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29 April BARBARA INVIATA TRA PROFESSORI E INCAZZATURESe fossimo in un mondo civile, io sarei in questo momento a Nassiriyah a raccontare quello che succede invece a cercare di immaginarlo con la fantasia per scrivere un pezzo che dignitoso non potrà mai essere. Cosa avranno mai da nascondere laggiù che non hanno voluto nessuno? Di sicuro non fanno una bella impressione a comportarsi come se fossimo la corea del nord. Se c'era un momento in cui gli italiani avrebbero voluto entrare nella base senza polemiche era proprio questo. Ma se fossimo in un paese civile, non un giornale non penserebbe di fare un'intervista ad un politico, per poi parlare con il suo portavoce e spacciarla come se fosse stata fatta al politico stesso. Se fosse un paese più civile, il giornalista andrebbe a casa e l'unica cosa che gli sarebbe permesso di scrivere sarebbe la lista della spesa. Ma non è certo il primo, e di sicuro non è il solo. Lo sanno tutti, nessuno fa niente. A me è stato detto: "Ma ancora ti arrabbi?". SI, SI e ancora Si. Perché io sono qui in Iraq a rischiare il sedere. E quando smetterò di indignarmi, cambierò lavoro. Sono stata fin troppo buona fino ad ora, Ieri avrei dovuto saltare su una macchina, prima che mi dicessero che i giornalisti non entravano e dirirgermi di corsa alla base. Avrei fatto un lavoro migliore invece di restare qui a scrivere pezzi su Nassiriya senza colore. So fare meglio di questo. Adesso me ne vado a nanna, sono distrutta, ho scritto cinque pezzi. Ho perfino dovuto dire di no ad un giornale. Che strazio. Vado a nanna, sono stanca.
Avvenire
La storia finisce quando arriva Saddam
BAGHDAD - Per i ragazzi iracheni, la storia finisce quando arriva Saddam Hussein. Non è una battuta, né un gioco, è una decisione presa dal ministero dell’Educazione. I ragazzi del dopo guerra che frequentano le scuole superiori non studieranno nulla che ha a che fare con il regime precedente. I testi di Storia sono stati ripuliti degli ultimi trentacinque anni. Non c’è un riferimento alla caduta del rais o all’arrivo degli americani. Non c’è una parola riguardo all’invasione del Quwait nel 1990, e della guerra del 1991. Sparita anche la guerra contro l’Iran che, negli anni ottanta ha spazzato via un’intera generazione. La Storia dell’Iraq, per i ragazzi di oggi, finisce nel 1968, quando il colpo di stato portò al potere Saddam Hussein. “Vediamo il rais in televisione processato, ma non lo studiamo a scuola, è una sensazione un po’ strana”, racconta uno studente del Liceo al Mansur, considerato uno degli istituti superiori migliori del paese. Gli Stati Uniti, dal loro arrivo, hanno sponsorizzato la costruzione e il rinnovamento di quasi 3000 scuole irachene, hanno fatto corsi di aggiornamento a 55 mila persone tra insegnanti e amministratori e sotto la supervisione della commissione per la debaatizzazione hanno rivisto e riscritto milioni di testi scolastici che glorificavano 35 anni di dittatura. Decine di scuole dedicate a Saddam, hanno cambiato il nome, e il corso di nazionalismo, la materia che insegnava l’ideologia del Baath è stata soppressa. Cancellati gli ultimi tre decenni, perché alcuni politici e insegnanti, sono convinti che questo creerebbe dei problemi agli studenti e ritarderebbe lo sviluppo della società irachena che deve affrontare un lungo periodo di trauma ininterrotto, qual è stato il regime di Saddam Hussein. Alcuni pedagoghi ritengono che le ferite provocate dal suo governo sono ancora fresche e la possibilità delle rappresaglie così reale, che ritengono sia meglio, almeno per il momento non affrontare con i ragazzi il problema. Entro l’anno verrà formata una commissione di esperti selezionata dal ministero dell’Educazione, che dovrà scrivere una nuova storia del recente passato iracheno che sia accettabile a tutti. Una sfida quasi impossibile, in un paese diviso da una lotta interreligiosa, senza contare, il rispetto dei fatti e della storia in se stessa. “Sarà molto, molto difficile rappresentare tutti i punti di vista, ma non si può far pensare che sia che la storia che riscriveremo parta da un punto di vista imposto dal più forte”, ci ha detto un Salah Abdul Rahman, funzionario del ministero della Cultura incaricato di formare la Commissione. “La storia la fanno i vincitori”, diceva Nietzsche. Non conosceva il “political correct” degli iracheni. “Il regime precedente usava la storia come ora di propaganda. Ora noi dobbiamo stare attenti, avere tatto, dobbiamo fare dei libri che siano accettabili sia per un curdo del nord, un bambino di Ramadi o una ragazzina di Bassora”, dice Rahman. A scuola non tutti sono convinti che sia la soluzione migliore. “Stiamo negando una parte di quello che è stato l’Iraq. Saddam è nella testa della gente, anche se viene cancellato dai libri – afferma Yahia Abbas, 53 anni, un’insegnante di storia della Al Mansur – non si possono far sparire 35 anni, né pensare di riscrivere la storia in modo da non traumatizzare i ragazzi. A loro vanno spiegate le cose con onestà. Capite le ragioni e i periodi. Nel bene e nel male. Che agli iracheni, piaccia o no, con il passato si dovrà imparare a convivere”.
AVVENIRE
guerra alla cultura
BAGHDAD - La guerra infinita che si combatte ogni giorno in Iraq, distrugge e cancella tutto. La società civile, le infrastrutture, le comunicazioni. Uccide anche i sogni. Soprattutto quelli dei giovani, le loro speranze racchiuse in un pugno di idee. Uccide i sogni degli artisti che negli ultimi tre anni hanno sfidato la morte e le minacce, convinti che la fantasia potesse sconfiggere la cruda realtà che li circonda. La violenza uccide la cultura, fa fuggire gli intellettuali, fa smettere la gente di pensare. La paura paralizza, costringe la gente a chiudersi in casa. E i mandanti della violenza, chiunque essi siano, prosperano nella crescente ignoranza e sfiducia di quella società sotto attacco che piano piano si sgretola. Si comincia dalle scuole, da quei bambini che non ci vanno più perché per i genitori, è giustamente più importante tenerli in vita, che fargliela rischiare per trascorrere qualche ora con il patema che potrebbero essere le ultime ore della loro vita. I bambini sono i primi a subire le conseguenze della guerra e “le loro piccole menti che assorbono come spugne, si trasformeranno in mattoni imbottite di idee religiose sbagliate, se non verrà presto fatto qualcosa”, ci dice Harith Gaylani, un professore di matematica all’università. Si prosegue alle superiori con gli stessi problemi, giovani adolescenti, pieni di rabbia e con tante armi a portata di mano. L’università una volta centro dello scambio culturale, base di partenza verso un mondo pieno di possibilità è diventato un campo di battaglia. Il fulcro delle divisioni settarie, dove i professori si nascondono dagli studenti e gli studenti diventano spie. Il dott. Khadem al Muqtadi, un professore sciita all’università di Baghdad, fa controllare sempre il parcheggio prima di andare alla macchina. Un suo collega, due settimane fa, è stato ucciso quando uno studente ha avvisato l’assassino del suo arrivo. Muhammad Jassem, un lettore sunnita all’università di Mustansiriya, qualche giorno fa colpita da due autobombe, è stato per ben due volte minacciato dagli uomini di Sadr, il leader sciita radicale, promettendo di ucciderlo se fosse rimasto. “Tutti i poteri che si scontrano in Iraq, stanno cercando di avere un posto nelle università - spiega Basil al Khateb, portavoce del ministero dell’Educazione Superiore – abbiamo 737 mila studenti. Ci sono scontri continui”. Dal 22 febbraio scorso quando venne colpita la moschea sciita di Samarra, e che diede inizio al periodo più intenso di violenza settaria, 2300 studenti hanno chiesto di essere trasferiti: i sunniti vogliono andare via dai campus nelle aree sciite e vice versa. Di solito, nell’arco di un anno non si ricevevano più di 200 richieste di questo tipo. “L’università paga il prezzo del caos politico”, afferma al Muqdadi che è convinto che prima o poi sarà ucciso anche lui. Storicamente l’università è stata sempre un luogo dove le culture e le religioni si mischiavano, un posto super partes, un’istituzione laica, ma dall’invasione americana, tutto è cambiato. Lentamente è stata tracciata una linea, che ha diviso un popolo. Molti professori si sentono impotenti, hanno perso il controllo dei loro studenti che spalleggiati dalle varie fazioni politiche o religiose, minacciano i professori. Alla facoltà d’ingegneria di Baghdad, da settembre non si fanno esami, perché i professori hanno paura. Il dott. Mouyid al Khalaf, un sunnita che insegna giornalismo, è nascosto in un luogo sicuro da quando tre uomini lo hanno minacciato, picchiato perché aveva criticato le milizie del Mahdi, l’esercito privato di Sadr. “La prima volta che mi hanno minacciato è stata il marzo scorso - racconta Jassem – mi hanno dato 48 ore per andarmene e io sono scappato in Giordania. Ma sono tornato perché non riuscivo a trovare un buon lavoro. Mi hanno subito ricontattato e non sono più tornato al lavoro”. Il ministero dell’Educazione sostiene che dal 2003 sono stati uccisi 89 professori, 311 insegnanti, 105 accademici. Solo a Baghdad. Per gli studenti non è molto diverso: “Come la situazione ora? E’ una dittatura vestita da democrazia”. Non è diverso neanche per medici, gli artisti, gli attori o i ballerini. Veniamo continuamente minacciati e uccisi perché gli ultreligiosi vogliono cambiare il paese liberandosi delle persone che cercano di far dimenticare alla gente della morte e della violenza che ci circonda”, dice Said Karem, un membro dell’Associazione degli Artisti. Molti fondamentalisti che riempiono le file dalla militanza, sostengono che la musica sia anti islamica, che la gente dovrebbe solo ascoltare i versi del Corano. Secondo loro il teatro, la televisione incoraggiano ad un cattivo comportamento. “Ci accusano d’immoralità, noi che cerchiamo solo di far divertire la gente”, insiste Kareem. Dal 2005, ottanti artisti in diversi campi sono stati uccisi, gli ultimi due, il 22 aprile scorso, giovani attori, sono stati colti in un agguato, partecipavano ad un festival per i bambini. Fuad Radi, 20 anni e Haid Jawad di 21, della compagnia della Famiglia Felice. “Continueremo a far divertire i bambini, fino a che l’ultimo di noi sarà ucciso”, ci dice Safa Eadi della stessa compagnia teatrale. “Il teatro una volta era la mia vita - afferma Yussef Ghadin, un attore e cantante di Baghdad – ma da quando due mie colleghi e amici sono stati uccisi, dalle milizie perché facevano un “lavoro demoniaco”, ho messo da parte i miei sogni”. E con lui tanti iracheni. Avvenire
