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    16 April

    Il pasticciaccio

    Eco

    Un pasticcio. Non c’è altro modo per definire quello che è successo in Afghanistan. Nella faccenda di Mastrogiacomo, dalla sua liberazione in poi non poteva andare peggio di così. Raramente l’ incancrenirsi degli errori, l’insistere sulle ideologie, il poco buon senso, intrecciati gli uni negli altri hanno fatto tanti danni. E’ troppo facile dire che i Talebani sono dei poveracci ignoranti ma ben armati che perseguono il ritorno all’Islam di una volta. I Talebani hanno battuto tutti. Il governo italiano, quello afgano, gli operatori umanitari di Emergency, hanno schiacciato come fanno sempre i cittadini afgani e si sono presi beffe di tutti gli altri. O sono diventati improvvisamente molto furbi o noi, quel mondo che si ritiene arrogantemente più civile ha bisogno di fermarsi un attimo e guardarsi dentro. I Talebani hanno capito che si possono ottenere benefici se si combatte una guerra emotiva, per quanto sostenuti e protetti dai servizi segreti pakistani, non sono abbastanza forti da combattere contro la Nato, lo si è visto nei giorni scorsi dove ad ogni scaramuccia frontale restavano sul terreno decine di Talebani. Il rapimento invece è la nuova arma scelta, un mezzo che permette loro di sconfinare in Europa, in Canada, negli Stati Uniti insinuandosi nei pensieri dell’opinione pubblica ogni giorno più lontana dal desiderio di guerreggiare in Afghanistan. Il disincanto che sono riusciti a creare è più devastante di qualsiasi bomba. Il mese scorso, dopo il rapimento di Mastrogiacomo, il governo italiano è quasi caduto quando l’opposizione ha sollevato un’ondata di proteste. Per la paura del ritiro di 1950 militari italiani - sarebbe stato un colpo per la missione Nato – Karzai, il presidente afgano, ha scambiato cinque detenuti per la vita di Mastrogiacomo, provocando una sorprendente e criticata vittoria per gli estremisti. E quando Karzai, il presidente fatto il favore agli italiani, si è rifiutato di negoziare per Ajmal Nashkbandi, l’interprete di Mastrogiacomo, i Talebani hanno vinto ancora. Ajmal è stato decapitato domenica scatenando manifestazioni tra la società civile afgana che si è sentita tradita da Karzai, per quello che è sembrata essere la strategia di due pesi e due misure quando si tratta di salvare un cittadino afgano. Ora dopo “l’accordo italiano”, i talebani dicono di avere rapito due operatori umanitari francesi e 13 afgani, oltre altri 4 medici locali che saranno uccisi