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30 November SONO A BAGHDADSono arrivata, sono un po' in coma, adrenalina scorre. E' una splendida giornata, poco traffico, pochi posti di blocco, molti negozi chiusi, ho fatto un bel giro, visto che l'autista sembrava tranquillo. L'albergo sembra confortevole, devo ancora esplorarlo e ho una vista meravigliosa sulla green zone. Questo posto potrebbe perfino sembrare piacevole se in sottofondo non ci fossero i tuoni dei colpi di mortaio e gli elicotteri americani che pattugliano. C'è una guerra civile in corso e sono qui per raccontarla.
Barbara
25 November Inferno BaghdadECO di Barbara Schiavulli
Della macchina decorata con garofani bianchi e rossi e nastri colorati, che attraversava piazza al Shahidein per dirigersi al pranzo di nozze, non è rimasta che una carcassa di metallo bruciata e ancora fumante. Degli sposi, due delle 160 vittime del massacro di ieri a Sadr City, non è rimasta traccia. In strada, di quello che successo ieri a Baghdad, non restano che crateri ed enormi pozze di sangue che qualcuno si ostinerà a spazzare per ore con scope di saggina. Nel giro di qualche colpo di scopa, i mercati colpiti da una serie di autobombe e raffiche di colpi di mortaio ritorneranno quelli di prima, carichi di merce, di gente che compra e di venditori che sbraitano. Ma nessuno riuscirà a dimenticare l’ultima strage. Mezzora in cui l’inferno è salito fino a Sadr City, e ha fatto tuonare la capitale. Alle tre del pomeriggio, quando il sole era ancora tiepido, la prima esplosione, e poi una seconda, ancora e ancora e un’altra ancora. Chi ha fatto in tempo ha cercato rifugio, negli androni dei palazzi, sotto i banchi del mercato, ha incassato la testa tra le braccia e ha aspettato che la terra smettesse di tremare prima di riaprire gli occhi già colmi di lacrime. Tutto intorno a loro era cambiato. Alcuni corpi erano irriconoscibili, altri ancora bruciavano, poi le urla, i pianti, le sirene delle autoambulanze e i passanti, improvvisati soccorritori, sono stati costretti a raccogliere i corpi dilaniati per portarli negli ospedali ogni giorno sempre affollati di vittime. Hanno usato le cariole, delle tavole, qualunque cosa per intervenire prima sui feriti. Più di 250 feriti e 160 morti. Tre piazze devastate. Sadr City, è il quartiere più povero di Baghdad, dove la disoccupazione dilaga, le case sono diroccate, le fogne scorrono con i loro liquami a cielo aperto. Ci vivono 2 milioni di persone e sono tutte arrabbiate e disperate. Una città quartiere degradata, roccaforte degli sciiti, della criminalità e della guerriglia sunnita che fa a capo almeno in apparenza a Moqtada al Sadr, il leader radicale ribelle. Il centro di Sadr City è un mercato: un bazar che dalle vie principali si ramifica in mille strade, vicoli e cortili. Si compra di tutto, dalla droga, passaporti falsi ai medicinali, ai diplomi di laurea. Dai kalashnikov alle magliette di al Sadr. E’ questo uno dei posti in cui i sunniti si vendicano, perché anche se nessuno ha voglia di chiamare le cose con il nome giusto, in Iraq è in corso una devastante guerra civile. Sunniti contro Sciiti e sciiti contro sunniti. Tutti sapevano, che quello che è accaduto ieri, stava per succedere, non immaginavano di tali proporzioni, ma un attentato era atteso, dopo il sequestro di decine di sunniti prelevati da un edificio del ministero dell’Istruzione la scorsa settimana, di cui ancora un’ottantina di persone sarebbero nelle mani dei rapitori. La carneficina degli sciiti non fermerà la sete di sangue, in Iraq non ci sono mai abbastanza morti, da costringere a dire che sono troppi. Il ministro degli Interni subito dopo gli attentati, ha cercato di rimandare la vendetta contro i sunniti, imponendo il coprifuoco a tempo indeterminato. Ma è solo una misura di tamponamento che forse farà guadagnare qualche giorno, ma non di più. Per le milizie del Mahdi, l’esercito di Al Sadr, al suo interno diviso e corroso da faide insanabili, è una dichiarazione di guerra. Sono scesi per le strade, pattugliano il quartiere e tengono consigli di guerra. Mentre il premier al Maliki, spinto dagli Stati Uniti a sbarazzarsi delle milizie, annaspa, ben sapendo che le ali armate sciite accusate di torture e rapimenti contro i sunniti, appartengono proprio a quei partiti che lo sostengono. “State calmi”, ha detto il premier apparendo in televisione, ma per Baghdad sono solo parole vuote. 17 November Amina, una voce irachena
