene. Per fuggire ci vogliono soldi e molti nel sud non ne hanno, chi resta è costretto ad accettare la presenza dei militanti, ad offrire rifugio, a dividere il proprio cibo, a sopportare la loro vicinanza, poi arrivano le truppe straniere con i loro raid e uccidono militanti e civili insieme, questo fa imbestialire la gente. L’Isaf (contingente delle Nazioni Unite) per combattere ha bisogno dell’appoggio della gente”. Ma non tutti ce l’hanno con i militari stranieri: “Nel nord la situazione è molto diversa, gli afgani sono grati a quello che fa la comunità internazionale, in particolare i tedeschi e gli italiani hanno fatto molto per la ricostruzione, gli afgani si rendono conto che queste persone sono lontano dal loro paese pronti a morire per loro, il sud è un’altra storia”. Intanto a Kabul si respira paura, il ritorno dei Taleban ricorda tempi che nessuno vuole ricordare. “Un giorno vennero alla mia scuola e ci dissero che dovevamo farci crescere la barba da buon musulmano, avevo solo 17 anni e non mi cresceva e solo per questo venivo picchiato con un bastone”, ci dice il traduttore mentre l’analista è impegnato in una telefonata. “Temo che ci saranno attacchi, che la situazione peggiorerà, questo colpire a caso, crea il panico e quello che i talebani vogliono dimostrare è che se non ci fossero le truppe straniere tutto andrebbe meglio”, dice Mozhda scuotendo la testa e strofinandosi gli occhi. All’improvviso ci accorgiamo che gli occhi di tutti nella stanza bruciano. Sarà qualche arma chimica? “Non vi preoccupate nell’altra stanza stanno tagliando le cipolle, saremo in tanti stasera a cena”. Infuria la guerra nel Waziristan, e io mi sposto in AfghanistanKABUL - Dall’alto del piccolo aeroplano delle Nazioni Unite la linea di Durand, il roccioso confine tra il Pakistan e l’Afghanistan sembra una tranquilla distesa di catene montuose le cui cime intrappolate dalle nuvole spaccano il cielo di un azzurro intenso. Sotto le vallate, i fiumi, le case sparse punteggiano un panorama immobile. Ma da qualche parte nel nord del Waziristan, la turbolenta provincia roccaforte della militanza Talebana e covo dei membri di al Qaeda, invece, è guerra. 250 morti negli ultimi tre giorni: 200 militanti e 50 soldati. Nessuna stima ancora delle vittime civili, mentre migliaia di persone fuggono dai villaggi più colpiti nel tentativo di non restare intrappolati tra i raid aerei dei militari e i razzi e l’artiglieria leggera dei militanti. La situazione è precipitata poco prima delle elezioni del presidente pakistano sabato scorso, quando un convoglio di militari è stato attaccato, ce ne sono almeno 90 mila a presidiare la zona, ma era ormai da luglio che la terra fremeva quando è saltata la tregua tra i militanti e il governo accusato di non aver rispettato gli accordi sullo scambio dei “prigionieri”. D’altra parte è da qui che arrivano l’80 per cento del kamikaze che si sono fatti esplodere in Pakistan, e la maggior parte di quelli all’estero sono passati almeno una volta da queste parti per essere addestrati nelle basi di Al Qaeda. Il Waziristan è stato sempre refrattario alla dominazione, che fosse di un conquistatore, di un colonizzatore o di uno Stato. Ne sa qualcosa Alessandro Magno che si prese una freccia in una gamba e quasi morì nel 4° secolo AC. Gli inglesi che governarono sull’Afghanistan nel 1893 dichiararono l’ostile Nord Ovest, territorio tribale indipendente. Il Pakistan non fu da meno, dopo la sua creazione nel 1947 dichiararono il Waziristan “area tribale federale”. Nulla è cambiato, il sangue delle tribù non si mischia, i pashtun che per secoli si sono mossi avanti e indietro tra Afghanistan e Pakistan continuano a farlo. “Abbiamo lo stesso sangue”, dicono gli afgani e i pakistani dell’area che rifiutano documenti che possano legarli ad una nazione. E’ in questi villaggi, tra queste montagne