Barbara's profileBARBARA SCHIAVULLIPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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March 29 FUOCO E MUSICATre giorni fa siamo andati insieme nel triangolo della morte a sud di Baghdad. Sono entrata nella sua macchina, ho salutato con un cenno le sue guardie del corpo. Tahseen al Shaikhli, il portavoce del piano per la sicurezza di Baghdad senza esitazione mi ha lasciato entrare nel suo mondo. Lavorava a fianco degli americani, ma per il suo paese. Ha tentato di sradicare al Qaeda da Baghdad parlando incessantemente con i leader tribali sunniti e sciiti perché lo aiutassero nel suo compito. Molti lo hanno ascoltato, in alcune zone dove dieci mesi fa non si osava entrare, ora con discrezione si arriva. A Dora, a Mahmoudia non ferve la battaglia. Ora, in questo momento Tahseen sta pagando il prezzo del suo lavoro. Ieri uomini armati sono entrati in casa sua, hanno ucciso le sue tre guardie del corpo, ferito la moglie e il figlio, messo a ferro e a fuoco la casa e lo hanno trascinato via. Un uomo corpulento, dai modi gentili e la battuta pronta, i suoi amici sceicchi molto preoccupati per lui sperano che se deve morire, lo uccidano subito e non lo torturino a lungo. Il dito è puntato contro le Milizie di Muqtada, al Sadr, il leader radicale sciita che sta combattendo contro altre fazioni sciite nel sud e anche contro l’esercito iracheno. Il premier Al Maliki è a Bassora per dirigere un’operazione che dovrebbe riportare l’ordine e la legge in una città dove per mesi hanno lottato per il suo controllo i miliziani sciiti. Non ci riesce molto bene. “Ci batteremo fino alla fine”, ha detto il premier che deve dimostrare di poter combattere senza l’aiuto degli americani. Ai sadristi sono rimaste 48 ore per arrendersi. Ma al Sadr è un osso duro. Oggi mezza Baghdad è scesa in piazza, giovani ragazzi arrabbiati che mostravano le foto di al Maliki e lo chiamavano dittatore. Anche al Maliki è sciita. Ma ormai si combatte per il potere, non è più un problema religioso. Il petrolio conta di più. 60 morti a Kut, decine a Hilla, quasi 200 in tre giorni a Bassora, 40 a Baghdad. Infuria la battaglia. Viene attaccato un oleodotto, ma il ministro del petrolio si è assicurato subito di informare che l’estrazione del greggio non verrà compromessa. E io che volevo raccontare la storia del direttore dell’orchestra sinfonica di Baghad. Perché non esiste solo la guerra. E’ arrivato all’appuntamento in giacca e cravatta, il maestro Karim Wasfi. Neanche chiudere la porta è bastato a fermare il suono degli incessanti colpi di mortaio. Siamo a nord di Baghdad non lontano dai quartieri dove si combatte. Sui tetti cecchini, alle finestre uomini con i volti coperti che imbracciano rpg. Si parla di musica, ma gli scambi di fuoco e i colpi di mortaio si fanno più vicini. Troppo vicini per stare tranquelli. Salam, il traduttore sciita scuote la testa, i suoi bambini sono a scuola ed è molto preoccupato. Mashkoor invece, autista sunnita ha paura. Se venisse intercettato dai miliziani verrebbe giustiziato all’instante. E’ questa Baghdad oggi, il luogo dove il presidente Bush dice che ci sono stati progressi. “Pagliaccio”, dicono gli iracheni, lui e tutti i politici. Salam e Mashkoor vengono congedati, vanno a casa, mentre con il direttore racconta la sua vita vissuta all’estero per studiare musica e la scelta di tornare. “Si tratta di dare un contributo al proprio paese anche se può sembrare folle”, dice montando in macchina per cercare un posto più sicuro. La battaglia si muove velocemente, è pericoloso ma non troppo, gli americani circondano i quartieri, ma non intervengono, il premier promette di non fermarsi fino a quando i militanti si saranno arresi. Dentro alla zona verde, piovono razzi. Solo qualche ferito, ma la paura paralizza il cuore del potere costretto a trascorrere la giornata nei bunker e lontano dalle finestre. Trema Baghdad come se ci fosse di nuovo quella guerra. Nell’aria l’odore acre della polvere da sparo, la gente chiusa a casa qui come nel sud dove è ancora imposto il coprifuoco. Karim il direttore attraversa la città vicino al sedile ha una pistola. “Lo so non si addice alla musica, ma siamo in una giungla”. Più ci si allontana dalla battaglia, più Baghdad sembra addormentata. Canta il muezzin in centro e invita alla preghiera, ma nessuno corre verso la moschea.
