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    28 March

    Ajmal e Ramatullah

    Non si hanno ancora notizie di Ajmal Nashbandì, il traduttore di Daniele Mastrogiacomo, l’inviato di repubblica tenuto in ostaggio dei talebani per due settimane e rilasciato il 19 novembre scorso. Non si sa nulla neanche di Ramatullah Hanefi, il manager dell’ospedale di Emergency di Lashgargar, prelevato il 19 scorso dai servizi segreti afgani perché aveva fatto da mediatore con i talebani riuscendo poi a far liberare il giornalista italiano. Due vite che si sono intrecciate quasi per caso, due storie diverse con un comune denominatore, quello della confusione e della sregolatezza che si vive in questo pezzo di mondo. Ieri i giornalisti italiani che sono rimasti a Kabul hanno incontrato i colleghi afgani per cercare di tenere alta una storia che per molti sta cadendo in quel dimenticatoio che fa dei reporter di altri paesi, giornalisti di serie B. L’incontro è stato organizzato all’ambasciata italiana: “La questione del rilascio per noi italiani non è chiusa. Il nostro governo ha trattato e richiesto il rilascio di tutti e tre gli ostaggi. Perché la vita umana non ha nazionalità”, ha detto l’ambasciatore Ettore Sequi, ricordando anche l’autista di Mastrogiacomo, Sayeed Agha sgozzato qualche giorno dopo il rapimento e che ha lasciato a Kandahar quattro bambini e una moglie che ora senza il sostegno del marito e nella vergogna di essere stato ucciso perché considerato una spia, non sa di che vivere. “La Repubblica ha lanciato una campagna per raccogliere soldi – ha detto l’ambasciatore alla stampa afgana – per garantire un futuro a quei bambini. Questa storia ha creato molta commozione in Italia”. Una brutta e preoccupante storia, piena di errori e punti neri, dove tre famiglie sono alla sbando, schiacciate dal dolore e dalla consapevolezza che per loro potrebbe durare ancora a lungo.

    FATTI NON POLEMICHE

    HERAT -

    Lo scheletro di quello che nel giro di venti giorni sarà un efficiente ospedale pediatrico sorge in una vallata poco distante dalla citta di Herat. Circondato dalle montagne viola, la vista si perde verso un orizzonte che in questi giorni si colora di primavera. La temperatura è tiepida e i bambini scorazzano avvicinandosi ai soldati italiani per salutarli. I militari se ne stanno ritti e fieri in assetto da guerra, pronti ad intervenire in caso di pericolo ma con uno sguardo dolce verso i ragazzini che ormai hanno imparato a dire “Ciao ciao”. L’ospedale è quasi pronto, gli operai afgani lavorano alacremente in ogni stanza stanno attaccando le piastrelle bianche. I proprietari delle due ditte appaltatrici che hanno regolarmente vinto l’appalto, controllano che nessuno batta la fiacca. Questo è uno dei “quick impact project”, dei militari italiani di stanza ad Herat. E’uno dei molti progetti veloci a basso costo che hanno cominciato nel 2006 e che sono stati quasi tutti terminati. Con un budget della Difesa di quasi cinque milioni di euro, tutti spesi in ricostruzione e sviluppo per la provincia di Herat di cui sono responsabili. “Abbiamo chiesto alle autorità cosa serviva, abbiamo fatto un regolare concorso tra le ditte di costruzione, abbiamo assunto operai afgani che guadagnano 4 euro al giorno, quattro volte più di quanto guadagnerebbero normalmente e sotto il nostro controllo hanno creato dal nulla questo posto”, ci ha spiegato il tenente Marco Turi Daniele, un architetto del Simic. La zona, a parte la strada asfalta che le scorre a fianco, è per lo più deserta se non per qualche agglomerato di case di fango e di paglia che sembrano formare dei piccoli e bassi borghi. In realtà questo appezzamento di terra è stato scelto perché è li che si pensa di sviluppare la zona residenziale del capoluogo della provincia. Un ospedale per bambini è una necessità e la sua costruzione è voluta perché non c’è niente del genere nella regione, si muoverebbero dai remoti villaggi per portare i bambini a curarsi. Questa è solo una delle cose che i soldati italiani stanno facendo ad Herat. La base italiana intorno all’aeroporto di Herat è un agglomerato di prefabbricati tutti uguali, minimali ma completi. Per i soldati che lavorano spesso in condizioni climatiche difficili, dal freddo polare, al caldo del deserto, appesantiti da enormi giubbotti antiproiettili, ci sono posti dove rilassarsi, la palestra, internet point, un paio di ristorantini che profumano di casa, la solita mensa dove non si mangia affatto male. Nel campo ci sono anche altri contingenti, soprattutto agli spagnoli piace venire a mangiare alla pizzeria italiana. Da una parte i mezzi, dall’altra gli uomini, i soldati sembrano sempre indaffarati, la base pullula anche di lavoratori afgani che scavano per fare tubature, per sistemare la rete fognaria. Un must del contingente sembra essere quello che afgani e italiani devono darsi una mano l’un l’altro. Gli italiani provano a garantire quella sicurezza che porta lavoro, e più la gente lavora più si sente apposto con se stessa e con le proprie famiglie. I militari non vedono l’ora di tornare a casa, la nostalgia per i figli e le mogli è palpabile in ogni gesto e parola, qualcuno conta i giorni che gli rimangono fino alla partenza per tornare in patria, ma nessuno sembra non amare questo paese così selvaggio, pieno di contraddizioni, eppure così attraente. E’ vero, gli italiani non combattono la guerra contro i Talebani, non vanno in giro lanciando imponenti operazioni militari. Fanno pattuglie con i colleghi afgani, addestrano la polizia di frontiera, ma per lo più aiutano a costruire strade, scuole, cercano di coinvolgere e tenere impegnata la popolazione, nella convinzione che la guerra al terrorismo la si combatte rendendo la gente forte. “Nessuno ci ha mai minacciato”, spiega l’architetto. E’ evidente che ad Herat la gente non è ostile con i militari che si stanno dedicando a loro, e questo li rende un bersaglio invece della militanza che se vuole destabilizzare il paese, cercherà di colpire soprattutto loro, come sta accadendo adesso in Iraq. Ma è un dato di fatto, di fortuna o forse di strategia, che dove sono gli italiani la zona è sempre più tranquilla. Forse gli americani li hanno messi apposta ad Herat dove possono fare quello che sanno fare meglio, aiutare a ricostruire il paese, o forse è una tattica italiana vincente quella di entrare in relazione con la gente per far sì che la situazione non degeneri. Il prt, il provincial reconstruction team, la squadra che si occupa della ricostruzione, circa 200 persone tra militari e qualche civile, è stato ereditato dagli Usa nel 2005, dopo averci pensato un po’,  è stato spostato dalla base vicino all’aeroporto ad una decina di km dalla città, in centro. La bandiera italiana, ora, svolazza tra i tetti delle case. La piccola fortezza è blindata ma, comunque, tra la gente. “Siamo qui per proteggere gli afgani – ci ha spiegato il generale Satta, comandante della missione la cui sorte verrà decisa oggi – ma anche per dare loro un motivo per non cadere nelle trappole dei talebani”. E solo lavorando con loro e sporcandosi le mani con la terra dell’Afghanistan, questo paese si può conquistare senza sparare un colpo.

