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27 December TORNATA A CASAHo lasciato Baghdad e come al solito un pezzetto di cuore. Sana e salva sono tornata a casa. Spero di avervi raccontato un po' di Iraq, diverso da quello che si legge o non si legge sui giornali. Buone Feste a tutti, qui e lì.
Barbara Inferno DonnaBAGHDAD - Noor arriva e la prima cosa che fa entrando in albergo è strapparsi di dosso l’abbaya nera che la copre dalla testa ai piedi. Per strada non è nessuno, esattamente come gli estremisti islamici vogliono, ma sotto il velo nero che la imprigiona emerge una bella ragazza di 28 anni. Jeans maglietta a collo alto attillata e un sorriso vivace che non passa inosservato agli uomini iracheni che senza niente da fare affollano la hall. Le consegno i pacchetti che mi aveva chiesto di portarle dall’Italia, cosmetici, bagno schiuma, cose da donne e lei salta di gioia. “Non che qui in Iraq queste cose non si trovano, ma non posso uscire senza mio fratello o mio padre, e non è divertente andare a fare spese con loro che mi controllano”, dice Noor. I suoi non la seguono per cattiveria, ma per proteggerla, è già stata minacciata diverse volte perché guidava da sola e da quando una sua amica è stata uccisa, suo padre non la lascia sola un momento. “Papà è fuori che mi aspetta, non ho voluto che venisse perché volevo che questo momento fosse tutto mio, non capita più tanto spesso”. Quando ho conosciuto Noor passeggiava con il suo fidanzato mano nella mano sul fiume Tigri, erano trascorsi pochi mesi dalla guerra, e ancora si pensava che le cose sarebbero migliorate. Ma non è accaduto, la situazione in Iraq è velocemente deteriorata e per le donne è sempre stato un passo più vicino all’inferno. “Odio tutto questo, odio questo velo, odio il non poter essere padrona della mia vita, odio tutto quello che ci sta succedendo. Ma soprattutto odio sentirmi impotente, ho sempre pensato che avrei potuto fare qualsiasi cosa nella vita invece sono intrappolata in paese che sta diventando l’Afghanistan dei Talebani”. Su una cosa sono d’accordo estremisti sciiti e sunniti che le donne non devono lavorare ma badare alla casa e fare figli. “Ogni tanto vengono distribuiti volantini che dicono cosa non possiamo fare: uscire di casa dopo mezzogiorno, girare da sole, guidare, parlare con gli uomini, lavorare, non possiamo neanche più andare a comprare cd musicali, ti rendi conto?”. Non so se mi rendo conto del tutto, so solo che ogni volta che torno a Baghdad il mio velo si fa sempre più stretto e la mia abbaya più coprente, so solo che lo sguardo degli uomini nel giro degli anni è cambiato e che mi sento in trappola. Non solo perché sono straniera, ma perché sono donna e qui ora, come in Afghanistan, in Iran e ancora di più in Pakistan, i loro occhi ti trasformano in un oggetto. Ma l’Iraq non è stato sempre così. Samia Gaylani è una signora di 60 anni discendente da una nobile famiglia irachena: “Le donne irachene erano le più libere del Medio Oriente, studiavamo, lavoravamo, non solo ci divertivamo, ma durante la guerra Iran Iraq con i nostri uomini al fronte, noi abbiamo mandato avanti il paese”. Tra le mani ha un album di foto in bianco e nero: Samia ad un pic nic con le amiche, Samia all’università, Samia che guida, i vestiti corti degli anni ’70 e le pettinature cotonate che andavano di moda in tutto il mondo. “Non ho mai messo il velo e non comincerò ora, piuttosto non esco più di casa”, dice Samia che abita da sola nella sua villetta protetta da alcune guardie di sicurezza. “Ho deciso di assumerle perché una mia amica ingegnere che aveva deciso di continuare a lavorare è stata uccisa sulla porta di casa. Siamo tornate nel Medio Evo”. E la legge irachena non è di nessun aiuto. Dopo l’arrivo degli americani, è stato cancellato il Codice Civile iracheno che era stato in vigore per 45 anni e che garantiva tutte le libertà di cui le donne erano abituate. “La nuova Costituzione non protegge, né garantisce i diritti base delle donne - spiega Yanar Mohammed, un’avvocatessa irachena che ha smesso di esercitare perché minacciata di morte – non credo che questa Costituzione sia nell’interesse degli iracheni, ma è un tributo alle varie fazioni. Una mia amica giudice si è ritirata perché il sistema corrente non consente ai giudici donna di lavorare. Certo ci sono alcune donne al parlamento, ma la domanda è: hanno potere hanno? No, servono solo per far vedere che le donne ci sono e invece non è vero. Sotto la minaccia di essere uccise o violentate dipendiamo dagli uomini in tutto e per tutto, ma ogni mese ci sono almeno quattromila vedove in più, che ne sarà di loro? Continuano a nascere centri antiviolenza di donne che scappano di casa perché picchiate dai mariti, o per sfuggire agli omicidi d’onore. Duemila ragazze sono sparite negli ultimi due anni e si parla di traffico sessuale nei paesi del Golfo. Ci stanno cancellando e non è solo colpa delle bombe, ma si accorge di noi”. Noor lancia uno sguardo verso l’entrata, suo padre le fa cenno di andare, sta facendo buio e le strade diventano ancora più pericolose. “Devo andare, mi dispiace tanto. Torna presto”, mi dice avvolgendosi nella sua abbaya e senza essere ancora uscita, nascosta nella sua prigione, Noor era già scomparsa. 17 December CONFERENZA DI RICONCILIAZIONELo scopo è quello di trovare una soluzione politica per fermare la violenza settaria che schiaccia il paese. Il modo è attraverso la conferenza di riconciliazione che si apre oggi a Baghdad. Un’iniziativa del premier al Maliki che cercherà di far sedere ad un grande tavolo delle trattative, tutti i protagonisti del fallimento iracheno. Ci saranno parlamentari e membri del governo. Ci saranno sciiti moderati e religiosi. Ci saranno gli uomini di Moqtada al Sadr, il potente leader sciita che capeggia una delle più sanguinare milizie sciite, l’esercito del Mahdi. Ci saranno quelli dello Sciri, il partito più importante iracheno, guidato da Abdel Aziz al Hakim che controlla un’altra influente milizia, quel del Badr, tanto filo iraniana da essere preparata dai pasdaran (combattenti del corpo militare iraniano). Ci saranno i sunniti, quelli che hanno già accettato di far parte della nuova politica irachena e ci saranno ex baathisti (il destituito partito che era al potere con Saddam Hussein), alcuni dei quali fanno parte della guerriglia, ma potrebbero aver voglia di tirarsene fuori, e altri come alcuni militari del vecchio esercito, che non strettamente legati alle atrocità di Saddam, potrebbero essere molto utili alla ricostituzione del nuovo esercito infiltrato di milizie. Per loro un ramo d’ulivo. In tutto, violenze permettendo, si presenteranno al centro convegni