March 28 Mozart a BaghdadUn permesso dopo l’altro, chilometri di strada in una capitale sempre più tesa e dopo un paio d’ore arriva l’autorizzazione per parlare con i più giovani membri dell’orchestra sinfonica. C’è un’orchestra sinfonica a Baghdad? “Certo che c’è? Questo è l’Iraq mica l’Afghanistan”, risponde serio Hasan Al Shakarki, direttore del dipartimento musicale del Mistero della Cultura e immediatamente smentito dal tuono di un colpo di mortaio. “Meglio dire che non era come l’Afghanistan, era la culla della civiltà, ora non lo siamo più”, afferma con amarezza mostrando le foto dell’orchestra. Zuhal Sultan e Duaa Majid hanno 16 e 15 anni e non ricordano nemmeno un momento della loro vita dove non abbiano desiderato suonare. E’ strano essere a Baghdad e venire investiti dagli spartiti di Mozart, di Beethoven sparsi su un tavolino. Ma non c’è solo guerra a Baghdad, c’è la magia della musica che esce dalla dita di queste ragazzine. Zuhal che in arabo significa Saturno, suona il piano come una persona normale si sgranchirebbe le dita e Duaa l’oboe. “Quando ero piccola, sui sette anni, guardavo i video musicali, poi correvo verso una pianola che avevamo in casa e senza fatica riproducevo il suono. Mia madre ci ha messo poco a capire che questa era la mia strada”, racconta Zuhal. Attenta, concentrata, intelligente, viene da una famiglia di scienziati, mentre la timida Duaa è figlia di musicisti, anche il padre violoncellista suona nell’orchestra filarmonica di Baghdad. “La musica è tutta la mia vita”, dice Duaa lanciando occhiate supplichevoli a Zuhal perché parli lei. Per far parte dell’orchestra devono lavorare molto, almeno tre ore al giorno, considerando che vanno ancora a scuola e devono anche fare i compiti. “E’ molto difficile perché ci sono pochi insegnanti, io vengo seguita da una giapponese americana via internet”, racconta Zuhal. Lei si è già esibita a Parigi, a Londra, sogna di venire in Italia e di poter suonare a Baghdad. “Purtroppo non c’è sicurezza, suoniamo spesso in Kurdistan, ma a Baghdad mettere tanta gente insieme è pericoloso”. Zuhal sai spiegare che significa suonare mentre intorno a te c’è la guerra? “Io sono una persona fortunata, perché ho una passione che nessuno mi può togliere. La gente pensa che siamo strani noi musicisti, fuori cadono razzi e noi suoniamo ancora più forte quando siamo a casa. Ma abbiamo qualcosa che colma il vuoto che i ragazzi iracheni hanno dentro. C’era un tempo in cui si potevano fare cose, uscire, trovarsi con gli amici, andare al cinema, ora non è più così, ma io ho la musica e mi da la forza di andare avanti”. Quando l’anno scorso è andata a Parigi si è molto depressa. “Vedendo i miei coetanei francesi mi sono resa conto di non essere come tutti gli altri. Ho capito che non sapevo cosa significasse essere giovane e spensierata. Il nostro unico pensiero fisso è rivolto al futuro, a sopravvivere giorno per giorno. Invece alla mia età dovrei pensare ai vestiti, a divertirmi. Voi europei sapete cosa fare e dove andare. Li ho spiati per imparare, per non perdere del tutto quello che mi spetterebbe alla mia età. Vorrei parlare di ragazzi, ma qui non si può. Ho avuto delle cotte anche io, ma tra le tradizioni, la guerra, i genitori, non permettono distrazioni, meglio pensare alla musica”. Duaa sorride, lei ai ragazzi ancora non ci pensa, vuole suonare il Jazz ma impazzisce per Hendel e Albinoni. Per Zuhal invece nulla è pari a Mozart. Non avete paura di quello che vi accade intorno? Rispondono insieme con un’occhiata complice: “I primi due anni sono stati duri, le esplosioni ci spaventavano. Poi impari a conviverci, insomma ti stanchi di avere paura. Sai che ci metterai più tempo ad andare a scuola, che potrebbero rapirti, sai che a volte non puoi uscire, eppure non smetti. Si deve andare avanti. Ci restano i sogni”. E la musica. March 26 nel triangolo della morteMAHMOUDIYA – E’ stato un ordigno piazzato su una strada, il giro di boa per gli americani. Un’esplosione, una