    24 March

    Per combattere i Taleban, conquistare la gente

    HERAT - La città sorride sotto un sole già caldo che illumina le montagne intorno alla valle di Herat. E’ il giorno del riposo settimanale, le famiglie si riversano nei parchi stese su enormi tovaglie dove i bambini giocano con la palla e le mamme preparano il picnic. E’ tranquilla Herat con i suoi cinque minareti sopravvissuti e il ricordo di una città che ha perso 70 mila persone nelle scorse guerre. E’ pieno di case in costruzione, di strade asfaltate, d’interi nuclei famigliari che sfrecciano sulle motociclette. Qui c’è il comando del contingente italiano all’interno della missione Nato. Più o meno 1000 italiani e un altro migliaio di altri 11 paesi tra cui Spagna e Lituania. Il Generale Antonio Satta, prima a capo della Folgore, e prima ancora di stanza a Nassiriya, è il comandante della regione Ovest della Nato Isaf che riguarda una zona vasta poco meno del Portogallo nella quale vivono circa 3 milioni e mezzo di abitanti in quattro province. Satta è l’uomo si cui si riverseranno le prime conseguenze del prossimo voto parlamentare sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan.

    Si parla molto di armamenti, è vero che non siete abbastanza equipaggiati?

    In linea di principio direi che non abbiamo bisogno di nulla visto che la situazione è buona e non credo cambi nell’immediato futuro. L’armamento disponibile è adeguato al momento, sufficientemente moderno e protettivo per le esigenze attuali. E’ già previsto che ulteriori assetti affluiscano in teatro, due predator, piccoli aerei telecomandati, dovrebbero arrivare, li attendo, saranno un grosso aiuto per il controllo e la sorveglianza di tutto il territorio, supplendo a quella carenza che sentiamo ma dovuta all’estensione della regione e alla difficoltà dei trasporti.

    La zona sotto il controllo italiano è montuosa, in alcuni punti inaccessibile, spesso quando è in corso un’attività di ricostruzione ci vogliono giorni per raggiungere i luoghi. La popolazione, nella parte più a sud Pashtun, e nel resto tagica, hazara e huzbeka, per lo più vive in città anche se ci sono agglomerati di nomadi in continuo movimento.

    Il ministro degli Esteri D’Alema ha detto che i Talebani stanno arrivando ad Herat.

    Non so su che base abbia fatto questa affermazione, la minaccia esisteva prima ed esiste tuttora. Siamo pur sempre in Afghanistan anche se la nostra regione è relativamente più calma. In questo non ci sono stati gran cambiamenti. La zona più a sud, quella di Farah è più turbolenta anche per la forte contrazione di Pashtun (l’etnia roccaforte dei Talebani). Essendoci più attività nel sud, la nostra attenzione è maggiormente rivolta da quella parte. E’ a Farah che si concentra l’80% della produzione di oppio della regione. Questo traffico legato alla criminalità diffusa ha creato in passato notevoli problemi. C’è una piccola presenza talebana più legata alla delinquenza che all’estremismo religioso, è pur sempre un catalizzatore di eventuali infiltrazioni. Ed è qui che si svolge la nostra missione fare si che la popolazione non sia attratta dai talebani.

    Come fate?

    Buona parte dell’attività che svolgo non è combattere i talebani. La popolazione afgana è il mio centro di gravità, attraverso la cooperazione e lo sviluppo, la gente diventa la nostra migliore arma, anche se per ideologia c’è chi non può essere dalla nostra parte, quanto meno per convenienza non si schiera con altri.

    Il generale Satta crede che quando lo sviluppo e la cooperazione sia fonte di sicurezza e viceversa. Appoggia decine di progetti che permettono alla popolazione di lavorare e di sentirsi appagati. Niente viene deciso senza il consenso delle autorità ufficiali e di quelle ufficiose, come gli anziani o il mullah. Gli italiani nel 2006 hanno realizzato un ospedale pediatrico, una casa di detenzione, una stazione di polizia, diverse scuole e poliambulatori. Hanno anche distribuito 200mila alberi da frutta, comprati dal dipartimento dell’agricoltura afgana e distribuiti tra i contadini: “Non è un investimento immediato, ma è un’alternativa importante ai papaveri”.

    Herat sembra molto tranquilla.

    Se non ci fosse il rischio di dover proteggere le nostre attività di cooperazione e sviluppo i militari non sarebbero qui. Ma abbiamo un buon rapporto con la popolazione. E’ chiaro che quando c’è un’esigenza di sicurezza, il rischio di dover agire viene da sé. Un attacco isolato può avvenire ovunque e può essere necessario agire. Questo è un rischio che continuerà ad esserci. Abbiamo regole d’ingaggio: il militare è tenuto a difendersi.

    Bastano 2000 soldati per la sicurezza di una regione tanto vasta?

    Il segreto è nella scelta: più che di cercare di combattere il nemico lavoriamo sulla popolazione. E’ un lavoro lungo e lento, ma è quello che a lungo termine da maggiori risultati.

     

    22 March

    Dov'è Ajmal?

    Ajmal non è ancora libero. Il traduttore di Daniele Mastrogiacomo rilasciato due giorni fa e ormai in Italia, è scomparso. Di lui non si sa più nulla. Di lui, teme la famiglia, presto ci si dimenticherà. Sparito nel nulla al momento del rilascio, inghiottito dal deserto quando due convogli carichi di afgani hanno preso gli ostaggi: uno quello di Mastrogiacomo è andato all’ospedale di Emergency, l’altro chissà dove. Qualcuno ipotizza, come i giornalisti afgani che si sono appellati per il suo rilascio, che sia ripiombato nelle mani dei talebani, altri che possa essere stato preso dai servizi segreti afgani per essere interrogato per ricavare più informazioni possibili sulla presenza dei Taleban nella zona. Sta di fatto che alla famiglia non è giunta neanche una telefonata. “Abbiamo paura per lui - ci dice Ahmad Said, il cugino di Ajmal, lui stesso a chiamarci per avere qualche informazione – non lo abbandonate. Adesso che il vostro giornalista è libero non smettete di aiutarci. Nessun governo si è messo in contatto con noi, nessuno si preoccupa di dove sia finito mio cugino”. Gioia per Daniele, tristezza e rabbia per Ajmal e per Sayeed Agha, l’autista ucciso dai Talebani. Nervosismo tra i parenti di Sayyed che hanno radunato una piccola folla intorno all’ospedale di Emergency quando all’interno era ancora presente Mastrogiacomo, a gran voce hanno chiesto spiegazioni sulla sorte di Sayyed. Poco dopo, secondo l’agenzia afgana Pajhwok, la stessa che due giorni fa ha annunciato il rilascio di Daniele, il corpo dell’autista sarebbe stato restituito alla moglie. Gettato nel fiume dopo essere stato ucciso, era stato raccolto e seppellito da alcuni residenti. “Ajmal, l’interprete non doveva arrivare all’ospedale di Emergency, non avendo la possibilità di chiedergli dove volesse andare, non lo abbiamo previsto”, ha detto Gino Strada il fondatore di Emergercy che dopo una lunga giornata, non senza intoppi, ha finalmente messo Mastrogiacomo su un aereo per tornare a casa. Ma la vicenda non finisce con la partenza del giornalista di Repubblica, nelle mani dei servizi segreti afgani adesso c’è anche il capo del personale di Emergency, che ha fatto da mediatore durante il sequestro. Era l’uomo di contatto, il canale aperto, quello che parlava con i Taleban e chiedeva loro di non uccidere Mastrogiacomo e il suo interprete. “Alle cinque di mattina sono arrivati agenti della sicurezza afgana e hanno portato via Rahmatullah Hanefi. La sua sola colpa è di avere fatto tutto il possibile per salvare vite umane in immediato pericolo. Hanefi, ha contribuito in modo determinante al rilascio di Daniele Mastrogiacomo”, ha detto Gino Strada, il fondatore di Emergency rimasto a Kabul proprio per seguire il caso del suo uomo. Un rilascio lungo e difficile, dunque, quello di Mastrogiacomo con ancora tanti punti oscuri, a partire dalle dinamiche innescate da questo sequestro. I talebani hanno ricevuto un bel riconoscimento politico non appena le autorità afgane hanno consegnato i cinque detenuti richiesti più uno che sarà rilasciato con una formula diversa. Una vicenda interessante e complicata, i talebani chiesero all’inizio delle trattative chiesero il rilascio di tre portavoce: Abdul Latif Hakimi, Ustad Yasir e il mullah Muhammed Hanif. Sul terzo ci fu un blocco, l’uomo che forse costretto, durante un interrogatorio, aveva rilasciato pesanti dichiarazioni contro i talebani, non voleva uscire di galera per paura di rappresaglie. Dopo un lungo lavoro di mediazione, i talebani che trattenevano Mastrogicomo, al posto di Hanif, ne hanno chiesti altri tre: due militanti e quello che sembrerebbe essere uno dei fratelli di Dadullah, il famigerato comandate talebano delle province del sud. Il governo afgano ha confermato il rilascio dei detenuti Taleban, senza però dare dettagli. “Ma non accadrà più, si è trattata di una misura eccezionale – ha detto il portavoce del presidente Hamid Karzai – in virtù dei rapporti tra Italia e Afghanistan”.   