BAGHDAD - Arriveranno oggi le salme dei caduti di Nassiryah, alle 4 del pomeriggio a Ciampino. Tre bare coperte dalla bandiera tricolore, dopo un lungo viaggio appariranno dalla pancia del C130. Gli italiani li aspettano, ma l’addio dei loro colleghi l’hanno ricevuto ieri. Volti tesi e commossi. Lacrime ribelli che scendevano, altre trattenute, nasi rossi, braccia incrociate e muscoli tesi, non è facile salutare le persone con cui magari hai scherzato solo qualche ora prima, che il destino delle loro vite cambiasse, che il loro mondo s’infrangesse. Il capitano dell' esercito Nicola Ciardelli, effettivo al 185/o Reggimento acquisizione obiettivi di Livorno, il Maresciallo Capo dei Carabinieri Franco Lattanzio, effettivo al Comando Provinciale Carabinieri di Chieti e Maresciallo Capo dei Carabinieri Carlo De Trizio, effettivo al Comando Provinciale di Roma, due giorni fa sono stati uccisi. Una granata perforante piazzata in mezzo alla strada. Un percorso che facevano sempre. Il loro ultimo viaggio. Quattro veicoli, uno solo quello colpito e devastato. Tre morti italiani morti e un rumeno. Sopravvissuto il carabiniere Enrico Frassanito, ma gravemente ferito, è stato subito trasferito in Kuwait. Ha ustioni sul 40% del corpo, una prognosi riservata, ma ce la farà, anche se non sarà mai più lo stesso. Il militare é seguito da un maggiore medico dell'esercito italiano all'ospedale di Kuwait City dove si trova ricoverato. Il comandante provinciale col. George Di Pauli tiene costantemente informata la famiglia ed è stato organizzato il viaggio a Kuwait City per il fratello di Enrico, Giuseppe Frassanito. Ci vorrà almeno una settimana prima che il ferito possa essere spostato e portato in Italia. Per rendere omaggio alle tre vittime sono giunti alla base italiana il capo di Stato maggiore della Difesa, Giampaolo Di Paola, il comandante generale dell'Arma, Luciano Gottardo, il Capo di stato maggiore dell'esercito, Filiberto Cecchi e Fabrizio Castagnetti, capo del Comando operativo di vertice interforze, hanno partecipato alla messa in suffragio dei caduti, poi sono andati a visitare in Kuwait il ferito e sono tornati a casa. A Nassiriyah è rimasto solo il capo del Coi, che rientrerà a Roma oggi con lo stesso C-130 dell'Aeronautica militare che porterà a casa le salme dei tre italiani morti in Iraq. “Una visita – ha detto il Capo di Stato Maggiore della Difesa - finalizzata a far sentire la loro vicinanza al personale e, soprattutto, un "omaggio doveroso" ai caduti dell'attentato”. Una messa semplice, triste, non deve essere stato facile per i compagni che due giorni fa si trovavano insieme a loro, nei mezzi immediatamente davanti o dietro. Uno scherzo della sorte ha voluto che non toccasse a loro morire. E non è facile ringraziare il cielo di essere sopravvissuti davanti alle bare di chi invece è morto. Intanto frenetiche proseguono le indagini, due rivendicazioni al vaglio degli inquirenti, diffuse in Internet, quella dell’Armata Islamica in Iraq e quella delle Brigate dell’Imam Hussein, diffuse in internet ed entrambe riconducibili ad Abu Musab al Zarqawi, il capo di Al Qaeda in Iraq. Che ci sia dietro il super ricercato, è convinto anche il pm Franco Ionta, capo del pool dell'antiterrorismo della procura di Roma. "Un'ipotesi praticabile - spiega il magistrato - e' quella di gruppi locali sunniti alla ricerca di visibilita' e autorevolezza per essere inseriti nella rete di Al Zarqawi cui e' addebitabile l'attentato alla base Maestrale di Nassiriya del 12 novembre 2003 e cui potrebbe essere ricondotta anche la strage di ieri soprattutto dopo l'intervento pubblico del leader, segno piu' di forza che di debolezza dal momento che egli ha mostrato di essere vivo, vegeto, libero e operativo".
Avvenire Intervista (vera)
BAGHDAD - Alaa Maaki è un parlamentare sunnita ed esponente di spicco del Partito Islamico. Impegnato nelle trattative per la formazione del governo è contrario alla violenza, quanto alla presenza di militari stranieri sul territorio iracheno. “Le forze multinazionali devono lasciare l’Iraq, ma devono farlo in modo graduale quando la situazione sarà migliore. Siamo tutti addolorati per le vittime italiane, come quelle irachene che ogni giorno muoiono. La situazione in Iraq è sotto gli occhi di tutti, non c’è bisogno certo di spiegarla. Non siamo ancora pronti. Ci sono troppi problemi da risolvere. E c’è bisogno che l’Italia resti ancora, che non pensi di andarsene, fino a quando il nostro esercito sarà preparato. Fino a quando, potremo assumere il controllo di tutte le forze di sicurezza, quando ci saranno meno armi in giro. Il lavoro degli italiani ma anche di altri contingenti è importante per l’Iraq. E anche se se sappiamo che nel vostro paese ci sono molte discussioni a riguardo, vi chiedo di darci ancora un po’ di tempo, perché da soli non c’è la facciamo. Gli americani vi fanno fretta, gli italiani vivono un momento di profondo dolore, quanto manca alla formazione del governo? Abbiamo superato l’85% degli ostacoli. Lavoriamo per gli iracheni, ma sappiamo che l’interesse è internazionale. I posti principali sono stati assegnati, dobbiamo discutere la distribuzione di alcuni ministeri. Ci manca ancora poco, lo spirito e buono e stiamo lavorando velocemente. Le rivendicazioni dell’attentato di Nassiriya sembrano condurre a Zarqawi e ci rimanda al mondo sunnita. Non sono al corrente dei fatti, ma non escludo sia possibile. Ma non si deve generalizzare molti sunniti fanno parte della militanza, ma non tutti. Abbiamo fatto grandi sacrifici per essere qui. Lo stesso giorno in cui morivano i vostri soldati, è stata uccisa la sorella del nostro vicepresidente sunnita. Nel momento in cui noi siamo entrati in politica, abbiamo fatto una scelta che era quella di continuare a resistere, ma in modo non violento. Abbiamo accettato la presenza dei militari stranieri e abbiamo accettato di lavorare nel parlamento perché se ne possano andare in fretta. Gli italiani non si sono mai mostrati ostili nei nostri confronti, hanno portato lavoro, e hanno migliorato la città di Nassiriyah. Senza contare che, chiunque muore per l’Iraq, resta nel nostro cuore del nostro paese da qualsiasi parte provenga.
28 April Barbara inviata tra collegamentidi Barbara Schiavulli
Avvenire
Sono esausta. Una giornatine di quelle terribili. E doveva essere una di quelle tranquille, dove prima di tutto uscivo, andavo a trovare l'ambasciatore. Era cominciata bene, due caramba carini e simpatici, un panino alla nutella, poi la tragedia di Nassiryah. 1000 telefonate, collegamenti, corri di qua, di là, prepara la valigia rosa se si riesce a partire, disfa la valigetta rosa, perché tanto non ti vogliono alla base. Rispondi a tre telefonate insieme, intanto coordina i traduttori, spingi via gli iracheni che vengono a fare le condoglianze, parla con i giornali, con le radio, alcune delle quali non so neanche quali fossero. E poi insisti per andare in elicottero a nasseriya, ma continuano a non volermi, ma che siamo in Cina?. E intanto pensi anche che hanno ucciso la sorella al vicepresidente dell'Iraq, a cui avevano appena ucciso anche un altro fratello qualche settimana fa. Passerà inosservata. Oggi sono stati trovati altri 16 cadaveri a Baghdad, ma non lo ha detto nessuno. anche loro avevano una famiglia, e la voglia di vivere. Poveri morti tutti quanti, da ovunque vengano. Vorrei continuare a scrivere ma sono troppo stanca, a domani...
Barbara
IL MESSAGGERO
BAGHDAD - Doveva essere una missione semplice, uno spostamento di routine come tanti se ne fanno. Si parte, si va e si torna. La solita strada piena di polvere che si è percorsa ogni volta era necessario negli ultimi tre anni. A sud ovest del centro residenziale di Nassiriyah. Ma questa volta non è stata come tutte le altre. La morte era lì, nascosta al centro della strada sterrata in una buca coperta dalla terra e dalla ghiaia. Una granata perforante, l’hanno definita gli esperti, che al momento sbagliato, il più sbagliato che potesse esserci, è scoppiata centrando in pieno una delle quattro camionette che stava correndo per andare al PJOC (Provincial Joint Operation Centre, la sala operativa integrata delle Forze di sicurezza della Provincia). Dovevano rilevare il personale in servizio al comando locale della polizia irachena. Non sono mai arrivati. La terra è tremata, il fumo ha oscurato il sole accecante che era già alto alle 8.50 del mattino. Il fuoco è entrato nella camionetta. All’esterno sembra appena danneggiata, dentro invece l’inferno ha fermato il tempo e strappato a colpi di fuoco le vite di quattro militari. Questione di un attimo, il capitano dell'esercito Nicola Ciardelli, del 185esimo battaglione dei paracadutisti di Livorno, il maresciallo capo dei carabinieri Franco Lattanzio, 38 anni di Pacentro (L'Aquila), il caporale della polizia militare rumena, Bogdan Hancu, di 28 anni sono morti subito. Poco dopo, invece, è deceduto anche il maresciallo capo dei carabinieri Carlo de Trizio, 37 anni di Bisceglie (Bari) che era riuscito a raggiungere l’ospedale ma le sue ferite erano troppo gravi perché ci fosse qualche possibilità. Un solo sopravvissuto: Enrico Frassinito, 41 anni, di Padova, ha riportato ustioni su circa il 30% del corpo, ma ce la farà, portato in elicottero all’ospedale americano in Kuwait, riceverà tutte le cure necessarie. Mentre ancora il rumore del boato batteva nelle teste dei militari, mentre ricacciavano indietro le lacrime e la voglia di urlare, è stata subito avvisata la base, sono arrivati i soccorsi, la zona è stata sigillata, sono stati evacuati i corpi e i feriti e sono stati fatti tutti i prelevamenti per l’indagine che è già stata aperta dalla procura in Italia. La polizia irachena è andata casa per casa, per sapere, trovare, stanare. Sgomento nella base, sorpresa, dolore, lacrime silenziose, preghiere sommesse. Si sa sempre che una cosa del genere può succedere, ma si spera sempre che non accada mai. Già una settimana fa si era stati molto vicini ad una strage, quando era esploso un ordigno, questa volta piazzato al lato, non nel centro della carreggiata. Basso potenziale esplosivo, solo un mezzo leggermente danneggiato, nessun ferito. Poteva essere un avvertimento, migliaia sono le ipotesi che frullano nella testa di tutti soprattutto di quegli uomini che lavorano sul posto e che continueranno a fare quella strada maledetta. Due le rivendicazioni al vaglio dell’intelligence italiana: E quella dell’Armata islamica in Iraq e quella delle Brigate dell’Imam Hussein, diffuse in internet e entrambe riconducibili ad Abu Musab al Zarqawi, il capo di Al Qaeda in Iraq, riapparso qualche giorno fa in un video in cui prometteva nuovi attacchi eclatanti. Forse solo le prime di una lunga serie, in quel groviglio di guerriglia e militanza che devasta l’Iraq. Gli iracheni, generalmente benevoli alla presenza italiana sul territorio, sono sconvolti dalla notizia. Molti si sono offerti di donare sangue, altri chiamano, telefonano, cercano di far sapere agli italiani, che il loro sacrificio non è vano e che il dolore è sentito. Ogni giorno gli iracheni muoiono a decine, sanno cosa significa perdere qualcuno di caro. “Dite alle famiglie degli italiani morti che noi siamo fieri di loro come lo siete vuoi”, ci dice Jacem, un operaio di Nassiryah contattato telefonicamente da Baghdad. Intanto, proprio ieri è stata uccisa la sorella di uno dei vicepresidenti iracheni, il sunnita Tarek Al Hashami, in un agguato in cui è stata uccisa anche la sua guardia del corpo. Hashemi, colpevole per gli insorgenti di aver ceduto alla politica e alla trattativa, sa bene cosa significa perdere qualcuno, neanche due settimane fa, gli hanno ucciso anche il fratello. A Nassiriya, una zona sciita relativamente tranquilla, si fanno le prime ipotesi, c’è chi punta il dito contro gli uomini di al Sadr, il leader ribelle radicale sciita, noto per la sua ostilità verso le forze della coalizione, ma che si è precipitato a smentire qualsiasi coinvolgimento chiedendo però “un calendario di ritiro delle truppe straniere”. Ha incontrato al Maliki, il neo premier, andato in visita a Najaf, dal grad ayatollah al Sistani. Ad Al Maliki spetta il difficile compito di formare un governo, che significherebbe riempire il vuoto politico, cominciare a minare le strategie della violenza. La risposta della militanza è ogni giorno davanti agli occhi degli iracheni e dei soldati americani, più di tutti gli altri nel mirino di quegli ordini esplosivi piazzati sulla strada. E da ieri ancora una volta, una volta di troppo, sotto gli occhi addolorati degli italiani.