della zona verde, la cittadella fortificata che ospita le sedi della politica irachena oltre alle ambasciate internazionali, circa 200 rappresentanti. Ma come sempre accade in Iraq, le cose non sono mai semplici come dovrebbero. Se l’obiettivo è quello di fermare la violenza, gli uomini che siedono intorno al tavolo dovranno fare uno sforzo enorme per capire che la furia che turbina in questa città, non potrà essere placata alle condizioni di ognuno. Non si potranno uccidere tutti i sunniti per accontentare gli sciiti. Non si potranno portare i sunniti al governo solo perché lo sono sempre stati. Non si potranno cacciare gli americani solo perché finora hanno combinato un sacco di guai. Se gli iracheni capiranno anche solo questo, la conferenza sarà un successo. Moqtada al Sadr, ieri ha chiesto la chiusura delle ambasciate di Stati Uniti e Gran Bretagna accusando il governo di al Maliki di aver esteso il mandato delle forze americane senza aver prima consultato il parlamento iracheno. Al Sadr ha un bel coraggio a parlare di legalità, le sue mani grondano di sangue, come molte delle persone che saranno presenti domani, ma in più lui è un uomo influente che controlla migliaia di ragazzini di strada arrabbiati e disperati. Molti sanno che al Sadr con le sue milizie infiltrate in sei ministeri e le dita puntate su di lui quando si parla di sequestri di massa, è uno dei problemi da risolvere. Per il premier al Maliki, è un bel grattacapo perché i fili del suo posto sono retti anche dall’influente clericale. Tra i corridoi del potere si stanno formando alleanze, moderati sciiti e sunniti che si uniscono per defenestrare “politicamente” al Sadr, mentre altri vorrebbero che il premier stesso venisse sostituito ormai dimostratosi incapace, di tenere testa agli americani e alle milizie sciite. Insomma il governo fa acqua da tutte le parti. E la riunione di domani che metterà a faccia faccia persone che non si amano tra di loro, potrebbe servire a stringere nuovi sodalizi. Ci saranno varie commissioni e si discuterà anche della reintegrazione degli ex ufficiali dell'esercito di Saddam, dell' allargamento della partecipazione al 'processo politico e dalla revisione della legge per l'epurazione dei membri del Baath. Raramente si parla dei curdi, di quella popolazione settentrionale che raggiunta la propria autonomia e una relativa quiete sembra disinteressarsi di tutto il resto, soprattutto se riguarda Baghdad. Ma non è così, due giorni fa i negoziati sullo sfruttamento delle riserve petrolifere con il governo centrale sono falliti. I curdi insistono per avere il controllo totale delle riserve petrolifere non ancora sfruttate del Kurdistan e il diritto di concludere accordi con le compagnie petrolifere straniere, ma il governo il governo continua a respingere le richieste. Ieri la squadra nazionale di calcio irachena mettendosi in gioco dopo vent’anni, ha vinto la medaglia d’argento, arrivando seconda ai Giochi Asiatici che si sono tenuti a Doha, è stato un momento magico per gli iracheni, oggi tocca ai politici portare a casa qualche successo, glielo devono, lo devono al loro popolo per quello che sono stati costretti a vivere ogni giorno da quando sono diventati liberi, ma solo sulla carta.
16 December La partita del cuoreBAGHDAD - La hall dell’albergo è affollata di gente seduta e in piedi davanti al televisore. Le loro facce si tirano per la tensione e si distendono a seconda dell’azione. Qualcuno stringe i pugni, qualcun altro si tiene la fronte tra le mani. I respiri mancano o diventano più veloci seguendo il ritmo della palla. L’Iraq si è fermato per assistere alle semifinali della partita di calcio della squadra nazionale contro la Corea, disputata a Doha durante i Giochi Asiatici. Per novanta minuti Baghdad ha messo da parte la violenza, le devastanti autobombe di ieri mattina e gli unici rapimenti sono stati quelli degli sguardi incollati al televisore. Il silenzio è sceso sulla capitale, le macchine sono scomparse, il sottofondo delle frequenti raffiche di mitra è cessato. La squadra nazionale dell’Iraq ha fatto un gran regalo, un goal che li ha portati in finale e che ha fatto spuntare sorrisi che non si vedono spesso sui volti dei ragazzi cresciuti troppo in fretta all’ombra della paura e dalle bombe. Al ventiquattresimo minuto Samer Mujbel ha segnato. “Goal”, si è sentito echeggiare in tutta la capitale. Mujbel ha corso per il campo e si è diretto raggiante verso una telecamera mostrando lo stemma della bandiera dell’Iraq cucito sul pezzo e tutti dall’altra parte del televisore a migliaia di chilometri di distanza hanno annuito dandosi pacche sulle spalle. E per un momento gli iracheni si sono sentiti fieri di quello che sono. E’ raro vedere gli iracheni uniti, seduti nelle case e nei caffè. E anche se da una parte c’erano i sunniti e dall’altra sciiti, hanno tutti gioito per lo stesso motivo. “Voi avete Totti ma anche noi ce la caviamo, non sappiamo solo ucciderci l’un l’altro”, dice sorridendo Said, il cameriere con cui combatto ogni mattina a colazione per avere un po’ di latte tiepido. La loro allegria è contagiosa. Non ci saranno altri goal durante la partita ma la tensione resta alta fino alla fine e poi la gioia esplode e la città impazzisce. Chiunque ha un’arma spara per festeggiare e qui tutti possiedono almeno una pistola. Sembra la fine del mondo, invece è l’unico modo che hanno per dire che sono felici. La squadra nazionale di calcio irachena non arrivava in finale dal 1982, quando ancora il figlio di Saddam responsabile della Nazionale aveva l’abitudine di torturare gli atleti se non vincevano. Non è stato facile per i calciatori arrivare a Doha, e il problema non è solo la mancanza di attrezzature moderne, ma i rapimenti e i gli omicidi commessi dagli estremisti religiosi che ritengono il calcio una disciplina diabolica. Ma nonostante il rischio, il pericolo anche solo di arrivare allo stadio per allenarsi, ce l’hanno fatta. Una squadra composta da sunniti, sciiti e curdi, ha vinto giocando insieme. “Non è magnifico? Abbiamo vinto”, dice Mohammad che ha solo 20 anni e non sta nella pelle. Il giocatore che ha fatto il goal è un sunnita. “Io sono sciita ma non me ne importa niente”, dice Muhammad e tutti sembrano d’accordo. Ma è presto per farsi prendere dall’entusiasmo e pensare che una partita possa cancellare l’orrore che li circonda, gli spari anche se festosi, non smettono di ricordare che l’Iraq è ancora e sempre in guerra. “Questa è una grande vittoria per il ferito Iraq”, ha detto il commentatore sportivo alla fine della partita. Tra due giorni ci sarà la finale con il Qatar e un’altra tregua di 90 minuti.Ps. La partita con il Qatar si è tenuta