vettura squarciata, quattro soldati americani dei quali non si conosce il nome in attesa che vengano avvisati i familiari. Ma non solo quattro soldati, sono il tremilanovecentonovantasei, novantasette, otto, nove e 4000. Morti negli ultimi cinque anni dall’invasione americana. Tanti come gli Stati Uniti non immaginava di poterne perdere. Gli iracheni non ci badano molto. La cifra non li stupisce affatto, loro d’altra parte possono piangere centinaia di migliaia di persone uccise molte delle quali non hanno mai combattuto. “Se solo fosse più sicuro – dice Ali, un giovane studente all’università di Baghdad – ma un giorno sembra meglio e quello dopo ci sono cento morti. Ormai da noi si parla della sicurezza come del tempo. Oggi è bello, domani farà brutto, questo fine settimana non si esce”. Eppure tutti sembrano lavorare freneticamente. Meno visibile in città la presenza degli americani, massiccia quella della polizia e dell’esercito iracheno. Non hanno l’aria rassicurante, sembrano più dei ragazzini che hanno appena lasciato i campi per mettersi un paio di anfibi scomodi e imbracciare un fucile. Intanto però a Baghdad si muore meno, giurano le autorità americane, “dove?”chiedono gli iracheni confusi. “Forse è vero, ma solo perché viviamo in gabbia”. Baghdad non è più quella di una volta, dove ogni quartiere rappresentava un piccolo mondo, c’era quello dei sunniti, degli sciiti, quelli misti, ora il conflitto interreligioso ha spinto fuori molti sunniti verso ovest. Baghdad è una città blindata. Ma quelli che stanno al sud, in quello conosciuto a Baghdad come il triangolo della morte sunnita, resta inviolato. Più sotto si corre verso le sciite Hilla, Najaf, Karbala, ma appena a nord a Mahmoudia, a Latifiya dove sono stati rapiti o uccisi diversi giornalisti stranieri, tutto è in mano ai sunniti. Fino a qualche mese fa era una delle roccaforti di Al Qaeda in Iraq, una zona rurale, piena di palmeti, dove la gente delusa dal governo e allettata dai militanti per anni si sono uniti alla resistenza. Poi, il tracollo, troppe operazioni militari, troppi arresti e troppi morti iracheni hanno fatto sì che i capi tribali riprendessero il potere. La “nuova strategia” americana dopo aver epurato dei militanti: cercare di collaborare con la popolazione capire le loro esigenze e soddisfarle. Per qualcuno sarebbe comprali. Offrire casa, pagare l’affitto, un lavoro. Questo in cambio della resa. “Non ci sono attacchi contro di noi da novembre”, ci dice un ufficiale americano camminando sotto un sole cocente nella via principale di Mahmoudiya. Si toglie l’elmetto manifestando una sicurezza tradita dallo sguardo attento. Intorno ci sono centinaia di soldati tra americani e iracheni che pattugliano la strada, uno ogni quindici metri. Se fosse veramente sicuro non servirebbero. O forse sono solo prudenti. Solo due negozi sono aperti. Non c’è lavoro per nessuno. Né acqua, né elettricità. Famiglie di sfollati vivono nelle baracche, hanno perso tutto, vivono con niente, i bambini non vanno neanche a scuola. Nel villaggio di qualche migliaio di abitanti ci sono 250 vedevo, 300 orfani. “Ci sono stati significativi progressi. Tuttavia il nemico è tenace e non si arrende, ma nemmeno noi – afferma il colonnello Patrick Evans, portavoce militare americano – c’è ancora molto lavoro da fare”. Molto perché Baghdad una città irriconoscibile rispetto a un anno fa, sembra inghiottita da una colata di cemento. Ci sono muri ovunque, barriere grigie che circondano i quartieri, incanalano la vita della gente. Gente frustrata pronta ad esplodere. Basta poco. In mezza capitale sono calate le saracinesche dei negozi. Lo ha chiesto l’esercito di Moqtada al Sadr, il leader radicale sciite, che dal luglio scorso bene o male rispetta una tregua, che ha fatto calare gli attacchi contro gli americani e i sunniti del 60%. Vogliono che siano restituiti i detenuti che appartengono alla loro milizia. Non sono contenti, se saltasse la tregua tutti i