avvenire
La violenza irachena spesso ci scivola accanto. Decine di morti ogni giorno, una lista di numeri e immagini che scorrono veloci nei televisori e tra le pagine dei giornali. Una violenza che indigna, che fa discutere, ma che non sempre fa scorrere i brividi lungo la schiena. L’Iraq è pur sempre tanto lontano. Poi accade qualcosa all’improvviso e tutto cambia. Un ordigno, un pezzo di plastica e ferro, l’hanno chiamata una granata perforante, ci trasporta in una terra polverosa, su una strada sterrata, sotto un sole cocente, immersi in dolore che non ci si aspettava di provare. L’Iraq diventa incredibilmente vicino, quando alle 7.50, tre militari italiani e un rumeno vengono dilaniati, un quarto sopravvive gravemente ferito. Il capitano dell'esercito Nicola Ciardelli, del 185esimo battaglione dei paracadutisti di Livorno, il maresciallo capo dei carabinieri Franco Lattanzio, 38 anni di Pacentro (L'Aquila), insieme al caporale della polizia militare rumena, Bogdan Hancu, di 28 anni sono morti subito. Il maresciallo capo dei carabinieri Carlo de Trizio, 37 anni di Bisceglie (Bari) è deceduto in ospedale poco dopo. Il maresciallo aiutante Enrico Frassinito, 41 anni, di Padova ma residente a Sommacampagna (Verona), che riportato con ustioni su circa il 30% del corpo, è stato trasportato in elicottero in Kuwait all’ospedale americano. I cinque viaggiavano insieme, lungo la strada a sud ovest del centro residenziale di Nassiriyah su una camionetta dei carabinieri, secondi di una colonna di quattro mezzi diretti al PJOC (Provincial Joint Operation Centre, la sala operativa integrata delle Forze di sicurezza della Provincia). Una strada percorsa spesso negli ultimi tre anni, una strada dove già altre volte avevano sfiorato la tragedia, senza mai andarci troppo vicino. L’ultima, sabato scorso, un ordigno sul ciglio della strada ha sfiorato un mezzo, danneggiandolo leggermente. Questa volta, li ha colpiti in pieno, con un ordigno particolare, piazzato al centro della strada proprio per non sbagliare. La camionetta ha fatto un balzo, a guardarla bene, sembra che abbia subito i danni di un qualsiasi incidente. E’ questa la forza di quella maledetta bomba: ha fatto un buco sotto, e mentre all’esterno non se ne vedono i segni, per qualche secondo dentro quel cubo nero di metallo con la scritta “carabinieri” in arabo, è scoppiato l’inferno. Un boato. Una colonna di fumo. Il panico dei passanti e poi la chiamata alla base. Una chiamata di aiuto, mentre i militari degli altri mezzi si gettavano verso i compagni feriti. Immediatamente sono arrivati i soccorsi dalla base militare italiani, ma anche gli iracheni, pronti a dare una mano. L’area è stata limitata e sigillata, in Italia è stata aperta un’inchiesta, mentre in Iraq si sono avviate indagini a tutto campo, è intervenuta la polizia irachena che ha perlustrato strada per strada, casa per casa. Mentre alla base italiana si consuma il dolore di una tragedia, gli iracheni chiamano, si offrono di donare il sangue, esprimono la simpatia per un contingente che mal visto non è mai stato. Anche la tv irachena non manca di darne la notizia, nonostante la scia di sangue iracheno che continua inesorabile a scorrere. Sullo schermo la bandiera irachena e quella italiana, una accanto all’altra, per un giorno i morti dell’Iraq sono nostri e nostri sono i loro. “Mi dispiace, mi dispiace tanto – ci dice Jasem un operaio – dite alle famiglie di questi uomini che rispettiamo il sacrificio dei loro figli, che siamo vicini, che non siamo tutti cattivi”. Nassiriya di solito è una zona tranquilla, «in realtà la situazione è sempre potenzialmente a rischio”, ha detto maggiore Marco Mele portavoce del contingente italiano,“la vigilanza, per quanto ci riguarda resta alta, è questo un colpo da ko e però ci risolleveremo. Ricordiamo che la nostra è una missione di sicurezza, umanitaria di collaborazione con le autorità locali per la convivenza civile e andremo avanti», dice Mele, mentre si cerca di capire chi può aver causato questo attentato. Gli uomini del leader ribelle al Sadr che si è affrettato a smentire un qualsiasi coinvolgimento, ma che resta uno dei più strenui oppositori della presenza straniera? Gruppi armati legati agli ex baathisti, guerriglia spiccia, al Qaeda? Due le rivendicazioni al vaglio dell’intelligence italiana: quella dell’armata islamica in Iraq e quella delle Brigate dell’Imam Hussein, diffuse in internet ed entrambe riconducibili ad Abu Musab al Zarqawi, il capo di Al Qaeda in Iraq, riapparso qualche giorno fa in un video in cui prometteva nuovi attacchi eclatanti. Ma d’altra parte l’Iraq è un groviglio di malvagità che si fonde e si moltiplica, che ogni giorno colpisce gli iracheni, gli americani, i politici e la cultura e questa volta, ogni volta una di troppo, anche gli italiani.
ECO DI BERGAMO
BAGHDAD - Taher bussa alla porta. I lineamenti del suo viso sono tesi. “Devi dire agli italiani che a noi iracheni dispiace molto quello che è successo. Dì che comprendiamo i motivi per cui gli italiani sono qui e l’aiuto che stanno dando. Non hanno gli stessi interessi degli americani, non ci guardano come se fossimo dei terroristi. Ma purtroppo oggi, dopo quello che è successo, lo siamo. Lo siamo ogni volta che qualcosa di male viene fatto a nostro nome. Che siano iracheni a morire o italiani. Dillo che ci dispiace. Dì che nessuno di noi vuole vedere questo paese affondare”. Arrivano, chiamano, gli iracheni si fanno sentire. Sballottati dalla loro violenza quotidiana trovano il tempo e lo spazio per aggiungere al loro dolore anche quello della perdita di tre italiani e un rumeno. “Siamo fieri di loro, anche se questa è una guerra ingiusta, gli italiani non mai stati cattivi con noi, stanno lavorando per la nostra città, hanno offerto impieghi agli iracheni, non abbiamo mai avuto la sensazione di essere disprezzati da loro”, dice contattato telefonicamente da Baghdad, Ali, che fa l’insegnante e abita a Nassiryah. Sono tanti gli iracheni che hanno voglia di esprimere il cordoglio, molti si sono offerti di donare il sangue, molte di dare una mano. C’erano anche loro, sulla strada quando l’ordigno è esploso, diversi passanti corsi sul posto e poi allontanati, quando i soldati hanno dovuto formare un cordone di sicurezza, sigillare l’area. Nessuno era felice, non ci sono stati inneggiamenti, come in altre occasioni sono stati visti con altri contingenti feriti. Nessuno è saltato sulla camionetta esplosa invocando ad Allah. Nassiriya ha imparato a conoscere gli italiani, che girano pattugliando le strade, portando sicurezza. Parlano con i capi tribù, ascoltano i problemi della gente. Gli iracheni sanno che ai soldati italiani si può strappare un sorriso, e che solo il pericolo, li trattiene dal non comunicare di più con persone che li circondano, questo popolo tanto diverso, un po’ chiuso e un po’ diffidente che lotta strenuamente per sopravvivere. “Vorremmo che le forze della coalizione se ne andassero - dice Hussein Al Abi, un religioso uomo d’affari che viene spesso Baghdad ma risiede a Nassiryah, – ma non così, anche se il mondo ci vede come animali che si ammazzano tra di loro, non lo siamo. Ci stiamo sforzando in ogni modo per far si che le cose migliorino. Vorremmo vedere un Iraq, dove gli italiani vengono in vacanza, invece che con i fucili in mano. E’ una brutta guerra ed è sporca. Noi siamo i primi a pagare tutti i giorni. Ma il sangue italiano non è diverso da quello iracheno. Quello dei soldati uccisi scorre nella nostra terra e ora sono parte di noi”. Tutti i telegiornali iracheni hanno dato la notizia, prima quella della sorella del vice presidente Tareq Hashemi, uccisa in un agguato a Baghdad, poi quella dei soldati italiani e del caporale della polizia militare rumena. In sottofondo nello schermo, la bandiera italiana a fianco di quella irachena, un segno di rispetto che al Iraqiya la tv di stato non ha voluto mancare di dare. "I vostri morti sono i nostri morti, figli nostri uccisi da terroristi che nulla hanno a che fare con questa popolazione", dicono le autorità civili e militari di Nassiriya che hanno voluto trasmettere il loro cordoglio al generale Natalino Madeddu, comandante dei militari italiani in Iraq. Sono tanti, tantissimi gli iracheni toccati da questa tragedia. Ed è una cosa strana, quando ogni giorno muore almeno un soldato americano, quando contro di loro vengono detonati decine di ordigni. E’ come se per gli italiani avessero un affetto sincero. “Non so chi possa essere stato, ormai in Iraq, non si capisce più niente”, dice Abu Ali. Le indagini della polizia irachena sono partite immediatamente dopo l’attacco di ieri mattina, hanno interrogato i testimoni, perquisito case, andando di porta in porta. Due le rivendicazioni al vaglio dell’intelligence italiana: quella dell’armata islamica in Iraq e quella delle Brigate dell’Imam Hussein, diffuse in internet ed entrambe riconducibili ad Abu Musab al Zarqawi, il capo di Al Qaeda in Iraq, riapparso qualche giorno fa in un video in cui prometteva nuovi attacchi eclatanti. Ma la risposta degli iracheni a chi vuole uccidere il paese e chi lo aiuta, è stata quella delle persone per bene. 25 April Barbara inviatra tra i bumdi Barbara Schiavulli
BAGHDAD - La risposta della guerriglia al successo politico iracheno, degli ultimi tre giorni, è chiara quanto letale. Un giornata irachena di ordinario terrore: 27 morti in tutto il paese, tra cui 12 nella sola Baghdad, un centinaio di feriti, causati dall’esplosione di sette autobombe. Nel mirino della militanza naturalmente il tentativo di minare la credibilità del neo premier Awad Al Maliki, impegnato nella formazione di un governo di unità nazionale, ma non solo, sembra che si cerchi di distruggere quel poco che rimane di normalità che ancora gli iracheni non possono astenersi dal vivere, come andare al lavoro, a scuola o a fare la spesa. Non a caso le prime tre autobombe, esplose ieri, hanno colpito obiettivi più civili che militari, sempre meno la scelta preferita dai militanti. La prima è esplosa in pieno centro uccidendo tre persone, vicino al ministero della Salute, a due passi dalla facoltà di medicina e dalla stazione degli autobus. Le successive due, sono esplose all’università di Mustansirya proprio in mezzo ai ragazzi che si recavano verso l’entrata, provocando la morte di altri 5 giovani tra cui un bambino di dieci anni. E come se non bastasse, altre quattro autombombe, una in un mercato sempre del centro e tutte le altre contro pattuglie della polizia, hanno fatto tremare la città. Solo una tempesta di sabbia e la pioggia scrosciante è riuscita a fermare l’ondata di sangue e a cancellare il sangue nelle strade. Orrore, urla, pianti, vetri infranti, è diventata la colonna sonora di una città che vive nella paura. Nel quartiere di Dora, che ormai nessuno cerca più di attraversare, sono stati recuperati 2 cadaveri sciiti, ha detto l’imam locale, ragazzi rapiti non più di una settimana fa dal quartiere di Azamiyya e abbandonati in una discarica dopo essere stati torturati e uccisi con un colpo di proiettile alla testa. Stesso posto, stesso metodo, in cui sono stati trovati due giorni fa sei giovani, questa volta sunniti. E proprio a Dora sono ripresi i combattimenti, tra militanti e forze dell’ordine. Sei i morti di quella che è stata una feroce battaglia. Altri 17 corpi sono stati scoperti nella zona di Abu Ghreib e ancora altri tre, tra cui quello di uno studente rapito qualche ora prima, sono stati recuperati dalla polizia a Mosul nel nord del paese. Non sarà affatto facile per il primo ministro sciita al Maliki, pressato dalla comunità internazionale, soprattutto dagli Stati Uniti, riuscire in questo clima, ad attirarsi il favore degli iracheni, se non rallentando l’ondata di violenza interreligiosa. Al Maliki, considerato un uomo forte, ha un mese per formare il governo: i partiti politici hanno già avviato le consultazioni per poi presentare le proprie proposte. Ministeri particolarmente sensibili sono quelli della Difesa e degli Interni, troppo spesso accusati di fomentare le divisioni settarie invece che fermale, includendo tra i ranghi dell’Esercito ma soprattutto della polizia elementi di varie milizie o addirittura tollerando veri e propri squadroni della morte sciiti e prigioni segrete. Lontano dagli echi della violenza, prosegue lento e inesorabile il processo a Saddam Hussein, analizzata da esperti e dichiarata autentica la firma su documenti che sentenziarono la condanna a morte di 148 sciiti del villaggio di Dujail, nel 1982, motivo per il quale l’ex rais e sei coimputati vengono giudicati.