che si muovono i talebani respinti dagli americani nel 2001, è qui che si sono riorganizzati, che raccolgono i loro fondi, che si sentono protetti dai servizi segreti, in prima fila quelli pakistani che li hanno creati per combattere contro i sovietici. Poi le creature che servivano a combattere la Russia, hanno cominciato a vivere di una vita propria, e quando nel 1996 i Talebani giunsero a Kabul per sigillare il potere del Pakistan sulla regione furono accolti dalla gente come dei pacificatori. Ora sono i nemici, il presidente Musharraf spinto dagli Stati Uniti che riempie le casse delle finanze - per lo sviluppo del Waziristan sono appena stati stanziati 750 milioni di dollari - cerca di combattere al Qaeda e i Taleban, ma con poco successo, o forse poche intenzioni, vista la sempre più accreditata l’ipotesi che i servizi segreti locali ancora finanzino i Talebani considerati comunque avanguardia contro la penetrazione straniera, in questo caso occidentale. Dall’altra parte della frontiera le forze della Nato tentano, senza comunque riuscire ad avere la meglio. Secondo l’intelligence americana, è proprio lì, nella terra di nessuno che si nasconde Osama Bin Laden, “Non in una caverna, ma in una città”, ha detto ieri Asad Durrani, ex capo dei servizi segreti pakistani che avvertono l’occidente e il Pakistan di prepararsi, il figlio di Bin Laden, Hamza, sarebbe già giunto in zona per raccogliere l’eredita del padre e diventare il nuovo capo del terrore.
Battaglia nel Waziristan, cade l'elicottero di scorta del presidenteISLAMABAD - Musharraf è un uomo fortunato, o almeno lo è stato nelle ultime 72 ore, prima con le elezioni vinte anche se ancora non può festeggiare, poi con l’elicottero precipitato. Poteva esserci lui sopra, invece era su quello vicino. Lui non dice mai su quale sale proprio per evitare il rischio di attentati, ma questa volta sembra proprio che a sfidare la sua fortuna sia stato un brutto guasto. Gli elicotteri erano partiti solo da pochi minuti, in testa quello che trasportava il presidente Musharraf, sugli altri due lo staff, i giornalisti e militari che lo seguivano nella sua visita nei paesi colpiti due anni fa dal terremoto che uccise 100 mila persone. Doveva essere una giornata della memoria, dove il presidente avrebbe dovuto vedere quanto poco era stato fatto per ridare una casa a quei 3 milioni che ancora vivono in tenda. La gente grida vendetta, il malcontento è palpabile, il dolore che aleggia tra le montagne del Kashmir ha gli occhi dei bambini che dormono sui materassi aspettando un inverno implacabile. Molti di loro moriranno nei prossimi mesi, perché non hanno un riparo o abbastanza cibo, nonostante i milioni di dollari in aiuti che sono arrivati e sono stati inghiottiti, spariti, chissà dove. Musharraf doveva vedere tutto questo, quando all’improvviso, uno dei due elicotteri di scorta, ha cominciato a perdere il controllo e velocemente a precipitare verso quella terra fatta di montagne altissime, boschi e vallate. L’atterraggio di emergenza del pilota ha impedito che morissero tutti i dodici passeggeri, ma quattro, tre militari e un cameraman non sono sopravvissuti. Immediata l’apertura di un’inchiesta, ma secondo le prime indagini, quello dell’elicottero sembra un incidente non un sabotaggio né un attacco. Non sarebbe la prima volta che il presidente guarda in faccia la morte, musharraf è sopravvissuto ad almeno tre attentati tutti rivendicati dal Al Qaeda, l’ultimo il luglio scorso quando tentarono di abbattere il suo aereo in partenza dall’aeroporto militare di Rawalpindi. Settantadue ore difficili per il presidente Musharraf: due giorni fa è stato rieletto presidente, ma prima di festeggiare, dovrà aspettare ancora una decina di giorni perché la corte suprema si pronunci sulla legittimità della sua candidatura. Poi l’elicottero che precipita e infine