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February 25 camion bomba contro una moschea nella provincia di AnbarNon capita spesso nella provincia di Anbar, roccaforte della militanza sunnita, di imbattersi in un camion bomba. Nel cuore dei combattenti che non disdegnano di dare rifugio ai militanti di al Qaeda non ci sono stati molti attentati in passato. Anzi dopo i ripetuti attacchi americani, l'assedio di Falluja e Ramadi, i rapimenti degli stranieri, per molti iracheni sunniti, era diventato una specie di zona «sicura» o meglio, meno pericolosa, dove rifugiarsi dalla violenza settaria che tiene in ostaggio Bagdad. Ma l'esplosione di ieri a circa 80 km dalla capitale, a Habbaniyya, che ha fatto almeno 40 morti e 60 feriti, cambia un po' le regole di quel gioco senza esclusione di colpi che si sta disputando in Iraq. D'altra parte una rappresaglia sciita era prevista, l'operazione «Imporre la sicurezza», lanciata dieci giorni fa, dal premier al Maliki, contrariamente a tutte le altre volte ha messo a ferro a fuoco anche i quartieri sciiti, le cui milizie sono corresponsabili delle stragi e delle esecuzioni di carattere religioso. Non solo, il 22 febbraio scorso a Samarra, veniva attaccata e in parte distrutta la moschea sciita, proprio quella che diede il via alla guerra civile. Con l'operazione delle forze americane e irachene in corso, i centinaia di posti di blocco e le migliaia di soldati sguinzagliati per le strade c'è stato un evidente calo, sia di attacchi che di rapimenti di iracheni e quindi del ritrovamento di corpi, questo significa per i militanti sciiti, che se vogliono colpire ancora i sunniti, almeno in questo periodo di assedio militare della capitale, devono per forza interferire fuori, uscire da Bagdad e colpire tutte le città intorno, come Habbaniyya. Un calo di attentati, può essere solo un velo che verrà strappato non appena l'operazione terminerà, non a caso, secondo i comandanti americani, che sui numeri non hanno cantato vittoria, ci vorranno mesi per capire se il loro lavoro sarà stato efficace. Intanto si contano i morti di Habaniyya, tra i 30 e i 40, gente che entrava in moschea o faceva le ultime spese al mercato, persone cancellate nel buio di una sera che cala presto in Iraq. Attesa una rappresaglia, in un Iraq dove la giustizia si chiama vendetta, non resterà impunito l'attacco ai fedeli dell'altra fazione, gli sciiti. D'altra parte sembra esattamente quello che vogliono i combattenti, da una parte o dall'altra: radicalizzare la lotta, renderla sempre di più un fatto religioso, spesso per mascherare altri interessi che possono essere economici o geopolitici, ma gli estremisti si controllano e si usano meglio e la popolazione è ancora più terrorizzata quando si colpiscono i simboli della religione, come le moschee dove una volta per tutti erano un posto sicuro dove poter sfuggire alla violenza. Non esistono più luoghi così in Iraq. Anche l'arresto e poi il rilascio con tanto di scuse da parte dell'ambasciatore americano, del figlio di uno dei più influenti leader politici sciiti avrà le sue conseguenze. Il figlio di Abdel Aziz al Hakim, capo non solo del più importante partito iracheno, Sciri, ma anche di una potente milizia quella del Badr, filo iraniana, ha trasformato il suo arresto in un fatto religioso, o almeno così è stata la reazione di Moqtada al Sadr, leader radicale sciita: «Si è trattato di "un simbolo" religioso da parte delle forze di occupazione» e ha ammonito che se le forze Usa dovessero mai arrestarlo la crisi nella società irachena sarebbe paragonabile all'esplosione di una bomba nucleare». In tutto questo gli americani dirigono qualche volta anche involontariamente la marea: se loro si spostano in una zona, i militanti operano in un'altra, in un caos che rischia sempre di più di allargarsi ogni giorno che passa. February 16 San Valentino anche a BaghdadLe rose sono arrivate in tempo per San Valentino direttamente dall’Olanda. Non sono molti i fiorai di Baghdad che le hanno richieste, ma alcuni soprattutto nel cuore della capitale le hanno volute. Un po’ perché speravano in qualche irriducibile innamorato, un po’ perché ognuno nel suo piccolo, sfida la guerra e la violenza come può. E la festa