     

    Liberazione

    Confuso ma felice, teso, ma vivace, non poteva che stare così Daniele Mastrogiacomo. Quando già si pensava che non sarebbe accaduto, che ormai era troppo tardi perché stava calando la notte, il rilascio è avvenuto. Poco dopo le sei di sera, l’agenzia afghana Pajwok, ha battuto quelle parole che ormai da ventiquattro ore continuavano a rimbalzare per le strade dissestate di Kabul: il giornalista italiano dalle 17.10 è libero. Così è cominciato il concitato e frenetico giro di chiamate, di conferme, di congratulazioni degli amici afgani. Daniele Mastrogiacomo, dopo due settimane di sequestro era al sicuro tra le mani dei medici dell’ospedale italiano di Lashgargar.  Lo stesso non vale per il suo traduttore, di Ajmal Nashbandì, del quale non si sa ancora nulla, “Non so niente di mio fratello, non so neanche se è stato rilasciato”, ci dice Munir contattato telefonicamente, mentre Mastrogiacomo, sostiene di averlo visto togliersi le catene, ma non si sa ancora bene in quale momento. Una nota distorta, una delle tante che hanno caratterizzato questa brutta vicenda che hanno visto la morte dell’autista, Sayed Agha, di cui Mastrogiacomo avrebbe assistito costretto dai Taleban. “Lo hanno soffocato con una sciarpa e gli hanno tagliato la testa - ha raccontato Mastrogiacomo al telefono – Ho avuto spesso paura di morire, accipicchia". Anche se colpito alla schiena e alla testa con il calcio di un kalashnikov durante le prime fasi del sequestro, l'inviato di Repubblica non è mai stato maltrattato. “Se c'era una coperta, la davano a me”, ha detto parlando dei sequestratori, “se c'era una pagnotta da dividere, la dividevano con me”. Le prime parole di Daniele con il turbante in un verde camicione, nel caldo riparo di Emergency, dove lo aspettava a braccia aperte Gino Strada, il fondatore dell’organizzazione umanitaria sono state: “Grazie a tutti, sto bene”. Che stia bene ce lo ha anche confermato poco dopo Strada, chirurgo da guerra. Prima telefonata alla moglie, poi al giornale, in una sequenza di festeggiamenti che da Kabul hanno raggiunto l’Italia. “Siamo felici, è stato un lavoro di squadra”, ha detto l’ambasciatore Ettore Sequi che oggi riceverà Mastrogiacomo in ambasciata prima che prenda il volo per tornare in Italia. Una storia che finisce bene, o quasi, fatta di tanti misteri, intrecci e che si svolge in una regione, quella del sud dellAfghanistan, sempre più difficile e fuori controllo. Come se non bastasse, ci si è messo anche il tempo, un’alluvione, con lo straripamento del fiume Helmand ha provocato proprio ieri la distruzione di 150 case e la morte di due persone. Ma la liberazione avvenuta all’improvviso dopo un faticoso silenzio stampa, forse sarebbe potuta avvenire due giorni fa quando invece le trattative si sono paralizzate con l’annuncio della liberazione dell’agenzia Reuters e poi smentita. “La situazione era preoccupante. Abbiamo dovuto spiegare ai rapitori che noi non c'entravamo con queste notizie, abbiamo dato segni pubblici della nostra estranietà Solo stamattina abbiamo potuto concederci una rilassata fiducia", ha detto Carlo Garbagnati, vice presidente di Emergency. Piano piano, anche con i tempi di recupero, di Daniele la matassa per quanto possibile si sbroglierà, intanto cominciano già arrivare alcuni particolari, di cui nessuno era a conoscenza, come altri messaggi video che i rapitori avrebbero costretto Daniele a girare, tra cui uno in cui parlava in ginocchio nel deserto. Perché poi, è quello il posto dove ha vissuto per 15 giorni più lunghi della sua vita, tra piccole casupole di mattoni e fango, tanti chilometri ogni giorno incatenato mani e piedi per cambiare nascondiglio in una zona avvolta dal freddo e intrappolata da un’offensiva militare inglese cominciata proprio il giorno del sequestro di Mastrogiacomo, quando da Kabul si è diretto a Kandahar per incontrare l’autista Sayed, un venticinquenne, padre di quattro figli ma che per i Taleban era una spia che accompagna i giornalisti. Un terzetto prelibato per il famigerato Dadullah, il capo militare dei Taleban nelle province del sud, un uomo senza scrupoli che ha giocato al raddoppio fino all’ultimo  momento. Le richieste dei Taleban, almeno ufficialmente erano chiare, volevano un tre per tre: tre talebani in cambio della vita dei due giornalisti e del corpo dell’autista. Ma i numeri in Afghanistan sono volubili come i nomi, da tre si è passato a sette, poi a quattordici.  Alla fine secondo l’agenzia Pajhwok, che ha parlato con il portavoce di Dadullah, sarebbero stati cinque, oltre a quel riconoscimento politico che di fatto, il governo afgano ha dovuto concedere: i due ormai noti portavoce Latif Hakimi e Yasir Ustad, due comandanti militari Hamdullah e Abdul Ghaffar e infine un sedicente Mansour Ahmad, rilasciato come il fratello di Dadullah, anche se non risulta a nessuno che il comandante avesse un fratello agli arresti. Dettagli, che si studieranno nelle prossime ore, ci si penserà dopo, per ora solo la contentezza del ritorno di Daniele.

