Barbara's profileBARBARA SCHIAVULLIPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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30 November L'AVANZATANon avrà avuto più di dieci anni, due occhi enormi e un fratellino in braccio che si portava dietro come una borsetta. Il velo viola le scendeva lungo la veste, un abito a fiorellini che le arrivava alle caviglie ma non le impediva di giocare con gli altri bambini del villaggio in una valle sperduta a pochi km da Kabul. Era come se il tempo si fosse fermato. Niente parabole o frigoriferi, l’unico indizio di vita moderna era qualche radio e la pompa dell’acqua. La costruzione più nuova era una scuola e un campo di pallavolo. Ogni giorno, due volte al giorno, i bambini escono dalle case attraversano un cortile sterrato e per ore ascoltano le loro maestre che gli insegnano a leggere a scrivere. Si accalcano sui banchetti, provenendo dai villaggi vicini, dopo ore di cammino, tra le montagne rocciose e guadando fiumi secchi che si gonfiano durante le inondazioni e distruggono tutto. L’ultima volta, quasi sei mesi fa, la violenza dell’acqua ha spazzato alcune case lasciando una vedova e alcuni bambini orfani. La scuola l’hanno costruita i militari italiani, insieme nella zona a ponti, campi da calcio, cliniche. I bambini non hanno paura degli italiani, gli corrono incontro come se arrivassero vecchi amici e aspettano in fila un regalino. Vogliono penne. I militari regalano un colore a testa e sorrisi a quei bambini per niente spaventati dalle armi o dai mezzi blindati gli saltellano intorno. I soldati sanno quanto è importante avere un buon rapporto con la popolazione. Sono loro l’avamposto che impedisce il peggio e sono loro i primi a morire quando avviene un attacco contro la coalizione. I capi del villaggio portano te e biscotti fatti al forno. Nessun soldato si chiede come sono stati lavati i bicchieri o se i pistacchi faranno male, si fidano a vicenda mangiucchiano, bevono sorsate di tè, perché sanno che nello scambio di cibo che si racchiude una stretta di mano. Sembra incredibile che in queste valli si nasconda il pericolo. “Il lavoro degli italiani e di tutti i contingenti che si occupano di cooperazione e sviluppo è fondamentale in Afghanistan”, ci ha raccontato Nawib Mohammad, inviato della tv afgana Tolo Tv, l’unico giornalista che frequenta le zone del sud in mano ai Talebani – sei province sono in mano degli “Studenti di Dio”, la gente non li sostiene, ma il governo non è in grado di garantire quello di cui hanno bisogno. Il presidente Karzai non spiega al popolo che le truppe straniere sono qui per aiutare mentre la militanza ha un sistema di comunicazione migliore, facendo credere che gli stranieri sono qui per conquistarli e ogni buon musulmano deve combattere”. Nella valle Pagman gli italiani hanno costruito anche un campo di calcio e anche il ponte dove è morto il maresciallo Paladini. La valle a nord ovest della capitale, è un agglomerato di montagne e colline bianche che si aprono su valli verdeggianti dove i talebani cercando di penetrare. L’obiettivo è riconquistare Kabul. “Non torneremo mai più sotto il regime dei talebani – ci aveva detto un’amica afgana che al posto del burqa ora indossa un morbido velo colorato – Non torneremo fantasmi delle nostre città”. Ma i talebani avanzano, secondo un rapporto diffuso qualche giorno fa dal Senlis Council, noto think-tank internazionale, “controllano ormai stabilmente il 54% del territorio afgano e stanno accerchiando la capitale: ormai la questione non è più se i talebani torneranno al potere a Kabul, ma quando lo faranno. La Nato è destinata ad essere sconfitta, almeno che - si legge nel rapporto - non raddoppi le proprie truppe da combattimento con il contributo di tutti i suoi membri". L’ultima conquista il distretto occidentale di Gulistan, ha affermato il suo governatore Mahaidin Baloch. Si trova nella provincia di Farah, sempre sotto il controllo dei militari italiani. 