L’Iraq è all’altro capo del telefono. Gli squilli sono chiari e nitidi. Shermeen risponde subito. Shermeen è la mia traduttrice e non solo: è la donna che accompagna i miei viaggi iracheni, è la mia voce e il mio udito, ma è anche la mia guardia del corpo e nel modo più sicuro possibile, trattandomi come se io fossi una delle sue figlie. Appena capisce chi sono, si commuove. “Barbara sono così felice di sentirti”. Lo sono tutti in casa, a Baghdad in un quartiere sciita spesso preso di mira dai colpi di mortaio dei militanti sunniti. Percepisco i gridolini festosi delle ragazze non lontano. Amina la figlia più grande s’inserisce nella conversazione e, in meno di un minuto, scansa la madre. “La tua chiamata è la cosa migliore di oggi, e anche di ieri”, dice mentre immagino il suo sorriso adolescente. Amina ha 19 anni ed è una studentessa universitaria della facoltà di Medicina. Le chiedo come sta e come va la scuola. Ieri è stato assaltato un edificio del ministero dell’Istruzione, ma quella è solo una delle notizie sconvolgenti che riguardano la scuola irachena: quasi 200 professori uccisi, centinaia fuggiti, studenti divisi tra sciiti e sunniti, ragazze molestate. “E’ ogni giorno più difficile. Sono andata anche oggi. Continuo andare ogni giorno, ho bisogno di studiare, non posso perdere le lezioni abbiamo frequenza obbligatoria, anche se a volte i professori neanche riescono a venire”. Amina ogni giorno si fa accompagnare alla facoltà. Non prende più autobus o taxi, suo padre la carica in macchina, le dice di stringersi in testa quel velo che nessuno fino ad ora l’aveva mai abituata a portare e poi si immerge nel traffico quotidiano. “Ho davvero molta paura. A volte tengo gli occhi chiusi per tutto il percorso. Ho paura quando vedo una macchina che si avvicina, quando vedo un posto di blocco che penso potrebbe essere falso. Quando vedo un mezzo americano che potrebbero attaccare o quando vedo qualcuno con le armi. Non ne posso più di tutte queste armi. Non ne posso più di questo posto. Noi non viviamo, cerchiamo solo di arrivare alla sera e io ho paura”. Amina cerca di calmarsi, la sua voce trema. “Mamma mi dice di stare a casa, ma io non voglio, ho bisogno di studiare. Se smettessimo di andare a scuola cosa accadrebbe?”. Molti lo hanno già fatto, soprattutto i genitori dei bambini più piccoli, preferiscono aspettare che la situazione migliori, ormai è troppo rischioso, molte scuole elementari sono state distrutte da colpi di mortaio, decine di bambini sono stati rapiti per un riscatto. “Anche quando siamo in aula non ci sentiamo tranquilli, nella classe di un’amica un giorno è entrato un uomo armato e ha ucciso il professore davanti a tutti”. La sorella di Amina ha solo 16 anni e anche lei continua ad andare alle superiori, mentre Walid il fratello più grande si è da poco laureato in ingegneria. Lui sta a casa, studia per migliorare il suo inglese e spera di riuscire a lasciare il paese per trovare lavoro. “I miei non possono permettersi di lasciare l’Iraq, le università in Giordania costano molto, mentre qui sono gratuite - mi spiega Amina – in qualche modo ce la faremo. Anche se è molto dura, non si può neanche fare una passeggiata o andare a fare shopping, non si può fare più niente se non starsene a casa ad aspettare”. Amina che cosa aspetti? “Aspetto che la situazione migliori, aspetto che l’Iraq diventi quello che ci era stato promesso, aspetto di poter uscire a farmi una pizza con le amiche, ma mentre aspetto, ho tanta paura di morire”.