22 April Barbara inviata tra i negoziatiOggi è venerdì, giorno di festa, non si esce. Non che gli altri giorni si faccia vita all'aria aperta!! Per Amjad il direttore del nostro albergo non è stata una bella giornata, è uscito questa mattina da casa sua per venire qua in albergo, ieri mi aveva chiamato per salutarmi, aveva saputo che ero tornata e voleva darmi il benvenuto. Stamattina è salito sulla sua macchina, il dicembre scorso mi ha tediato a morte per mostrarmi il suo gioiellino nuovo, di cui ovviamente non ricordo neanche il colore. Sul parabrezza c'era una lettera, l'ha aperta e dentro c'era un proiettile e un messaggio: sappiamo chi sei, se non ci dai 50mila dollari, ti uccideremo. Il povero Amjad, un vecchietto cristiano, avrò 60 anni, molto gentile, ha preso un colpo. Ha chiamato qui, e mentre riempiva tutte le valigie che aveva in casa, la sicurezza è andato a prendere lui e la moglie. Staranno qui fino a domani e poi partono per gli stati uniti. La moglie era sconvolta, continuava a dirmi che c'era tutta la sua vita nella sua casa, e io continuavo a convincerla, che invece era fortunata perché era accanto al marito vivo e potevano permettersi di andarsene. Brutta storia, eppure se ne sentono di continue qui in Iraq. Poveracci...va beh, vado a farmi fare una pasta, così ci metto su il pesto che mi sono portata...yummi yummi
BAGHDAD- La telenovela politica irachena potrebbe giungere oggi ad una svolta. Nella pronuncia di un nome si cela il destino di questo paese schiacciato dalla violenza e dall’odio settario. Nelle strade non si parla d’altro, del governo che non c’è, dell’illusione di essere liberi, ma solo di essere inghiottiti nella spirale dell’orrore che impregna l’aria di Baghdad. Sparire nel nulla per poi essere ritrovati fatti a pezzi in qualche discarica, ben consci che l’unica colpa è di essere la persona sbagliata: un sunnita per gli sciiti, uno sciita per i sunniti. La caccia aperta e le prede sono le persone, i soldati, gli impiegati, i militanti. Non importa chi sei, ma solo che da parte stai. In questa atmosfera rovente, due giorni fa, il premier Ibrahim Jafaari ha deciso, dopo le forti pressioni a cui è stato sottoposto, di rimettere il suo mandato e lasciar decidere alla sua coalizione, l’Alleanza sciita, se vogliono ancora che lui guidi il paese per un secondo mandato. Quattro mesi fa in Iraq si tennero le elezioni parlamentari. Era una giornata tiepida di dicembre, i ragazzini giocavano nelle piazze, perché c’era il coprifuoco e le macchine non erano autorizzate a circolare. Milioni di persone si recarono ai seggi. Addosso l’abito buono, cacciando dalla mente la paura di un attentato, hanno scelto un parlamento di cui neanche sapevano i nomi dei candidati. Secondo la Costituzione, votata poche settimane prima, nel giro di due mesi si sarebbe dovuto formare il governo, si sarebbe dovuta ridiscutere la Costituzione perché i sunniti lo avevano chiesto come condizione per entrare in politica e farla finita con il boicottaggio che gli aveva tagliato fuori, poi la si sarebbe dovuta rivotare. Sono trascorsi mesi d’allora e niente di tutto questo, è successo. Prima le lungaggine burocratiche per la conta ufficiale dei voti, poi quasi subito il blocco sulle trattative per la formazione di un governo di unità nazionale. Sempre secondo la Costituzione il partito maggioritario in parlamento forma il governo se raggiunge la maggioranza. L’Alleanza sciita, che rappresenta il 60% degli iracheni, ottenne 128 seggi su 275, confermandosi la coalizione più votata, ma non abbastanza da poter governare da sola. L’unica scelta possibile era un governo di unità nazionale. Per formarlo bisognava che il parlamento votasse gli incarichi principali, quali il primo ministro, il presidente, rispettivi vice. Sciiti, sunniti, kurdi, scelti in modo proporzionale, per gratificare e rispecchiare la fisionomia del paese. All’Alleanza sciita formata da 7 partiti spettava scegliere il candidato alla presidenza: il febbraio scorso per un voto solo ottenuto grazie al sostegno di Muqtada al Sadr, il leader ribelle e radicale, al cui servizio ha una milizia alquanto attiva, vinse l’attuale e contestato premier al Jaafari. Il resto della coalizione perfettamente spaccata a metà non poté fare a meno di accettare il voto. Ma sunniti e kurdi, ognuno con le proprie ragioni si sono sempre rifiutati di rivedere al potere l’accigliato Jaafari. E d’allora è stata un’altalena di fallimenti, e una continua ricerca di soluzioni creative, quale un governo di emergenza proposto dai sunniti o un colpo di stato, un’idea attribuita da voci di corridoio all’ex premier Allawi, capo della lista laica, il più sconfitto di tutti anche se ha 30 seggi in parlamento. Non avendo una religione a cui attaccarsi, resta e viene tenuto fuori da giochi, nonostante sia sostenuto dagli americani. I kurdi non vogliono Jafaari perché non appoggia il federalismo, sistema su cui invece gli uomini del nord contano molto, vogliono nella loro regione autonoma la città petrolifera di kirkuk e niente altro. I sunniti che per trent’anni hanno governato con brutalità durante il regime di Saddam Hussein, si ritrovano concentrati in tre province centrali del paese roccaforti della militanza sunnita, le uniche che non hanno una goccia di petrolio, devastate dai combattimenti con le truppe americane. I sunniti non vogliono Jaafari perché sono convinti che lui appoggi, o se non altro tolleri, le rappresaglie contro di loro, la formazione di squadroni della morte gestiti dal ministero dell’Interno, le prigioni segrete scoperte dagli americani dove erano rinchiusi sunniti torturati e ridotti in fin di vita. L’ostinazione di kurdi e sunniti contro quella degli sciiti che non volevano rinunciare a Jafaari molto legato alle autorità religiose, ha fatto si che per settimane il paese rimanesse paralizzato. E non è solo una questione politica, fermi sono i ministeri, i progetti di ricostruzione e di sicurezza, la corruzione e il nepotismo imperversano e il costo della guerra o come si preferisce chiamare l’anomala e tragica situazione che si vive qui, continua a salire. A complicare ma con la maschera di chi cerca di facilitare, ci sono tutte le pressioni esterne, l’Iran sostenitrice degli sciiti, gli americani che vorrebbero trovare una scappatoia per uscire dal pantano in cui si sono infilati tre anni fa. “Dovete seppellire le vostre differenze e formare un governo in fretta”, ha detto, qualche giorno fa il presidente americano Bush. Lo stesso ha fatto il Grand Ayatollah al Sistani, la massima autorità religiosa sciita, l’unico uomo ad avere ancora in Iraq il potere di fare il bello e il cattivo tempo in Iraq senza neanche muoversi dalla sua casa di Najaf. Quelle tra ieri e oggi, sono state ore intense di discussioni, lobbismi, litigi e minacce, non è detto che l’Alleanza non confermi di nuovo la candidatura di Jafaari, in Iraq tutto è possibile, ma nei corridoi del potere si parla di due esponenti di spicco del partito Dawa, Jawad al Maliki e al adeeb. Ma a sunniti e kurdi si dovrà proporre un nome solo, magari prima della sessione del parlamento prevista per il pomeriggio. Il condizionale resta d’obbligo, troppi sono stati i rinvii di un parlamento che è riuscito ad incontrardi solo una volta dalla sua elezione. Gli iracheni restano in attesa e sintonizzati sui loro canali satellitari. Hanno bisogno di un passo avanti, anche se ben consci, che un nuovo governo non è la bacchetta magica per risolvere i problemi di questo paese. E’ solo l’inizio di una serie di ostacoli da saltare e che il nuovo governo dovrà affrontare. E qualunque sia la sua forma o il suo capo, sarà, comunque, debole, in pericolo e sotto pressione.. 21 April barbara inviata tra i vigilantesAvvenire
BAGHDAD - Diecimila famiglie a Baghdad dall’inizio dell’anno hanno lasciato la propria casa per paura di essere uccise. Hanno fatto i bagagli e se ne sono andate perché nessun posto sembra più essere sicuro. Non basta una porta a fermare chi ha deciso di sbarazzarsi di un sunnita o di uno sciita. Muhammad sorride mentre racconta che sua madre prima di uscire da casa per andare al lavoro, gli ha chiesto se avesse con sé la pistola. Muhammad Hussein è un ingegnere di quarant’anni che non aveva mai toccato un’arma prima del 22 febbraio scorso quando a Samarra venne fatta esplodere una moschea. Aveva resistito, aveva voltato la faccia davanti all’orrore che lo circondava e poi si è arreso. Il quartiere in cui vive nella caotica Baghdad non è più pericoloso di altri, ha un solo svantaggio: è un quartiere dove per secoli sunniti e sciiti hanno vissuto l’uno accanto all’altro. “Quei tempi sono finiti, ora dobbiamo proteggerci, non farci uccidere e aspettare che la situazione migliori perché non può andare avanti così”. Sunniti e sciiti, l’uno contro l’altro, si odiano e si combattono, il confine tra difesa e attacco, è già stato troppe volte superato. Nel quartiere di sunnita Azamiyya fino alla notte scorsa echeggiavano le raffiche di kalashnikov, la gente è rimasta chiusa in casa, e ieri le vie centrali avevano tutti i segni di una dura battaglia. “Abbiamo deciso di organizzare delle pattuglie. Se un miliziano sciita o un commando mette piede qui combatteremo, moriranno loro o noi”, spiega Abdul Wahib che ogni notte trascorre 12 ore, insieme ad altri residenti per fermare ed eventualmente eliminare qualsiasi infiltrazione sciita. Di giorno vende materiale da costruzione e la sera si trasforma in un vigilantes. Un’agenzia del governo ha deciso pagare ogni membro del suo gruppo 50 euro al mese per proteggere i luoghi sacri. “Vorrei rimanere ma non posso. Questa città non mi appartiene più e io non sono il benvenuto”, dice Ali Kibir, uno sciita che abita nella parte sbagliata della città. Ha provato, senza successo a vendere o affittare la sua casa. “I miei bambini non vanno a scuola, mia moglie non esce di casa, non rispondo neanche quasi più al telefono per paura che qualcuno mi minacci di morte”. Le donne sciite sono identificabile dal loro tipico abbigliamento che le differenzia dalle sunnite. Sul muro del suo palazzo fatiscente e annerito dall’inquinamento, c’è una scritta spray rossa: “Via gli sciiti”. “Mi fido dell’esercito – spiega Abdullah, con un bicchierino di tè bollente che gli fuma tra le mani – ma la polizia, ha gli squadroni della morte, catturano i sunniti li torturano con fili elettrici e poi li uccidono”. L’esercito iracheno a differenza della polizia è sotto il controllo del ministero della difesa diretto da un sunnita. Le cose non migliorano per gli sciiti. Anche nei loro quartieri si sono formati gruppetti di osservazione. A Jihad, Jawad Kadhim, 25 anni, guida un gruppo misto, diverse etnie, tra cui anche cristiani. Le famiglie che vogliono essere protette pagano al gruppo 5 euro al mese per la loro guardia. “Per favore non chiedetemi se sono sunnita o sciita, non voglio che ci siano questi distinzioni”, dice Jawad. Per loro è difficile capire chi siano i militanti e chi le forze dell’ordine, soprattutto quando spesso la guerriglia sunnita usa le uniformi dell’esercito. “Ho sempre pensato che Saddam fosse il nostro unico problema che una volta eliminato lui, saremmo stati il paese libero che tutti sognavamo – dice Muhammad – ma forse il problema non era solo lui, ma il mostro che abbiamo dentro i noi”. 