dell’amore può essere una buona occasione per ribellarsi. Con attenzione e a piccole dosi. Di sicuro non ci saranno coppiette che si tengono mano nella mano lungo il fiume che una volta univa la capitale, mentre oggi la divide. Non ci sono più i ristoranti pieni di lucine colorate, i barconi musicali e i pittori che esponevano sulle rive. Non ci sono serate danzanti, il teatro o un vecchio film arabo con una storia d’amore struggente al cinema. San Valentino oggi a Baghdad, è una manciata di festoni rossi, è qualche messaggino telefonico, non si riesce neanche più a spedire una lettera d’amore. Alcune vetrine mostrano cuscini rossi a forma di cuore con la scritta in inglese: “Ti amo”, ci sono dolcetti, pupazzetti, bigliettini mielosi stampati all’estero. Anche se in modo surreale, San Valentino si continua a festeggiare anche in Iraq. La guerra può mettere l’amore in “attesa”, può rendere la vita difficile, ma non può fermare il cuore degli iracheni che amano pronunciare la parola “habibti”, “amore mio” alle loro mogli o fidanzate. Nessuno meglio di loro lo sa. I giovani, per lo più maschi, che hanno sfidato la paura di un attacco o l’appena avviata operazione “Imporre la legge”, lanciata dal premier al Maliki proprio ieri, con migliaia di posti di blocco e soldati dispiegati in ogni centimetro della capitale, non avranno bisogno di molte altre prove per dimostrare la devozione verso la propria amata, d’altra parte, amarsi a Baghdad diventa ogni giorno più difficile. Ali Rasheed ne sa qualcosa: 60 km lo separano dalla sua fidanzata, ma se fossero anche 10 mila non sarebbe più lontana. La strada da Baghdad dove vive lui a Baquba dove abita lei è diventata impossibile da percorrere, tanto è infestata da miliziani. Ali, 34 anni è sciita, Reda di trent’anni è sunnita e fino all’anno scorso l’appartenenza a fazioni diverse dell’Islam non avrebbe importato nessuno, ora le pressioni perché loro due non si sposino diventano sempre più forti. “L’anno scorso per San Valentino le ho regalato un mazzo di rose e il suo profumo preferito, quest’anno devo accontentarmi che un amico che abita vicino a lei, le porti un biglietto da parte mia. Dovevamo sposarci prima della guerra, ma con l’attacco degli americani abbiamo dovuto rimandare. Reda è una ragazza gentile e dolce, ci conosciamo dal 1991”. Fino a qualche anno fa, il giorno di San Valentino lo trascorreva andando a mangiare in un ristorantino sul Tigri e poi a ballare fino a tarda sera. Ora la loro vita e il loro amore è appeso ad un filo e alle decisioni politiche e militari di un governo di cui nessuno si fida. “E’ una responsabilità troppo grande sposarsi ora. Se devo lasciare il paese da solo posso accettarlo, ma se uno ha moglie e figli, diventa difficile sopravvivere”, spiega Ali dicendo che ha già ricevuto diverse minacce di morte da militanti fondamentalisti. Ai radicali la festa di San Valentino non piace, e i fioristi di Baghad stanno attenti a non dare troppo nell’occhio. “Possiamo tenere aperto solo poche ore al giorno, in questa strada ci sono già state diverse autobombe e rapimenti di massa, ma il giorno di San Valentino non potevamo rimanere chiusi. Tutti vogliono portare a casa un fiore alla propria moglie o madre - racconta Rasul al Saadi, un fioraio che vende a Karrada street, una delle strade commerciali centrali di Baghdad – ma quest’anno è diverso da tutti gli altri. Non c’è gente che passeggia, non ci sono signore che guardano le vetrine, sono tutti di fretta, corrono a casa per paura di non arrivarci”. Un mazzo di rose costa 25 euro, una cifra astronomica per la maggior parte degli iracheni che nonostante sguazzino nel petrolio, fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Dilon Dawood ha solo ventenni e forse è la sua prepotente gioventù a renderlo coraggioso. “Ogni anno, compro un mazzetto di fiori per mia madre il giorno di San Valentino. Si commuove sempre e lo so che quando torno a casa mi sgriderà per aver rischiato la vita per quattro fiori, ma so anche che per un momento sarà felice e solo per questo ne vale la pena”. February 14 Libano, due anni dopo la morte di HaririIl centro di Beirut è diviso dal filo spinato. E dalle ideologie, dal malessere e dalle appartenenze religiose e