    il primo corso di aerobica in Afghanistan, le donne parlano

    Kabul

    Alle sei del mattino le strade fangose di Kabul sono ancora deserte. Qualche ora e il traffico sregolato renderà impossibile fare il giro dell’isolato. Ma così presto, di fronte ad un’alba ingrigita dalle nuvole gonfie non c’è quasi nessuno. Un’intensa nevicata costringe degli uomini sulla via del lavoro, a stringersi nei mantelli di lana marrone. Qualche donna prigioniera del burqa corre velocemente verso i fornai appena aperti e che emanano un profumo di pane appena sfornato. Nel distretto Sette, c’è un’enorme cisterna abbandonata e un edificio squadrato con un insegna “Associazione sportiva Afgana”, una volta si chiamava “Club sportivo”, ma è stata sostituita perché la parola Club è una delle tante parole equivoche che girano per la città: per molti uomini un club può essere solo un locale notturno. Invece, si tratta di una palestra. E’ qui che più di 300 donne iscritte frequentano il primo corso di aerobica dell’Afghanistan. Freshta Farah, l’istruttrice, ci accoglie con un sorriso e una bella tuta rossa mentre la musica vibra nella grande sala e una quarantina di donne di tutte l’età saltellano e si stiracchiano. Fresha chiede a tutte se Nader, un traduttore maschio, può entrare senza che loro fuggano a coprirsi con il velo o con il burqa. E’ solo un ragazzo di 26 anni  che poi confesserà il suo turbamento: non aveva mai visto una donna in tuta da ginnastica. Con sorpresa e a testa scoperta tutte, tra un piegamento e l’altro, accettano la sua presenza. “Ho sempre amato lo sport, quando ero piccola la ginnastica era la mia materia preferita a scuola. Poi sono arrivati i Taleban, era proibito uscire, ma io ho continuato ad allenarmi a casa, ho ripreso quando è stato fatto cadere il regime, ci ho messo cinque anni a convincere mio marito che dovevo farlo”, afferma con orgoglio Freshta, che con un occhio guarda noi e con l’altro controlla le sue allieve. Tra minacce e divieti è riuscita a realizzare il suo sogno e ora decine di donne fanno ginnastica con lei a quell’ora indecente perché dopo devono correre a casa a preparare la colazione per i mariti e organizzare i figli per la scuola. Sei dollari al mese per godersi il piacere quando possono di coccolare i loro corpi invisibili al resto del mondo. “Ci sono donne dai 5 agli 80 anni, ma dai 15 poi sono tutte sposate”. La lezione finisce le ragazze che non hanno mai smesso di lanciare occhiate furtive all’imbarazzato Nader che tiene lo sguardo fisso sulla moquette. Molte se ne vanno, alcune restano. Si avvicinano e si siedono accanto alla stufa elettrica che scalda solo le ginocchia. Hanno voglia di sapere come sono le donne dall’altra parte del loro mondo. Nessuna di loro si è sposata per amore. I loro padri hanno scelto i loro mariti e loro hanno dovuto accettare. Massuda ha sposato un uomo 15 anni più anziano, ne aveva 20 quando ha lasciato la casa dei suoi genitori. “Spero solo che muoia”, dice con semplicità. Lui non vuole concederle il divorzio e per ripicca ha sposato un’altra donna. Il loro unico contatto sono le botte che le da. “Chiedo solo un’altra possibilità alla vita, chiedo solo di poter incontrare un uomo che mi ami”, dice con un’aria tra la sfida e dolcezza. Suria, 23 anni, è stata venduta dal padre. La dote che l’uomo di 35 anni più anziano proponeva, avrebbe mantenuto la sua famiglia per anni. Si ritrovò a 14 anni sposata ad un afgano che stava in Germania, quando lo raggiunse tre anni dopo ottenuto il visto scoprì che si era risposato per amore e che di lei non gliene importava più nulla. In coro ammettono di non essere mai state innamorate: il vero amore per loro è quello per i figli. “Veniamo in palestra per un corpo perfetto per quando incontreremo il nostro principe”, dice ridendo Suria che è un po’ in carne, ma ha perso sei chili in un mese. Burqa o non burqa, le donne del mondo pensano sempre alla linea. Freshta ha 35 anni ed è una donna posata. “Non amo mio marito, ma è una persona per bene ed è il massimo che una donna afgana può desiderare. Niente di più”. Nader, che ha una laurea in legge, le ascolta, poco prima di entrare in palestra mi aveva raccontato di credere che suo padre stia per proporgli una ragazza da sposare, lui non vorrebbe, ma non ha il coraggio di dire di “no” a suo padre. Non si aspettava di imbattersi nel dolore aggressivo di queste donne mogli per caso. Uomini e donne non si parlano spesso con franchezza. “Credo che questa per me sia stata un’esperienza unica”, mi dice, e gli chiedo di tradurlo a loro, che ridacchiano, pensando all’uomo che vorrebbero: un romantico che porta fiori, ogni tanto cucina e accende candele. “Siamo schiave della tradizione, ma stiamo cercando di fare breccia nei nostri figli, saranno uomini migliori. Ma la situazione sta peggiorando. Da un anno sentiamo l’odore dei Telebani. Con loro abbiamo vissuto l’inferno, siamo state cancellate. So una cosa però, che se torneranno, saremo noi a combatterli, non c’è ne staremo in silenzio sotto al burqa, mai più. A costo di prenderli a calci io stessa”, dice Freshta che imita una mossa di karate. Eppure le donne sono solo macchie blu per le strade. “E’ vero, purtroppo, ma anche se non si vede,  siamo andate avanti e non torniamo più indietro”, il viso di Freshta è paonazzo dalla rabbia, la ginnastica come per quasi tutte le aiuta a superare lo stress e la tensione di ogni giorno. E’ ora di andare, sta per cominciare un’altra lezione. “Speriamo di vederci presto – mi dice Freshta strizzando un occhio a Nader – e chissà magari la prossima ci saranno anche uomini nella mia palestra”.