la guerra che infuria nel nord del Waziristan, la provincia a confine con l’Afghanistan roccaforte della militanza sunnita e covo di al Qaeda. Perché di guerra si tratta, di un conflitto quasi impossibile da seguire, perché nessuno che non sia un soldato, un militante o un residente, si può avvicinare. Nella terra di nessuno, su quella frontiera dove da secoli le tribù sono abituate a muoversi tra un paese e l’altro, incombe una battaglia violentissima, in una terra montagnosa, arida, molto diversa dal Kashmir, ma pur sempre violata dalla crudeltà umana. Sarebbero almeno 50 i soldati uccisi nelle ultime ore, più di 130 i militanti, mentre nelle mani dei Talebani restano 200 militari in ostaggio da settimane. In alcuni paesi è stato imposto il coprifuoco, i residenti fuggono e anche i soldati che guadagnano un euro al giorno, spesso si arrendono piuttosto che combattere. “L’esercito pakistano non è in grado di gestire questa guerra, abbiamo bisogno di aiuto - ci dice la professoressa Farzana Bari, esperta di diritti umani che chiama mostri i fondamentalisti. Una lotta dove la sconfitta di uno segna quella dell’altro. Musharraf sa che la minaccia di Al Qaeda serve al mantenimento del suo regime militare e alla montagna di finanziamenti gli arriva dagli Stati Uniti, non a caso quando con un colpo di Stato nel 1999 strappò il potere al suo predecessore, il paese sull’orlo della bancarotta fu di fatto salvato dai miliardi di dollari americani che piovuti dopo l’11 settembre. Una guerra che l’alleato Musharraf, presto dovrà smettere di combattere in prima persona dopo la promessa di disfarsi della divisa come chiede la Costituzione pachistana. Il suo posto verrà assunto dall’amico generale Ashfaq Kiyani, ex capo dei servizi segreti, ieri investito della carica di vice capo delle Forze Armate.
L'amara vittoria di MusharrafISLAMABAD - Non si può dire ma tutti lo sanno: Pervez Musharraf ha vinto le elezioni. Non poteva essere altrimenti visto che hanno votato in parlamento e alle assemblee provinciali solo quelli che avrebbero nominato lui, mentre tutti gli altri deputati si sono astenuti. 252 voti su 257, a parte uno, gli altri sono andati a Wajihuddin Ahmad, il candidato delle elezioni presidenziali del movimento degli avvocati, quelli che nel giorno del voto hanno dato più filo da torcere al generale, scatenando manifestazioni in tutto il paese, alcune delle quali finite in scontri violenti con la polizia. A Peshawar il presidente dell’ordine degli avvocati è finito in ospedale con le gambe rotte. Un clima teso, migliaia di poliziotti sguinzagliati per le strade, dopo un po’ si sono rifugiati all’ombra degli alberi, ma non infuocato, placato dalla decisione della Corte Suprema di rimandare il giudizio sulla legittimità della candidatura di Musharraf al 17 ottobre prossimo. Una scintilla di speranza per la società civile che sogna un cambiamento. Un fastidio invece, per il presidente che fatica a rinunciare, come chiede la Costituzione, al suo ruolo di capo delle forze armate. Ma la divisa, considerata una seconda pelle, nella serata delle elezioni, è riuscita a strapparsela presentandosi alla nazione con una giacca blu e una camicia bianca. Appello alla riconciliazione nazionale lanciato a opposizione media e soprattutto gli avvocati ai quali ha chiesto di pensare soprattutto agli interessi del paese. “Chino la testa davanti a Dio onnipotente per avermi dato una così grande vittoria”, ha detto Musharraf senza sprizzare di gioia. Per le strade di Islamabad la gente non si scompone troppo, tutti sapevano che il generale avrebbe vinto e non si aspettano sorprese. “La democrazia non va bene, l’esercito si, perché non sono corrotti”, dice un anziano sostenitore di Musharraf che possiede un negozio di computer, contrari e arrabbiati invece i giovani studenti che non vogliono crescere in quella che