20 April Barbara inviata tra i nomiHo il raffreddore. Maledetta aria condizionata. Roba da non credere, uno viene in Iraq, sfida la guerra per raccontare una storia e cade sull'aria condiziota. Uffi. Oggi ne ho combinata una delle mie. Per circa un'ora ho perso il telefonino italiano. Ho girato mezzo albergo, non è che si vada molto in giro. Ho chiamato il numero e mi ha risposto un iracheno. Per mezz'ora ha sostenuto di essere a Bassora e quello era il suo numero e io gliene ho dette di tutti i colori tramite uno della reception che mi traduceva. Morale, sono tornata in camera, ho trovato il telefono, e ho scoperto che se da un telefono iracheno chiamo il mio numero italiano, risponde uno a Bassora. Il poveretto stava davvero a Bassora...Mah. Ho battutto l'ingegnere iracheno delle dirette a Baggamon. E' una specie di affronto essere battuti da una donna, inutile dire che ho fatto in corridoio la danza della vittoria!!!!
Bene bene, me ne vado a cena
Avvenire
BAGHDAD - Gli iracheni sono esausti. E’come se la violenza lentamente li consumasse dentro, come se fosse diventato ogni giorno più faticoso sopravvivere. Alcuni sono scappati abbandonando la propria casa, molti hanno preferito comprare armi per difendersi, altri hanno deciso che l’unico modo per sopravvivere in una Baghdad schiacciata dalla violenza settaria, è perdere la cosa che più di qualunque altra ci distingue dagli altri: il proprio nome. Sunniti contro sciiti, intrappolati in una città dove per secoli hanno vissuto insieme, dividendo sconfitte, ma anche le gloriose gesta di un passato lontano che ha fatto la storia del mondo. Hanno lo stesso sangue, lo stesso colore della pelle, pregano rivolti nella stessa direzione sottomettendosi allo stesso Dio. Eppure, oggi, più che mai, si odiano. Un odio condito di disperazione e di paura. Una rivalità politica più che religiosa che nasce ai tempi della morte del profeta, quando la piccola comunità musulmana si divise su chi dovesse succedergli. Uno scisma che ha spaccato un popolo e che ora viene usato per uccidere. Sunniti e sciiti, a meno che si conoscano, non si distinguono l’uno dall’altro. Tranne che per il nome. E in questa Baghdad polverosa ed esplosiva, dove non si può neanche fare una passeggiata o scambiarsi un’occhiata amichevole, è diventata una questione di vita o di morte. Quella carta d’identità che si è costretti a tirare fuori ad ogni posto di blocco, ad ogni entrata di un ufficio, può essere la tua condanna a morte se hai il nome sbagliato. Una volta, durante il regime di Saddam, era quasi impossibile cambiare nome, ora ci vuole non più di un mese per perdere la propria identità, a favore di un nome e cognome neutrale, uno di quelli che vanno bene sia per sunniti che per sciiti, come può essere Muhammad. I nomi sono scelti dai genitori, ma in genere i cognomi provengono dalla tribù a cui si appartiene, quindi per cambiarlo, prima di iscriversi al Registro di Stato, bisogna ottenere il consenso della nuova tribù. E’ un po’ come farsi adottare, scivolare via dalla propria storia, ricacciare chi si è in un cantuccio della memoria. “Ho cambiato il mio nome in Abdullah perché la vita è più preziosa del mio nome”, spiega uno studente universitario sunnita che fino a qualche settimana fa si chiamava Omar. Omar fu il terzo successore di Maometto nella genealogia sunnita, un nome che uno sciita non avrebbe mai. Così Ali diventa Osman e Omar diventa Hussein, sperando di riuscire a sopravvivere nel proprio quartiere dove le scritte sui muri ordinano a l’uno o all’altro di andarsene, dove gli squadroni della morte, vanno casa per casa, trascinando via persone che riappariranno cadaveri nelle discariche. Hassan Al Mossawi, un negoziante sciita, non nasconde quanto sia stato difficile decidere di cambiare il nome, ma ha una famiglia da proteggere. Vive nel quartiere sempre meno misto di Dora, dove ogni giorno vengono scoperti cadaveri di persone legati e imbavagliati, colpevoli solo di essere dalla parte sbagliata di chi in quel momento ha il “coltello dalla parte del manico”. Un coltello che penetra nel cuore della gente, gli toglie la vita e adesso anche il nome. 18 April Piccole cose buonedi barbara schiavulli AVVENIRE
Baghdad - Mariam con una mano solleva lo strascico del suo vestito bianco e con l’altra si appoggia a suo marito Harry. Si sono appena sposati, trascorreranno tre giorni di Luna di miele in un albergo super blindato di Baghdad. L’ospite che ospitava l’unica suite è stato contento di rinunciarvici per darla a loro. “Non vi sembrerà il momento migliore per sposarsi – dice Mariam avvolta dal tulle, ma anche da un sorriso felice che non riesce a trattenere– ma ci conosciamo da tanti anni, prima abbiamo aspettato che arrivasse la guerra, poi che finisse, poi è cominciata la violenza quotidiana, se avessimo aspettato il momento giusto, non sarebbe mai arrivato. Se devo morire, sarà tra le braccia di mio marito, ormai ho già 25 anni”. Mariam viene da una buona famiglia iracheno armena, ha perso il fratello un anno fa, in un attentato. Una felicità mai completa, sembra il destino degli iracheni. Molti vorrebbero fuggire per non affrontare la realtà che li circonda, i problemi quotidiani, quelli politici, quelli settari. Si cullano nelle piccole cose buone che li circondano, da un bel film che riescono a vedere in una giornata in cui c’è elettricità, alla telefonata oltre confine di un familiare. La gente sfida la violenza aggrappandosi alla straordinaria normalità. Un Iraq affogato nel sangue tende a nascondere il sorriso della gente, che però non vuole arrendersi. Ci si alza ogni mattina, si guarda una città che brucia dal sole e dalle esplosioni e si tira avanti. Si preparano i figli, gli si raccomanda di non parlare con gli sconosciuti che possono rapirli o ucciderli, ma a scuola li si manda, perché devono imparare, il futuro è nelle loro mani, anche se, chi resta a casa muore di paura finché non vede i piccoli musetti sporchi di humus (crema di ceci) rincasare. Si continua a lavorare o a cercare di farlo, anche se gli stipendi sono bassi e si rischia di essere uccisi lungo la strada o rapiti nel proprio ufficio per qualche centinaio di dollari. “Quando ho l’acqua non è calda e quando non c’è lo sono costretta a usare un secchio”, racconta Salma una parrucchiera di Karrada. Il suo negozio è sempre pieno di donne che si fanno belle anche se non hanno nessun posto dove andare. E’lì che la frivolezza si da appuntamento, ma soprattutto la voglia, tipica delle donne del mondo, di non abbruttirsi davanti allo zoppicare di un paese devastato. Non fanno pettegolezzi, non leggono riviste, ma parlano della sicurezza, di come sopravvivere ai mariti e alla guerra. A qualche chilometro di distanza al teatro di Baghdad è in corso un festival dedicato ai bambini: loro sono i protagonisti oltre a qualche attore adulto. Bimbe con il tutù, ragazzini travestiti, il teatro ogni sera è pieno di mamme e papà che sfidano il terrorismo per andare vedere recitare i loro figli. Due settimane fa, Fuad Radi, di 20, and Haidar Jawad di 25 due giovani registri sono stati uccisi durante un agguato, ma lo spettacolo va avanti, anche per loro. “Stiamo cercando di dare ai bambini un’occasione per sognare, per sfuggire al clima di paura che regna sulla città”, ci ha spiegato Awatef Naim, uno degli organizzatori. “Qualcosa di buono nella mia vita?”, si chiede grattandosi la testa, Said, un negoziante nel cuore commerciale della città, ma anche uno luoghi preferiti dal terrorismo per attentati e rapimenti. “Il mio bimbo appena nato. L’ho chiamato Muhammad, così nessuno potrà mai distinguere se è sunnita o sciita. Ha dei grandi occhi neri, delle ditine piccole piccole e un futuro glorioso davanti a sé”. Said si lamenta della difficile vita in Iraq, ma s’illumina quando parla del suo bimbo. “Magari un giorno sarà presidente, ma non come Saddam”. Al Caffè Shahbandar gli anziani si incontrano ogni giorno come hanno sempre fatto, solo la morte può impedire a uno di loro di andare al quotidiano appuntamento con gli amici. “Io sono felice quando riesco ad ottenere la fotocopia di un libro, in giro non se ne trovano più, ma ogni tanto ce ne capita qualcuna tra le mani, è allora per me è una festa”, racconta Salah Al Deeb, un insegnante in pensione. Samiah Ilamdi, fa l’assistente sociale e per molte donne è un’eroina. Lavora in una casa protetta, un posto dove le donne irachene, maltrattate e torturate, di solito dai mariti, si nascondono. “Non c’è molta gioia tra queste mura”, racconta Samiah, ma si sbaglia: le donne che le sfilano accanto, hanno perso quel lampo di paura negli occhi che accompagnava la loro vita. “Mio marito mi picchiava: in un anno, mi ha rotto un braccio, due costole e uno zigomo. Lo perdonavo perché è dovere di una moglie, perché per gli uomini sono frustrati. Ma, prima o poi, mi avrebbe ucciso - racconta Rania (non è il suo vero nome) – qui ho imparato a non accontentarmi, a pensare che il mondo che mi circonda è abbastanza brutto da non dover soffrire anche in casa. Merito qualcosa di più e di meglio”. Meritano qualcosa di più anche gli iracheni, quelli che nessuno conosce, la gente normale. “Ce lo devono i nostri politici –dice Samiah – che non vogliono mettersi d’accordo. Ce lo deve l’America. Ce lo devono le personalità religiose musulmane che ci hanno diviso in sunniti e sciiti, per comandarci ancora”.