settarie. Nell’aria si respira tensione e paura. Commozione e rabbia. Piazza dei Martiri dipinta di blu, i colori del partito dell’ex premier Rafik Hariri, sta per essere invasa da una folla di persone che vogliono ricordare Hariri nel secondo anniversario della sua morte. Un grande orologio scandisce i giorni, 730 da quel fatidico San Valentino, che ancora una volta ha cambiato con violenza la storia del paese dei cedri. Le decine di candele che aspettano di essere accese sono per Hariri e per il sangue versato in Libano in nome di una pace irraggiungibile mentre il filo spinato e i soldati servono a tenere a bada i manifestanti libanesi, filo siriani ed Hezbollah che a poche decine di metri in una piazza accanto si sono accampati dal primo dicembre scorso per protestare contro il governo. Due anni dopo l’uccisione di uno dei politici più influenti, il Libano è paralizzato dalla lotta politica per il potere e ribollente con le tensioni settarie che molti temono possano far ripiombare il paese negli anni bui della guerra civile. Ieri a nord di Beirut, nel villagetto cristiano che ha dato i natali all’ex presidente Amin Gemayel, sono stati fatti saltare due minibus che trasportavano operai. Diciassette feriti e tre morti, un autista, un ragazzino di 15 anni e un immigrato egiziano. Era da novembre che non si verificava un attentato, quando venne ucciso proprio il figlio di Gemayel, Pierre. Qualcuno crede che con questo attacco si voglia voglia tenere la gente lontano dalla manifestazione di oggi. “Mani aliene sono dietro queste esplosioni. I libanesi non uccidono i libanesi”, ha commentato Amin Gemayl. La questione è complessa. I sostenitori di Hariri, e del governo, composto dei suoi alleati, accusano la Siria di essere dietro all’omicidio. “L’attentato era un chiaro invito a non prendere l’autobus per venire alla commemorazione - ha detto suo figlio Saad Hariri – ma chi crede che quello che è successo sarà dimenticato, si sbaglia”. Per capire il Libano oggi, bisogna comprendere Hariri e come è cambiato il paese alla sua morte. Il premier era un politico sunnita che predicava il compromesso e che credeva che la coesistenza in Libano di comunità cristiane e musulmane fosse una qualità che li distingueva da ogni altra nazione mediorientale. Hariri era di origini saudite, legato alla famiglia reale Saudita, alla fine degli anni 80 aiutò a scrivere gli accordi di Taif, una formula di poteri condivisi, che portarono alla fine della guerra civile che aveva martoriato il paese dal 1975 al 1990. Il suo assassinio il 14 novembre 2005, nel centro di Beirut fu uno tsunami politico. I siriani che avevano controllato il Libano per trent’anni, furono costretti a ritirare l’esercito grazie alle pressioni internazionali e locali che accusavano Damasco dell’attentato ad Hariri. Le elezioni portarono i sostenitori di Hariri al potere con un governo guidato da Fuad Siniora, appoggiato dagli Stati Uniti. Ma la dipartita dei siriani non fu indolore, una serie di attentati e agguati uccisero quattro influenti politici antisiriani e una giornalista. Le divisioni settarie e politiche cominciavano a manifestarsi dopo tutti gli anni trascorsi sotto il controllo siriano. Sono le stesse divisioni che ora paralizzano il governo. Il movimento di opposizione degli Hezbollah (un gruppo di manifattura iraniana nato negli anni 80 per combattere l’occupazione israeliana) da due mesi protesta contro il governo di Siniora. Vuole la formazione di un nuovo governo, dove a loro sia concesso un terzo più uno dei seggi, abbastanza per porre il veto nelle decisioni più importanti. Seniora ha detto no, ma il suo governo è tenuto insieme da un filo: un quarto dei suoi ministri, cinque sciiti e un cristiano, tutti fedeli all’opposizione, si sono dimessi in novembre, mentre il ministro dell’industria, il figlio dell’ex presidente, è stato ucciso negli stessi giorni. Hariri guidò la ricostruzione del paese, puntano sul commercio e sugli affari. Ma quegli sforzi sono stati minati dalle manifestazioni, dalle prepotenze e da quelle strade e ponti che Hariri fece costruire e che ora giacciono in rovina dopo i bombardamenti israeliani dell’estate scorsa quando tentarono invano di spazzare via gli Hezbollah. February 08 Una lezione di pacequesto é il testo in memoria di Abir Aramin, la piccola di 10 anni uccisa da un soldato israliano davanti alla scuola di Anata. Il commiato di Bassam, suo padre, é struggente ed una lezione di dignitá e amore per l' umanita intera. Vorrei tanto che le sue parole toccassero il cuore e la mente dei tanti e tante che decidono delle sorti di intere popolazioni senza vedere e sentire ogni essere uman
