Barbara's profileBARBARA SCHIAVULLIPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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21 February IN VISTA DI UN GOVERNO, INTRIGHI DI CORTEISLAMABAD - Gli intrighi di corte sono cominciati. E i protagonisti sono agguerriti. Da una parte l’opposizione, il partito Popolare di Benazir Bhutto e quello della Lega Musulmana dell’ex premier Nawaz Sharif coalizzati per formare il governo e chiedere le dimissioni del presidente Musharraf non avendo il numero sufficiente di seggi per chiedere l’impeachment. Dall’altra Musharraf con le spalle coperte dall’esercito. In alto sopra a tutti ci sono gli Stati Uniti, per anni stretti alleati di Musharraf, perché infondo se serve, per loro si può appoggiare una dittatura e allo stesso tempo promuovere la democrazia. Sconfitto Musharraf, alleato chiave nella lotta contro al Qaeda e i Talebani, ma anche i partiti islamici, un fenomeno strano per un paese musulmano, quando la tendenza degli ultimi anni, nei paesi vicini è stata quella, in vista delle elezioni, di preferire i conservatori religiosi ai laici. Il nuovo governo che dovrebbe essere pronto per metà marzo dovrà affrontare sfide importanti, tra le quali l’inflazione e la minaccia del terrorismo. Per questo i nuovi leader, che tanto nuovi non sono, devono decidere in fretta come e quanto avere a che fare con il presidente Musharraf per affrontare tutte le problematiche che lo hanno fatto cadere dal trono, la decisione di sospendere la Costituzione, la paralisi della Corte Costituzionale, gli arresti arbitrari, tra quali quello del presidente della Corte Suprema agli arresti domiciliari con tutta la famiglia dal novembre scorso. Il vedovo di Benazir Bhutto, Ali Azif Zardari che fin dall’inizio ha manifestato il suo voler una politica indipendente da quella degli americani, ieri si è recato all’ambasciata americana a Islamabad mentre qualche ora dopo uno stretto collaboratore di Musharraf si è recato da lui. Poi Sharif ha visto Zerdari. L’ipotesi più probabile è che alla fine di questa storia e di queste elezioni tutto andrà come pianificato: il presidente resterà e i due partiti formeranno un governo anche se molti sanno che tra Zardari e Sharif, che invece gode di buone relazioni in Arabia Saudita, ci sono visioni molto diverse della politica, in comune hanno solo le accuse di corruzione che al primo hanno fatto scontare otto anni di prigione e all’altro l’esilio all’estero. Comunque, il partito di Sharif potrebbe focalizzarsi sul controllo della provincia del Punjab, la più popolata del paese e quella dove hanno vinto più seggi, giocando un ruolo meno attivo al governo che sarà guidato dal Partito Popolare che non ha mai escluso di poter lavorare con il presidente, tanto più che la Bhutto prima di essere uccisa era rientrata in patria proprio con un accordo di condivisione del potere con Musharraf. Fremono le trattative in un Pakistan fatto di gente che con coraggio è andato votare sotto la minaccia delle bombe, speranzosa che qualcosa potesse cambiare. “Le elezioni sono state corrette ma con riserve”, ha detto Lilli Gruber, deputata europarlamentare tra gli osservatori internazionali che hanno vegliato su queste elezioni. Molte cose ancora da migliorare, soprattutto per quanto riguarda il voto delle donne, ancora limitato. I risultati definitivi non sono ancora arrivati, ma la lotta per il potere è in pieno svolgimento. VIA MUSHARRAF E I RADICALI, IL PAKISTAN SCEGLIE I MODERATI, PIù O MENOISLAMABAD - Antum Aqeel Khan è un uomo felice con il suo faccione stampato su un enorme manifesto appeso su uno dei suoi palazzi in costruzione in un quartiere di Islamabad. Antum, un noto costruttore, era uno dei candidati della Lega Musulmana dell’ex premier Nawaz Sharif che insieme a quello Popolare di Benazir Bhutto che hanno vinto le elezioni in Pakistan. Circondato dai suoi sostenitori passeggia in strada con le macchine che ingolfano il traffico per salutarlo. Su 238 mila voti ne ha ottenuti 61.485, come dice senza perdersene uno. “Sono contento, ma non è stata una sorpresa - afferma sotto un sole caldo intrappolato in un orribile completo di cotone azzurro - Quello sorpreso sarà il presidente. Se fossi in lui mi dimetterei subito, altrimenti