06 November Giustizia è fatta?????ECO di Barbara Schiavulli
Per molti ieri è stata fatta giustizia. Saddam Hussein, l’ex presidente dell’Iraq è stato condannato a morte. Per tanti il mondo oggi è un po’ migliore e più pulito. Per altri è un po’ più diviso: gli sciiti esultano, i kurdi sorridono, i sunniti protestano. Questo verdetto non ha cambiato l’Iraq che resta spaccato nelle sue sanguinose posizioni. Ma almeno ha placato la sete di vendetta delle famiglie di centinaia di migliaia di vittime. E se questo bastasse ad alleviare un po’ del loro dolore, allora forse giustizia sarebbe stata fatta. In Iraq, però già da tempo, il caso Saddam è stato archiviato. Vederlo morire o marcire in una prigione non cambierà il destino degli iracheni, ogni giorno più difficile, mortale, lontano da quella democrazia che i politici iracheni vogliono far credere che funzioni. Il dibattito è aperto, il mondo che ha appoggiato Saddam quando faceva comodo e poi lo ha combattuto, infarcisce gli iracheni con le sue opinioni, mentre loro pensano solo a come sopravvivere un giorno in più. Se l’Occidente si aspettava un Saddam sciolto in lacrime davanti ad una condanna a morte, non può dire di aver avuto soddisfazione. Il primo giorno del processo l’ex rais sbattè in faccia ai giudici un “Io sono il presidente”, che fece tremare gli iracheni che lo guardavano incollati alla tv. L’ultimo giorno, invece, mentre lo condannavano a morte, gridava “Dio è Grande”, in tutta la sua statura e fierezza. “Lunga vita all’Iraq e agli iracheni” diceva sovrastando e annullando la voce del giudice che leggeva la sentenza. Ha trascorso una vita laica e maledetta, ma negli anni passati in prigione ha scoperto il Corano o forse è così che ha voluto che la sua immagine apparisse in quel processo show che hanno imbastito gli americani come se si potesse giudicare un dittatore, come se sciorinare le malefatte di Saddam potesse raccontare qualcosa di nuovo agli iracheni. Avrebbe mai potuto essere assolto? Avrebbe mai potuto esserci qualche ragionevole dubbio? Il processo serviva all’Occidente vincitore. Saddam non morirà in fretta, oggi comincerà l’appello e poi ci sono anche gli altri processi e se mai verrà fatta giustizia per tutto quello che ha combinato, dovranno impiccarlo almeno una trentina di volte. Anche se sarebbe preferibile quanto impossibile immaginare un Iraq diverso da quello di Saddam, un Iraq democratico dove condannare a morte viola il rispetto per la vita. Nel frattempo sono più interessanti i processi dei collaboratori di Saddam Hussein, sono loro che hanno scelto di seguirlo, sono loro che pagheranno per le decisioni che hanno preso. Per loro, uomini semplici, diventati aguzzini, giustizia, se saranno tutti processati, sarà fatta. Ma Saddam è un simbolo, già abbattuto. Ora è solo un vecchio fuggito dalla realtà che lo circonda, gli iracheni potranno vederlo morto, ma non avranno la soddisfazione di vederlo addolorato o pentito per quello che ha fatto. Nei libri di storia consegnati quest’anno agli studenti iracheni, non si parla né di Saddam né del suo regime. “Non sappiamo come rendere giustizia a tutti senza urtare la sensibilità di qualcuno. Quindi abbiamo deciso di non parlare di lui”, mi aveva detto un funzionario del ministero dell’Istruzione. Da quest’anno in poi ci saranno milioni di ragazzini a cui Saddam non sarà neanche spiegato. A Baghdad e in cinque province sensibili è stato decretato il coprifuoco. Molti lo hanno violato scendendo in piazza a manifestare, la maggior parte ballavano e gioivano come nel quartiere sciita di Sadr City dove ogni giorno vengono raccolte decine di vittime torturare e uccise. Nel quartiere sunnita di Adhamiya invece hanno sparato colpi di mortaio e inneggiato contro gli americani, anche in quel quartiere ogni giorno vengono recuperati decine di cadaveri vittime della violenza settaria. Saddam aveva unito gli iracheni avvolgendoli in un mantello di paura, chi fiatava moriva. La guerra per liberarsi di Saddam, ha unito gli iracheni sotto un ombrello ancora fatto di paura, chi non è della setta giusta muore. Solo che oggi è più difficile portare i responsabili alla sbarra e pensare che basti abbattere un dittatore perché tutto diventi come dovrebbe essere. 