di Bassam Aramin
UN BAMBINO RAPITOEco Ibrahim Jafar ha solo dieci anni, ma le sue parole, le espressioni che usa e la storia che racconterà non solo hanno cambiato la sua vita per sempre, lo hanno reso quel piccolo uomo come ce ne sono ormai troppi in Iraq. Capace di parlare di una guerra, invece di pensare ai giochi. Pronto a disquisire sulla vita e la morte, invece di fare i capricci. Consapevole di aver vissuto tutto quello che un bambino non dovrebbe mai neanche immaginare. Sono migliaia i ragazzini iracheni rapiti. Per lo più da bande di criminali di cui è impregnata la città. Non solo: i riscatti, decine di migliaia di dollari, sono una delle fonti principali di reddito della militanza, sia sunnita che sciita. Li prendono davanti a scuola, li strappano dalle braccia dei genitori, bambini che spesso spariscono nel nulla, perché nel caos non si indaga. La polizia non ha i mezzi, volontà, né la capacità di intervenire. Ogni famiglia viene lasciata a cavarsela da sola. Chi conosce, anche un solo iracheno, ha una storia terribile da raccontare. “Mi chiamo Ibrahim, ho dieci anni e sono nato a Baghdad. Due mesi fa sono stato rapito e sono stato rilasciato tre settimane dopo, quando la mia famiglia ha pagato il riscatto”. Non c’è emozione nella voce di Ibrahim, come se raccontasse la storia di qualcun altro. “Ero appena uscito da scuola alla solita ora, le 11.45, ma mio padre che doveva venirmi a prendere era in ritardo. Succede a volte perché qui il traffico è terribile. Ho visto due uomini armati venirmi incontro, mi hanno preso per un braccio e mi hanno spinto in una macchina - ricorda Ibrahim – Ho cominciato ad piangere. Potevo sentire il mio maestro che gridava “aiuto” all’entrata della scuola, diceva che mi stavano rapendo, ma ormai era troppo tardi”. La macchina partì a tutta velocità, Ibrahim venne bendato e un uomo gli si sedette a fianco sul sedile posteriore. “L’uomo mi disse che se avessi detto una parola mi avrebbe impiccato. Non sapevo cosa fare. Ho pianto tutto il tempo, e l’uomo seduto vicino durante il viaggio mi colpiva in faccia ogni volta che piangevo forte”. Dopo circa mezzora, la macchina si fermò nel cortile di una casa, il piccolo venne fatto scendere e portato dentro. “Mi tolsero la benda e mi resi conto che la casa non aveva mobili. Mi davano da mangiare due volte la giorno, per lo più creme insipide. Mi hanno costretto a parlare con la mia famiglia al telefono. Mi hanno detto di dire che mi picchiavano e che mi avrebbero tagliato le orecchie”. Per tre settimane, ogni giorno, mentre i rapitori mercanteggiavano il riscatto del bambino con i genitori, non certo benestanti, gli dicevano che lo avrebbero ucciso se non avessero avuto i soldi. “Un giorno la situazione è peggiorata. Uno di quei tipi ha cercato di farmi delle brutte cose, avevo davvero paura, ma grazie a Dio, è arrivato un altro di loro che gli ha dato un pugno in faccia e lo ha costretto a lasciarmi da solo. In quel momento ho capito che potevano anche uccidermi, ma sarei morto con la mia dignità intatta”. Intanto a casa, i genitori di Ibrahim cercavano di trovare i soldi. In una Baghdad schiacciata dalla violenza anche trovare denaro contante può essere difficile. Il padre ha venduto il suo negozio e la madre tutto l’oro e i gioielli della dote. Insieme sono riusciti a raggranellare i circa 40 mila euro che i rapitori chiedevano. “Non so davvero come ci sono riusciti, ma i miei genitori hanno pagato e io sono stato lasciato in mezzo ad una strada vuota senza neanche sapere dove fossi. Un taxi si è fermato, ho raccontato ad un anziano autista quello che mi era successo e mi ha portato subito a casa. Questa volta è stato l’uomo che guidava a piangere tutto il tempo, continuava a dire che gli dispiaceva, per me e per il nostro paese, per quello che era