20 November Marquez non si deve leggereTEHERAN - L’impiegato che ha commesso l’errore è già stato licenziato. Non avrebbe dovuto farsi sfuggire il un libro che doveva essere censurato. Invece “Memorie delle mie puttane tristi”, l’ultimo capolavoro del premio Nobel Garcia Marquez è sfuggito alla rete della censura e prima che i mullah, le autorità religiose, se ne accorgessero aveva già venduto cinquemila copie. Un errore burocratico ha precisato il ministro della cultura che ha fatto in modo che venisse sospesa la pubblicazione della seconda edizione del libro. E’ la storia struggente di un vecchio che a novant’anni decide di festeggiare andando a letto con una ragazzina vergine di 14 anni. Appisolata nel suo letto la prima sera, non osa svegliarla, così ogni sera si ferma a guardarla, mai avrebbe potuto immaginare di innamorarsene. Un “errore burocratico”, ha precisato il ministro della Cultura. Uno sbaglio immediatamente corretto. Sono migliaia i libri occidentali bloccati dal ministero e non pubblicati nelle tipografie iraniane. L’Amleto di Shakespeare distribuito in Iran ha perso Ofelia nella maggioranza delle scene, mentre nell’Otello, il suo suicidio fu eliminato perché secondo i censori, “avrebbe rattristato le masse”. Anche Olivia è stata tolta a Braccio di Ferro. Ma nelle città si trova tutto, il mercato nero di Teheran non ha tanti rivali. Mentre i ragazzi girano con l’Iphone appena giunto in Europa, presto si troverà anche il libro di Marquez stampato illegalmente, comprato infrangendo le regole e letto nelle case iraniane dove lo Stato non lo fanno entrare. “Secondo i Guardiani della Repubblica Islamica – racconta Nazar Nafisi, autrice del best seller “Leggere Lolita a Teheran” – libri come Lolita o Madame Bovary sono moralmente corrotti. Danno il cattivo esempio ai lettori e li spingono a commettere azioni immorali. Eppure non leggiamo Lolita per sapere di più di pedofilia, così come non decidiamo di andare a vivere sugli alberi dopo aver letto il Barone Rampante di Calvino. Non leggiamo per trasformare le grandi opere letterarie in repliche semplicistiche della nostra realtà, ma per il sensuale puro e semplice piacere di leggere”. Silenziosamente gli iraniani accettano le regole imposte dal potere dei religiosi e sorridono allo shock occidentale quando accade qualcosa del genere. “Per noi non cambia molto. E’ come una strada che si interrompe, da qualche parte c’è sempre una deviazione che ci porta dove dobbiamo andare e mentre voi vi arrabbiate, noi siamo già a metà di un'altra strada”, mi spiega Massud, un ragazzo appena laureato in ingegneria. Nella casa di una dei più famose cantanti classiche iraniane, che ha smesso di cantare perché le donne non possono esibirsi da sole, la bellissima Solang avverte l’Occidente di non pensare che questo sia un paese avvolto nel buio: “Non bisogna confondere i discorsi frammentari con pensieri profondi, politica con etica, reality show con intrattenimento creativo. Non sempre sono i dittatori ad uccidere la cultura. Di sicuro qui non ci riescono. Possono avermi imbavagliato, la gente può non sentirmi, ma dentro la musica non smette mai”. Un indignazione pacata quella della gente abituata allo zelo dei mullah, d’altra parte la censura della Repubblica islamica è stata sempre un po’ bizzarra: il primo mullah, dopo la Rivoluzione di Khomeini, incaricato nel 1979 di dare i permessi ai film che potevano andare in onda, era cieco.