appena si formerà il governo ci daremo da fare per avviare le procedure per l’impeachment. Quell’uomo è finito e anche la politica di servilismo verso gli Stati Uniti, la relazione sarà cortese”. Anche perché i leader dei due partiti in testa, il partito Popolare guidato dal vedovo della Bhutto e la Lega Musulmana di Sharif, hanno sbaragliato lo sconfitto partito del presidente. L’affluenza è stata del 46%. Meno bassa del previsto, e la sconfitta non può che bruciare ancora di più. Lo sparano con chiarezza i titoli in prima pagina dei giornali locali: “A casa tutti gli uomini del presidente” e ancora “La democrazia è stata vendicata”. Ma Musharraf non se ne va, ha accettato la sconfitta e si dice pronto a vegliare come un padre sul nuovo premier. Favorito al posto Amin Fahim, un uomo che piace a tutti, vice presidente del partito della Bhutto. “Pochi considerano che un uomo disperato e senza niente da perdere, può fare qualunque cosa, figuriamoci un dittatore appoggiato dall’esercito”, ci dice Ibrahim Yousaf Zai, un noto analista politico di Peshawar. La delusione maggiore dopo l’abbandono del suo popolo, però, il presidente deve averla avuta dagli Stati Uniti: “E’ chiaro che il Pakistan ha fatto un passo verso il ritorno della democrazia, ci congratuliamo per lo svolgimento di queste elezioni”, ha detto Tom Casey, il portavoce del Dipartimento di Stato. Musharraf per anni è stato uno dei più stretti alleati degli americani nella lotta al terrorismo beneficiando di centinaia di milioni di dollari per combatterlo. Intanto il viso del re, come lo chiamano i pachistani, è già scomparso da tutti i manifesti del suo partito. “Ci sono già consultazioni tra il partito Popolare e quello di Sharif, formeranno una colazione,”, conferma Antum. Un governo debole, per gli analisti politici, che sottolineano la diversità delle due formazioni, il partito dei poveri guidato dalla dinastia dei Bhutto che si veste di parole come democrazia e libertà e quello di Sharif cresciuto in una famiglia di mercanti e che ora predica, almeno lo ha fatto fino alla campagna elettorale, la restaurazione della Sharia, della legge islamica. “Il ruolo dei militari nella politica deve finire per sempre, dobbiamo essere uniti contro la dittatura. Rimetteremo i giudici deposti da Musharraf al loro posto alla Corte Suprema e, rispetteremo la Costituzione”, ha detto Sharif che nel 1999 è stato cacciato proprio da Musharraf con un colpo di Stato. E il presidente sorprendendo, annuisce: “Deciderà il parlamento sulla sorte dei giudici”. Quello di ieri doveva essere un giorno di lutto per il paese, si erano predetti brogli, gente in piazza, sangue che scorreva per le strade. Non è accaduto. Il Pakistan è calmo e festoso come non accadeva da mesi, nessun incidente, nessuna bomba, perfino i talebani hanno fatto una pausa mentre le mogli pakistane sorridono ancora per aver fatto incetta in questi giorni di generi alimentare che avrebbe permesso alle loro famiglie di chiudersi in casa qualora fosse scoppiata la rivoluzione. Previsione sbagliata, la rivolta è stata silenziosa e dolce la vendetta dei pachistani IL GHOSTWRITER DEL PRESIDENTEISLAMABAD - Humayun Gauhar sta dalla parte giusta. Non importa chi vincerà le elezioni, chiunque salirà al potere sarà un suo amico, perché lui conosce tutti quelli che contano e non ha peli sulla lingua a dirlo: in Pakistan governa una elite e non importa quello che la gente pensa o vuole. “La politica è come il golf, la gente porta le mazze, guarda, sogna ma non partecipa mai al gioco, al massimo li si può far credere che mettere un foglio in una scatola faccia la differenza ma non è così”. Humayun Gauhar è il ghostwriter del presidente Pervez Musharraf. Ha scritto la sua biografia pubblicata nel 2006. “Sulla linea del fuoco”. Editore, uomo di affari, scrittore. “Possiedo delle compagnie, ma non le gestisco perché resterei al verde, per diventare ricchi bisogna comprarle e metterle in mano alle persone giuste”. E’ talmente franco da sembrare quasi simpatico, è raro incontrare in questo paese uno che dice le cose come stanno. Il suo fisico corpulento lo costringe a muoversi lentamente ma la sua lingua corre veloce. Un figlio d’arte, suo padre Altaf Gauhar, un guru della comunicazione, scriveva