    19 March

    Ucciso l'autista di Daniele

    Ci sono giornate in cui le emozioni non fanno altro che accavallarsi e prendere il sopravvento. Ieri è stato uno di quei giorni così. Prima l’orrore, l’angoscia, per poi essere costretti ad accantonare il dolore per una persona uccisa, per trovare il modo di sperare per due che invece potrebbero, dovrebbero salvarsi. “La famiglia di Mastrogiacomo può dormire con occhio tranquillo, con la precarietà di tutte le cose umane”, ha detto Gino Strada, il fondatore di Emergency concludendo con una speranza una lunga giornata, di dichiarazioni, annunci, ultimatum. “Sono stati fatti passi avanti significativi - ha detto Strada - è una situazione completamente diversa da quella che avevamo 24 ore fa.  Oggi, c’è stata una marcia in più, da parte di tutti”. Quella di oggi sarà una giornata risolutiva? “Non lo so, lo spero”, ha detto il medico in tarda serata, nel buio di una Kabul senza elettricità, convocando la stampa italiana nel suo ospedale di Emergency. Non sarà, invece, una notte tranquilla e non lo saranno più quelle che verranno, per la famiglia di Said Agha, l’autista di Daniele rapito insieme al giornalista di Repubblica e al suo interprete dodici giorni fa. Per Said non ci sarà liberazione, la notizia della sua morte è stata la prima della giornata: un comunicato dell’agenzia afgana, la stessa che due giorni fa aveva ricevuto il drammatico audio nel quale Mastrogiacomo pregava di soddisfare le richieste dei suoi rapitori. I Taleban secondo l’agenzia Pajhwok avevano sgozzato e poi decapitato Said. “Era una spia delle forze militari straniere – ha detto uno dei portavoce di Dadullah, il comandante che avrebbe li ostaggi – ma Daniele Mastrogiacomo e Ajmal Nashandi sono giornalisti e per loro siamo pronti ad estendere di tre giorni l’ultimatum”. Una notizia devastante per la famiglia di Said padre di quattro figli e con una moglie incinta che di fronte all’orrore della notizia e al dolore ha perso il bambino. Una doppia tragedia. Poco dopo il comandante Taleb della provincia di Helman, Ibrahim Hanifi, ci ha detto che il gruppo avrebbe rilasciato Daniele e il suo traduttore se il governo afgano avesse soddisfatto le richieste di rilasciare Abdul Latif Hakimi, Ustad Yasir e il mullah Muhammad Hanif, tre portavoci dei Taleban detenuti in carceri afgane. Queste almeno le richieste rese pubbliche. Sembravano avere fretta i sequestratori di Daniele, che con l’uccisione di Said in parte volevano anche fare pressioni sul governo italiano e dopo le prova in vita come il video, volevano dimostrare anche quanto potessero essere letali, senza che nessuno però avesse dubbi. “Abbiamo verificato che Mastrogiacomo e l'interprete sono veri giornalisti, non delle spie, per cui, se il governo afghano accetta le nostre richieste, li rilasceremo", ci ha confermato più volte Hanifi che aveva sottolineato che era più importate il rilascio dei portavoce che appagare la richiesta del ritiro delle truppe italiane. I portavoce di Taleban si sono dati spesso il cambio, quando qualcuno chiudeva il telefono, anche nel timore di essere tracciati, l’altro rispondeva: “I negoziati per il rilascio del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo stanno proseguendo – diceva nel pomeriggio Qari Yussuf Armadi confermando che erano stati concessi tre giorni per il negoziato. L’ultimo comunicato dei Talebani giunto in serata sempre all’agenzia Pajhwok, ha annunciato che alle tre del pomeriggio del giorno successivo, oggi, tutto sarebbe stato chiaro e che i taleban erano soddisfatti del negoziato. “Ci sono stati alcuni progressi e sono stati ricevuti segnali positivi”. Per un attimo, nella tensione dell’atmosfera che circondava ogni dichiarazione, si era pensato che avessero anticipato l’ultimatum, ma l’ipotesi migliore possibile è che se tutte le parti sono soddisfatte si possa procedere alla fase finale, quella che prevede il rilascio degli ostaggi. “"E' stata una giornata molto intensa e difficile. Ma credo ci sia motivo di pensare che ci siano segnali positivi nei negoziati per il rilascio di Mastrogiacomo e dell' interprete. Chiediamo riserbo, il contesto non è facile", ha detto Gino Strada, concludendo la sua conferenza stampa e l’ angosciante giornata.

    La triade

    Tre sono gli uomini che i Taleban vogliono indietro. Tre portavoce del loro gruppo, tre barbuti che divisi in quella terra di nessuno che sono le zone tribali del Pakistan e il sud dell’Afghanistan, hanno mantenuto i contatti con la stampa locale e internazionale. Habdul Latif Hakimi, Ustad Yasir e il mullah Muhammad Hanif sono gli uomini dello scambio. O almeno sono le uniche richieste pubbliche che hanno fatto i nuovi portavoce Taleban nei loro comunicati, commenti e risposte che hanno dato ai giornalisti. Armati di cellulari, più che di satellitari facilmente rintracciabili, si sono esposti per quella che loro considerano la causa islamica, chiamando le agenzie stampa tutte le volte che ne avevano bisogno e lasciandosi rintracciare per commenti e aggiornamenti. Nel tempo, i predicatori del ritorno al vecchio Islam, si sono adattati ai fax, alle email e ai messaggi telefonici. Dei tre portavoce non si sa molto, solo che hanno scelto di essere i testimonial del movimento radicale che dal 2001 ha subito frequenti cambi di gerarchia, se non si tiene conto del Mullah Omar, ancora alla macchia. Hakimi, detto “la Voce dei Taleban”, 40 anni originario di Kandahar, è stato arrestato insieme a Yasir, 57 anni, sei figli, con un passato di studi in Arabia Saudita e la carica a responsabile del dipartimento Culturale del Gruppo. Sono stati catturati non lontano da Quetta il 4 ottobre 2005 dalle forze di sicurezza pakistane. I due sono stati poi estradati e consegnati alle autorità afgane. Entrambi scontano una condanna di tre e sette anni. Muhammad Hanif, il cui vero nome è Habdul Haq Haqiq, considerato il portavoce del Mullah Omar è ancora in attesa di giudizio, arrestato dalla polizia afgana il 15 gennaio nella città di Torkham mentre cercava di attraversare il confine pakistano per entrare in Afghanistan. I servizi segreti afgani dopo aver interrogato Hanif hanno diffuso un video dove, il mullah confessava, che il suo capo diretto, il Mullah Omar, che sulla testa ha una taglia di dieci milioni di dollari, si nascondeva a Quetta e che i Taleban con l’aiuto dell’Isi (l’intelligence afgana) erano responsabili di più di cento attentati kamikaze che hanno causato la morte di 270 civili e 17 militari stranieri. Le tre voci, che molte volte hanno rivendicato, gli attentati e gli scontri con le forze Nato e quelle afgane, sono considerati dai Taleban “giornalisti” come tutti gli altri e con il sequestro di Mastrogiacomo hanno giocato la carta della libertà di stampa: giornalisti per giornalisti.  