17 November TEHERAN AL CIRCOTEHERAN - La fila davanti alla biglietteria arriva fino alla strada. Gli uomini fanno la coda mentre le mogli aspettano con i bambini che strattonano le lunghe vesti nere che infagottano i loro corpi. Gli organizzatori non ci possono credere. Non hanno fatto pubblicità, non erano neanche sicuri che sarebbero riusciti a debuttare. “Abbiamo venduto tutti i biglietti e c’è gente che chiede di entrare”, dice una testa velata che fa capolino nell’ufficio dell’amministratore. In una notte limpida per una capitale, brilla l’insegna a centinaia di metri di distanza. “Signori e signore in città è arrivato il circo Togni”. E Teheran è impazzita, quella che sembrava un’impresa impossibile è diventata realtà. Non è stato facile, non è stato veloce, non sono mancati incidenti, ma alla fine l’esordio è avvenuto. Occhi sgranati, bocche spalancate, bambini rapiti e genitori sorridenti. Non si vede spesso un Iran che si diverte oltre le porte di casa. “Per noi è stata una sfida e il sogno di un amico iraniano che aveva lavorato con noi trent’anni fa – ci racconta Livio Togni seduto accanto a suo fratello Davio, il domatore di Leoni quando ancora i tecnici stanno sistemando corde e lampadine a poche ore dal debutto – l’Iran non vedeva un circo da trent’anni da prima della rivoluzione”. L’ultimo circo ai tempi dello Scià fu il circo di Moira Orfei, dopo un anno di lavoro, incappò nella rivoluzione e dovettero scappare aiutati da una nave militare a lasciare il paese. “Ma ora siamo qui ed è ora di fare un po’ di magia”. Leoni, tigri, struzzi e pony, il mondo fantastico degli animali si è trasferito nella zona ovest della città in un grande parco che costeggia l’autostrada. Il circo non si può mancare. “Arrivare qui è stata una vera avventura”, dice Livio che ancora sospira. 38 camion, qualche macchina, bestie da accudire e diverse frontiere da attraversare, di certo non abituate ad un boa di due metri e ad una montagna di attrezzature. “Prima di partire gli sponsor ci hanno tutti abbandonati, nessuno credeva che ce l’avremmo fatta. Ma noi abbiamo deciso di continuare rischiando di persona. E abbiamo avuto ragione, alla fine siamo arrivati. Per venti giorni mentre i camion si avvicinavano – racconta Togni – ho lavorato per sbloccare la burocrazia. Nessuno sapeva se stasera saremmo andati in scena”. Due giorni fa è giunta la commissione Cultura del governo per giudicare lo spettacolo e dare il consenso. Via le ballerine, via le trappezziste, tutte le donne col velo. “Abbiamo adattato lo spettacolo alle esigenze del paese, abbiamo ottenuto il permesso, i pantaloni si sono allungati, le musiche si sono fatte più soft, ma lo scopo del circo resta lo stesso, se faremo sorridere un bambino ne sarà valsa la pena”. I bambini non hanno sorriso, alla vista dei pagliacci si sono illuminati, le piccole manine applaudivano accompagnate da quelle dei genitori che sembravano divertirsi più dei ragazzini. Le donne non possono assistere ad una partita allo stadio, ma al circo erano numerose, velate come le ragazze italiane che fanno ancora un po’ fatica. Hanno comprato abiti adeguati che coprono fino a metà coscia, e le trapeziste si allenano in jeans anche se sanno di non poter volare nell’aria del tendone. Solo una di loro si esibirà, vestita da Ninja, in una tuta nera che la copre o meglio la nasconde da capo a piedi, il seno fasciato per non esibire quelle forme che potrebbero dal fastidio ai religiosi. Sfreccia nell’aria, molti non sanno neanche che è una donna. “Questa esperienza iraniana per noi è appena cominciata – afferma Davio Togni che sta per indossare l’uniforme da domatore – resteremo sei mesi, due spettacoli al giorno, sperando di fare almeno un paio di altre tappe. Ormai l’Occidente è saturo dello spettacolo circense, quando si arriva in una città da noi è una tradizione, qui invece è un evento”. Il circo è vita, concordano i fratelli, un’avventura che si trasforma ogni giorno. “Per noi questo è uno scambio culturale che spero contribuisca al dialogo tra i paesi. Il nostro è un linguaggio universale, speriamo di portare qualcosa di buono a queste persone. Inshallah, se Dio vuole”, interviene Livio. Intanto in disparte le ragazze si aggiustano il velo, sbuffano, la moglie di Davio che si esibisce con l’hula hop è tra gli esclusi dello spettacolo, ma il lavoro da fare nel circo non manca mai, “Sono gran belle donne le iraniane”, concordano tutte. Alle 8 precise si comincia: 250mila rials, 18 euro per i posti migliori, 100 mila per quelli popolari, la fila aspetta, la gente si accomoda, lo spettacolo sta per cominciare. DONNE CON LA PALLA