i discorsi per il presidente Ayub Khan che governò il Pakistan dal 1958 al 1969, scrisse anche la sua biografia, “Amici, non dominatori”. Musharraf un giorno ha chiesto a Humayun di aiutarlo a scrivere la sua storia: “Eravamo a casa mia a fumare un sigaro, ci vediamo spesso, siamo amici, e mi ha detto che gli piaceva molto come scrivevo anche quando parlavo male di lui”. Hanno lavorato per due anni, incontrandosi la sera fino a notte fonda, creando temi e strutture, raccontando la storia di uno degli uomini più contestati di questo paese. Ma il biografo lo rispetta: “Quando un uomo sta al governo per otto anni deve prendere migliaia di decisioni, non possono essere tutte giuste, ha commesso degli errori ma ha cercato di fare del suo meglio. Ha tenuto lontano gli americani, ma gli ha anche preso soldi”. Sembra già sapere come andranno le elezioni legislative che in uno spaventato Pakistan si terranno lunedì: “vincerà il partito del presidente che però non otterrà la maggioranza dei seggi e dovrà allearsi con qualcuno, probabilmente secondo arriverà il partito popolare della Bhutto, poi quello dell’ex premier Nawaz Sharif”, mentre i partiti islamici hanno fatto una stupidaggine a boicottare il voto. Avrebbero vinto di più nel nord e la loro presenza in parlamento avrebbe continuato un dialogo con l’islam meno moderato. Se loro escono si perderà un interlocutore e i militanti ne approfitteranno”. Ma non solo, Humayun spiega che il Pakistan ha un sistema di governo inglese, tutto si tramanda, tanto il potere quanto la povertà. “Sei i poveri governassero allora dovrei pensare a come salvarmi il collo, ma finché ci sarà il figlio di qualcuno siamo a cavallo, i partiti islamici in realtà sono stati i primi a spezzare la catena delle dinastie, fanno male a ritirarsi dalla corsa. D’altra parte il nostro sistema è feudale e tribale”. Per lui Musharraf è ancora l’unica alternativa, anche se non augura a nessuno la fine della Bhutto, uccisa il 27 dicembre scorso, sa bene che il suo partito è allo sbando. “Ormai non è più un partito ma un culto, e la sua icona Benazir non c’è più. Suo marito che ne ha preso le redini, non piace a nessuno”. Ma c’è di più, la Bhutto era diventata amica degli americani e questo non è gradito ai pakistani: “Tutti odiano l’America, hanno creato il caos, e se Musharraf ha un merito, è quello di averli tenuti fuori dal nostro paese, volevano combattere nelle zone tribali e lui ha detto no, volevano controllare il nucleare e lui ha detto no”.
IL PAKISTAN VOTA IN NOME DELLA DEMOCRAZIA
Bastava varcare di nuovo i seggi deserti avvolti nel buio per entrare nel mondo del conteggio. Scuole, cliniche, ex galere con poliziotti alle porte proteggevano la verginità dello spoglio delle schede. Da una parte le donne con i voti delle donne, una specie di pollaio, dove una decina di persone velate sedute a terra, rimestavano nelle schede sparse dappertutto e dall’altra gli uomini, più ordinati, forse più abituati, tutti forniti di fogli di carta dove con un grafia quasi ordinata segnavano i numeri. Il futuro del Pakistan giace in quei numeri. “Sta vincendo il partito dell’ex premier Nawaz Sharif”, dicono in almeno quattro seggi, seguito dal partito orfano della Bhutto. E Musharraf? Quanti voti ha preso il presidente? “Ventisei”, dice quasi sottovoce il presidente di un seggio immerso in un quartiere della capitale abitato da funzionari statali. Ventisei voti su 746. Il presidente non riesce a trattenersi e scoppia in una sonora risata, tutti ridono alla disfatta del partito del re come lo chiamano loro. D’altra parte si sapeva, questo voto sarebbe stato strano e pieno di sfaccettature. Un partito senza leader, un altro con capo accusato di corruzione, una sorta di referendum per il presidente, e un pezzo di società molto variegato che ha deciso di boicottare le elezioni. L’affluenza non è stata alta, molti seggi nelle città sono stati disertati, un po’ per paura, un po’ per il richiamo degli avvocati, delle minoranze, degli islamici che prevedevano brogli. Ma forse, se vincerà il partito della Bhutto e quello di Sharif, qualcuno tornerà sui suoi passi, il primo sarà proprio il presidente che ha già annunciato che collaborerà con qualsiasi coalizione si formerà. Non è detto però che