ieri, l'Iraq ha perso.13 December Belle a BaghdadBAGHDAD - Mariam Abbas con una mano tamburella nervosamente sul bracciolo della sedia imbottita nella sala di aspetto del dottor Safa Mahmoud e con l’altra gira frettolosamente le pagine di una rivista. Lei è la prossima e penultima paziente della giornata di uno dei più noti chirurghi plastici di Baghdad. Mariam è bella con i suoi grandi occhi scuri, il viso olivastro incorniciato in una folta chioma di capelli neri che le scendono ribelli fino alle spalle. Sulla sedia accanto ha appoggiato il velo nel quale intrappola la sua bellezza ogni volta che esce e che si strappa di dosso quando si sente al sicuro. Gli unici difetti che ha sono quelli che si sente. “Ho il naso un po’ spostato a destra, sono scivolata sulle scale di casa quando ero piccola e ora che sono al primo anno di università e ho bisogno di sistemare questo problema”. Quello che lei ritiene una deformazione che necessita di un’operazione chirurgica, risulta invisibile anche ad un attento osservatore. “Se sarò bella abbastanza troverò un marito ricco che mi porterà fuori da questo paese, lontano dagli estremisti e dalla guerra. Se sarò bella troverò un buon lavoro e mi pagheranno bene, e potrò mandare i soldi alla mia famiglia. I miei genitori approvano la mia scelta, mio padre è un professionista e ha un buon lavoro nella ricostruzione, ha messo un po’ di soldi da parte ed è pronto ad usarli per garantirmi un futuro migliore”, racconta Mariam stringendo la mano della madre che le siede vicino. Forse sarebbe più semplice comprarle un biglietto aereo e iscriverla ad un qualsiasi un’università all’estero. “Per poi cosa fare quando finiscono i soldi? So come vivono gli immigrati all’estero, so in che condizioni miserabili vivono le donne, io vorrei poter scegliere niente di più. E nessun uomo in un altro paese arabo mi sposerà o troverò un lavoro decente solo perché sono intelligente o semplicemente carina. Non ho paura di sottopormi ad un’operazione perché sono molto più al sicuro qui dentro che là fuori dove la gente muore”. Sarà il dottor Safa Mahmoud ad operarla. Un signore non troppo alto, leggermente sovrappeso, con una folta barba bianca e un candido camice bianco. Il suo studio in una clinica privata nel quartiere di Harethiya, una zona est di Baghdad, ha un arredamento essenziale ma lussuoso. Alle pareti sono appesi i suoi trofei: foto di nasi, occhi, seni marcati da un pennarello blu prima di un’operazione e affianco i risultati dopo che sono state levate le bende. “Dalla caduta del regime c’è stato un boom della chirurgia plastica estetica. Prima non era un processo comune. Chi aveva i soldi, e non erano in molti, andava all’estero a farsi operare, ma ora siamo in grado di operare anche qui. Il prezzo, per quanto alto, è sicuramente più abbordabile qui che viaggiando da altre parti. Le donne giovani in genere vogliono rimpicciolire il naso, alzare le sopracciglia, essere più magre, le signore più anziane vogliono tornare ad essere attraenti per i propri mariti, chiedono lifting, liposuzioni, risistemare il collo e impianti di capelli”. Secondo il dottor Mahmoud, il modello della bellezza femminile sta cambiando anche in Iraq. Lo stereotipo della donna perfetta era Sofia Loren. “Con la fine del regime non siamo stati solo invasi dagli americani, ma anche dalle loro immagini, film, programmi, pubblicità. Adesso in Iraq ci sono decine di giornali e di televisioni. Ogni casa ha un antenna parabolica e l’accesso a centinaia di canali in tutto il mondo. “C’è stata una sovraesposizione dei giovani all’immagine della donna alta, magra, con il naso piccolo e perfetto. E ora ogni ragazzina vuole essere come le conduttrici dei telegiornali arabi di Al Jazeera o di qualche talk show arabo. I loro modelli sono donne di successo o le madri. E loro preferiscono il primo. Pensano che la loro faccia sia il lasciapassare per una vita migliore e nessuno può biasimarle di voler andare via da qui. I radicali islamici stanno rendendo un inferno la vita delle nostre donne. Parlo di molestie, di stupri, di rapimenti e di uccisioni. Le costringono a coprirsi, a non truccarsi, a sentirsi inferiori e sporche. A questo le donne si ribellano, ognuna a suo modo e qualcuna finisce qui”. Il dottor Mahmoud, nonostante le richieste siano molte, non può che cinque operazioni di chirurgia estetica a settimana. Per motivi di sicurezza la sua clinica non rimane mai aperta più di due ore al giorno. “Gli ospedali sono diventati un posto insicuro, i medici sono gli obiettivi preferiti della militanza, e noi che operiamo una professione considerata haram, proibita, per i paladini estremisti dell’Islam siamo più in pericolo di altri. Ma qui non facciamo solo chirurgia estetica, spesso i soldi che otteniamo da questo ci serve per fare operazioni gratuite di chirurgia ricostruttiva, ci sono centinaia di persone rimaste sfigurate durante gli attentati. Si parla sempre dei morti, ma non si pensa mai a quelli che sopravvivono e soprattutto a come. Corpi fatti a pezzi, ustioni al viso e al corpo, arti da riattaccare. Per uomo, qualunque sia il suo aspetto alla fine se la cava, ma per la donna non è così: una ragazza sfigurata nella nostra società diventa un fantasma”. Rifarsi il naso costa sui 500 dollari e i prezzi salgono procedendo in operazioni più complicate. “Per un iracheno sono molti soldi – il salario medio di un soldato è 150 dollari e quello di un insegnante 200 – per il momento è una procedura per una certa elite, ma siamo sicuri che il desiderio di migliorare il proprio aspetto appartenga a tutte le categorie sociali come in qualsiasi altro paese”. Ma l’Iraq non è un posto qualunque, c’è una guerra civile in corso e quasi a volerlo ricordare in lontananza echeggiano raffiche di mitra sirene della polizia. “Lo so che può sembrare una contraddizione, la guerra e persone che pensano al proprio aspetto fisico. Ma questo fa parte dell’essere umano, della sua voglia di non accettare la realtà. A volte riguarda quello che ci circonda, a volte il nostro corpo. Non dico di essere d’accordo con tutte le richieste che mi vengono fatte, molte pazienti non finiranno mai sul mio tavolo operatorio”. Zahraa Ibrahim, è l’ultima paziente della clinica. Suo marito l’ha lasciata dopo 25 anni di matrimonio per una ragazza più giovane e lei non riesce a rassegnarsi. Si è messa a dieta, ha cambiato pettinatura, e adesso vuole un lifting che la faccia sembrare dieci anni più giovane. “Così sono sicura che lo riconquisterò e torneremo la famiglia che siamo sempre stati”, dice Zaharaa, 55 anni, madre di quattro figli e della certezza che ci siano conflitti che neanche una guerra potrà mai risolvere.