Elham Shahasavari pensa di aver trovato lo sport perfetto. Nonostante il rigido codice di abbigliamento imposto dalle leggi dello Stato e la fatica di un allenamento che non fa sconti a nessuno. Elham è una giocatrice della squadra femminile di rugby a Teheran. Non solo è uno sport normalmente difficile per una donna, ma per un’iraniana è quasi un’impresa, una lotta contro la società, la famiglia e in qualche modo lo stato che non permette alle donne neanche di andarsi a vedere una partita alla stadio. Ma Elham ama fare sport più di qualsiasi cosa, è anche se deve indossare il velo, anche se sa che non potrà mai giocare contro squadre occidentali, spera un giorno di poterlo fare. “Nel 2007 mi è stato suggerito di giocare per la mia forza fisica mentre ero in università, all’inizio la mia famiglia non voleva che attraversassi la città da sola ma poi hanno ceduto”, racconta Elham, una ragazzona intrappolata in una maglietta che le arriva alle ginocchia, un velo blu in testa e un paio di pantaloni della tuta. Si allena con le sue compagne in un campo isolato all’interno dell’immenso complesso sportivo di Azadi. Una città dello sport, dove è possibile fare di tutto. In costruzione ad una delle estremità, anche uno stadio per sole donne, dove loro giocheranno ma per la prima volta potranno anche fare il tifo. Le ragazze del rugby sono incantate dal loro allenatore: un giocatore della nazionale di rugby che ha dovuto passare una dura selezione per avere quel posto. Ma è un lavoro unico: allenatore di una squadra femminile in Iran. Un pioniere, un uomo che sa di fare la storia dello sport iraniano. “Passa la palla, fermala, atterrala”, sbuffa Ali Reza Iraj, 37 anni e ventisei ragazze scatenate che fanno tutto quello che dice. D’altra parte non può che dare ordini, visto che a quelle sportive non le può neanche toccare per far vedere una mossa. “A volte devo chiedere un permesso per portare un giocatore maschio per poter mostrare alle ragazze delle sequenze, delle prese – racconta Ali che sfoggia una corporatura ben fatta – non è facile, ma queste ragazze sono brave, potrebbero essere le più brave ma non c’è ancora una squadra nazionale, anche in questo caso è difficile ottenere i permessi, ma se potessero giocare nelle gare internazionali sarebbero l’orgoglio di questo paese”. Ma le autorità iraniane frenano la loro bravura. “Come tutte le cose all’inizio in questo paese, ci vuole tempo, fino a quando diventano normali. Tra noi c’è un bel rapporto, mi parlano se hanno problemi, i genitori sono contenti, io sono fiero di loro, sono agguerrite, capaci, non importa se piove o fa freddo, per tre giorni a settimana due ore ogni volta sono qui. Amo il rugby perché mi fa dormire la notte”, sospira Ali. “Anche io ho sempre fatto sport, mi piaceva molto il calcio, la corsa, ma il rugby è un’emozione che corre. I miei genitori avevano paura che mi facessi male. E avevano ragione, ci si rompe dita, costole, ma poi si riaggiustano e si ricomincia, perché ci piace vincere - racconta Zaro Nuri, 22 anni e un corpo più minuto – di noi non s’interessa nessuno, siamo solo donne in fondo”. Le ragazze corrono in campo, cercando di rubarsi la palla ovale, sorridono, digrignano i denti, si attaccano come se avessero il fuoco dentro. Intorno a loro è calata la sera e la temperatura è rigida ma non sembrano neanche accorgersene. 