01 November Tzipi Livni, una donna in Medio OrienteELLE
di Barbara Schiavulli
Una sigaretta tra le labbra, i piedi incrociati appoggiati sulla scrivania, il bottone della giacca del completo slacciato e lunghe boccate di fumo che si perdono nell’aria del suo ufficio in centro a Gerusalemme. E’ così che si rilassa tra un incontro al vertice e l’altro. E’ così che pensa le nuove strategie, è così che per un minuto si estranea dal resto del mondo. Non ha un lavoro facile, ma lei ha tutte le carte in regola per farlo. Su questo nessuno ha dubbi. C’è un volto nuovo che si sta facendo largo tra le vie burrascose del Medio Oriente. E’ mamma di due bambini, è moglie, e non ha nessuna paura di sgomitare. Tzipora Livni, ministro degli Esteri israeliano e vice premier, è la donna più potente del Medio Oriente. Donna appunto: bionda, alta, impeccabile, ha fatto del suo forte accento israeliano la voce della diplomazia. Onorevole? Signora ministro? Come bisogna chiamarla? “La gente mi chiama Tzipi”, risponde senza esitazione. Tzipi è nata nel 1958 a Tel Aviv, una città che ama e dove tuttora vive con la sua famiglia nonostante ormai trascorra la maggior parte del tempo a Gerusalemme o in viaggio in giro a trovare i capi del mondo per raccontare il suo popolo ad amici e nemici. Laureata in legge, specializzandosi in diritto pubblico e commerciale nella conservativa università Bar Ilan, ha fatto l’avvocato per poco tempo prima di seguire la sua vera passione, tramandata da suo padre. Il sangue non mente, e quello di Tzipi è contaminato dalla politica. Lo deve ai suoi genitori. Tzipi è la figlia di Eitan e Sarah, due ebrei giunti dalla Polonia. Una famiglia ben nota, considerati eroi quando ancora una patria gli ebrei non l’avevano. La piccola Sarah, come ancora la cantano alcune canzoni di battaglia assieme al marito Eitan combattevano contro il mandato britannico in Palestina. Eitan era il capo delle operazioni di un’organizzazione clandestina, chiamata Irgun, che dal 1931 al 1948 fece del suo meglio per cacciare gli inglesi. Per raggiungere il loro obiettivo qualsiasi mezzo era giustificato anche attaccare il quartier generale degli inglesi, dove nel 1946 nel prestigioso hotel King David di Gerusalemme morirono 91 persone. Fondato lo Stato di Israele, il padre divenne fino alla sua morte un parlamentare e membro del Likud, il partito conservatore. In questa famiglia della destra radicale, Tzipi Livni ha imparato l’arte della mediazione, ma solo da adulta e ministro avrebbe fatto i conti con il suo passato e deciso che il suo posto in Israele era nel mezzo dove c’era posto anche per il dialogo. Prima dell’università come tutte le ragazze israeliane, ha servito per un anno nell’esercito con il grado tenente e poi dall’età di 22 anni ha lavorato per il Mossad, i servizi segreti israeliani. “Nell’ufficio legale”, assicurano alcuni, “un’agente operativa all’estero”, dicono altri, mostrandola come una perfetta 007 israeliana. Tzipi venne eletta alla Knesset, il parlamento, nel 1999. Quando Ariel Sharon divenne primo ministro nel 2001, la Livni venne nominata ministro per la Cooperazione Regionale. Ma quello che allora sembrava