successi di cui si vantano gli americani si frantumerebbero al primo colpo di mortaio. March 24 Pasqua assediataBAGHDAD – Alla Chiesa della Vergine Maria è tutto pronto per celebrare la Pasqua. Anche a quella di Attauk dove un anno fa ci fu un’esplosione. Non ci si può più arrivare in macchina ci sono degli enormi blocchi di cemento e un poliziotto armato che non lascia avvicinare nessuno. Ce ne saranno di più per Pasqua, ma i cristiani a Baghdad continuano a non sentirsi al sicuro. “Dicono che la situazione è migliorata, ma non per noi. “Questa guerra ci sta sterminando, chi non è morto vuole andarsene, presto, non ci saranno più cristiani in Iraq”, ci dice Mariam, un’impiegata del ministero per la Pianificazione, quarantenne, non porta il velo né ha intenzione di metterlo. “Noi cristiani eravamo qui prima dell’arrivo degli estremisti, noi siamo la Gente del Libro, rispettata dal Maometto e il Corano e soprattutto siamo iracheni, questo paese è nostro quanto di tutti gli altri”. Lei alla funzione di Pasqua ci sarà, così come è andata ieri. E’ appena tornata dal Cairo dove è stata per lavoro con una collega musulmana della quale è molto amica. “Per noi non ci sono differenze, ognuno può credere nella sua religione, dio è uguale per tutti”, afferma Mariam mentre racconta della vita dei cristiani dopo l’invasione americana e la caduta di Saddam Hussein: minacce di morte, rapimenti, assassini e un esodo che ha dimezzato la comunità cristiana in Iraq. Da un milione e duecento mila a poco più di seicento mila presenze sparse nel paese, soprattutto in città come Baghdad, Kirkuk e Mosul, dove la settimana scorsa è stato ritrovato il corpo dell’arcivescovo Caldeo Rahoo. “Vogliono che ce ne andiamo, il disegno è questo”, dice una suora che lavora all’ospedale di San Raphael, ha molta paura, non esce quasi mai. Una volta amava passeggiare per il quartiere, guardare i bambini che giocavano, avventurarsi fino al fiume. Ora non esce più, il mondo dei cristiani si è ristretto alle mura di casa con le porte inchiodate dalla paura. “La situazione è leggermente migliorata – spiega Nizar Hishab Polis – un venditore di alcolici che da qualche giorno ha riaperto il suo negozio – l’anno scorso i militanti hanno appiccato il fuoco, abbiamo chiuso tutti, ma ora c’è più polizia, speriamo bene, speriamo che continui e non sia solo una fase”. Intanto domani andrà con la moglie e la figlioletta in chiesa, poi si riunirà con il resto della famiglia a casa e faranno un gran pranzo, niente gita fuori porta il lunedì, di solito andavano a fare un picnic sul fiume Tigri ma ora non si può neanche pensarlo. A Mosul non è stato ancora deciso se ci sarà la messa di Pasqua, da quando è morto l’arcivescovo altre tre persone sono state rapite, una è riuscita a fuggire, ma è stata crivellata di colpi d’arma da fuoco dai sequestratori. Molti cristiani sono furiosi. “Gli americani hanno fatto questa guerra in nome della democrazia, e noi ne stiamo pagando il prezzo questo doveva essere un paese libero, invece ci stanno uccidendo tutti. Gli americani per non essere visti come un esercito cristiano fanno di tutto per ignorarci”, dice Hamid, un commerciante che non sa ancora se parteciperà alla funzione. Troppe bombe, troppe intimidazioni, donne costrette a portare i velo, molestate per le strade, alcune aggredite, qualcuno ha tolto le croci da tetti delle chiese, mentre alcuni preti costretti a vestire in borghese nella città di Mosul, non dormono a lungo nello stesso posto. Alcuni sono troppo stanchi, “L’unica soluzione è di imbracciare le armi. Si vive o si muore. Dobbiamo essere forti”, tuona padre Ayman Danna della Chiesa Cattolica Siriana. Ma la maggior parte della comunità non crede nella violenza: “Questa è la nostra terra, quella dei nostri padri, dobbiamo continuare a vivere qui in pace e armonia – ci ha detto il Cardinale Emanuel Delli III, capo della Chiesa Caldea in Iraq – nonostante le perdite e il sangue. Staremo qui fino all’ultimo respiro”.