se non verranno rilasciati altri detenuti talebani. Nei mesi che seguiranno, l’arma più potente dei talebani sarà l’assalto emotivo alla volontà internazionale. “Spero che la comunità internazionale che ha truppe in Afghanistan e ci sostiene, riconosca la nostra posizione e non insista nel negoziare con i terroristi”, ha detto Ahmad Baheen, il portavoce del Ministero degli Esteri. Le autorità afgane vorrebbero che accettassimo che le nostre vite non valgono nulla, come hanno voluto dimostrarci lasciando morire Ajmal, uno di loro. Ma non è così. Non sarà mai così, e anche al popolo afgano non è piaciuto sentirsi trattato da carne da macello. Bastano i Talebani per quello e ci sono già passati. Qualche settimana fa in un fredda giornata a Kabul, un amico afgano mi disse “il sangue degli afgani è gratis”. Che orrore un governo che non pensa al benessere dei suoi cittadini, che non ti viene a salvare quando ne hai bisogno, che non usa tutti i suoi mezzi per far prevalere la giustizia. Forse non è mai così, ma quando le istituzioni lo dicono apertamente, fa paura. Il governo afgano ha ammesso lo scambio dei cinque talebani in nome della vita di Mastrogiacomo. Qualcuno avrebbe dovuto spiegare loro che non si ammette mai di aver ceduto al nemico. Si può fare, ma dirlo mai. La voce del governo, loro e nostro doveva essere chiara e forte, “Noi non abbiamo dato niente”. Sarebbe stata la nostra parola contro quella dei Talebani, sarebbe stata l’unica soddisfazione possibile. Il Mullah Dadullah, il comandante dei Talebani, ha saputo approfittare anche di questo momento: “Se Karzai è veramente il presidente dell’Afghanistan, deve negoziare per il rilascio di Ajmal. Karzai ha negoziato per il rilascio degli stranieri ma non l’ha mai fatto per un cittadino afgano. Se non c’è negoziato, lo uccideremo (Ajmal)”. Ma non solo questa sciocca ammissione, ha creato tensioni all’interno della Nato, dove Stati Uniti, Inghilterra e altri alleati hanno condannato l’accordo che viene visto come un incoraggiamento al rapimento. Queste critiche si sono fatte anche più forti dopo l’assassinio di Ajmal. Tra i caduti c’è anche Emergency, “non ci sono più le condizioni per lavorare in sicurezza”, ha detto il vice presidente dell’organizzazione sanitaria. Per il governo afgano erano facinorosi vicini ai Talebani, per i Talebani probabilmente erano una spina del fianco: “stranieri che facevano del bene per gli Afghanistan”. Un colpo di spazzola anche per loro, e come al solito ci rimetteranno sempre gli afgani, con la vita.