11 December Sposarsi a BaghdadBAGHDAD - Lina è pazzamente innamorata ma ha paura che il giorno più bello della sua vita si trasformi in un disastro. L’organizzazione di un matrimonio è un procedimento faticoso e stressante in qualsiasi parte del mondo, ma in Iraq è diventata una vera lotta tra la vita e la morte. “Tra due settimane sarà il giorno più importante di tutta la mia vita e io ho paura che succeda qualcosa che mandi tutto all’aria – racconta Lina, 26 anni, piccola, graziosa e terribilmente nervosa – una mia amica si è sposata a luglio e il giorno delle nozze è stato imposto il coprifuoco. Nessuno è potuto andare al matrimonio. Il fotografo di una mia amica che si è sposata a settembre, è morto per un’autobomba mentre stava andando a casa sua. Io non mi sento affatto una sposa felice”. Lina si mette le mani tra i capelli e scuote la testa. I suoi genitori le fanno coraggio e le dicono che tutto andrà bene, ma sposarsi a Baghdad non è facile, ci sono troppe cose che possono andare storte. La sala dove si mangia, il servizio di catering, cuochi, camerieri, il fotografo, il cameraman, e ancora la sarta, il parrucchiere, gli anelli, il vestito e i suonatori. “Pensa se il mio parrucchiere finisce la lacca e non può andarla a comprare perché i negozi sono chiusi, o se rapiscono l’imam, o se la torta”. Che cosa può succedere alla torta? Le chiedo cercando di calmarla. Lina sospira e si lascia cadere sulla sedia. I matrimoni in Iraq nonostante la violenza non hanno mai smesso di essere celebrati, è una festa lunga che dura circa una settimana fatta di danze e balli, di un contratto firmato davanti all’iman, di accordi tra i genitori, di dote e di regali. Lina è originaria del nord e molti dei suoi parenti le hanno già detto che non se la sentono di venire a Baghdad. “Saremo una trentina, in condizioni normali saremmo stati almeno 200, ma non sono condizioni normali”. Lina ha conosciuto Siad poco prima della guerra all’università, si sono innamorati, e contrariamente a quanto accade spesso in Iraq le loro famiglie non hanno avuto niente in contrario. Siad è laureato in ingegneria e ha trovato lavoro per una compagnia irachena, Lina cerca di finire gli studi. “Abbiamo deciso di non aspettare che la situazioni migliori per sposarci perché quando si vive ogni giorno nella paura impari che non sai quanto tempo ti resta. E ogni giorno che mi separa da Siad mi sembra interminabile. Vorrei poter andare a fare spese, andare fuori a pranzo con le amiche, ma il rischio è troppo alto. Mostra il velo che non aveva mai dovuto indossare e che adesso per non essere molestata è costretta a stringere intorno alla testa. “E’ come avere un cappio intorno al collo. E’ una tale umiliazione, non dico che se una è religiosa non lo debba portare, ma dico che se io non voglio non dovrei essere forzata. L’Islam è una religione libera, tutto quello che ci succede intorno in nome di Dio è solo una grande bugia”. La famiglia di Lina è benestante, la madre è un insegnante e il padre un professore, rappresentano quella fetta di società irachena che molto velocemente sta scomparendo. “Forse andremo via dopo il matrimonio. I miei genitori temono di essere rapiti o uccisi, ma hanno fatto di tutto per rimanere fino alla fine. Ma temo che quel giorno stia arrivando. Non è più l’Iraq che conoscevamo”. Accanto a Lina siede Rana la sua futura cognata, si è sposata a marzo, ma non il giorno che lei e suo sposo avevano scelto. “La sera prima del matrimonio il fratello di mio marito e del futuro marito di Lina è stato fermato ad un falso posto di blocco delle milizie sciite. E’ stato ucciso subito e il matrimonio si è trasformato il giorno dopo in un funerale, abbiamo mandato via la musica e il fotografo e abbiamo tenuto la sala e il cibo. E invece di festeggiare abbiamo pianto”, racconta Rana levandosi una lacrime solitaria che le scende lungo la guancia. Si tengono per mano Rana e Lina. La giovane sposa ha uno sguardo determinato, tra due settimane compierà il grande passo, e per coronare il suo sogno si “rimboccherà” lo strascico e sfiderà tutto l’orrore che la circonda. 10 December VIGILI DEL FUOCO A BAGHDADBAGHDAD - Nazar Mousa si sfrega la mano destra con forza, quasi volesse cancellare le profonde cicatrici che scompaiono sotto il lembo della giacca ignifuga che tiene slacciata davanti al pezzo. E’ il momento di una piccola pausa e i vigili del fuoco del distretto di Karrada lo trascorrono nel garage fumando sigarette, chiamando a casa le famiglie per dire che va tutto bene e sorseggiando tè bollente distribuito da un ragazzino con un enorme vassoio di metallo. “E’ successo quest’estate – ci racconta mostrando la mano, Nazar, un pompiere di 32 anni con dei folti baffi e i capelli radi – eravamo corsi sul luogo di un attentato e appena siamo scesi dai mezzi per soccorrere i feriti e spegnere le fiamme, è scoppiata una seconda autobomba e io sono stato investito da un calore fortissimo”. Nazar si trovò ustioni sulla schiena, sulla mano destra e una ferita alla fronte causata da un pezzo della macchina che lo aveva colpito. E’ guarito ed è tornato subito al lavoro. “Mia moglie mi ha pregato di non farlo. Mi ha detto ci cercarmi qualcosa d’altro da fare. Ma credo che il mio lavoro sia importante. Ci sono centinaia di chiamate al giorno, ci sono attentati, autobombe, incendi, mine, incidenti, senza contare i normali problemi di una città di con sei milioni di abitanti. E’ un lavoro pesante e pericoloso, ma io lo amo. E’ una cosa che non si può spiegare a chi non lo fa. E poi mi permette di portare uno stipendio a casa”. Nazar guadagna 250 euro al mese per sfidare la morte ogni giorno a Baghdad. “I terroristi cercano di fare più vittime possibile, quindi detonano un’autobomba e quando la gente si raduna per aiutare i feriti, noi compresi, ne fanno scoppiare un’altra. Così diventa sempre più difficile soccorrere la gente, perché non sei mai rilassato”. A Baghdad ci sono tremila e cinquecento pompieri, 30 dei quali, secondo il ministero degli Interni sono morti dall’inizio dell’anno e 90 sono hanno subito ferite gravi. Alcuni sono stati rapiti dalle milizie o da organizzazioni criminali, mentre molti si sono trovati in mezzo a scontri fuoco tra i militanti, gli americani e le forze di sicurezza irachena. “La gente ancora conta sul nostro lavoro, si fida di noi, perché sanno che a noi non importa se i feriti sono sunniti o sciiti. Se non spegniamo noi un incendio, chi può farlo? - dice inserendosi nella conversazione Mahdi Muhsin, 31 anni, è un vigile del fuoco da quando aveva 16 anni – non so fare niente altro e devo mantenere una moglie e tre figlie. E poi amo sentirmi utile. Non so cosa stia succedendo, questa città è impazzita, gli iracheni non sono persone cattive e non avrei mai immaginato di dover assistere a quotidiane carneficine”. Non è facile per loro tornare a casa alla fine dei turni a volte lunghissimi e dimenticare anche solo per un momento tutto quello che hanno negli occhi: il sangue, le urla, la violenza, i bambini e le donne fatte a pezzi, magari mentre facevano la spesa. A Karrada in pieno centro, in quello che una volta era la zona commerciale, ma ora è solo una serie di strade piene di negozi dove non entra mai nessuno, la stazione dei vigili del fuoco è circondata di sacchetti di sabbia e muretti di protezione. “Neanche noi siamo immuni dagli attacchi, le milizie controllano le strade e noi dobbiamo stare attenti”, spiega il colonnello Laith al Sabbah, il responsabile di venti stazioni. Sono state distribuite pistole ai vigili del fuoco e ognuno fa controlla che il proprio compagno non venga rapito. Uno dei maggiori problemi prima di entrare in azione dopo una chiamata, è secondo il colonnello capire se chi chiama è attendibile. “Molti miliziani indossano divise della polizia, e spesso non siamo sicuri se chi ci viene incontro vuole aiutarci o ucciderci”. Lo scorso settembre, uomini in uniforme, hanno rapito e ucciso tre pompieri della stazione di Al Shaab e il sei novembre scorso, un gruppo di militanti hanno preso otto vigili del fuoco da un’altra stazione durante un coprifuoco diurno. D’allora, tre di loro sono stati trovati morti, gli altri cinque risultano ancora scomparsi. Anche senza immediati problemi di sicurezza, resta sempre difficile raggiungere la zona di un’esplosione. Mahdi guida uno dei mezzi e dice che normalmente ci si mette almeno 20 minuti per raggiungere un qualsiasi posto a causa del traffico congestionato di Baghdad, o dei cordoni di sicurezza o delle stadie chiuse. Al confronto, la risposta media ad una chiamata in un paese occidentale è di 8 minuti. “A volte non riusciamo neanche ad arrivare a destinazione perché i militari non ci lasciano passare”, spiega Mahdi scuotendo la testa. Mi chiedo se sanno in questo paese brutale e violento di essere degli eroi. “No, non siamo degli eroi – dice Nazar con un sorriso lusingato – ci pagano per questo e poi qualcuno lo deve fare”. 08 December Tiepide le reazioni irachene al rapporto BakerIL MESSAGGERO Hasan al Sunaid è un parlamentare membro dell’Alleanza Unita irachena, la formazione sciita di maggioranza al parlamento. Al Sunaid è anche uno dei più stretti collaboratori del primo ministro Nouri al Maliki. Il rapporto Baker potrebbe segnare la nuova politica americana, quali potrebbero essere le conseguenze per l’Iraq? Quello che vorrei fosse chiaro è che il rapporto non rappresenta la soluzione del problema iracheno, ma di quello americano in Iraq. Non mi sembra che ci sia niente di veramente nuovo o di particolarmente illuminante per quanto riguarda noi. Ormai hanno fretta di andarsene, ma in questo momento non è possibile, la minaccia di Al Qaeda e l’influenza dei paesi arabi che appoggiano un ritorno al potere dei baathisti per noi è molto pericoloso. Ci auguriamo tutti che al più presto i militari iracheni assumano la responsabilità della sicurezza anche in zone più calde e speriamo che questo avvenga entro la fine del 2008. Sempre secondo il rapporto, l’America dovrebbe lanciare immediatamente una nuova offensiva diplomatica per costruire un consenso internazionale per la stabilità in Iraq e nella regione. Nelle ultime settimane abbiamo ripreso i contatti diplomatici con la Siria. L’Iraq non ha bisogno di nemici in questo momento. Ma non basta sedersi intorno ad un tavolo per risolvere i problemi e cancellare gli interessi che altri paesi hanno nei nostri confronti. Qualcuno deve fare forti pressioni su Siria e Arabia Saudita. Siamo favorevoli ad una conferenza regionale, che includa i nostri vicini, non a quella internazionale, siamo uno Stato sovrano e non ci servono altre interferenze. Riuscirete a smantellare le milizie e a contenere le violenze? Il premier al Maliki da mesi ci sta lavorando. Bisogna trovare il mondo per assorbire queste persone nel nostro esercito e nella nostra polizia, ma il rapporto Baker dice ancora una volta cosa fare, ma non come. A questo ci dobbiamo pensare noi, ma ci vuole tempo.