Tempesta di sabbiadi barbara schiavulli Eco di Bergamo Baghdad - Solo la forza della natura riesce a congelare per un momento la violenza che esplode in Iraq. Due ore di pace giunte dal nulla interrompono i rumori della guerra, della paura, della sconfitta. Per chi abita qui i sintomi sono subito chiarissimi: la temperatura che scende, il vento che sale e si gonfia, il cielo che colora di giallo. Poco e poi, arriva la tempesta di sabbia, imponente e fragorosa. Quella che tiene gli elicotteri a terra, quella che blocca le minacciose intenzioni della guerriglia, quella che costringe gli uomini a correre presto a casa e le donne a ritirare il bucato appeso sui balconi. Arrogante e spavalda è come una nebbia che ti entra dentro, una polvere gialla che arriva ovunque, che ti avvolge costringendoti a trovare rifugio dietro ad un muro, nella macchina o in qualche portone dimenticato aperto. Si ferma l’aeroporto, si fermano i politici che d’altra parte oltre a dare tante delusioni agli iracheni non riescono a fare. Meglio la tempesta di sabbia almeno c’è un motivo per lamentarsi per qualcosa di diverso. Non fa una bella figura la politica irachena, paralizzata da quattro mesi sul nome di quello che dovrà essere il candidato a primo ministro. Quello attuale, lo sciita Ibrahim al Jafaari, non vuole mollare, nonostante sunniti e curdi non lo vogliano. Loro lo ritengono incapace di affrontare l’emergenza della violenza, lui sostiene che non se ne andrà perché così vorrebbero gli americani. Il suo partito il Dawa, forte nella coalizione sciita, maggioritaria in parlamento è confuso. Un giorno dice di essere pronto a fare un altro nome, per mettere a tacere tutte le divergenze, poi si stringe attorno al suo Jaafari promettendo di non abbandonarlo fino a quando lui stesso non deciderà di farlo. Situazione grottesca in un Iraq dove la gente quattro mesi fa ha rischiato la vita per andare a votare 275 membri. “La tempesta dovrebbe portarseli via tutti - dice Said Biyan, 24 anni, cameriere di un hotel del centro della capitale, laureato in ingegneria, non è riuscito a trovare un lavoro migliore – noi lavoriamo dalla mattina alla sera, rischiamo la vita ogni volta che da casa andiamo o torniamo dai nostri uffici e i nostri politici guadagnano tempo, per rubarci più soldi che possono”. Duro il commento di Said, ma che non si discosta molto dal pensiero dei suoi colleghi o del resto della città. Se c’è una sola cosa che in questo momento unisce gli iracheni è il disgusto verso il proprio apparato politico, con una differenza, qui non si ha né il tempo, né voglia di preoccuparsene, bisogna sopravvivere, trovare i soldi per mangiare o per il petrolio che serve per far partire i generatori di chi può permetterseli. “E’ più facile fare un buco in giardino e trovare il petrolio, che trovare una lattina di benzina che non venga dal mercato nero - continua Said che ha un certo senso dell’umorismo anche se mentre lo dice non stava affatto sorridendo – non so neanche bene cosa significhi un governo di coazione. Quello che so è che da quando è arrivata la democrazia, improvvisamente noi non siamo più un solo popolo, siamo sciiti, sunniti, curdi, e per qualche strano motivo quando si incontra qualcuno non si è mai della religione o della etnia giusta. Non che rimpianga Saddam, ma un governo schizofrenico e assetato di potere, non è diverso da un dittatore pazzo”. Non è facile andarsene a zonzo per Baghdad, anzi non si può proprio farlo, perché il rischio di essere rapiti, non è neanche più un rischio per uno straniero, è quasi una certezza. Perduto chi viene scoperto. Agli iracheni per bene, questo dispiace: l’Iraq da sempre terra di passaggio, prima dell’arrivo di Saddam, non aveva mai negato ad un forestiero una chiacchierata, una discussione magari davanti ad un caffè arabo. L’Iraq non è mai stato affollato di stranieri come adesso, eppure nella più totale mancanza di comunicazione. Oriente e occidente massicciamente e forzatamente nello stesso posto senza che s’incontrino mai se non per combattersi. “Basta, basta vi prego, non ne posso più”, dice un vecchietto sdentato nel caffè Shahbandar, uno dei posti ostinati, dove la gente ancora si incontra. Per lo più anziani, che non hanno niente da perdere se un giovane kamikaze, senza la memoria di cosa sia l’amore per la vita, un giorno o l’altro entrasse per ucciderli tutti. “Siamo vecchi e pronti a morire, ma non adesso, non ora, non voglio che il mio ultimo pensiero rivolto al mio paese è che sia stato e sia diventato cattivo”, dice un altro che ha tutte le caratteristiche di un nonno che sta per raccontare una storia di quelle che accompagneranno nella vita. “Un detto turco dice: nessuno ti ama più di tua madre, e nessuna città è più bella di Baghdad”, sussurra il vecchio. Verrebbe voglia di sedersi accanto a lui lasciandosi riempire dalle vecchie storie, forse leggende di quando Baghdad era un posto confortevole. Ma nessuno ascolterà la sua storia, almeno oggi, nessuno la scriverà, è troppo, troppo pericoloso restare un minuto di più. 16 April Barbara inviata tra voli e strade iracheneEccomi di nuovo a Baghdad. Si scende dall'aereo dopo il solito atterraggio a spirale e il caldo afoso avvolge come una coperta. Una bella sensazione, era tanto che aspettavo l'estate, le mezze maniche, i pantaloni leggeri. Poi la solita strada verso l'albergo, di fianco a me, un kalashnikov, mentre Sam, il capo della sicurezza dove alloggio, mi dice che la situazione è peggiorata dall'ultima volta che ero qui. Mi chiedo se sia possibile, e qualora lo fosse quale sia il limite che questo paese può sopportare. I negozi sono aperti, non c'è gente in giro a piedi, ma il traffico sembra non diminuire mai. Si cammina a passo d'uomo, confusi tra la gente locale, che non sa che tra di loro c'è un'estranea giunta a raccontare a fatica le loro storie. Avrei voglia di spalancare i finestrini, di riempirmi gli occhi con i colori guastati dall'inquinamento dei palazzi di questa città. Ma non posso farlo. Non si può fare niente. Lo accetto, è il prezzo che si deve pagare per essere qui. Per molti è una pazzia, per me è un privilegio, cercherò delle storie, sarò la voce debole di questa gente. Anche se sono stanca sistemo tutto l'apparato elettronico:internet funziona, ho l'acqua calda in bagno, spengo l'aria condizionata, saluto tutte le vecchie conoscienze che stanno in albergo- E' un po' come tornare a casa, sembrano tutti così contenti di vedermi, "sei rimasta una delle poche che ancora si interessa a noi", mi dice un cameriere che raramente mi ha rivolto la parola. Vedremo quello che si può fare, so già tutto quello che non posso. Le raccomandazioni sono giunte da ovunque. "Non ti fidare di nessuno", è la parolda d'ordine, come se prima mi fidassi di qualcuno. Povero Iraq.
ECO DI BERGAMO
In pieno centro di Baghdad non è facile incontrare qualcuno che sappia chi sia Donald Rumsfield. Il ministro della Difesa americano, uno degli architetti della malaguerra irachena, può dormire sogni tranquilli, a nessuno qui importa di lui. Anche se da più parti ritenuto responsabile delle aberranti violenze subite dai detenuti iracheni da parte dei soldati americani o della gestione fallimentare della guerra, il dito degli iracheni non fa che puntarsi sui soliti ignoti, i militari statunitensi, quelli che per la gente non hanno faccia o nome, ma che solcano da tre anni le strade irachene. “Il ministro della Difesa ha tollerato la tortura? Il dramma è aver fatto una guerra su una bugia, di aver diviso il paese, di averci reso nemici gli uni degli altri, di aver reso questa città un campo di battaglia – dice Muhammad Obeidi, un negoziante, una volta ingegnere, che ormai apre per mezza giornata, perché non c’è molta gente in giro. L’eredità di una guerra non finita, o appena cominciata impregna le strade della capitale, schiaccia la vita della gente, la mette al muro con una canna di pistola puntata alla tempia. Che sia quella di un soldato o di un militante, non importa. In ogni caso, spara e uccide. Nulla conta più in Iraq, ma soprattutto a Baghdad, prima di tutto il rispetto per la vita, poi tutto il resto. Regna la paura, e all’interno di questa la gente si muove come spettri in una città accecata dal sole. In un mondo a parte, all’interno della fortificata zone verde, il nuovo Parlamento a quattro mesi dalle elezioni, continua a riunirsi senza decidere mai nulla. “E’ una beffa, ci prendono in giro, abbiamo rischiato la vita per votarli e loro non si sono presi neanche la briga di formare un governo”, dice Ali, un addetto alla sicurezza disgustato da quello che accade. Rischia la vita ogni giorno, colpevole secondo la guerriglia di complicità con gli americani. “Potrei morire in qualsiasi momento, e nessuno saprebbe il perché”, spiega Ali con uno sguardo amareggiato. Per molti non è facile capire quello che sta succedendo negli Stati Uniti, tutte le polemiche contro Rumsfield. In Iraq la tortura fa parte del tessuto sociale,lo era con Saddam, è continuato con gli americani, per gli iracheni che forse all’inizio hanno creduto che sarebbero stati liberi, ora credono sia stato solo una passaggio da un dittatore locale ad uno più profondo: può avere le sembianze dei politici del mondo che ha fatto guerra all’Iraq, ma in realtà è un mostro con tante teste, diviso così come la popolazione irachena, con un po’ di Bush, un po’ di Zarqawi, un po’degli iraniani, un po’ degli iraniani, un po’ di tutte le brutture che vogliono tenere il paese in ginocchio. “Lasciateci in pace, non può andare peggio di così”, si insinua qualcuno nel discorso su quello che sarà l’Iraq del futuro, anche se per la gente è difficile immaginarlo. Nessuno aveva pensato che sarebbe finita così, in bagno di sangue quotidiano, nell’odio reciproco. Girano i vigilantes, aumentano le armi, diminuisce il lavoro, la voglia di ricominciare. Un paese senza speranza è uno Stato pericoloso e gli iracheni vorrebbero fuggire il più lontano possibile, abbandonare la torrida estate arrivata in anticipo, l’amaro odore dello smog che impregna il traffico iracheno, abbandonare l’idea che la soglia del baratro sia stata superata da un pezzo, anche se nessuno ha il coraggio di ammetterlo. A che scopo poi? Non farebbe alcuna differenza, così come non la farebbe per gli iracheni, sentire che, prima o poi, il ministro della difesa americano è stato costretto a dimettersi. “Lo licenziano per aver fatto quello che probabilmente gli hanno ordinato? – dice Muhammad Obeidi - A noi non placherà certo la sete di giustizia, che qui, nel nostro paese non si è ancora mai vista e che spesso si confonde con la vendetta”.