diventato”. Ora Ibrahim è a casa, sano e salvo tra le braccia della madre e del padre, i lividi delle botte che ha preso stanno sparendo, sono le cicatrici che non si vedono quelle che impiegheranno più tempo a rimarginare. Un anno fa il fratello più grande di Ibrahim era stato quasi rapito, ma poi i rapitori devono aver deciso che era più facile sequestrare un bambino fisicamente più piccolo. “Stiamo facendo le valigie. La prossima settimana partiamo per la Siria – spiega Ibrahim – la mia famiglia vive nel terrore e i miei temono che i rapitori possano pensare che se hanno trovato i soldi per un riscatto ne possano trovare per un altro. Mi mancheranno i miei amici e la scuola, ma sono contento che lasciamo l’Iraq e non solo perché sono stato rapito, ma perché non è facile dormire quando senti sparare tutta la notte e hai paura di essere il prossimo corpo che portano alla camera mortuaria”. February 05 Un paramedico a BaghdadIl Messaggero Ali Jabbar è un paramedico di Baghdad. 38 anni, da 16 fa questo mestiere. Se una volta significava portare di corsa donne incinte all’ospedale o vecchi colti d’infarto, oggi sempre di più, trasporta quel resta delle vittime degli attentati. Ogni giorno sale su un’autoambulanza e spera di trascorrere una giornata tranquilla. Non succede mai. “Sappiamo quando cominciamo, ma non quando finirà il nostro turno, a volte lavoriamo anche per venti ore di fila, con il sangue di quelli che soccorriamo che ci si asciuga addosso perché non abbiamo il tempo di cambiarci i vestiti”. Ma il problema non sono gli orari estenuanti, la fatica o il sangue a cui si viene a contatto, è l’orrore che ogni giorno sfila davanti agli occhi e il rischio sempre più alto di diventarne parte. “Anche durante la guerra Iran-Iraq, ma non ho mai visto niente del genere, allora soccorrevamo feriti, al massimo vittime di una mina, adesso è come trovarsi all’inferno. Quando esplode un’autobomba e noi riusciamo a raggiungere la scena, è sempre qualcosa di spaventoso, ci sono braccia, gambe, teste separati dai corpi. Ci sono bambini che urlano, donne coperte di sangue. Dobbiamo velocemente dividere i feriti dai morti e soccorrere i primi, dobbiamo cercare di capire quali pezzi appartengono all’uno o all’altro sperando che poi i medici abbiano gli strumenti, le medicine e il tempo per rimettere insieme quella povera gente”. Jabbar si lamenta perché spesso arrivano troppo tardi. “Il traffico è terribile in città, nessuno rispetta le sirene e poi tra posti di blocco, ingorghi, strade chiuse, a volte ci mettiamo anche venti minuti, spesso sono i passanti a caricare i feriti in macchina e trasportarli in ospedale, succede anche che quando arriviamo i soldati americani abbiano già circondato la zona e non ci lasciano entrare temendo che trasportiamo armi o militanti”. Sono 90 le autoambulanze funzionanti a Baghdad e spesso sono l’obiettivo della militanza che vogliono i mezzi per poter muoversi più liberamente e senza dare troppo nell’occhio per una capitale sempre più paranoica. Alcuni mesi fa Jabbar si stava dirigendo dal quartiere una volta benestante di Al Mansour a quello pericoloso di Dora. “Io e il mio collega che era alla guida eravamo rimasti imbottigliati nel traffico quando due uomini a piedi ci sono venuti incontro e hanno crivellato l’autoambulanza di proiettili”. Akram Muhammad Sahih, 34 anni, padre di due bambini è morto, mentre Jabbar che gli sedeva accanto ha finto di esserlo. “Vorrei smettere, ma se resto senza lavoro la mia vita non migliorerà, sarei sempre a rischio, almeno così so di essere d’aiuto”. Per questo la moglie non lo assilla. “Voleva che lasciassi il lavoro, ma poi ha capito. Adesso abbiamo un patto, lei mi chiama, uno squillo solo senza risposta e io la richiamo allo stesso modo, così sa che sono vivo. Ci chiamiamo anche 12 volte al giorno”. E in una Baghdad impregnata dall’odio e dalla violenza c’è ancora chi per 80 dollari al mese rischia la propria vita per salvare gli altri. February 02 A scuola a Baghdadil MessaggeroZeinab Rashid da dieci giorni non frequenta più le lezioni. L’ultima volta che si è recata in università sono morti cento studenti e lei era lì quando è stata travolta da due esplosioni. Si era attardata per aspettare