    Nuovo audio di Daniele

    Qualcosa non torna. Il nuovo audio ascoltato in un ufficietto del dell’agenzia afgana Pajhwok nel centro di Kabul, è una brutta sorpresa. Era preferibile il video del giorno prima, con un Daniele forte e tranquillo, senza armi, senza minacce. Era stato quasi tranquillizzante dopo giorni di ansia per la sua sorte. Questo nuovo messaggio, un fulmine nel cielo sereno della capitale, è pieno di contraddizioni e di domande, scavalca i canali umanitari che come conferma il fondatore di Emergency Gino strada, restano a disposizione. D’altra parte dove finisce la certezza cominciano le ipotesi. Il messaggio audio, di 55 secondi, è stato ricevuto questa mattina, verso le dieci via internet, dal direttore Danish Karokhel dell’agenzia afgana Pajhwok, che ha lanciato subito un comunicato intitolato: “Giornalista italiano manda un Sos”. Karokhel è molto gentile, apre il suo ufficio nonostante il buio abbia già avvolto la città e manda e rimanda il suono della voce di Daniele che a mala pena si capisce. Prima qualche parola di Dadullah, il feroce capo militare dei Taleban del sud, la sua voce è chiara e precisa, in Pashtun chiede al giornalista di Repubblica rapito ormai 11 giorni fa,  di dire al suo governo “a voce alta” che ha solo due giorni per salvargli la vita cominciando a negoziare con i militanti. Dì: Io sono vivo, oggi è il tredici e se non vengono accettate le richieste entro il 16, questo comporterà un problema per me”, afferma rivolgendosi a Daniele. Subito dopo comincia a parlare Mastrogiacomo, l’audio a differenza della prima parte non è affatto buono, ma molto disturbato: ''Solo due giorni, dopo due giorni, ci uccideranno. Sono Daniele Mastrogiacomo, per favore, abbiamo solo due giorni, dopo di che ci uccideranno. Per favore, fate quello che i Taleban vogliono, altrimenti se non lo fate ci uccideranno. Per favore abbiamo solo due giorni, due giorni da oggi, ok? Per favore, per favore. Il nome di mio figlio e' Michele, il nome di mio figlio e' Michele, Michele. Io sono Daniele, Daniele Mastrogiacomo, solo due giorni, dopo due giorni ci uccideranno''. Che sia la voce di Daniele non ci sono molti dubbi. Su quella di Dadullah, nessuno mette la mano sul fuoco, anche se per il direttore dell’agenzia non ci sono molti dubbi. Appena è riuscito a prendere la linea, ha parlato con il portavoce del comandante Talebano, Shahabuddin Atal che ha confermato che la prima voce era quella di Dadullah, non solo Atal aggiunge che il governo italiano stava mettendo in pericolo la vita del suo cittadino non proseguendo le trattative”. Nella stanza di Karokhel per un attimo cala il silenzio e si respira paura. “Per noi quella era la voce di Dadullah – dice il direttore – il suo portavoce ci ha detto che il governo italiano tratta con le persone sbagliate. Mastrogiacomo sta con Dadullah ed è con lui che gli italiani devono trattare e non con il Mullah Omar”. Congetture, analisi, speranze, si incontrano e si confondono. Non tutto fila in questa storia, la prima incongruenza è linguistica: Dadullah parla in Pashtun e Daniele non può sapere cosa dire se non gli viene tradotto e nel file audio non c’è il tempo, le due voci sono consecutive il che fa pensare che siano due messaggi diversi registrati non allo stesso momento. Anche le date non corrispondono: Dadullah dice di dire che è il tredici e che il sedici verrà ucciso, quindi tre giorni, ma Mastrogiacomo nel suo drammatico appello, parla di due giorni dall’ultimatum e quindi sarebbe stato registrato il 14. Il punto di riferimento comunque riguarda il comunicato di sabato scorso del mullah Dadullah, che in una telefonata alla France Presse aveva fissato in sette giorni il tempo massimo entro il quale il governo italiano avrebbe dovuto stabilire una data per il ritiro delle truppe dall'Afghanistan e in nome della libertà di stampa il rilascio dei due portavoce, definiti dai Taleban, “Giornalisti”, Abdul Latif Hakimi e Ustad Yasir, rinchiusi nella carceri afgane, in cambio della vita di Daniele.  Perché fare un video con certo tono e il giorno dopo un audio diverso? Cosa ha fatto irritare i Taleban? Qual è la loro strategia? Cercano di alzare la posta di quelle richieste che non si conoscono? “Sono confuso, anch’io non capisco”, ammette Gino Strada, che due giorni fa aveva ricevuto il video – potrebbe essere solo una forma di pressione verso il governo italiano”.

    14 March

    L'indovino di Kabul

    da Kabul

    “Non sono superstizioso, ma se lo chiamo e poi mi trasforma?” Nader, il mio traduttore è atterrito, deve chiamare l’indovino di Kabul, e ha paura che se non ama i giornalisti gli possa fare qualche fattura.  Rido di lui e lo spingo a portarmi nel luogo dove il futuro può essere predetto. Per entrare  bisogna togliersi le scarpe e abbandonarle in una stretta anticamera tra una ventina di altre paia. Sono tutte da donna, di scarsa qualità, in genere di color nero, qualcuna rovinata, qualcun'altra vecchia. Tranne un paio con dei tacchetti e una fattura decisamente più sofisticata, sono tutte piatte. Fuori davanti alla casa, una piccola costruzione di pietra in un quartiere periferico di Kabul dove gli occhi a mandorla dei bambini ricordano le loro origini hazara, c’è un gruppetto di uomini che aspetta il proprio turno. Dentro ci sono le donne, venute da ogni parte della città, ma non è difficile incontrare persone che arrivano anche dalle più remote province dell’Afghanistan, d’altra parte è qui che riceva il più famoso mago dell’Afghanistan. In realtà lui preferisce definirsi un consigliere spirituale, un uomo che mette a disposizione degli altri il suo potere. Il mullah Akhra Sahib Taymani, se ne sta comodamente seduto in una poltrona di pelle davanti ad un tavolino basso circondato da 7 telefonini che non cessano mai di squillare, un satellitare, un fax, un computer portatile. Sedute sui tappeti davanti a lui con il velo alzato sulla testa fin sopra a scoprire il viso attendono che il mullah risolva i loro problemi. Le pareti sono dorate con diverse bacheche di vetro straripanti di oggetti antichi. Dietro Taymani c’è una sciabola che di tanto tanto usa per affascinare il suo pubblico. “Non fatevi intimidire dal mio aspetto, sono religioso ma non sono un radicale, sono solo uno strumento per aiutare la gente”, dice stringendomi con forza la mano e offrendomi un posto accanto a lui dove c’è già pronta una tazza di tè bollente. Ha solo 58 anni ma la sua barba lunga gli conferisce un aspetto austero e autoritario. Ma quando parla il suo viso si apre in grande sorrisi che sembrano già confortare quelle donne. Molte sono andate da lui perché hanno problemi con le suocere, altre con i figli o il marito. Qualcuna è triste, qualcun'altra non si da pace. A tutte Taymanì offre il suo tempo, e un biglietto sul quale scrive qualcosa. “Mettilo in un bicchiere d’acqua per 10 minuti – dice ad una signora - poi toglilo e fai bere l’acqua a tua suocera, vedrai che tutto sistemerà”. Un’altra è venuta a farsi leggere il futuro, vuole sapere come sarà la vita con suo marito: “Vedo per te un anno difficile, vi trasferirete, ma tutto andrà bene”, le dice strappandole un sorriso. “Mi chiamano afgani da tutto il mondo, ho girato 17 paesi e vengo consultato da uomini d’affari, politici. I poveri non pagano o offrono quello che possono, i ricchi invece sono molto generosi”. Entrando era impossibile non notare un hammer, una macchina che in Afghanistan costa circa 90 mila dollari. “Vengono da me circa 200 persone al giorno”, il suo introito giornaliero esentasse è di circa 2000 euro al giorno. Ha tre mogli, dieci figli, una laurea in legge e un’altra in studi islamici. Racconta il futuro della gente con aria sibillina, mentre diventa razionale e amareggiato quando parla del suo paese. “Lavoro da 44 anni, questo dono lo aveva mio padre e prima ancora mio nonno. Ne abbiamo viste di cose noi afgani, posso solo dire che starò dalla parte di quel governo che riuscirà a far star bene la gente, soprattutto le donne che sono uguali agli uomini”. Detesta i talebani, che non amano i maghi e le superstizioni, ma non è neanche filo governativo, “perché non è stato capace di migliorare la situazione. Ci sono decine di truppe straniere qui, almeno 25 tipi diversi di servizi, se in sei anni non sono riusciti a fare niente, forse non è il modo giusto di agire”. Le donne lo ascoltano incantate. “La mia fonte è il Corano e i miei responsi sono strettamente conformi all’Islam. Tu sei scettica – dice fissandomi – dammi la mano”. Spalanco il palmo mentre sputa su un pezzetto di carta argentata strappato dall’interno di un pacchetto di sigarette, lo piega e me lo nasconde dentro al pugno. Soffia, e salmodia velocemente qualche parola e poi dopo qualche secondo, sento il fuoco dentro la mano tanto da dover gettare a terra il pezzetto di carta. Lui sorride, le donne annuiscono, si è guadagnato tutta l’attenzione della scettica. “Se vuoi ti addormento per quattro ore e ti faccio parlare con la tua famiglia lontana”. Meglio di no, anche se le linee Afghanistan non sono un granché, penso che il telefono vada bene lo stesso.