Barbara Schiavulli 08 April Siria, violenza contro le donne, ora se ne parla
DAMASCUS: Syria has broken a taboo by presenting a high profile study on violence against women, which found that one in four married women gets beaten-usually by her husband or father. The study, released this week by the state-run General Union of Women and funded by United Nations Development Fund for Women, sheds light on the nature and extent of violence against women in Syria. It also coincides with calls for a campaign to raise awareness of the problem. The results of the Syrian survey appear in line with studies in Egypt, Britain and the United States, but campaigners said it breaks new ground simply by drawing attention to the issue. "This was a courageous study because it touched upon the very sensitive subject of violence against women, which is an essential part for improving the status of women," said United Nations Development Fund for Women spokesman Aref Sheikh. Violence against women in Syria tends to be a family affair. Over 70 per cent of abusers are husbands, fathers or brothers while married women are most likely to get hit, it said. Excuses for the violence range from neglecting house work to bombarding husbands with too many questions, the study found. Less than one per cent of surveyed women said they had been subjected to violence from a complete stranger. Encouraging a woman in Syria to report violence from family members is not easy, a Syrian lawmaker said. "Even though a man would go to prison if his female relative reported him for assault, it is very rare in our society ... because that would bring shame onto the family," Syrian member of parliament Souad Bukour told Reuters. Bukour, who is also the president of the General Union of Women, said she and other activists hope the media and religious leaders will help them drive home their message. "Our society has an overall male imprint, so we want to raise awareness through programmes like short drama series... and involve Muslim and Christian religious leaders," she said. 07 April Che fine hanno fatto gli architetti della guerra?da Think ProgressTHE ARCHITECTS OF WAR: WHERE ARE THEY NOW?Presiident Bush has not fired any of the architects of the Iraq war. In fact, a review of the key planners of the conflict reveals that they have been rewarded – not blamed – for their incompetence. PAUL WOLFOWITZ
Role In Going To War: Wolfowitz said the U.S. would be greeted as liberators, that Iraqi oil money for pay for the reconstruction, and that Gen. Eric Shinseki’s estimate that several hundred thousand troops would be needed was “wildly off the mark.” [Washington Post, 12/8/05] Where He Is Now: Bush promoted Wolfowitz to head the World Bank in March 2005. [Washington Post, 3/17/05] Key Quote: “We are dealing with a country that can really finance its own reconstruction and relatively soon.” [Wolfowitz, 3/27/03] DOUGLAS FEITH
Role In Going To War: As Undersecretary of Defense for Policy, Feith spearheaded two secretive groups at the Pentagon — the Counter Terrorism Evaluation Group and the Office of Special Plans — that were instrumental in drawing up documents that explained the supposed ties between Saddam and al Qaeda. The groups were “created in order to find evidence of what Wolfowitz and his boss, Defense Secretary Donald Rumsfeld, believed to be true.” Colin Powell referred to Feith’s operation as the Gestapo. In Bob Woodward’s Plan of Attack, former CentCom Commander Gen. Tommy Franks called Feith the “f***ing stupidest guy on the face of the earth.” [LAT, 1/27/05; NYT, 4/28/04; New Yorker, 5/12/03; Plan of Attack, p.281] Where He Is Now: Feith voluntarily resigned from the Defense Department shortly after Bush’s reelection. He is co-chairman of a project at Harvard University’s John F. Kennedy School of Government to write an academic book on how to fight terrorism. Feith’s secretive groups at the Pentagon are under investigation by the Pentagon and the Senate Intelligence Committee for intelligence failures. [Washington Post, 1/27/05, 11/18/05; Washington Times, 3/3/06] Key Quote: “I am not asserting to you that I know that the answer is — we did it right. What I am saying is it’s an extremely complex judgment to know whether the course that we chose with its pros and cons was more sensible.” [Washington Post, 7/13/05] STEPHEN HADLEY
Role In Going To War: As then-Deputy National Security Advisor, Hadley disregarded memos from the CIA and a personal phone call from Director George Tenet warning that references to Iraq’s pursuit of uranium be dropped from Bush’s speeches. The false information ended up in Bush’s 2003 State of the Union address. [Washington Post, 7/23/03] Where He Is Now: On January 26, 2005, Stephen Hadley was promoted to National Security Advisor. [White House bio] Key Quote: “I should have recalled at the time of the State of the Union speech that there was controversy associated with the uranium issue. … And it is now clear to me that I failed in that responsibility in connection with the inclusion of these 16 words in the speech that he gave on the 28th of January.” [Hadley, 7/22/03] RICHARD PERLE
Role In Going To War: Richard Perle, the so-called “Prince of Darkness,” was the chairman of Defense Policy Board during the run-up to the Iraq war. He suggested Iraq had a hand in 9-11. In 1996, he authored “Clean Break,” a paper that was co-signed by Douglas Feith, David Wurmser, and others that argued for regime change in Iraq. Shortly after the war began, Perle resigned from the Board because he came under fire for having relationships with businesses that stood to profit from the war. [Guardian, 9/3/02, 3/28/03; AFP, 8/9/02] Where He Is Now: Currently, Perle is a resident fellow at the American Enterprise Institute where he specializes in national security and defense issues. He has been investigated for ethical violations concerning war profiteering and other conflicts of interest. [Washington Post, 9/1/04] Key Quote: “And a year from now, I’ll be very surprised if there is not some grand square in Baghdad that is named after President Bush. There is no doubt that, with the exception of a very small number of people close to a vicious regime, the people of Iraq have been liberated and they understand that they’ve been liberated. And it is getting easier every day for Iraqis to express that sense of liberation.” [Perle, 9/22/03] ELLIOT ABRAMS
Role In Going To War: Abrams was one of the defendants in the Iran-Contra Affair, and he pled guilty to two misdemeanor counts of withholding information from Congress. He was appointed Special Assistant to the President and Senior Director on the National Security Council for Near East and North African Affairs during Bush’s first term, where he served as Bush’s chief advisor on the Middle East. His name surfaced as part of the investigation into who leaked the name of a undercover CIA operative Valerie Plame. [Washington Post, 5/27/03, 2/3/05] Where He Is Now: Abrams was promoted to deputy national security adviser in February of 2005. [Slate, 2/17/05] Key Quote: “We recognize that military action in Iraq, if necessary, will have adverse humanitarian consequences. We have been planning over the last several months, across all relevant agencies, to limit any such consequences and provide relief quickly.” [CNN, 2/25/03] DAVID WURMSER
Role In Going To War: At the time of the war, Wurmser was a special assistant to John Bolton in the State Department. Wurmser has long advocated the belief that both Syria and Iraq represented threats to the stability of the Middle East. In early 2001, Wurmser had issued a call for air strikes against Iraq and Syria. Along with Perle, he is considered a main author of “Clean Break.” [Asia Times, 4/17/03; Guardian, 9/3/02] Where He Is Now: Wurmser was promoted to Principal Deputy Assistant to the Vice President for National Security Affairs; he is in charge of coordinating Middle East strategy. His name has been associated with the Plame Affair and with an FBI investigation into the passing of classified information to Chalabi and AIPAC. [Raw Story, 10/19/05; Washington Post, 9/4/04] Key Quote: “Syria, Iran, Iraq, the PLO and Sudan are playing a skillful game, but have consistently worked to undermine US interests and influence in the region for years, and certainly will continue to do so now, even if they momentarily, out of fear, seem more forthcoming.” [Washington Post, 9/24/01] ANDREW NATSIOS
Role In Going To War: Shortly after the invasion of Iraq, Andrew Natsios, then the Administrator of the U.S. Agency for International Development, went on Nightline and claimed that the U.S. contribution to the rebuilding of Iraq would be just $1.7 billion. When it became quickly apparent that Natsios’ prediction would fall woefully short of reality, the government came under fire for scrubbing his comments from the USAID Web site. [Washington Post, 12/18/03; ABC News, 4/23/03] Where He Is Now: Natsios stepped down as the head of USAID in January and is currently teaching at Georgetown University’s Edmund A. Walsh’s School of Foreign Service as a Distinguished Professor in the Practice of Diplomacy and Advisor on International Development. [AP, 2/20/06; Georgetown, 12/2/05] Key Quote: “[T]he American part of this will be $1.7 billion. We have no plans for any further-on funding for this.” [Nightline, 4/23/03] DAN BARTLETT
Role In Going To War: Dan Bartlett was the White House Communications Director at the time of the war and was a mouthpiece in hyping the Iraq threat. Bartlett was also a regular participant in the weekly meetings of the White House Iraq Group (WHIG). The main purpose of the group was the systematic coordination of the “marketing” of going to war with Iraq as well as selling the war here at home. [Washington Post, 8/10/03] Where He Is Now: Bartlett was promoted to Counselor to the President on January 5, 2005, and is responsible for the formulation of policy and implementation of the President’s agenda. [White House] Key Quote: “President Bush understands that the need to disarm Saddam Hussein is necessary. He has made that case to the United Nations Security Council. He’s made that case to the United States Congress. The entire world rallied behind this resolution that gives him one last chance. He has that chance, but time is running out.” [CNN, 1/26/03] MITCH DANIELS
Role In Going To War: Mitch Daniels was the director of the Office of Management and Budget from January 2001 through June of 2003. In this capacity, he was responsible for releasing the initial budget estimates for the Iraq War which he pegged at $50 to $60 billion. The estimated cost of the war, including the full economic ramifications, is approaching $1 trillion. [MSNBC, 3/17/06] Where He Is Now: In 2004, Daniels was elected Governor of Indiana. [USA Today, 11/3/04] Key Quote: Mitch Daniels had said the war would be an “affordable endeavor” and rejected an estimate by the chief White House economic adviser that the war would cost between $100 billion and $200 billion as “very, very high.” [Christian Science Monitor, 1/10/06] GEORGE TENET
Role In Going To War: As CIA Director, Tenet was responsible for gathering information on Iraq and the potential threat posted by Saddam Hussein. According to author Bob Woodward, Tenet told President Bush before the war that there was a “slam dunk case” that Saddam possessed weapons of mass destruction. Tenet remained publicly silent while the Bush administration made pre-war statements on Iraq’s supposed nuclear program and ties to al Qaeda that were contrary to the CIA’s judgments. Tenet issued a statement in July 2003, drafted by Karl Rove and Scooter Libby, taking responsibility for Bush’s false statements in his State of the Union address. [CNN, 4/19/04; NYT, 7/22/05] Where He Is Now: Tenet voluntarily resigned from the administration on June 3, 2004. He was later awarded a Presidential Medal of Freedom. [Washington Post, 6/3/04] Key Quote: “It’s a slam dunk case.” [CNN, 4/19/04] COLIN POWELL
Role In Going To War: Despite stating in Feb. 2001 that Saddam had not developed “any significant capability with respect to weapons of mass destruction,” Powell made the case in front of the United Nations for a United States-led invasion of Iraq, stating that, “There can be no doubt that Saddam Hussein has biological weapons and the capability to rapidly produce more, many more. And he has the ability to dispense these lethal poisons and diseases in ways that can cause massive death and destruction.” [Powell, 2/5/03; Powell, 2/24/01] Where He Is Now: Shortly after Bush won reelection in 2004, Powell resigned from the administration. Powell now sits on numerous corporate boards. He is poised to succeed Henry Kissinger in May as Chairman of the Eisenhower Fellowship Program at the City College of New York. In September 2005, Powell said of his U.N. speech that it was a “blot” on his record. He went on to say, “It will always be a part of my record. It was painful. It’s painful now.” [ABC News, 9/9/05] DONALD RUMSFELD