un’amica con la quale prendeva l’autobus per tornare a casa. Era una delle condizioni che le avevano imposto i genitori per acconsentire che ancora andasse a scuola: non doveva mai tornare da sola. Quel giorno lottava contro un terribile mal di testa ma si rinfrancò quando vide l’amica venirle incontro. “All’improvviso ci fu un rumore tremendo e quando aprii gli occhi vidi un fungo di fumo salire verso il cielo. Io stavo bene, ma mi rivolsi verso la mia amica che urlava ad una decina di metri di me. Abbassai lo sguardo e vidi che a terra tra le sue gambe c’era una testa”, racconta Zeinab, una ragazza irachena di vent’anni. Con distacco racconta l’orrore di quella giornata, le grida, il sangue, i soccorsi, la confusione e soprattutto la paura che ogni giorno che passa si impossessa di un pezzetto in più della vita dei giovani iracheni. Ma non è per questo che Zainab ha smesso di andare all’università. “Quel giorno, quando sono tornata a casa ho trovato mia madre accasciata sulle scale di casa. Quando mi ha visto, mi ha guardata come se fossi un fantasma. Mi si è gettata addosso e mi ha stretto riempiendomi di baci e di lacrime. Continuava a supplicarmi di non uscire mai più”. Zeinab dopo dieci giorni sta ancora aspettando che sua madre si calmi, poi proverà a tornare all’università. “Di certo la realtà che ci circonda non ci aiuta. Una volta, dovevo combattere con i miei per uscire la sera a mangiare fuori con le amiche, adesso devo farlo per andare a scuola. Dopo quello che ho visto, li capisco, mi sono trovata così vicino alla morte. Ci troviamo sempre un po’ più vicino alla fine. Non c’è più un posto sicuro per noi. Neanche a casa lo siamo, in qualunque momento possono arrivare squadroni della morte, soldati iracheni o militari americani. Sentiamo storie di tutti i tipi e nessuna finisce bene, vorrei che avessimo i soldi per andarcene, ma i miei genitori non sono abbastanza ricchi”. Nadeem Haziz, non ha dubbi: “La mia vita vale più di un diploma”, dice spiegando che sono ormai settimane che non va più all’università, frequentava geografia, ma dopo aver visto un suo professore trucidato davanti all’entrata della sua facoltà, ha detto basta. “Il problema non è solo quello di arrivare e andarsene dall’università. Spesso si rischia per arrivare e poi si scopre che non ci sono i professori, perché sono morti, fuggiti o impauriti. Le milizie diffondono liste nere con i nomi dei professori che devono morire. Spesso non si fa lezione, spesso saltano le sessioni di esame, o peggio l’università chiude per giorni senza che nessuno venga essere avvisato”. Secondo il ministero dell’Educazione iracheno, i professori di università e gli insegnanti di medie e superiori sono vittime di agguati e intimidazioni. Dal 2003 sarebbero morti almeno 280 accademici, e 3250 hanno lasciato il paese. L’ufficio dell’amministrazione dell’Università d Baghdad ha ammesso che l’iscrizione al campus che comprende gli alloggi degli studenti che vengono da fuori la capitale, è diminuita del 40 per cento, mentre l’iscrizione al campus nel distretto di Hadhamiya si è addirittura dimezzato. Una volta l’Educazione superiore irachena era considerata tra le più avanzate del Medio Oriente, ma negli ultimi vent’anni, tra guerre ed embargo, la qualità è progressivamente diminuita per poi precipitare negli ultimi anni. Ad ogni modo i corsi nelle 20 università statali restano gratuiti così come nei 47 istituti tecnici sparsi per il paese. Heba Yassin, 21 anni, studentessa di medicina, non demorde. “Ogni volta che esco di casa spezzo il cuore dei miei genitori. Ma non la darò vinta alle milizie. Ognuno combatte a modo suo, io cerco di diventare un dottore. Il nostro paese ha bisogno di medici non di soldati o combattenti. Le milizie non vogliono che siamo istruiti. Dove non c’è cultura è più facile controllare le persone, ed è proprio per questo che non dobbiamo lasciarli fare. Fino all’anno scorso non sapevo neanche se ero sunnita o sciita, non ha mai importato nessuno. Ma siamo circondati da persone ignoranti che ascoltano persone di altri paesi che cercano di aizzarci l’uno contro l’altro. Come vincere? Per me c’è un solo modo: non arrendersi”. |
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