l’opposizione accetti il compromesso, bastano due terzi del parlamento per invocare l’impeachment di Musharraf. Ma la capitale non è tutto il Pakistan dove il 51% della popolazione analfabeta. Il Pakistan è anche la zona tribale del nord Ovest dove i mullah hanno ordinato agli uomini di non mandare le donne a votare, è il sud tribale dove una famiglia vota compatta da generazioni lo stesso partito. O Karachi dove spopola il partito della Bhutto o le zone rurali dove invece fanno il tifo per il presidente. Intanto però ad Islamabad i ragazzi festeggiano fino a notte inoltrata. Le vie della capitale hanno visto troppo sangue per non sorprendersi dalle bandiere, gli striscioni, le macchine che strombazzano, sembra la fine di una partita di calcio, in realtà è un paese che cambia. VITA DA MINORANZA: I CRISTIANI IN PAKISTANISLAMABAD - La maggior parte di loro non voterà. Alcuni, i più istruiti, aderiranno al boicottaggio delle elezioni che si terranno lunedì. Molti non votano perché non sono neanche registrati, non hanno documenti, a mala pena sanno quando sono nati, non sono capaci neanche scrivere il loro nome. Quelli che varcheranno i seggi, lo faranno in nome di Benazir Bhutto, l’ex premier leader del partito popolare, uccisa il 27 gennaio scorso. La sua morte ha attirato la simpatia di molti e soprattutto dei poveri, i suoi maggiori sostenitori, tra questi tutta la comunità cristiana, il fanalino di coda di un paese sull’orlo della crisi economica, schiacciato dal fondamentalismo dilagante eppure speranzoso che qualcosa cambi prima o poi. A JM Markez, un quartiere residenziale dove vive la classe media di Islamabad, tra due file di palazzi grigi bisogna superare una discesa ripida per imbattersi in una colonia di bidonville nascosta dalla vista della strada. Ci sono delle casupole di mattoni di fango costruite alla rinfusa che pullulano di bimbi impolverati con gli occhietti vivaci che scorrazzano tra le immondizie. Un quartiere abusivo, il ghetto dei cristiani con ironia chiamato Musharraf Colony in nome del presidente che ha fatto meno per loro. Azra, una donna vestita di viola ci viene incontro con una squadra di bambini tutti suoi, e subito ci offre di andare a casa sua a prendere il tè. Viene dal Punjab, non è sicura di quanti anni ha, tra i trentacinque e i quaranta e abita da sette anni nella capitale dove il marito lavora come uomo delle pulizie. Sono cattolici e hanno otto figli, quattro bambine dagli occhi stupendi e quattro maschietti che le si stringono intorno alla gonna. Giura ridendo che non farà più figli, “otto sono abbastanza”, soprattutto perché non hanno soldi, non hanno speranze di un lavoro, non hanno neanche la possibilità di mandarli a scuola. Nessuno dei bambini della colonia riceve un’istruzione, ma è il meno per le famiglie che vivono in quei trecento scatoloni di fango dove non c’è elettricità, acqua, gas o fognature. E’ un buco nella terra dove la gente brulica e aspetta che qualcosa succeda. All’entrata del ghetto cristiano c’è un manifesto della Bhutto, l’ex premier è l’unico politico che rispettano, anche se morta continua a vivere nelle loro speranze. Sono tre milioni i cristiani in Pakistan, un milione e duecento registrati al voto, “Ma io chiedo ai cristiani di non votare, queste elezioni sono una frode e Musharraf è un dittatore”, ci dice Julius Salik non lontano dal quartiere cristiano nel suo ufficio dove ha organizzato un sit in di protesta. Sua moglie Maria porta tè e biscotti, mentre il marito aizza gli amici a protestare contro la quota destinata alle minoranze. “Dieci seggi da dividere tra sich, indù, cristiani, buddisti, ma quello sarebbe nulla se non fosse che non vengono eletti da noi, ma nominati proporzionalmente dai partiti che vinceranno”. Nel cortile ha costruito una gabbia con dentro le dieci sedie che spetterebbero loro al parlamento. Julius ex ministro per le minoranze ai tempi del secondo mandato della Bhutto, non è nuovo a queste iniziative, la protesta convenzionale non è il suo forte, nel 2001 in solidarietà agli afghani attaccati dagli americani si è trasferito in una gabbia, ha fatto scioperi della fame, si è auto lesionato, ha dato fuoco ai suoi vestiti, è stato arrestato sette volte, e nominato dalla Bhutto come