    L'Iraq che canta

    31.3.07

    Shada Hassuon, una bella ragazza di 26 anni, in una sera ha fatto più di qualsiasi politico iracheno in quattro anni: ha riunito l’Iraq. Quel paese schiacciato dalla guerra civile, intriso di sangue e di violenza venerdì scorso si è fermato. Nel buio di una notte di coprifuoco, la gente è rimasta alzata fino a tardi per sentirla cantare. Qualcosa di simile era accaduto solo un’altra volta, qualche mese fa per la finale, poi persa, di calcio ai giochi asiatici che si disputavano in Qatar. Shada invece ha vinto. E lo ha fatto in nome dell’Iraq avvolgendosi nella bandiera e piangendo dalla gioia insieme agli  iracheni che la guardavano incollati ai televisori. Sette milioni almeno, quelli che con i loro messaggini telefonici hanno votato per lei dall’Iraq incoronandola la regina dell’Accademy Star, un reality, simile al format americano “American Idol” o a quello di Maria de Filippi, “Saranno Famosi”. Un gruppo di ragazzi, giovani cantanti da tutto il medio Oriente, riuniti in Libano per alcuni mesi hanno vissuto sotto la costante sorveglianza delle telecamere. “Shada è così bella che potrebbe far finire la guerra in Iraq”,  “Shada è l’Iraq che nonostante le ferite riesce ancora a cantare”. I blog iracheni sono pieni di commenti entusiasti. La dolce Shada è diventata un simbolo. Sensuale, gentile, carismatica, fa impazzire gli iracheni, sunniti e sciiti che siano, perché nessuno sa di che fazione sia lei.  In realtà Shada non è mai vissuta in Iraq: nata a Casablanca da mamma marocchina e papà iracheno ha studiato scienze del Turismo in Marocco e in Francia. Gli iracheni non la conoscevano prima della serie, ma ne sono stati subito conquistati e così venerdì scorso ogni iracheno che possedeva un televisore e un generatore è rimasto incantato dal suo abito da sera turchese, ha sperato e gioito e poi si è commosso insieme a lei. Durante la trasmissione, la commentatrice di Al Sharqiya, la tv satellitare privata che trasmetteva in diretta l’evento in Iraq, tra una pubblicità e l’altra venivano mandati in onda spot contro la pulizia etnica, ha pregato gli iracheni di votare per la “Figlia della Mesopotamia”: “Shada sta facendo tutte quelle cose che le ragazze irachene non possono più fare: canta, balla ed è libera. Lei rapprenta la libertà. Votate per Shada e sentitevi felici ancora una volta”. E per una notte, felici lo sono stati tutti, il sogno di Shada è diventato quello degli iracheni. Ha fermato i loro cuori quando ha cantato una vecchia canzone di Fairuz, un noto cantautore che cantava la bellezza di Baghdad quando le guerre ancora non l’avevano devastata. In Shada e nella sua canzone, la gente ha visto l’Iraq di una volta, o forse quello nel quale vorrebbero vivere oggi, e senza esitazione hanno deciso che quella ragazza doveva vincere, per loro e grazie a loro. “Sette milioni di messaggi in una sera, contro i 150 mila di media giornalieri”, ha specificato la compagnia telefonica Iraqna. “Voglio ringraziare il mio popolo per aver votato per me, per amarmi, Iraq, ti ho sentito, siete con me - ha detto Shada poco dopo la vittoria - Il mio sogno era renderli felici”. La ragazza che adora l’attore di Holliwood Antonio Banderas, ha vinto cinquantamila dollari e una macchina, ma soprattutto la soddisfazione di aver mostrato un aspetto del suo paese del quale nessuno si ricordava più. Dopo una serata da cardiopalmo la gente è scesa in piazza a festeggiare in Kurdistan, l’unica zona sicura del paese, macchine e striscioni, clacson e canzoni. Nella pericolosa Baghdad, invece, si sono dovuti accontentare di sparare in aria e di gridare il nome di Shada dai balconi. La gente ha gradito perfino nella profondamente religiosa città di Najaf, dove ogni donna è nascosta dalla testa ai piedi da un’abaya nera. “Diamo il benvenuto a questa donna, perché ha vinto in nome dell’Iraq, abbiamo bisogno di una voce che ci unisca - ci ha detto Sabah Ahmed, politico e islamista - Con la sua percentuale di voti ha battuto qualsiasi politico in Iraq”.