04 November Colpo di stato del presidenteOscurate le tv, strade presidiate dai militari, cellulari senza segnale, caccia ai giudici e agli intellettuali, arrestato il capo dell’opposizione e sospesa la Costituzione: il Pakistan è sotto assedio dal suo stesso presidente. Il pretesto è quello della violenza fondamentalista che dilaga nel paese, ma la ragione dello Stato di emergenza dichiarato all’improvviso dal presidente pakistano Pervez Musharraf ha ragioni ben più profonde e personali che hanno a che fare con il suo ruolo politico, l’estrema debolezza del suo mandato e le interferenze dei giudici che a suo parere, lo dice nell’ordine presidenziale, “lavorano contro il potere esecutivo impegnato nella lotta al terrorismo e all’estremismo”. In realtà a quasi un mese dalle elezioni presidenziali, dove Musharraf ne uscì vincitore, si aspetta, entro il 12 novembre per legge, il verdetto della Corte Suprema che deve annunciare se la candidatura del presidente è valida, visto che la Costittuzione pakistana, almeno in una cosa è chiara: un presidente non può essere capo dello Stato e delle Forze Armate allo stesso tempo, ruoli che invece Musharraf copre da sette anni, da quando con un colpo di stato ha preso il potere. Il generale più volte ha promesso di disfarsi della divisa, ma di fatto non l’ha ancora mai fatto, e sa bene che una volta appesa nell’armadio, perderebbe la facoltà di dichiarare lo stato di emergenza e sospendere la Costituzione, così come ha fatto nelle ultime ore creando il panico in un paese nel pieno della campagna elettorale in vista delle elezioni che si sarebbero dovute tenere a metà gennaio. Ora tutto è in forse, perfino la presenza di Benazir Bhutto. “E’ assolutamente scioccata da quello che sta accadendo - ha detto Rehman Chishti, uno dei consiglieri dell’ex premier spiegando che la Bhutto era a Dubai per una breve visita alla famiglia - è ripartita subito per il Pakistan per stare con la sua gente e per sfidare il generale Musharraf”. Atterrata a Karachi, la Bhutto è rimasta per ore seduta nell’aeroplano aspettando di sapere se sarebbe stata arrestata o deportata. L’ex premier giunta in Pakistan il 18 ottobre scorso, dopo aver sigillato un accordo benedetto dagli americani, dove le venivano cancellate tutte le imputazioni di corruzione che l’hanno tenuta in esilio per otto anni, in cambio di una divisione futura di potere con Musharraf che avrebbe trasformato la sua dittatura militare in una democrazia. Ma la strada intrapresa dal generale è molto poco democratica, la Corte Suprema ha tentato di revocare lo stato di emergenza, considerato illegale e il risultato è stato che sette giudici della Corte Suprema del Pakistan si sono rinchiusi all'interno dell'ufficio del presidente Iftikhar Mohammed Chaudry, assediati dalle forze paramilitari che vorrebbero arrestarli. Per il governo invece la presa di posizione della Corte non ha valore giuridico dato che lo stato di emergenza proprio per la sua eccezionalità non può essere impugnato da istanze giudiziarie. Secondo la tv privata Geo che ancora riesce a trasmettere, il presidente dell’Ordine dei Giudici Aitzaz, capo dell’opposizione è stato arrestato. E ancora, Musharraf ha fatto oscurare i canali delle televisioni private in alcune città e nella capitale ha bloccato il segnale telefonico dei cellulari. Preoccupato il resto del mondo, il Pakistan alleato degli americani è l’unico stato islamico con un arsenale nucleare: "Non approviamo le misure extra-costituzionali e speriamo che, qualunque cosa avvenga, in Pakistan si torni rapidamente a muoversi nel rispetto della costituzione", ha detto Condoleeza Rice, segretario di Stato americano. |
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