candidato per il premio Nobel per la Pace nel 1996. “A causa di leggi restrittive, siamo banditi da stipendi, dall’istruzione, dalle opportunità lavorative dei musulmani”, dice Julius che è sempre pronto a combattere. Non solo, la stretta alleanza del governo di Musharraf negli ultimi cinque anni con la coalizione di partiti islamici, per i cristiani ha rappresentato un passo indietro che ha compromesso la liberà di pensiero, di coscienza e di fede. Anche se viene diffuso un messaggio moderato, nelle scuole pakistane, i testi scolastici approvati dal ministero insegnano che gli ebrei sono avidi strozzini e i cristiani sanguinari crociati. Il maggio scorso un cristiano è stato imprigionato e condannato a morte. Il suo crimine? Aver detto ad un gruppo di musulmani di fare silenzio mentre piangevano la morte di un loro nipote che stavano seppellendo. Gli uomini lo accusarono di blasfemia. “I rapporti qui ad Islamabad con i musulmani sono buoni”, dice Julius, ma in molte altre città la situazione è difficile, i cristiani non mostrano i loro simboli e a volte gli vengono offerti soldi per diventare musulmani. 19 February NEL REGNO DOVE NASCONO I TALEBANIAKORA KATTAK – Il cancello si apre su un’enorme spiazzo che da una parte si affaccia su una moschea all’aperto e dall’altra su una serie di palazzine punteggiate di asciugamani colorati stesi ad asciugare su balconcini affollati di ragazzi. Hanno tutti la barba, chi più e chi meno a seconda delle età e lo stesso sguardo fisso di chi vede qualcosa di curioso. Non sono tante le donne straniere che varcano la soglia della più grande madrassa, scuola coranica, in Pakistan: Darul Oulum Haqqania, la Casa della conoscenza. Una cinquantina di km da Peshawar. Qui si impara a memoria il Corano, ma anche che è giusto combattere contro gli invasori, contro gli stranieri e che il mondo migliore è quello dove la Sharia, la legge islamica mette in ordine la vita di tutti. Il portone si chiude con uno schiocco. Non si può fuggire da quella che per molti è la tana dei lupi, si può solo andare avanti verso una tenda che uno studente dalla pelle chiara scosta con la goffaggine e il sorriso un po’ ebete di chi non è abituato alle buone maniere. Un lungo sentiero stretto si snoda tra le mura grigie delle casette di quello che è il quartiere degli insegnanti. Il vicedirettore della scuola aspetta nel suo minimalista salotto seduto con le gambe incrociate su un materasso circondato dai suoi assistenti, uomini con la barba nera e il turbante. Se non fosse via per un affare importante, ci assicura il Maulana Syed Yousuf Shah, ci avrebbe ricevuto il fondatore della madrasa, Sami ul Haq, leader del partito Jamiat Ulema i Islam, ma soprattutto il padre dei Talebani. E’ da questa scuola che all’inizio degli anni ’90, i militanti del mullah Omar partirono per conquistare il sud dell’Afghanistan e poi Kabul. Il maulana non c’è, si trova negli Emirati Arabi per raccogliere finanziamenti, il suo vice non ha voglia di dire perché, “ci sono tante cose da fare qui”, afferma lasciando cadere l’allusione che a qualche centinaio di km dall’altra parte del confine, in Afghanistan si combatte una guerra che costa molto. “Come vedete qui non ci sono terroristi, le nostre porte sono aperte a tutti, il nostro pensiero è chiaro, vogliamo solo uno stato islamico per il bene dei musulmani”. Non farebbe una piega se non fosse, che questo Stato i talebani cercano di imporlo con violenza a tutti. Nella madrassa ci sono 3500 studenti che vengono da ogni parte del paese, i più piccoli studiano a memoria il Corano, gli altri fino agli studi universitari, affrontano materie come diritto islamico, logica, matematica, studi religiosi ma anche informatica, perché i maestri sanno bene, che oggi non c’è forma di comunicazione più efficace di internet. D’altra parte è da qui che esce la nuova generazione di talebani, quella dopo l’11 settembre. Giovani combattenti pakistani, nati dopo l’invasione americana dell’Afghanistan, imbottiti di versi e proiettili, pronti a morire in nome di Dio per cacciare gli stranieri, ma soprattutto in Pakistan, contrastare il governo alleato degli americani. “Non andiamo a votare, perché queste elezioni sono una farsa. Musharaf imbroglierà e noi non abbiamo tempo da