liberamente chiamano dittatura. “Non possiamo parlare di politica perché verremmo espulsi – dice una giovane studentessa di microbiologia un po’ preoccupata poco prima di straripare come un fiume in piena – vogliono costringerci a fare quello che vogliono, viviamo schiacciati da un regime, Musharraf vuole imporci le sue idee, ma non ci riuscirà”. Di lei si vedono solo gli occhi che si muovono eccitati sotto un velo che le copre tutto il resto del viso. I commenti della gente in Pakistan contano poco per il vincitore, ma le congratulazioni della Casa Bianca, forse un po’ troppo premature, visto che i risultati non sono ufficiali, avranno reso felice il presidente, fedele alleato nella lotta al terrorismo che continua a colpire, ieri nella regione del Waziristan sul confine con l’Afghanistan un convoglio militare è stato attaccato, tre soldati uccisi e altri 28 rapiti. Un colpo che schiaccia al paese ma serve a Musharraf a dimostrare che lui è l’unica risposta ad Al Qaeda. 08 October Mezza vittoria per MusharrafISLAMABAD - Non si può dire ma tutti lo sanno: Pervez Musharraf ha vinto le elezioni. Non poteva essere altrimenti visto che hanno votato in parlamento e alle assemblee provinciali solo quelli che avrebbero nominato lui, mentre tutti gli altri deputati si sono astenuti. 252 voti su 257, a parte uno, gli altri sono andati a Wajihuddin Ahmad, il candidato delle elezioni presidenziali del movimento degli avvocati, quelli che nel giorno del voto hanno dato più filo da torcere al generale, scatenando manifestazioni in tutto il paese, alcune delle quali finite in scontri violenti con la polizia. A Peshawar il presidente dell’ordine degli avvocati è finito in ospedale con le gambe rotte. Un clima teso, migliaia di poliziotti sguinzagliati per le strade, dopo un po’ si sono rifugiati all’ombra degli alberi, ma non infuocato, placato dalla decisione della Corte Suprema di rimandare il giudizio sulla legittimità della candidatura di Musharraf al 17 ottobre prossimo. Una scintilla di speranza per la società civile che sogna un cambiamento. Un fastidio invece, per il presidente che fatica a rinunciare, come chiede la Costituzione, al suo ruolo di capo delle forze armate. Ma la divisa, considerata una seconda pelle, nella serata delle elezioni, è riuscita a strapparsela presentandosi alla nazione con una giacca blu e una camicia bianca. Appello alla riconciliazione nazionale lanciato a opposizione media e soprattutto gli avvocati ai quali ha chiesto di pensare soprattutto agli interessi del paese. “Chino la testa davanti a Dio onnipotente per avermi dato una così grande vittoria”, ha detto Musharraf senza sprizzare di gioia. Per le strade di Islamabad la gente non si scompone troppo, tutti sapevano che il generale avrebbe vinto e non si aspettano sorprese. “La democrazia non va bene, l’esercito si, perché non sono corrotti”, dice un anziano sostenitore di Musharraf che possiede un negozio di computer, contrari e arrabbiati invece i giovani studenti che non vogliono crescere in quella che liberamente chiamano dittatura. “Non possiamo parlare di politica perché verremmo espulsi – dice una giovane studentessa di microbiologia un po’ preoccupata poco prima di straripare come un fiume in piena – vogliono costringerci a fare quello che vogliono, viviamo schiacciati da un regime, Musharraf vuole imporci le sue idee, ma non ci riuscirà”. Di lei si vedono solo gli occhi che si muovono eccitati sotto un velo che le copre tutto il resto del viso. I commenti della gente in Pakistan contano poco per il vincitore, ma le congratulazioni della Casa Bianca, forse un po’ troppo premature, visto che i risultati non sono ufficiali, avranno reso felice il presidente, fedele alleato nella lotta al terrorismo che continua a colpire, ieri nella regione del Waziristan sul confine con l’Afghanistan un convoglio militare è stato attaccato, tre soldati uccisi e altri 28 rapiti. Un colpo che schiaccia al paese ma serve a Musharraf a dimostrare che lui è l’unica risposta ad Al Qaeda. 