Role In Going To War: Prior to the war, Rumsfeld repeatedly suggested the war in Iraq would be short and swift. He said, “The Gulf War in the 1990s lasted five days on the ground. I can’t tell you if the use of force in Iraq today would last five days, or five weeks, or five months, but it certainly isn’t going to last any longer than that.” He also said, “It is unknowable how long that conflict will last. It could last six days, six weeks. I doubt six months.” [Rumsfeld, 11/14/02; USA Today, 4/1/03] Where He Is Now: Despite increased calls for his resignation, Donald Rumsfeld continues to be the most vocal supporter of staying the course in Iraq. Recently, he claimed that an early U.S. pullout would be the equivalent of leaving Germany in the hands of Nazis. [Bill Kristol, Washington Post, 12/15/04; Reuters, 3/19/06] Key Quote: “You go to war with the Army you have. They’re not the Army you might want or wish to have at a later time.” [CNN, 12/9/04] CONDOLEEZZA RICE
Role In Going To War: As National Security Adviser, Rice disregarded at least two CIA memos and a personal phone call from Director George Tenet stating that the evidence behind Iraq’s supposed uranium acquisition was weak. She urged the necessity of war because “we don’t want the smoking gun to be a mushroom cloud.” [Washington Post, 7/27/03; CNN, 9/8/02] Where She Is Now: In December of 2004, Condoleezza Rice was promoted to Secretary of State and is being widely-mentioned as a possible presidential candidate. [ABC News, 11/16/04] Key Quote: “We did not know at the time – maybe someone knew down in the bowels of the agency – but no one in our circles knew that there were doubts and suspicions that this might be a forgery. Of course it was information that was mistaken.” [Meet the Press, 6/8/03] DICK CHENEY
Role In Going To War: Among a host of false pre-war statements, Cheney claimed that Iraq may have had a role in 9/11, stating that it was “pretty well confirmed” that 9/11 hijacker Mohammed Atta met with Iraqi intelligence officials. Cheney also claimed that Saddam was “in fact reconstituting his nuclear program” and that the U.S. would be “greeted as liberators.” [Meet the Press, 12/9/01, 3/16/03] Where He Is Now: Cheney earned another four years in power when Bush won re-election in 2004. Despite recent calls from conservatives calling for him to be replaced, Cheney has said, “I’ve now been elected to a second term; I’ll serve out my term.” [CBS Face the Nation, 3/19/06] Key Quote: “I think they’re in the last throes, if you will, of the insurgency.” [Larry King Live, 6/20/05] GEORGE W. BUSH
Role In Going To War: Emphasizing Saddam Hussein’s supposed stockpile of weapons of mass destruction, supposed ties to al Qaeda, and supposed nuclear weapons program, Bush led the effort to build public support for an invasion of Iraq. [State of the Union, 1/28/03] Where He Is Now: In November 2004, Bush won re-election. Since that time, popular support for the war and the President have reached a low point. [Washington Post, 3/7/06] Key Quote: “Facing clear evidence of peril, we cannot wait for the final proof — the smoking gun — that could come in the form of a mushroom cloud.” [Bush, 10/7/02] Miss Iraq
di Barbara SchiavulliAlta, bionda, con uno sguardo pieno di vita è la donna più bella dell’Iraq. Sarà la nuova immagine della donna irachena: Tamara Goregian, 27 anni, di origine armena, è stata eletta Miss Iraq. Piovono attentati, centinaia di morti, eppure gli iracheni lottano per salvare quel poco che resta di normalità. E la loro piccola battaglia l’hanno vinta le 11 finaliste del concorso di bellezza, cristiane e musulmane, blindante in un locale della capitale, ben lontane dai riflettori che di solito attraggono le ragazze che partecipano a questi eventi. Niente pubblico, sono state scrutate da quattro giudici e una piccola folla di amici e parenti che all’ombra delle violenze, ma anche delle minacce degli integralisti, hanno scelto prima sei finaliste e poi Tamara. Non più di due ore, nel quartiere benestante di Al Mansur, un locale buio, un piccolo palco, nessuna decorazione, in sottofondo la chitarra di un noto musicista iracheno che accompagnava le sfilate delle ragazze per una volta senza veli. Abbandonato l’hijab nell’anticamera, con fierezza hanno percorso la sala in abito da sera, in casual e costume da bagno. Miss Iraq 60°anno, anche se gli ultimi dieci concorsi si sono tenuti in Africa tra gli iracheni profughi, quest’anno, si è “osato” riproporlo a Baghdad. Niente stampa, niente pubblicità, ovunque guardie armate pronte ad intervenire. Pistole e costumi da bagno: una nuova realtà che, Tamara dovrà esportare. L’ambasciatrice delle bellezza irachena, è pronta a raccogliere la sfida, prima di tutto partecipando a Miss Universo: “Sarà un’esperienza incredibile – ha detto Tamara - Questo è anche un passo, il mio passo per porre fine alla violenza: il potere della bellezza che vince sulla brutta faccia della politica e dell’avidità”.
06 April Stanche del predominio maschile, cinque donne saudite cambiano sessoTired of male domination, 5 Saudi women change sex
Mon Apr 3, 11:05 AM ET Tired of playing second fiddle to men in conservative Saudi Arabia, five women decided if you can't beat them, join them. Al Watan newspaper said the five women underwent sex change surgery abroad over the past 12 months after they developed a "psychological complex" due to male domination. Women in Saudi Arabia, which adopts an austere interpretation of Islam, are not allowed to drive or even go to public places unaccompanied by a male relative. The newspaper quoted a senior cleric as saying the authorities have to fill what he described as a legal vacuum by issuing laws against sex change operations. An interior ministry official told al Watan such cases are examined by religious authorities, and sometimes by psychologists, but those who undergo sex change are never arrested. Gli asini fedeli sono meglio delle mogli, dice un libro di testo"Loyal" donkeys better than wives, says textbook
REUTERS
Tue Apr 4, 8:51 AM ET A textbook used at schools in the Indian state of Rajasthan compares housewives to donkeys, and suggests the animals make better companions as they complain less and are more loyal to their "masters," The Times of India reported Tuesday. "A donkey is like a housewife ... In fact, the donkey is a shade better, for while the housewife may sometimes complain and walk off to her parents' home, you'll never catch the donkey being disloyal to his master," the newspaper reported, quoting a Hindi-language primer meant for 14-year-olds. The book was approved by the state's Hindu nationalist Bharatiya Janata Party government but has sparked protests from the party's women's wing. State education officials in Rajasthan, a western state known for its conservative attitude toward women, said people should not be upset by the comparison, the paper said. "The comparison was made in good humor," state education official A.R. Khan was quoted as saying. "However, protests have been taken note of and the board is in the process of removing it (the reference)." Kuwait woman candidate 'proud' despite second placingKuwait woman candidate 'proud' despite second placingBy Omar Hasan
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| Jinan Boushehri is one of two female candidates in the poll |
Kuwaiti women have begun casting votes for the first time, less than one year after winning full political rights in the oil rich Gulf state.
Tuesday's by-election for a municipal council seat is being seen as a test-case of how women might fare in next year's parliamentary elections. Two of the eight candidates running for the seat in the district of Salmiya, about 15 km southeast of the capital, are women. They are Jinan Boushehri, 32, a chemical engineer who heads the food-testing department at Kuwait municipality, and Khalida al-Khader, 48, a US-educated physician and a mother of eight. The seat became vacant when the council's speaker, Abdullah al-Mhailbi, was appointed to the cabinet in February. Historic The district has 28,000 eligible voters, 60% of whom are women.
Candidate Khalida al-Khader (R) Kuwaiti women were granted full political rights in a historic vote in parliament in only May 2005. The government subsequently appointed two women members of the municipal council and named the first woman cabinet minister. The council - a civic body that carries out tasks such as city planning, organisation and regulation of housing - has 16 members, 10 of whom are elected and the rest appointed by the emir. Kuwaiti women will also be able to vote in the general election scheduled for 2007.
Voting began slowly as Tuesday is a normal working day, but is expected to pick up before ballots close at 8pm (1700 GMT).
Men and women are voting in segregated booths in accordance with a provision in the election law introduced last year by Islamist and conservative lawmakers.

has her family's support
Police arrested 50-year-old Kripa Bhoteni after receiving complaints that she had killed the animal, dried the meat and eaten it.
Ms Bhoteni is reported as denying that she killed the cow. She received the maximum sentence for the offence.
Killing a cow is illegal in Nepal, the world's only Hindu kingdom.
'False'
Ms Bhoteni was sentenced to prison by a district court in Sankhuasabha district some 500km (310 miles) north-west of the capital, Kathmandu.
According to a report in the Kantipur newspaper, she is not a Hindu.
While killing a cow is illegal, it is not an offence against the law to eat meat from a cow.
Another man charged in the same case has fled and police are searching for him, Kantipur newspaper said.
B'TSELEM - The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories was established in 1989 by a group of prominent academics, attorneys, journalists, and Knesset members. It endeavors to document and educate the Israeli public and policymakers about human rights violations in the Occupied Territories, combat the phenomenon of denial prevalent among the Israeli public, and help create a human rights culture in Israel.
7 March 2006: Targeted Killing in Gaza: Grave Suspicion of a War Crime
The Israeli air force launched a missile yesterday afternoon into a residential neighborhood in the north of Gaza City, killing five Palestinians. Two of those killed were the targets of the attack, and were suspected by Israel of firing Qassam rockets at Israeli towns. Three bystanders, all of them minors, were also killed in the attack: brothers Ra'id (age 8) and Mahmoud (age 15) Al-Batash; and Ahmad a-Sweisi (age 14). Nine other bystanders were wounded, one of them critically.
The circumstances of their death raises the grave suspicion that the targeted killing constitutes a disproportionate attack, which is defined as a war crime. B'Tselem requested the Judge Advocate General to order a Military Police investigation into the attack, including the actions of those who carried it out and the role of high ranking officers such as the Chief of Staff and the Air Force Commander.
Legal Analysis
The principle of proportionality constitutes one of the central pillars of international humanitarian law. According to this principle, an attack is forbidden, even when directed against a legitimate military target, if it is known that the attack is liable to result in injury to civilians that is disproportionate to the military benefit anticipated from the attack. The burden of proof that the anticipated military benefit was so great as to justify harm to civilians rests on those carrying out the attack. Breach of the principle of proportionality is defined in humanitarian law as a war crime, for which the perpetrators bear personal criminal responsibility.
The targeting killing was carried out in the afternoon in the heart of a densely populated urban neighborhood (the a-Tufah neighborhood in northern Gaza City). Given the time and place chosen for the attack, the planners should have known that it was liable to injure many innocent civilians. Despite the extensive harm to civilians resulting from yesterday's attack, Israel has once again failed to provide any evidence regarding the necessity of the action or the lack of alternates that would entail lesser harm to civilians. These facts create a grave suspicion that yesterday's attack was disproportionate and thus constitutes a war crime.
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