La STAMPA Saleem Abdullah, 35 anni, avvocato è anche un parlamentare di spicco del Fronte dell’Accordo Iracheno, il blocco che unisce i tre principali partiti sunniti che alle ultime elezioni hanno ottenuto 44 seggi in parlamento, diventando la terza alleanza dopo quella sciita e curda. Quali potrebbero essere le conseguenze per l’Iraq dopo il rapporto Baker? “Il documento Baker non ci dice niente di nuovo, sono raccomandazioni che riguardano gli americani. Mi auguro sia una presa di coscienza dell’amministrazione americana. Non ci aspettavamo delle soluzioni, ad ogni modo molte cose sono assolutamente condivisibili, come la necessità di un più profondo addestramento dei soldati iracheni. In Iraq non è in corso una vera guerra civile. La gente non ha preso le armi per combattere contro il proprio governo. La situazione è molto più complicata, nel nostro paese in questo momento c’è uno scontro tra il vecchio regime rappresentato dagli ex baathisti che cercano di riavvicinarsi a quel potere che hanno avuto per decenni e le milizie sciite che lottano per spingere la comunità sunnita fuori da Baghdad e da tutte le zone miste. E la gente che vive in questo campo di battaglia, ne paga le conseguenze. Non vogliamo che gli americani restino, ma non vogliamo che se ne vadano prima che ci sia un esercito e una polizia in grado di garantire sicurezza”. Il rapporto dice di smantellare le milizie Fino a che non sarà illegale per un partito possedere un’ala armata non vedo come gli sciiti possano rinunciare al loro esercito personale. E senza un esercito forte e indipendente, non vedo chi possa disarmarli. In questo momento la polizia è in mano alle milizie sciite, il ministero degli Interni, della Salute, dell’Agricoltura sono equamente divisi tra l’esercito del Mahdi e quello del Badr, entrambi agli ordini di politici sciiti”. Sempre secondo il rapporto, l’America dovrebbe lanciare immediatamente una nuova offensiva diplomatica per costruire un consenso internazionale per la stabilità in Iraq e nella regione. Da noi le porte sono fin troppo aperte. Siamo pronti a sederci al tavolo con chiunque ci aiuti a fermare la carneficina che si sta compiendo nelle strade delle città irachene. I paesi arabi devono collaborare con noi e l’Iran deve fare un passo in dietro e far rientrare gli artigli. Non c’è molto da discutere, ci sono solo delle cose da fare. Servono delle regole precise che riguardano l’interesse nazionale dell’Iraq e che devono osservate e rispettate in Iraq. Nel rapporto manca un riferimento alla necessità di serie riforme, e non è neanche chiaro quali saranno i limiti dell’interferenza stessa degli Stati Uniti. La mancanza di chiarezza, per noi non può che significare, che in realtà, non siamo in vista di una nuova strategia dell’amministrazione americana in Iraq. Nel rapporto si parla di raggiungere pace e stabilità in Iraq, spero che questo documento non sia solo un salvavita americano per uscire al più presto dal pantano iracheno.
06 December Un palloncino per un sorrisoBAGHDAD - I bambini sono persone forti quando si sentono al sicuro. Diventano esseri fragili e vulnerabili quando l’ambiente intorno a loro è spaventoso, e la guerra lo è. “A volte mi manca il respiro. Mi sento come se vivessi in una prigione, la mia famiglia non vuole che vada a scuola, mi ci portano solo quando sentono che è sicuro. Non è una cosa strana in Iraq oggi - racconta Nur Sami, una ragazzina di 11 anni – ho sempre paura, è come una malattia da cui non riesco a guarire. Dopo che due mie amiche sono state violentate mentre tornavano a casa da scuola, i miei genitori sono quasi impazziti, non volevano più che andassi a lezione”. La amiche di Nur, due sorelle di 12 e 13 anni, sono state rapite con la loro mamma davanti all’uscita della scuola. Per tre giorni sono state violentate e poi uccise. “E’ questo il nostro destino? Sono questi i diritti umani di cui tutti ci parlano?”, ci chiede Nur, che ha bisogno di risposte. Vuole sapere perché non possono andare più a scuola, o fare ginnastica o a giocare in strada. Vuole sapere perché rischia che un’autobomba la faccia a pezzi ogni volta che accompagna la madre a fare la spesa. “Mia madre non vuole che vada con lei al mercato, dice che è pericoloso. Ma se muore, io non voglio vivere senza di lei”. Il fratello di Nur ha solo sei anni, ma ha già capito che ci sono cose che non può più fare come giocare a palla in strada o incontrarsi con gli amici. “La guerra non mi piace, perché fa male ai bambini. E io sono triste”, dice Ali scuotendo la testa. La madre mostra i disegni di suo figlio, persone distese a terra, carro armati, uomini vestiti di nero, come le divise delle milizie del Mahdi, l’esercito di Moqtada al Sadr, uno dei più potenti leader radicali sciiti. Ma il problema dei bambini non è solo la violenza, ma la mancanza di servizi sanitari adeguati e l’accesso ad alimenti di qualità. Dalla caduta del regime, dopo un attimo di ripresa, il sistema sanitario è progressivamente decaduto fino a raggiungere i livelli minimi di oggi. “Bambini muoiono ogni giorno per la mancanza di sostegno medico. Le fognature malsane, l’acqua contaminata, soprattutto in alcune zone, sono un problema serio - spiega Ahmad Aluni, portavoce del ministero della Salute – i medici lottano per far sopravvivere i bambini, ma spesso non si riesce a curarli, in Iraq oggi si può morire anche per una semplice infezione intestinale”. Secondo l’Unicef, un bambino su quattro sotto i cinque anni muore per malnutrizione cronica. “La mia bimba di cinque anni è morta il mese scorso perché l’ospedale non aveva le medicine che servivano per curarla e io non potevo comprarla. Ho altri cinque bambini e un piccolo stipendio”, racconta ad occhi bassi Hania Youssef. I genitori sono spesso consci delle difficoltà che hanno i loro fligli ad adattarsi al caos che li circonda. “Ogni settimana accompagno mio figlio dal giocattolaio - racconta Ala’a Ahmad, un professore delle scuole superiori – la situazione a Baghdad non ci permette di andare al parco o a qualche festa, e l’unico modo per vederli eccitati è nel negozio di giocattoli”. I bambini sono uguali in tutto il mondo: “Le femmine preferiscono le Barbie – spiega Ali Hussein al Lami, un economista che ai tempi di Saddam perse il lavoro perché non si era iscritto al partito baathista – e i maschi adorano le macchine telecomandate”. I giocattoli sono l’unica distrazione dei piccoli iracheni insieme alla tv e ai videogames. “Ogni tanto arrivano nel mio negozio genitori che non possono permettersi di comprare dei giochini. I bambini scoppiano a piangere, a me si spezza il cuore e finisco per regalare palloncini a tutti. Solo per il sorriso che mi offrono loro in cambio, so che vale la pesa fare questo lavoro”. 05 December UN FRANCOBOLLO PER DIMENTICARE
beh, credo di essere l'unica che a Baghdad si riesce a prendere l'influenza. Per fortuna, tosse a parte, mi sta già passando, ma questo mi costringerà a stare chiusa in albergo per qualche giorno!!!! Ci sono talmente tante storie da raccontare. Chiunque incontri, ha qualcosa di terribile da confessarti, nessuno è rimasto immune alla violenza e credo che gli iracheni siano alla resa dei conti, non ce la fanno proprio più, sono un popolo esausto, sballottato tra le scelte politiche sbagliate e la furia delle milizie.