perdere, tanto qualunque governo si formerà ci chiederà poi di entrare se vogliono avere un dialogo con i Talebani”, afferma con sicurezza Yousef Shah mentre il figlio più piccolo gli si arrampica addosso per tiragli la barba e strappargli il pakool, il berretto afgano che ha in testa. Le madrassa sono un fenomeno diffuso nelle zone tribali dove non ci sono scuole pubbliche e dove viene garantito l’unica istruzione possibile, oltre un pasto caldo, un letto e vestiti ai i figli delle famiglie povere che rappresentano la maggioranza della popolazione. Lo studente che ci ha aperto il cancello ci guida a fare un giro per il complesso, dalle finestre spalancate per lasciare entrare la primavera appena scoppiata, arrivano le voci degli insegnanti e dei ragazzi che salmodiano il Corano. Un giorno forse qualcuno di loro partirà per combattere in Afghanistan o si farà esplodere in mezzo ad un mercato, come forse è accaduto cugino di un ragazzo che incontriamo che ha tanta paura che non vuole neanche dire il suo nome. “Tre mesi fa Shiraz che aveva solo 16 anni è partito per un campo di addestramento militare nel waziristan e ora non sappiamo più dove sia. Uno dei figli di mia zia è già morto combattendo in Kashmir, non sopporterebbe di perdere un altro figlio. Ma quando decidono di andare non c’è modo di fermarli”. E neanche di cercarli, nelle zone tribali, del nord e del Waziristan pochi si azzardano ad entrare, è la terra dei pashtun, dichiarata “Emirato islamico”, dai Talebani. La turbolenta città di Peshawar per uno straniero è il punto più lontano dove si può spingere per vedere i segni di una presenza estremista che avanza. I negozi di dvd e dei barbieri bruciati, le donne con il burqa, tanti come non se ne vedono più neanche in Afghanistan.
18 February ATTENTATI PRIMA DEL VOTOISLAMABAD - Si chiude nel sangue la campagna elettorale di quelle che sono le elezioni più importanti della storia del Pakistan, un paese nella morsa tanto del fondamentalismo quanto della disillusione. Quaranta morti, più di cento feriti è il bilancio del primo attentato che ha colpito Parachinar, un paesino nel nord ovest della turbolenta zona tribale non lontano dal confine afgano. Un kamikaze alla guida di un’autobomba imbottita di esplosivo si è lanciato contro l’ufficio di un candidato, Syed Riaz Hussain, indipendente ma sostenuto dal partito di Benazir Bhutto, l’ex premier uccisa il 27 dicembre scorso. Un boato e poi l’inferno, pozze di sangue, corpi fatti a pezzi, e quell’odore di carne bruciata che marchia ogni colpo messo a segno dalla militanza, dagli estremisti che non vogliono che il paese lunedì vada a votare. Qualche ora dopo, un’altra autobomba, questa volta nel sud tribale scagliata contro un posto di blocco della polizia, ha ucciso tre persone e gettato il paese nel panico. E come se non bastasse, in una sorta di eco iracheno, ancora nel nord ovest, un seggio vuoto è stato danneggiato dal lancio di alcune granate. E sarà proprio la paura che il giorno delle elezioni terrà migliaia di persone inchiodate a casa. Sanno che le esplosioni di ieri erano solo le prove generali e che nel mirino ci sono i seggi che si apriranno di prima mattina sotto gli occhi di centinaia di osservatori internazionali e 81 mila agenti di polizia e militari sguinzagliati per garantire la sicurezza del voto. “Queste elezioni sono una farsa, Musharraf è un dittatore, troverà il modo di imbrogliare”, dice la gente per le strade della capitale. E’ difficile incontrare qualcuno che voti per il partito del presidente, il cui gradimento è precipitato nelle ultime settimane. Sono ottanta milioni le persone chiamate alle urne, circa la metà della popolazione, la maggior parte senza documenti, analfabeta e soprattutto donna, in zone dove l’uomo spesso detta l’unica legge che conta. Altissimo sarà anche l’astensionismo considerando che la società civile, come il seguito movimento degli avvocati, gli islamici, le minoranze, tra i quali i cristiani, invocano il boicottaggio. “Le elezioni saranno trasparenti e oneste – continua a ripetere da giorni il presidente quasi a voler convincere i pachistani – e avremo uno stabile e democratico governo capace di combattere il terrorismo e l’estremismo”. Musharaf ha bisogno che i conti tornino