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    21 October

    Festeggiamo?

    Non ho detto quasi a nessuno dei miei amici che avevo vinto il premio Antonio Russo. Di fatto, un premio abbastanza prestigioso per il giornalismo di guerra. Ma mi sembrava di non avere nulla da festeggiare. Ogni volta che vinco qualcosa mi sembra di essere inadeguata. In fondo per anni, è un po' come se avessi imposto le mie storie. Ero sempre io quella che voleva andare e voleva fare. In realtà nessuno mi ha mai chiesto di andare in Iraq o in Afghanistan. Ero io che mi appassionavo a queste storie, a queste vite interrotte, agli sguardi della gente. In più in questo periodo non sono particolarmente di buon umore. Allora, ancora, perché festeggiare?

    Poi sono andata al premio, ho guidato per duecento chilometri attraversando l'Italia e scoprendo che mi ero dimenticata la patente a casa solo quando sono arrivata a Villafranca. Solo un mio amico che abitava sull'altra sponda ha assistito alla cerimonia. E mi ha regalato una sua canzone molto bella, forse ancora più pesante del premio che ho ricevuto. Quando la presentatrice ha letto la motivazione del premio, mi sembrava che parlasse di un'altra, poi però tra una domanda e l'altra mi sono venute in mente le persone che ho incontrato in questi anni, quelle che si sono sedute con me e mi hanno srotolato le loro vite con rabbia, con lacrime, con gioia o con dolore. Il premio hanno detto che era per il mio coraggio, ma non ci vuole coraggio a seguire la propria strada, a fare quello che si pensa sia giusto. Si fa e basta, anche quando è difficile, anche quando ci sono problemi. Si sceglie sempre chi si vuole essere.

    Quindi divido con voi questa piccola motivazione, che mi ha ricordato, che forse da festeggiare in fondo qualcosa c'era.

     

     

    LA MOTIVAZIONE PER IL PREMIO ANTONIO RUSSO 2008

    Basterebbe parlare di coraggio per motivare un premio a Barbara Schiavulli. Quel coraggio che lei, così giovane,  ha sempre dimostrato nel suo lavoro: affrontando da sola le trasferte più insidiose, senza avere alle spalle le strutture e il denaro delle grandi case editrici, ma anche correndo ogni genere di rischio per amore della verità.

    Una figura di free-lance rara, la sua: una "libera professionista" che, a un convegno politico o a una sfilata di moda preferisce un viaggio a Bagdad o a Kabul nei momenti in cui nessun altro reporter si avventura in luoghi tanto pericolosi. E così lei gira per le strade deserte di città assediate dalla guerra o dal terrorismo vestendosi da donna araba o spacciandosi per sordomuta.

    Eppure il coraggio è solo uno dei tratti caratteristici di Barbara: i suoi documentati  e puntuali reportage di guerra sono pubblicati sulle pagine di importanti testate italiane (La Stampa, L’Espresso, Il Messaggero, l’Avvenire), sono stati ripresi da giornali stranieri, da radio e tv, da siti internet a conferma del valore dei suoi servizi e delle sue storie. Storie non solo di vicende militari ma che raccontano soprattutto il dramma dei diritti umani violati e la sofferenza di chi la guerra la subisce di più, le donne e i bambini.

    07 October

    GIORNALISTI: I VINCITORI DEL PREMIO ANTONIO RUSSO

    (AGI) - Francavilla al Mare (Chieti), 7 ott. - Iraq, Iran, Libano, Somalia, ex Jugoslavia, Eritrea, Etiopia, Afghanistan, Pakistan, Cecenia, Ruanda, Congo, da ultima l'ex Birmania. Sono solo alcune delle zone ''calde'' del pianeta, teatro di conflitti internazionali o di sanguinose guerre civili, di cui abbiamo conoscenza grazie al coraggio dei reporter che sfidano il pericolo pur di raccontarli. Il giornalista abruzzese Antonio Russo, ucciso il 16 ottobre 2000 a Tbilisi, in Georgia, era uno di loro e pagò con la vita il dovere di indagare gli aspetti più controversi della guerra in Cecenia. Per il settimo anno consecutivo la Fondazione ''Antonio Russo'' lo ricorda, premiando i più autorevoli inviati speciali nei territori di guerra con il Premio Nazionale sul Reportage di Guerra ''Antonio Russo''. Anche in questa edizione il prestigioso riconoscimento, unico in Italia riservato ai reporter impegnati al fronte, è andato a nomi importanti del giornalismo, divisi nelle sezioni in cui si articola il premio: sezione televisione, Lucia Goracci - inviata Rai; sezione carta stampata, Barbara Schiavulli - freelance; sezione radio, Lao Petrilli - inviato Rds - Radio Dimensione Suono; sezione fotografia, Elio Colavolpe - Emblema.(AGI)
    03 October

    POVERO MESTIERE

    Il comando generale ha negato stasera l'aspettativa alla militare "Non può assumere incarichi incompatibili con l'adempimento dei suoi doveri" L'Arma a Margherita: "No tv" Lo strappo della Granbassi Il messaggio di Cossiga che aveva sollevato il caso: "Via libera con l'aspettativa" La fiorettista: "Peccato, quella poteva essere una soluzione". Ora dieci giorni per decidere Di solito non discuto di quello che accade in Italia. Mi occupo di Esteri. Di guerra. Di posti dove l'ingiustizia permea la vita della gente. Dove ci sono eroi e bestie. Ma in qualche modo questa storia della Granbassi e di Santoro mi coinvolge. Coinvolge tutti quelli che fanno questo lavoro con passione e fatica. Ogni tanto le cose vanno rimesse al loro posto. Una sistematina. In questo caso, in tutta questa storia dove la signora del fioretto vuole fare la giornalista e i carabinieri non vogliono per ragioni loro, c'è una cosa che non è stata presa in considerazione. Il mestiere. Non si nasce giornalista. Si diventa scrivendo e non certo saltellando su una pedana con in mano un fioretto. Neanche vincendo una medaglia alle Olimpiadi. Neanche per quanto uno sia bravo a gesticolare con un ferro in mano. Ci vuole la penna. Mi dispiace per lei, che crede che questo lavoro si possa fare solo perché si decide da un giorno all'altro o perché qualcuno te lo chiede, mi dispiace per Santoro che ha messo la qualità del nostro mestiere sotto la graticola di un tombino. O forse ha voluto creare un caso solo per avere qualche spettatore in più. Posso capirlo. Cosa non si farebbe per un telespettatore in più. Ma non va bene lo stesso. La nostra professione è malata. Prepotente e spesso arrogante. E' anche superficiale. E questa situazione della granbassi è un altro cattivo esempio. La solita bella ragazza che non merita di stare dove sta. E lei che ha faticato per arrivare sul podio dovrebbe saperlo più di qualunque altro. Dovrebbe sentirsi offesa di essere messa là solo per essere usata. Ma d'altra parte non lo fanno la maggior parte delle persone? Eppure molti di noi a questo mestiere ci tengono. Hanno sudato per diventare quello che sono. Hanno consumato suole, come si faceva una volta, hanno seguito quelli più bravi, hanno ascoltato. Ora basta una scuola per sfornare un giornalista, e già questo è abbastanza triste, ma passare da una palestra alla professione giornalista lo è ancora di più. A voi la parola...