LA STAMPA
BAGHDAD – Sull’entrata in fondo ad un corridoio buio domina una scritta stampata su un pannello arrugginito: “Società irachena di filatelica e numismatica. Fondata nel 1951”, si legge in arabo e in inglese. Al di là della porta si affaccia un uomo di mezz’età, con circospezione osserva ogni angolo del pianerottolo e poi spalanca la porta, il suo viso si allarga in un sorriso. “Scusate la prudenza, ma questa è Baghdad, non si è mai troppo prudenti, ahlan wa salan, benvenuti”. I filatelici di Baghdad si incontrano ogni sabato. Sono rimasti l’unico gruppo di collezionisti della capitale. Le loro mogli li definiscono testardi, e loro un po’ ne sono fieri perché non hanno mai smesso di ritrovarsi durante la guerra, durante la caduta di Saddam e anche ora, che sfidare il quartiere per raggiungere la casa che hanno affittato, significa rischiare di essere rapiti ad un falso posto di blocco o saltare su una mina o su un’autobomba, hanno deciso di continuare. Nella sala arredata con qualche vecchio divano e diverse sedie di fortuna, c’è una decina di uomini che si salutano, si abbracciano, ma molto spesso negli ultimi tempi si scambiano condoglianze. Ognuno di loro ha sotto braccio una cartellina con il proprio tesoro, i francobolli. Da una finestra con i vetri anneriti dallo smog si vede una trafficata piazza Midan, non lontano da quello che una volta era il Teatro dell’Opera, vicino al ministero della Difesa, in pieno centro. Ogni sabato nell’appartamento sopra ad un negozio di telefonini c’è un’asta e i collezionisti aspettano tutta la settimana per questo momento, per rinchiudersi in un piccolo soggiorno lasciando fuori per un paio d’ore la violenza e la paura, dedicandosi a quello che è nato come un passatempo, ma oggi più che mai, è diventata una delle passioni cha da senso alla loro vita. Tra loro essere sunniti, sciiti o cristiani non conta e non vogliono neanche parlarne. “Siamo stati costretti a cambiare ufficio già due volte quest’anno, dobbiamo spostarci spesso per non dare troppo nell’occhio, non che qui ci sia qualcosa di prezioso, ma al punto in cui è arrivato l’Iraq, qualsiasi cosa fuori dall’ordinario è haram (proibito) per i militanti – ci racconta Salam Sabeeh, un ragazzo calvo di 29 anni, ex ragioniere oggi disoccupato – una eravamo parecchi adesso siamo rimasti una trentina soci, la maggior parte ha lasciato la città e si è rifugiata all’estero. Noi invece siamo rimasti, qualcuno perché non ha i soldi per andarsene, la maggior parte è troppo in là con gli anni anche solo immaginare di poter ricominciare da un’altra parte”. Gli irriducibili del francobollo si sono portati il tè e il caffè da casa e, una volta messi comodi, cominciano a concentrarsi sui nuovi pezzi che qualcuno è riuscito ad ottenere da un viaggio in Siria. “Non porto mai tutti i miei francobolli a queste aste, così se vengo rapinato non li perdo tutti”, dice Salem. “La mia paura più grande sono le autobombe, però non riesco a smettere di venire ogni sabato, ne ho bisogno”. A casa ha lasciato la moglie e i suoi due bambini, uno di tre anni e uno più grande di sei che ha deciso di non mandare più a scuola fino a quando la situazione non sarà più sicura. “Avevo nove anni quando mio zio mi regalò il mio primo album di francobolli. D’allora appena ho un po’ di soldi li spendo per comprare altri francobolli nuovi o usati. Può sembrare una perdita di tempo. Ma è proprio il contrario, per me e per tutte le persone che sono qui, è come guadagnare un po’ di tempo per noi, lo strappiamo ad una realtà dalla quale non possiamo scappare”. Nelle sue mani spunta un album di pelle con dei francobolli stampati alla fine degli anni ottanta per commemorare la morte del generale Adnan Khairalla, cognato di Saddam Hussein e amico di infanzia che morì in un incidente di elicottero. Molti iracheni credono che Saddam lo abbia fatto uccidere invidioso della sua crescente popolarità. “Guarda come sono belli, li ho pagati solo 600 fil”, afferma Salem. Mille fil corrispondono a un dinaro iracheno. Ne servono 1500 per fare un dollaro. Sui tavolini davanti ai divanetti grigio azzurri, ci sono francobolli più vecchi e preziosi che ricordano l’incoronazione nel 1953 di re Faisal II, l’ultimo re iracheno appoggiato dagli inglesi e ucciso nel 1958 durante un colpo di stato di ufficiali dell’esercito. Ma i francobolli che vanno di più, i “best seller” della filatelica sono quelli che riguardano l’ex rais e sono anche quelli più richiesti dai collezionisti internazionali. L’ultimo francobollo stampato prima della caduta del regime risale al 5 febbraio 2003, un’immagine della Saddam University. Del lavoro di produzione non resta che il francobollo perché lo stampo e il disegno sono andati distrutti durante i saccheggi subito dopo l’invasione americana, d’allora ne sono stati rilasciati solo due nuovi, uno sempre nel 2003 e un altro nel 2006 per celebrare il Nurouz, il primo giorno di primavera. “I francobolli ci raccontano delle storie, ci ricordano che esistono periodi tranquilli, ci tengono impegnati”, interviene Mohammad Taha, un ingegnere baffuto a cui hanno rapito il fratello diversi mesi fa. Ha pagato il riscatto, ma lo hanno ucciso lo stesso. “I francobolli ci permettono di restare in contatto, di impegnarci in qualcosa, di avere uno scopo – spiega il signor Taha mentre sventola in aria due raccoglitori. Lui è il battitore d’asta. Sul braccio sollevato spunta un tatuaggio, si è fatto imprimere il nome per essere identificato qualora venisse ucciso. “Signori, abbiamo qui ottantasette francobolli. Qualcuno è interessato?”, domanda appoggiandoli su un vassoio in modo che i compratori possano osservarli da vicino. All’improvviso tre esplosioni, non troppo lontane, lo sguardo dei collezionisti, per un attimo, si spegne. “Sono tre autobombe - dice Taha, mentre gli altri annuiscono – forza non abbiamo molto tempo, la nostra asta parte da 3000 dinari”. Sapranno solo più tardi che in quelle autobombe sono morte 50 persone. “3500”, esclama un signore sui cinquant’anni. “4000”, dice un altro. Alla fine saranno venduti per 7,500 dinari, quasi cinque dollari. “Venduto”, dice Taha prendendo in mano il lotto successivo: sei francobolli di Saddam Hussein. La voce di Taha si fa più acuta, cerca di spegnere il suono delle autoambulanze e degli elicotteri americani che si avvicinano per ricordare a tutti che il tempo della loro fuga settimanale dalla realtà è quasi scaduto.