a suo favore in parlamento se non vuole rischiare l’impeachment invocato dai partiti all’opposizione qualora vincessero i due terzi dei seggi. Improbabile ma non impossibile, d’altra parte il partito popolare attira migliaia di voti anche solo per la simpatia e l’emozione che ha provocato la morte della Bhutto in tutto il paese, mentre l’ex premier Nawaz Sharif, forte in alcune regioni, per molti è rimasto l’unico leader a poter tenere testa al presidente.”Sappiamo bene che ci saranno brogli in queste elezioni”, ha detto Sharif, ma il numero due della Commissione Elettorale si ribella: “Siamo neutrali, stiamo facendo il nostro lavoro per assicurare democratiche e giuste elezioni”, dice Kanwar Dilshad che però non sa come rispondere alle critiche delle organizzazioni umanitarie, che lo accusano di aver ignorato decine di denunce di candidati aggrediti, molestati e minacciati. 17 February Pakistan un paese sull'orlo di una crisi di nerviISLAMABAD - Un paese devastato, un altro sull’orlo del baratro, Stati che sprofondano nelle polemiche politiche, migliaia di morti, feriti e profughi: sono trascorsi otto anni dall’inizio della guerra al terrorismo e c’è una sola certezza, che nessuno sa chi stia vincendo. Da una parte gli Stati Uniti e la Nato, dall’altra i Talebani e Al Qaeda, in mezzo l’Afghanistan e il Pakistan con le loro contraddizioni, brutture, con le speranze della gente che si accendono ogni volta che piovono soldi o si firmano promesse che nessun politico riesce a mantenere. Gli Stati Uniti sono chiari per vincere ci vogliono più soldati che combattano. La Nato tergiversa, i paesi che la formano sono tanti quanto diversi. Più o meno cinquantamila soldati, contro forse qualche decina di migliaia di militanti. E l’Afghanistan soccombe, non secondo i militari, non per i politici, è lo sguardo della gente che cambia ogni volta che parla di una guerra che non finisce mai. I Talebani sono stati cacciati nel 2001, ma non sono mai stati sconfitti e ora pullulano nel sud, desiderosi di formare uno un paradiso che parla di un islam radicale che la gente non vuole ma che non sa come contrastare. Al Qaeda dal canto suo fiorisce, loro non piacciono a nessuno, ma servono, all’America che ha bisogno di un nemico, al Pakistan che riceve soldi dagli Stati Uniti ogni volta che lancia un missile nelle zone tribali, una vasta area al confine con l’Afghanistan che i Talebani, o meglio le tribù pashtun attraversano come si trattasse della strada davanti al cortile di casa. A niente valgono i pattugliamenti dei militari della Nato da una parte e pakistani dall’altra, talebani, militanti, semplici uomini di affari o profughi, passano come se quella frontiera che non riconoscono tra le alte montagne innevate, non fosse mai esistita. Nessuno sa chi vince. Quando calano gli attacchi si dice che la Nato abbia conseguito dei successi, quando gli attentati, i camion bomba, i kamikaze colpiscono le truppe e i civili allora la rabbia e la frustrazione ribolle. Molto non è dato sapere. Ci sono posti dove non si può più andare e nessuno può controllare, arrivano gli echi della gente e dei militari, qualche portavoce dei militanti, ma ognuno ha i suoi interessi e in nessuno di questi è richiesta la verità. Il sud dell’Afghanistan è interdetto per le operazioni militari o per la caccia allo straniero dei Talebani, così come la zona tribale del Pakistan, il Waziristan o lo Swat. La sfida dell’Occidente è quella di importare la democrazia a suon di bombe, quella degli estremisti che siano religiosi o ideologici, è quella di mantenere il caos e far proliferare la rete del terrore. Una sorta di bilancia che si muove spinta dagli eventi, qualche leader talebano che muore perché non serve più, come è accaduto a Mansour Dadullah, capo dei talebani della provincia di Helmand, ucciso in Pakistan qualche giorno fa. La Nato sta fallendo in Afghanistan? “Un aspetto positivo è che la gente sostiene la presenza dei soldati stranieri – spiega Ali Jalali, ex ministro degli Interni afghano – Siamo preoccupati che se ne vadano prima che gli afgani siano in grado di difendersi. Il problema della Nato è che è fatta di diversi paesi, con diversi mandati, istruzioni. Alcuni combattono, altri no. Alcuni pensano di essere lì per la pace e la stabilità, altri ritengono che non si possa parlare di pace prima di aver sconfitto la militanza in alcune aeree e portato sicurezza. Non è che la Nato stia fallendo. Ma se l’insorgenza non può essere sconfitta militarmente, non ci si può, neanche permettere di perdere”.