    Pentagono: Saddam non aveva legami con al Qaeda

    Eco

    6.4.07

    Qualcuno mente. Al suo popolo e ai suoi alleati. Qualcuno ha deliberatamente nascosto, ingannato, scelto in nome di altri seguendo i propri interessi. Una volta per molto meno in un paese grande e forte come l’America si sarebbe caduti in disgrazia. Non è più così, ora ci si toglie il sangue dalle mani con dei semplici fazzolettini di carta, per loro fortuna la gente ha troppa fretta per voler vedere. E così si può mentire e mentire ancora. Lo ha fatto il vicepresidente americano smentendo un rapporto del Pentagono che diceva che l’Iraq non aveva legami con al Qaeda. Naturalmente Cheney non può essere d’accordo perché dovrebbe ammettere che tutta la guerra è stata un errore. E non lo potranno ammettere neanche i sostenitori di quel conflitto che ogni giorno distrugge decine di famiglie. Come si può affrontare uno sbaglio tanto grande senza finire per contorcersi dal dolore? Al Qaeda non c’era in Iraq prima della destituzione di Saddam. L’ex rais aveva tanti motivi per essere odiato. E anche se sarà ricordato nella storia per essere stato giustiziato per aver ucciso 148 persone, cancellando con un colpo di spazzola le migliaia di kurdi e sciiti trucidati senza che mai avranno giustizia, non aveva contatti con Bin Laden. O per lo meno non voleva basi nel suo paese. Sapeva che per mantenere il controllo di uno Stato tanto grande non doveva avere amici potenti che mettessero radici, a Saddam bastavano i suoi fastidiosi nemici. Al Qaeda è arrivata con gli americani. Liquidato l’esercito di Saddam Hussein e la sua intelligence in un mondo tanto sconsiderato da sembrare ci fossero motivi personali per farlo, gli uomini di Bin Laden hanno trovato i confini aperti, gli iracheni paralizzati e hanno portato soldi e ideologie, hanno promesso un Iraq libero dagli stranieri che sembravano non volersene andare. Sarebbe interessante a questo punto approfondire il ruolo che hanno avuto gli architetti della guerra, gli uomini di Bush, nel decidere in base a false o volutamente tali, informazioni. A cominciare dal vice presidente: è stato uno dei primi ad affermare che l’Iraq poteva aver avuto un ruolo nell’attentato dell’11 settembre, dicendo che il dirottatore Mohammad Atta si era incontrato con agenti segreti iracheni. Non solo, Cheney ci disse, che Saddam stava “di fatto restaurando il suo programma nucleare” e che gli americani sarebbero stati “accolti come liberatori”. Nonostante nulla di quello che disse, fosse vero, il vice presidente si è guadagnato altri quattro anni di potere nel momento in cui Bush ha rivinto le elezioni nel 2004. Paul Wolfowitz, promosso nel 2005 a capo della Banca Mondiale, all’epoca dell’invasione disse che il petrolio iracheno avrebbe coperto i costi della ricostruzione. Douglas Feith quando scoppiò la guerra era il sottosegretario alla Strategia politica del Pentagono, dirigeva due gruppi segreti di controterrorismo che si occupavano di preparare documenti che dimostravano i legami tra Saddam e Al Qaeda. Dovevano insomma trovare le prove che quello che Wolfowitz e il suo capo, il ministro della Difesa Runsfield, credevano fosse vero. Dopo la rielezione di Bush, Feith si è volontariamente dimesso, è diventato co direttore di un progetto all’università di Harvard e si è messo a scrivere un libro su come combattere il terrorismo. I suoi due gruppi sono sotto inchiesta del Pentagono. Stephen Hadley allora vice consigliere per la sicurezza nazionale, trascurò gli avvisi della Cia e le telefonate del suo direttore George Tenet che lo avvertivano di lasciar cadere la questione dell’Uranio legato all’Iraq che continuò per un bel po’ a comparire nei discorsi di Bush. Hadley è stato promosso a consigliere della Sicurezza Nazionale. Donald Rumsfeld, segretario di Stato prima e ministro della Difesa dopo, è stato uno dei più accaniti sostenitori della guerra, diceva che sarebbe stata veloce e precisa, non è stata né l’uno né l’altro. Sopravvissuto allo scandalo delle torture di Abu Ghreib, si è dimesso solo quando i Democratici hanno ottenuto il Congresso. I personaggi sono tanti, dal presidente in persona ad una consigliera come Condoleeza Rice divenuta Segretario di Stato, il risultato è lo stesso, per quanto si possa dimostrare l’infondatezza, gli errori, anche in buona fede, non c’è niente che possa far tremare i politici americani diventati più potenti dello Stato. E questo potrebbe essere un gran pericolo per la democrazia, quella che si ha la presunzione di voler esportare.