March 23 Baghad liberata è una prigione per gli iracheniBAGHDAD - Un bunker, questa è Baghdad cinque anni dopo. Cemento, grigio, muri, file, posti di blocco, questa è la città liberata. Lungo la strada dall’aeroporto al turbolento quartiere di Karrada una volta vivace cuore commerciale della capitale, quasi non si vedono più le case. Il cemento ha preso il sopravvento, enormi muri che costeggiano la strada e incanalano le vite degli iracheni. “E’ per la sicurezza, è per la sicurezza”, ripete la gente, i poliziotti, gli americani. Baghdad è diventata un labirinto grigio, dove da qualche parte si nasconde il minotauro. Non era mai stata così. Adesso i quartieri circondati dalle barriere hanno solo due uscite per i residenti che vengono accuratamente perquisiti. E’ una città desolata dove a 30 gradi neanche il sole accenna ad uscire trattenuto da una coltre di nubi impenetrabili. Verso sud un fungo di fumo spacca il cielo. “Deve essere un’esplosione”, dice Mashkoor l’autista che sfreccia per le strade intasate vicino ai posti di blocco, raccontando e scherzando su un paese che non riconosce più. Baghdad è più sicura dicono gli americani. “Siamo più al sicuro? Certo viviamo in prigione. Veniamo controllati quando usciamo, quando entriamo, controllano le nostre macchine, i nostri corpi, la roba che abbiamo in borsa o nei sacchetti della spesa. Questi muri ci impediscono di vedere il tramonto o di salutare il vicino del palazzo di fianco. Certo siamo più al sicuro. Ma questa è vita?”. Mashkoor vuole che veda il parco di Abu Nawaz. Da lontano sembra un miraggio, ci sono mamme che giocano con i loro bimbi, papà che comprano palloncini, ragazzi e ragazze che passeggiano tra i viali alberati, signori anziani seduti sulle panchine che chiacchierano. Tutt’intorno muri e ancora muri. Per entrare posti di blocco e posti di blocco. “La sicurezza è imponente qui, ci sono talmente tanti bambini”, spiega l’autista. Fa tenerezza vedere la boccata d’aria alla quale sono accorsi gli iracheni, sembra l’ora d’aria che si concede ai detenuti. Le mamme parlottano e si disperano. “E’ diventato incredibilmente difficile fare qualsiasi cosa, mandare i figli a scuola, fare la spesa, sono cinque anni che non vado a mangiare in un ristorante”, dice Sharin pensando a qualcosa di frivolo che le piacerebbe fare. I politici stanno lavorando. “Non nominarli nemmeno. Quella gente ha distrutto il nostro paese. Ci ha diviso, ci ha ucciso”. Era meglio Saddam? “Nessuno rimpiange Saddam, ma perché bisogna avere sempre lui come termine di paragone, è come dire: preferisci che ti sparino o ti impicchino? Noi vogliamo vivere”. Sharin si accende, la sua irritazione è concreta come il muro che ha di fronte. E’ stato dipinto, ci sono delle scene antiche di Babilonia che ricordano un po’ quelle dei faraoni. Altri muri sono stati dipinti con immagini di Baghdad quando ancora non c’erano le macchine, si vede il fiume, la gente che va a comprare il pane, le carrozze tirate da cavalli. “Sono trascorsi cinque anni dalla guerra e non c’è stato alcun miglioramento. Continuiamo ad affondare nel cemento, tra poco ci sommergeranno, sarà casa e bara allo stesso tempo”, dice un signore sulla sessantina circondato dagli amici. “Con Saddam sono stati tempi duri, ma avevamo la speranza che un giorno sarebbe morto o se ne sarebbe andato e il nostro paese sarebbe fiorito. Ora la nostra speranza è stata infranta. E non sappiamo più cosa sognare”. La guerra in Iraq sta facendo capolino nel suo sesto anno, gli americani sono ancora qui, la militanza non accenna a stancarsi, si combatte per le strade e nei villaggi. Quello che è cambiato è il resto del mondo, che poco si occupa di quello che accade in Iraq. “Siamo ormai solo una delle tante guerre in giro, una spina nel fianco nella politica degli americani, un dibattito nella loro campagna elettorale – dice il vecchio brandendo il dito – quando vi accorgerete che siamo persone?”. March 19 PROSSIMA PARTENZA IRAQCinque anni di guerra. Oggi è l'anniversario. C'era la luna giusta il 19 marzo di cinque anni fa per distruggere un paese. E' ora di tornare per raccontare le storie di uomini e donne che lottano per la vita contro le autobombe, i rapimenti, i colpi di mortaio e contro l'indifferenza di chi non vuole ascoltare le loro voci.
Barbara |
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