SAN VALENTINO IN PAKISTANISLAMABAD - Donne velate si aggirano per il mercato rovistando tra i biglietti di auguri: è San Valentino anche in Pakistan. E anche se è un paese musulmano e in alcuni paesi del Medio Oriente è stato vietato celebrare una festa profana, in Pakistan la patria dei Talebani, il rifugio di al Qaeda ma con una forte società civile di cui spesso ci si dimentica, la festa degli innamorati si celebra. Non che ci si senta proprio sommersi dal romanticismo, ma forse anche per questo fa più tenerezza che in occidente. San Valentino è il trionfo del kitch. Il cattivo gusto regna sovrano con i suoi cuori di stoffa pelosi con la scritta “Ti amo, “Per sempre”, le lampade con i brillantini, le confezioni appariscenti ed esageratamente grandi, le fontanelle di plastica che buttano acqua dappertutto fuorchè nella vaschetta. Signorine povere vendono fiori sfilando tra le macchine ferme ai semafori pagate poche rupie da uomini che sperano di strappare un sorriso alle proprie mogli. Non è facile parlare di amore in Pakistan, non è qualcosa che in Europa si possa capire, quasi tutti i matrimoni qui sono combinati, ma Rashid, un giornalista che viene dalla turbolenta Peshawar, giura di amare sua moglie che ha visto la prima volta il giorno delle nozze quattro mesi fa. “Non c’è niente di strano, i nostri genitori ci conoscono, sanno cosa è meglio per noi, io ho visto una foto, era bella, ho detto sì e anche lei lo ha fatto, da quando ci siamo sposati abbiamo giorno per giorno imparato ad amarci e ora le voglio bene, sarà la madre dei miei figli”. Le ha regalato una cartolina e una candela, piccole cose che ancora contano in un paese dove lo stipendio di un tassista è di 50 euro al mese. “Qualcosa è cambiato, quest’anno la gente è molto meno entusiasta, non vuole spendere, sembra presa da altre cose”, ci racconta Irfan Nasir, il padrone di un negozietto di oggettistica che ha decorato tutto di rosso, il pavimento è coperto da triangolini di carta, la vetrina è impacchettata di rosso come un regalo, i palloncini rossi scendono dal soffitto. “Sono venute soprattutto donne, comprano cose da poco, è il pensiero che conta. Oggi più che mai ci sono tanti problemi, tra tre giorni ci sono le elezioni e la gente ha paura di quello che accadrà, non ha voglia di festeggiare, c’è troppa violenza nell’aria”. Poco più in là, oltre qualche negozio di cashimire, dvd e libri, Abid Malik, ha esposto la sua mercanzia: gigantesche cartoline, pupazzetti, cuoricini, palloncini. Questa mattina un’enorme biglietto di auguri costava 1200 rupie circa 12 euro, ma all’ora di pranzo era già sceso a 500 meno di 5 euro. “Ho venduto tanti peluche, costano solo 30 rupie, 3 euro – ci conferma Malik che non ha fatto gli auguri alla moglie perché non crede a queste feste commerciali – i pakistani sono romantici, ma non hanno soldi da spendere. Per tutto l’inverno è mancato zucchero e farina, per non parlare dell’elettricità, l’amore è un affare per i ricchi, non per la povera gente”. Eppure a vedere le signore che girano tra i banchi pieni di roba con i loro vestiti colorati, non sembra, ci sono anche ragazzi giovani universitari che prendono regalini per le amiche. “Questo è per la mia fidanzata”, dice Salim afferrando un cuore che quando si stringe dice “I Love You” . I suoi lo hanno promesso ad un’altra ma lui ama ricambiato una sua compagna di università e non sa cosa fare, forse troverà la forza per affrontare suo padre e spezzare quella catena che da generazioni fa si che i genitori scelgano per i figli. Il Pakistan è sull’orlo della crisi politica ed economica, la violenza dilaga, al Qaeda terrorizza, le elezioni sono alle porte e tutti pensano che il presidente vincerà imbrogliando, ma resta l’amore di Salim e di quelli come lui e se alla fine trionferà, forse per questo paese allo sbando, ci sarà un po’ di speranza di cambiare le cose. 09 February PROSSIMA PARTENZA PAKISTAN |
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