    14 April

    Attacco alla Zona Verde

    La super protetta Zona Verde è stata espugnata. Ci avevano provato diverse volte, ma non c’erano mai riusciti. La fortificata sede delle istituzioni irachene, nonché delle ambasciate internazionali e dei centri di comando militari americani, è stata violata. Un kamikaze si è fatto esplodere nella caffetteria del parlamento, il cuore della politica irachena, quello che senza colori si trovava ad affollare la mensa all’ora di pranzo. Colpito l’unico luogo considerato sicuro della capitale con posti di blocco americani, metal detector, cani, carroarmati e cecchini puntati ad ogni angolo. Otto morti: tre deputati e cinque impiegati, decine di feriti tra i quali anche giornalisti che ogni giorno assediano i palazzi del potere per qualche dichiarazione. “Un attacco alla democrazia”, lo ha definito il generale David Petraeus, comandante della Forza Multinazionale in Iraq. E’ proprio davanti ad un piatto di kebaab e ad una tazza di tè che il kamikaze si è fatto esplodere, una violenta deflagrazione che ha sventrato la mensa e abbattuto alcuni ripetitori della telefonia mobile. Fuoco, fumo, e urla, quelle dei legislatori che insanguinati cercavano di guadagnare l’uscita gettandosi sui feriti, tentando di salvarli, di trascinarli fuori, per una volta, sunniti, sciiti e kurdi si sono aiutati a vicenda. Immediati i soccorsi, gli americani hanno inviato squadre di medici. Proprio dentro alla Zona Verde sorge l’ospedale americano con la migliore squadra di microchirughi di tutto il Medio Oriente. Per tre parlamentari non ce stato nulla da fare: Muhammed Awad sunnita del Fronte Nazionale per il Dialogo, Taha al Liheibi, del Fronte per l’accordo Sunnita e Niamah al Mayahi, membro dell’Allenza sciita irachena. Secondo fonti della sicurezza il kamikaze potrebbe essere una guardia del corpo, qualcuno dice di un parlamentare sunnita non presente durante l’attentato. Poco dopo sono anche stati trovati due zainetti imbottiti di esplosivo non lontano dalla caffetteria, disinnescati dagli artificieri senza incidenti. “Ci sono gruppi che fanno politica durante il giorno, e fanno tutt’altro di notte”, ha detto Ali Dabbagh, il portavoce del governo iracheno suggerendo che i responsabili dell’attacco potrebbero proprio lavorare nell’edificio. “Ho visto due gambe nel centro della caffetteria e nessuno dei nostri colleghi uccisi aveva perso gli arti. Sospetto che appartenessero al kamikaze”, ha raccontato Abu Bakr, capo dell’ufficio stampa del Parlamento. “L’attacco mirava a colpirci tutti –– i partiti, i parlamentari sono il simbolo e la rappresentanza di ogni sezione della società irachena. Il piano di Al Maliki è stato un totale fallimento. Questa esplosione significa che l’instabilità e la mancanza di sicurezza hanno raggiunto perfino la zona verde”, ha detto Kakaf al Ilyan, uno dei tre leader del Fronte per l’Accordo Iracheno che ha 44 seggi in parlamento, commentando l’imponente operazione militare del premier al Maliki, lanciata due mesi fa. Secondo Hadi al Amiri, capo della commissione per la Sicurezza e la Difesa del Parlamento, l’esplosione poteva essere ancora più mortale: “Se il terrorista fosse riuscito a raggiungere la sala dove si riuniscono le commissioni, sarebbe stata una catastrofe”. Lo sciita al Ameri aveva già in passato avvisato sulla possibilità di infiltrazioni tra le guardie del corpo, specie dopo che il 23 marzo scorso il vicepremier Salam al Zaubay era rimasto gravemente ferito in un attentato suicida compiuto da una delle sue guardie del corpo a Baghdad. Ma quello che ha violato la zona verde, non è stato l’unico attentato che ha sconvolto la capitale, qualche ora prima un camion bomba ha distrutto buona parte del ponte Sarafiyah, lungo 450 metri sul fiume Tigri, costruito dagli inglesi negli anni venti. Il bilancio delle vittime è stato di dieci morti e 26 feriti. Secondo gli esperti sarebbero state piazzate alcune cariche sotto ai ponteggi per aumentare la portata dei danni. Distrutto il ponte due quartieri sono ora fisicamente separati: quello sunnita di Wasiriyah e quello sciita di Utaifiya. “Era uno dei nostri monumenti più importanti – ha spiegato Haider Gazala, un architetto di 52 anni – i militanti stanno cercando di demolire qualunque cosa leghi la gente a questa terra, di fatto questo ponte univa le zone sciite da quelle sunnite e ora quel vuoto sul fiume, le divide più che mai”.