già un successo, era solo l’inizio, divenne poi ministro dell’Agricoltura, dell’Immigrazione, dell’Edilizia, per poi nel 2005 sedersi sulla poltrona di ministro della Giustizia. A molti sarebbe bastato. Ma Tzipi puntava in alto e finora non sembra mai aver sbagliato un colpo. Anche, quando ha rischiato il tutto per tutto lasciando il partito e seguendo il suo mentore. Nel 2005 Sharon abbandonò il suo partito di sempre, il Likud per fondarne uno nuovo di centro basato sull’idea del piano di evacuazione dai territori palestinesi. Non molti lo sostenevano politicamente, se non la gente, stanca di vivere nella paura, fu disposta ad appoggiare la via del ritiro unilaterale piuttosto che quella dei continui tira e molla diplomatici con i palestinesi. Tzipi, fu la prima a cui Sharon chiese di entrare nel suo partito. E la prima a dire sì, nonostante fu costretta a recidere il legame politico della sua famiglia legata al Likud. Per questo dovette scontrarsi con il fratello e tutti quelli che le dicevano di non farlo. Ma lei ci credeva. “Sulla tomba di mio padre c’è scritto: qui giace il capo delle operazioni dell’Irgun, l’organizzazione che ha combattuto per fondare lo stato di Israele. Sulla pietra è disegnata la mappa del Grande Israele. Molti mi chiedono se il compromesso territoriale è contro l’ideologia di mio padre. Ma lui mi ha insegnato a credere in Israele come uno stato democratico dove tutti hanno gli stessi diritti. Ho dovuto accettare il fatto che le proprie idee non possono essere del tutto realizzate, ma si può scegliere quali sono le cose più importanti. Ed è quello che faccio”. Quello che nessuno sapeva era che di lì a poco un’emorragia celebrale avrebbe posto fine alla carriera politica di Sharon spalancando le porte ai suoi due delfini, Ehud Olmert, oggi premier e appunto Tzipi Livni, la sua peggior rivale, lanciata sotto i riflettori della diplomazia, catapultata in quel pezzo di mondo dove si costruisce la Storia sempre all’inseguimento del suo sogno, ora non più tanto inconscio, quello di governare Israele. E per farlo ha tutte le carte in regola appunto, un po’ mamma, un po’ moglie, un po’ soldato, un po’ spia. Ma soprattutto donna. Ma non è solo questo. Tzipi Livni, considerata un po’ fredda da chi lavora con lei, e forse un po’ troppo riservata, ha un’altra carta vincente nel suo mazzo: è rispettata e apprezzata dagli israeliani da qualunque parte politica. E’ una donna onesta, non a caso la chiamano Mrs Clean, Signora Pulizia, considerata aquila e colomba a secondo delle situazioni. Non ha scheletri nell’armadio al contrario di molti suoi colleghi che riempiono colonne di giornali con i loro scandali quotidiani. “Sono entrata in politica perché pensavo si dovesse fare qualcosa per risolvere la questione palestinese. Per anni i nostri leader non sono stati in grado di prendere decisioni. Ho sposato il piano di evacuazione perché sapevo che potevamo essere di nuovo il paese unito e forte che dobbiamo essere”. Un maschiaccio con il fascino delle donne intelligenti. La sua divisa è un rigoroso tailleur nero, scarpe di pelle con un tacco leggero, capelli a caschetto, si divide tra la casa e il lavoro, tra decidere l’educazione dei figli e spiegare il mondo la guerra in Libano. Quando ha tempo, si rilassa davanti ai tamburi, l’unico hobby che sembra riuscire ancora a coltivare. Ma che la scarica dalle tensioni di un paese sempre in guerra e una carriera che nel giro di pochi anni l’ha portata molto lontano come politico ma anche come donna che ha scoperto capace di saper cambiare, i “se solo…non sono per me”, dice Tzipi, e la maggior parte degli israeliani è con lei. |
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