    12 March

    Le tagliatrici di gemme

    da Qabul

    Non ci sono molte ragioni per andare nel quartiere degradato di Shah Shaid, all’estrema periferia di Qabul. Le case sono capanne, i negozi sono tuguri, i bambini chiedono l’elemosina in mezzo la strada e non c’è donna senza burqa. In centro qualcuna azzarda ad un bel velo colorato che incornicia il viso, ma non nel distretto 8 della capitale. Le strade sono immense buche che non si possono evitare, che diventano gigantesche pozzanghere quando piove, e in questi giorni lo fa spesso. Il fango si attacca ai bordi dei pantaloni, alle suole delle scarpe, non c’è un solo pezzo di strada asfaltata, ma solo una lunga e larga via di macchine che scorrono lentamente lungo i canali di scolo delle fogne. Ma nel quartiere c’è una cancello che si apre su altro mondo. Dove non ci sono donne schiacciate dalla tradizione e nascoste dai veli, un posto dove le loro vite hanno un senso e i loro sorrisi sono sinceri. E’ un posto raro in una Qabul piegata dall’incertezza e dalla corruzione. Dietro a quella piccola porta senza insegne si nasconde una piccola speranza. E’ un progetto sociale, un prototipo della Cooperazione Italiana del Ministero degli Esteri. Un’idea, in piedi da tre anni, che  solo il settembre scorso ha ricevuto 700mila euro per Qabul e la cittadina di Bahram. Una montagna di soldi, ma se si spulciano le spese, il denaro in Afghanistan scorre prorompente come il fiume di Qabul. “Abbiamo preso 50 donne afgane analfabete, abbiamo insegnato loro a leggere e a scrivere, abbiamo poi trasmesso un mestiere e le abbiamo aiutate a fondare quattro società, e a parte quella di catering, sono mestieri tipicamente maschili”, ci dice Susana Fioretti, la capo programma. Non se ne poteva più di donne che facevano taglia e cuci partorendo scialli, scope di saggina o oggetti artigianali. Le donne dell’ottavo distretto, tagliano pietre, come rubini, lapislazzuli e quarzo, aggiustano cellulari e creano lampade che sfruttano piccoli pannelli solari, non essendoci grandi garanzie di elettricità almeno nel futuro più prossimo. Sembra un’impresa facile ma non lo è stato e adesso lo è ancora meno. “Quando siamo arrivati nel 2004 abbiamo dovuto convocare gli anziani del quartiere, parlare con le famiglie e con una lenta ma ostinata trattativa abbiamo dovuto convincerli che dovevano lasciare venire le loro donne”, racconta la Fioretti. Volevano incentivi economici, come spesso offrono le Ong: “abbiamo promesso che presto avrebbero guadato i loro soldi da sole e molte se ne sono andate, chi è rimasto ha imparato e ora sono contente, abbiamo anche adebito una stanza ad asilo, con due insegnanti, così loro possono lavorare in pace senza ricatti da parte della famiglia o senza che nessuno pensi come è successo che questo fosse un bordello”. Non è stato facile, soprattutto perché la società maschile afgana è feroce, le donne all’inizio avevano paura di togliersi il burqa, ora invece lo infilano solo quando superano quel cancello che le riporta nel loro mondo infernale. Otto donne per società più altre cinque che vengono prese in formazione, tutte le altre devono seguono lezioni di alfabetizzazione, igiene, economia, nel giro di due anni, queste piccole manager afgane sono passate dal non riuscire a compilare una lista della spesa, a crearsi i loro budjet e a litigare negli uffici dei vari ministeri per avere i loro permessi. Certo in mezzo alla strada sono solo donne, ma dentro di loro non lo sono più. Ne sa qualcosa Saleha che un giorno arrivò in lacrime al centro dicendo che doveva andarsene perché suo marito, un militare, era stato trasferito nel nord. “Era la più brava nel taglio delle gemme e non potevamo perderla”, dice Arianna Briganti, esperto socioeducativo e residente a Qabul da quasi due anni. La soluzione è arrivata da un afgano maschio, il suo insegnante di taglio che si è fatto da parte, lei era abbastanza brava da prendere il suo posto. Così a Saleha è stato proposto un lavoro e le sono stati offerti 100 dollari al mese. Suo marito si è convinto a non partire, perché ora lei avrebbe guadagnato più di lui, e così Saleha ha vinto la sua piccola grande rivoluzione. Lo stesso vale per Assafa Nakshbandi, vedova di 50 anni, il marito era direttore di un tg. Una mattina i talebani lo uccisero all’uscita dalla moschea. Assafa rimase sola con sette figli e due possibilità,  al tempo del regime dei taleban: chiedere l’elemosina o prostituirsi. Ha resistito e ha imparato, e ora Assafa può piangere suo marito perché era il padre dei suoi figli e non perché con la sua morte innocente le aveva portato via la vita.

     

    11 March

    DANIELE E' UN GIORNALISTA

    Ma che freddo faaaaaaaa, mi tremano anche le paroooleeee!!!!!!! Qui tutto bene, kabul nonostante il freddo, le rovine, le montagne di pattumiera, i poveri, gli storpi, resta sempre un posto di un tale fascino, sembra un viaggio nel tempo, un tuffo nel medioevo.

     

    Messaggero

    “Siamo tutti colleghi di Daniele. Da anni lavoriamo fianco a fianco con Daniele per testimoniare la drammaticità della situazione in Afghanistan”, è cominciato così il comunicato dei giornalisti italiani presenti a Kabul che hanno incontrato la stampa afgana. Giornali, televisioni, ma soprattutto radio, lo strumento più diffuso in un Afghanistan ancora spesso senza corrente per accendere un televisore o senza distribuzione per diffondere i quotidiani. Testimoni della carriera di un uomo, seduti davanti ai colleghi afgani, li abbiamo guardati negli occhi per fare capire che nelle mani dei taleban, non c’è una spia, ma un giornalista, un nostro amico, Daniele Mastrogiacomo, l’inviato di repubblica rapito sei giorni fa nella zona di Khandahar. Con grande emozione, aneddoti, ricordi, storie, sono scivolati dagli italiani agli afgani con la raccomandazione di verificare, noi come loro, le fonti da cui arrivano messaggi, rivendicazioni,  quindi dubbi, incertezze e soprattutto confusione. Perché adesso di sicurezze, ce ne sono poche. “Tutto deve essere provato e chi trattiene Daniele per avviare un dialogo - ha detto l’ambasciatore italiano Ettore Sequi, che ha aperto senza esitazione la sua casa per questo incontro - bisogna che dimostri che Daniele sta bene”. Una “prova in vita” che metta fine alla giostra di sciacalli che ogni sequestro mette in moto: dai presunti portavoce, agli ingenui raccoglitori di telefonate o da interessati propagandieri. E una prova di vita sembra essere arrivata. Lo dice la Farnesina che per sei giorni ha mantenuto il massimo riserbo, non può che far pensare che tra i tanti canali attivati sia stato imboccato quello giusto. E ora tutto prende un’altra piega. Cala il sipario su molte dichiarazioni, voci e rumori. L’ultimo di una serie quello diffuso dall’agenzia internazionale francese Afp che parla di una lunga intervista a Dadullah, leader dei Talebani che non solo ha rivendicato il sequestro di Mastrogiacomo, ma ha dato un ultimatum, sette giorni per annunciare il ritiro delle truppe italiane, 2000 soldati presenti in Afghanistan, nonché il rilascio di due portavoce dei Taleban detenuti. Nessuna prova però che tutto questo sia vero. Il messaggio della diplomazia ormai sembra chiaro se davvero Dadullah ha in mano Mastrogiacomo non basta che chiacchieri con i giornalisti locali. Dadullah, uomo di Bin Laden che tra l’altro ieri ha compiuto cinquant’anni, ama parlare con i giornalisti per rivendicare le sue efferatezze, menbro del “consiglio dei dieci” che guida i Talebani, è il comandante responsabile della vasta regione che copre la provincia di Kandahar, Helman, Uruzgan. Senza una gamba che ha perso su una delle milioni di mine disseminate in Afghanistan durante decenni di guerra, ha la fama di feroce sanguinario, nel 2000 nella zona di Yakaolang avrebbe ordinato il massacro di centinaia di civili alcuni dei quali scuoiati. Nel 2001 durante l’attacco degli Stati Uniti, trovò un accordo con i vecchi compagni della lotta contro i sovietici e si riorganizzò nel Waziristan del sud in Pakistan, raccogliendo uomini e risorse in vista del ritorno. Riapparve nel 2003 con la prima intervista ufficiale come capo talebano alla Bbc. Ma di personaggi crudeli ed efferati, l’Afghanistan abbonda, torna alla ribalta uno dei più temuti Gulbuddin Hekmatyar, un noto Signore della Guerra, nascosto in Pakistan. Proprio ieri, il presidente Karzai, ha ha rinviato al Parlamento una proposta di legge che prevede l'amnistia per i crimini di guerra in Afghanistan, chiedendo che venga emendata con l'inclusione del diritto delle vittime a chiedere giustizia. Tra questi signori della guerra c’è Hekmatiar. E tra brutali combattenti di sicuro non scorre buon sangue, proprio Dadullah, ha respinto l’offerta di fare un fronte comune: "Hekmatyar porta sfortuna e distruzione a qualsiasi cosa si avvicini ama troppo i soldi. Non è fedele né ai Taleban né al governo di Kabul, né all'Iran".