07 October Il giorno primaISLAMABAD – Se la dea bendata non è riuscita a fermarlo almeno, la Giustizia lo ha messo in attesa, sospeso tra un’elezione che vincerà e quel velo di non legittimità che la Corte Suprema gli ha schiacciato addosso. Il presidente Pervez Musharraf dice che accetterà la decisione della corte che si riunirà per dibattere il 17 settembre prossimo, mentre oggi il parlamento vota. Nessun dubbio sulla rielezione. Ma la nuvola della giustizia che non gli ha dato soddisfazione continuerà a perseguitarlo per le due prossime settimane, con la possibilità che una decisione sfavorevole, indebolisca la sua posizione, renda più profonda l’incertezza che impregna l’unico paese musulmano armato del nucleare e sballottato dall’ondata integralista che negli ultimi mesi ha causato più di trecento morti. La Costituzione dice, senza lasciare troppi dubbi ad altre interpretazioni, che il capo dello Stato non può indossare la divisa. Il generale ha promesso di liberarsene, ma di fatto domani, si presenterà in parlamento nel suo consueto abito verde oliva tempestato di medaglie e a questo punto, dopo lo scherzo dei giudici, potrebbe anche non levarsela per niente. Il quesito che arrovella i magistrati, è se un parlamento uscente, che si scioglierà tra poco più di un mese e si ricostituirà a gennaio con elezioni legislative, possa scegliere un presidente da imporre ad un nuovo parlamento, soprattutto quando sembra molto possibile che gli equilibri politici che oggi promettono voti al presidente non sarebbero più così scontati. L’opposizione che ha preparato montagne di petizioni, tira un amaro sospiro di sollievo. “Il generale Musharraf ha avuto un’approvazione tecnica, ma la corte non gli ha dato la piena legittimità vivrà nell’incertezza fino al risultato”, spiega Talat Masood, un analista politico. “Abbiamo chiesto alla gente di protestare tenendo negozi, uffici, ristoranti chiusi, sarà un periodo di manifestazioni, di sacrifici, dobbiamo saggiare la nostra resistenza per ribellarci allo scempio che si sta facendo della legalità”, ci dice nel suo ufficio decadente Raja Zafrul Haq, coordinatore del movimento di tutti i partiti democratici, una coalizione che raccoglie 29 gruppi all’opposizione. Musharraf terminerà il suo mandato il 15 novembre prossimo, ha promesso che di dimetterà dall’esercito se eletto e che giurerà da civile dopo essere stato Capo delle forze armate per otto anni e presidente giunto al comando con un colpo di stato nel 1999. Ma per Musharraf è una scelta difficile da fare, abituato a non spartire il potere con nessuno, tanto meno a rinunciare a quelli che perderà, come la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza e la corte marziale. Nel frattempo pur di avere un alleato fidato ha scelto l’unica persona che poteva aiutarlo se non con i voti almeno con la presenza dei deputati del suo partito e alla quale aveva ancora qualcosa da offrire: un biglietto per tornare a casa. Benazir Bhutto, due volte premier, tornerà in Pakistan proprio il giorno dopo la riunione della Corte Suprema, dopo un esilio volontario di un decennio. Musharraf ha firmato un documento che la libera dalle accuse, undici, di corruzione sue e del marito, ma un accordo tra i due non è ancora stato fatto. La Bhutto chiede l’abrogazione di una legge che non permette di essere premier per la terza volta. Serrato il braccio di ferro tra il generale che ha un ruolo da mantenere e l’ex premier che lo vuole riavere. La soluzione sembra per loro un potere diviso, tenuto insieme con la lotta al terrorismo, politica che piace molto all’occidente, rimasto l’unico sostenitore entusiasta della nuova coppia. 