03 December SENZA FIGLIUn'altra giornata è andata. Il tempo vola, scandito dalle autobombe, dai colpi di mortaio, dalla conta dei morti. La gente è terrorizzata, mentre le milizie infestano la città. In qualche modo e in forma molto più grande mi ricorda Haiti durante il colpo di stato. L'albergo dove sto non è male, anche se il mangiare fa un po' schifo. uffi, uffi. beh, vado a nanna mentre da qualche parte infuria la battaglia, ma è lontano e appena si sente il fragore dei colpi.
buonanotte
Barbara
ECO BAGHDAD - Abd al Sattar Obeid stringendomi la mano promette che non piangerà. Ma sta mentendo perché lacrime incontrollabili gli scorrono lungo il viso solcato da profonde rughe. Si guarda intorno per cercare un posto dove sedersi nel cortile del mio albergo, per motivi di sicurezza lui non può entrare e io non posso uscire. Ma il vecchio Obeid non farebbe male ad una mosca, ha quell’espressione dolce e addolorata di chi ha perso la strada e non sa più come ritrovarla. Sattar ha perso molto di più e nella mia mano che invece di stringerla quasi si aggrappa, sento tutta la sua pena. I suoi figli sono stati uccisi. “Sono solo. Non ho più figli”. Obeidi ha 54 anni, ma ne dimostra molti di più. Suo figlio Ali di 28 anni e Taer di 27 sono stati uccisi domenica scorsa durante una cerimonia di commemorazione funebre per il loro fratello più giovane, Muhammad che era stato ucciso un mese prima insieme a due cugini. “Ho perso un figlio e mi sono sentito il cuore strappato, poi ho perso gli altri due e non riesco a capire come io riesca ancora a respirare”. Ali, Taer, Muhammad, fanno parte delle statiche della scorsa settimana, fanno parte dei morti del mese scorso, per tutti sono solo un numero fino a quando non vengono pronunciati i loro nomi e raccontate le loro storie. “E’ successo tutto all’improvviso, eravamo tante persone, pregavamo per mio figlio, per mio fratello e per i suoi due figli deceduti insieme per un’autobomba. Durante il rito sono arrivati una ventina di uomini armati, non si sono curati neanche di nascondere le loro facce, avevano pistole e kalashnikov. Li ho supplicati. Li ho pregati di non uccidere nessuno, che non avevamo fatto niente per meritarci questo. Ma nessuno mi ascoltava, correvo dall’uno all’altro ma nessuno mi vedeva. Hanno puntato i miei due figli, hanno sparato e sono corsi via”. Lo sguardo di Obeid è perso nel vuoto, all’improvviso si riprende e continua a raccontare come se rivivesse la scena: “I parenti e gli amici sono tutti scappati e io sono rimasto solo accanto ai corpi dei miei figli. Ho chiamato la polizia per chiedere aiuto ma non è venuta. Non è venuto nessuno e io sono rimasto tutta la notte accanto ai loro corpi. Ho visto sorgere il sole accanto ai miei bambini morti. Ho accarezzato le loro teste e ho tenuto la mano sulle loro ferite fino a quando non hanno smesso di sanguinare. Era così buio e avevo paura che sentissero freddo anche se sapevo che erano morti. Ma non è una cosa che si capisce subito, insomma come può un padre accettare che tutti i suoi figli siano morti? Non è naturale”. Molte cose che da altre parti sarebbero innaturali a Baghdad sono diventate normali, ma questo non significa che la gente si abitui alla morte, o al dolore, e anche se per il resto del mondo, Taer, Muhammad e Ali sono solo numeri, tre iracheni morti tra tanti, per il loro papà erano tutto il suo tesoro. “Sarei dovuto morire prima io. Non mi sono mai sentito così solo”. Obeid si nasconde il viso tra le mani e scoppia in singhiozzi, “vi giuro che non so perché siamo stati attaccati, ve lo giuro”. Obeid è un pensionato che abita nel violento quartiere di Dora. Ma prima di tutto è un sunnita e per morire può essere un motivo sufficiente in una Baghdad che affonda nella guerra civile e in quella che ogni giorno di più sembra trasformarsi in pulizia etnica. “Non posso più tornare a casa, nel nostro quartiere tutti sunniti sono stati costretti ad andarsene, le milizie sciite ci ricattano, ci chiedono soldi o di andare via. Ho perso i miei figli, e i loro figli hanno perso i padri. Ali aveva cinque bambini, Taer aveva due figlie e Muhammad aveva tre maschi e due femmine. Come posso spiegare a quei bambini perché i loro papà sono morti, ma soprattutto, devo provvedere alla loro sopravvivenza e non so come”, mentre parla in lontananza echeggiano esplosioni e raffiche di mitra, Obeid sobbalza ogni volta e scuote la testa. “Sono solo”, continua a ripetere. Ma il suo dolore è ben lontano dall’essere l’unico. Ogni giorno a Baghdad ci sono decine di morti, decine di padri e madri, mogli, mariti e figli a cui si spezza il cuore. Come Obeid si sentiranno perduti, avvicinati da una sorte comune, ma separati da un dolore che non si può dividere. |
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