    10 March

    Uno di noi

    non dormo da ieri e fa un freddo becco. All'inizio, verso l'ora di pranzo sembrava ancora accettabile, poi è salito un vento tagliente che sapeva tanto di neve e che non mi piaceva affatto. ha anche piovvigginato, mi sono completamente macchiata il cappotto. La città è tranquilla anche perché forse era venerdì. 
     
      
    Il Messaggero
    Kabul - “E’ indegno rapire un giornalista”. Non ha mezzi termini Qari Muhammad Ajaz, l’imam della moschea Wazir Akbar Khan nel centro di Kabul. “Rapire e fare del male non fa parte dei valori dell’Islam. E io condanno qualsiasi azione violenta”, ci dice l’imam commentando il rapimento dell’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo. E proprio “Daniele”, lo chiama, come se fosse un vecchio amico che rimpiange di non aver ancora conosciuto. Incorniciato nel suo turbante nero e in una barba perfettamente tagliata, è avvolto in un mantello scuro che lascia intravedere un lindo scamiciato bianco. Stringe le mani a tutti, lancia calorosi sorrisi ai fedeli che escono dalla moschea dopo la preghiera più importante, quella del venerdì. Nel suo sermone ha parlato all’indomani della festa delle donne, dei loro diritti e di quanto siano ancora ben lontani dall’ottenerli. L’imam non si fa attendere, sembra avere voglia di accogliere e di parlare con quei giornalisti italiani che gli chiedono cosa ne pensa del sequestro. I Taleban hanno rapito Mastrogiacomo e i Taleban sono dei fanatici religiosi musulmani, ma per l’imam della frequentata moschea, essere religiosi vuol dire ben altro.  Nessuno meglio degli afgani sa cosa significa essere ostaggio dei Taleban e tutti hanno voglia di dirlo e di manifestare la propria solidarietà. Alla moschea arrivano nuovi fedeli, si lanciano verso i rubinetti di acqua ghiacciata per le abluzioni e prima di togliersi le scarpe per entrare in moschea si fermano ad ascoltare quella piccola predica privata e imprevista, c’è chi ascolta, c’è chi annuisce e chi scuote la testa. La storia del giornalista italiano rapito non passa inosservata, ma si confonde con le devastanti disgrazie che colpiscono quotidianamente un paese ormai da decenni devastato dalle guerre. “Credo che sia un gesto molto bello quello del sindaco di Roma di essere andato nella moschea, magari la prossima volta durante il sermone parlerò del vostro collega, sempre che non lo liberino prima”. E’ ottimista? “Perché non dovrei esserlo?”. Ajaz non può non esserlo dopo tutto quello che ha visto e passato. C’è un albero fuori dal recinto della sua moschea. E’ spoglio e non ha ancora neanche un germoglio. Era lì che i Taleban appendevano le mani e i piedi che tagliavano ai ladri o qualche altro criminale nello stadio di Kabul. Quegli arti umani appesi dovevano essere di monito a tutti. Sono trascorsi anni, ma di quell’albero che nessuno ha avuto il coraggio di abbattere se ne parla ancora. D’altra ogni palazzo, ponte, strada ha una storia da raccontare e quasi mai bella. Kabul è quieta, forse perché è giorno di festa, si gira tranquillamente come se si attraversasse un’immensa fetta di formaggio svizzero. I buchi e le buche sono ovunque, nelle strade, nei palazzi, nella profondità delle cicatrici che si portano addosso le persone. Le donne che dovevano abbandonare il velo all’indomani della presunta fuga dei talebani, lo portano ancora, un azzurro sgargiante, pesante, con quella trama fitta davanti gli occhi, il simbolo della prigione che ogni giorno come piccole tartarughe si portano addosso. “Gli afgani sono brava gente, i Taleban non hanno niente a che fare con noi, mi dispiace per il vostro collega”, dice un vecchio afgano dall’aspetto imponente che spicca nella sala d’aspetto dell’aeroporto di Kabul. Parla bene inglese, ma i suoi vestiti tradizionali gli infondono un’aria quasi regale. Come molti afgani ha combattuto contro i russi poi si è ritrovato schiacciato dalla guerra civile e ha quasi tirato un sospiro di sollievo quando sono arrivati i Taleban a metà degli anni ‘90. “Per un attimo abbiamo creduto che portassero ordine, ma era solo un’illusione”.  Un’illusione che si è trasformata in una realtà devastante, di cui se ne leggono ancora oggi i segni accentuati da una guerra di liberazione che non sembra aver liberato nessuno. Fa molto freddo a Kabul e forse per questo i bambini agli angoli delle strade si muovono in fretta. Non hanno scarpe, le magliette sono leggere e i pantaloni sono troppo corti. Molti raccolgono lattine, o piccoli oggetti buttati che si possono riciclare. Hanno degli enormi sacchi di plastica trasparente che riempiono fino a che riescono a trascinarli appoggiati su quelle piccole schiene piegate dal peso. Per loro l’immondizia è un tesoro di cui la capitale dell’Afghanistan abbonda. Dietro di loro c’è un enorme shopping center con i vetri luccicanti da poco costruito. “L’Afghanistan arranca - dice Nasser, un ragazzo di trent’anni laureato in legge – e noi non siamo riusciti a difenderlo dai Taleban, abbiamo combattuto ogni invasione e ci siamo arresi alla loro. Spero che il vostro collega sia forte e venga presto liberato, perché chiunque ami l’Afghanistan, gli appartiene, Daniele è uno di noi”.
    07 March

    In partenza per l'Afghanistan

    A presto, da Kabul.
    Barbara

    In partenza per l'Afghanistan

    A presto, da Kabul.
    Barbara