05 October le strane elezioniISLAMABAD - Sheik Rashid Ahmad protetto da una scrivania consumata dal tempo è circondato da decine di persone, giovani e vecchi, che gli chiedono una raccomandazione. L’ex ministro dell’Informazione, ora ministro delle Ferrovie, ascolta tutti, chi ha bisogno di soldi per comprare le medicine o chi cerca lavoro per il figlio. Ahmad, membro della Lega Musulmana Pakistana legato al presidente Pervez Musharraf, è anche una delle sue voci più vicine. “Domani si terranno le elezioni e il presidente verrà rieletto”, dice lo sceicco senza dubbi. Ma la situazione della politica pakistana si fa, ogni giorno, più intricata. Solo oggi la Corte Suprema deciderà se effettivamente se il Parlamento sabato potrà eleggere il presidente. Due i nodi legali della questione: il parlamento si scioglierà il 15 novembre prossimo e in previsione delle elezioni che si terranno il gennaio prossimo, la domanda di molti è se si debba imporre a una nuova legislazione un presidente eletto da un parlamento uscente, favorevole a Musharraf che ha abbastanza voti per vincere. Situazione non scontata se cambiasse il parlamento. Il secondo punto di dibattito e che, più o meno, vede coinvolti tutti i partiti all’opposizione, è che per la Costituzione pakistana un militare non può anche essere capo dello Stato, mentre Musharraf lo è, nonostante abbia promesso di togliersi la divisa non appena verrà rieletto. Una promessa che, ha fatto anche a Benazir Bhutto, due volte primo ministro, in esilio a Londra da una decina d’anni, per accuse di corruzione che presto potrebbero essere dimenticate. Anche di questo, un accordo a lungo negoziato, si saprà nelle prossime ore, Musharraf, vuole il sostegno della leader del partito popolare pakistano, ma la donna che sa tenere testa al generale ed è diventata un’amica fedele della Casa Bianca, chiede oltre al suo ritiro dalle forze armate, che tutte le accuse di corruzione contro di lei cadano e che venga abrogata quella legge che dice che un ex premier non possa concorrere per la terza volta. O otterrà quello che chiede o i suoi deputati boicotteranno il presidente in caduta libera travolto dall’ondata integralista e sostenuto sempre più dall’occidente e meno dalla sua gente. La Bhutto, 54 anni e le idee chiare, punta a sedersi ancora una volta sulla poltrona del premier. “Il Pakistan è stanco di vivere sotto una dittatura militare, ma Musharraf ha il sostegno degli americani, e a loro, che predicano la democrazia, non importa avere un amico dittatore, purché sia dalla loro parte”, ci spiega Javed Hashmi, capo ad interim del partito di Nawaz Sharif, l’ex premier lui in esilio, il cui governo venne fatto saltare con un colpo di stato da Musharraf nel 1999. “Purtroppo il presidente non ha rivali in queste elezioni”, si lamenta Hashmi per quattro anni tenuto in isolamento in una prigione di Rawalpindi e rilasciato solo qualche anno fa. Hashmi non prende in considerazione il movimento della Fratellanza degli Avvocati, un’organizzazione che comprende 90 mila giuristi che da settimane battono le strade di tutto il paese per convincere la gente che anche se Musharraf viene rieletto la partita non è finita, e a gennaio alle elezioni legislative dovranno votare i partiti che rispettano i valori della società civile, convinti che gente istruita e libera conterrà da sola la spinta integralista che paralizza il paese. “Il nostro compito è spiegare alla gente che la libertà non è obbedienza - esclama Munir al Malik, presidente dell’Ordine degli Avvocati della Corte Suprema, scalzo in una camera di albergo mentre tira il fiato dopo una giornata di discorsi – la gente deve imparare che giustizia non è uccidere una donna perché il fratello è sgradito a qualcuno, che la corruzione non arricchisce ma rende più fragili, e soprattutto che davanti alla legge non esistono vip”.
03 October PROSSIMA PARTENZA: PAKISTAN |
|
|