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    30 May

    Kimberley è stata ferita gravemente, mentre cercava di raccontare una storia

    The Times May 30, 2006

    la corrispondente della Cbs, ieri è stata gravemente ferita mentre seguiva una pattuglia americana congiunta ad una irachena per le strade di Baghdad. Un servizio che ho fatto due volte. Qualche ora con il fiato sospeso e il desiderio di essere terribilmente fortunati.

    Con lei c'erano anche il cameraman Paul Douglas, di 48 anni e il fonico James Brolan, di 42. Facce note, che hanno seguito molte guerre.

    'Going to Iraq is like being flung into a pot of boiling water'

    Kimberley Dozier was seriously injured in a bombing in Iraq yesterday. Here, in an article from January, she describes how she faced the dangers of her beat

    YOU know how they say a frog will let itself be boiled alive, sitting placidly in a pot of bubbling water, if you turn the heat up slowly enough? That used to be what Iraq was like for journalists. Over the past 2½ years, the danger increased incrementally, with kidnappings, killings and bombings first hitting Iraqis, then soldiers, then contractors, missionaries and aid workers, before finally hitting us.

    It took us a while to admit we were targets, and start to change the way we work — adding bodyguards, armoured vehicles, blast walls outside our hotels, and so on. But now going into Iraq is like being flung into a pot of water you can see boiling from a great height from far away. Inwardly, you’re screaming, “Arghh,” then you stifle it with a mental “Ulp.”

    Every time before I fly in I sleep with one eyeball peeled, staring at the alarm clock, counting the minutes until the plane takes off. Then I half-hold my breath until our plane touches the tarmac. Then there’s another slight breath-holding experience driving down the Airport Road, before finally arriving at our hotel.

    My mood instantly changes. I see our Iraqi staff and some of the regular CBS “inmates”, the translators make fun of how much my Arabic has deteriorated, we knock back strong coffee, and I get to work. There are always a couple of startled moments, when a distant or nearby bomb makes me jump. But I quickly forget where I am (or rather, that it bothered me).

    The water’s toasty, verging on the scalding, but I’m fine.

    That is, until I get myself and a cameraman, soundman and perhaps a producer invited on a trip across town with the US military, just like our ABC colleagues Bob Woodruff and Doug Vogt did [they were severely injured in an attack].

    Then it starts all over again — the eyeball glued to the clock all night. Then there’s the armoured car dash to our meeting point with the military (which often entails a round trip down the Airport Road, and you just know the insurgents know our cars by now,that they see us from their hiding places and say to themselves, “Oh, there go the Western TV journalists. We could go for them, but let’s see if we can get a Humvee instead.”) Sometimes, the soldiers like to give journalists a hard time, saying things like, “Ma’am, if we’re hit by a bomb and we all get taken out, here’s how you operate the Humvee radio to call for help.” Thanks, guys.

    But if you want to tell their story, you have to take their risks. If we, the journalists, are sitting in hot water, the troops are hopping around on Hell’s coals. It’s even worse for the Iraqi army and police. And then you’ve got the Iraqi people, who are not restricted to tours of duty and have no ticket out.

    So yes, absolutely, journalists face awful, dangerous risks in Iraq. But it’s nothing compared to the people we cover.

    This abridged article was first published on the CBS News website, www.cbsnews.com

    21 May

    Governo nuovo, iracheni disillusi

     

     

    “Crederò nel governo quando schiaccerò l’interruttore e si accenderà la luce, quando l’acqua che esce dal rubinetto non sarà marrone e quando non dovrò preoccuparmi che i miei figli tornino a casa da scuola in un sacco”. Kais Kabir, un ingegnere cristiano che vive a Baghdad, non dice nulla di diverso da quello che dicono tutti gli iracheni. Il governo appena insediatosi non solo dovrà tentare di fermare la violenza, ma dovrà guadagnarsi la fiducia e il rispetto del suo popolo. Dovrà fare breccia nel muro di paura che li circonda e strapparli dall’orrore che ha trasformato ogni giorno che passa in un incubo senza fine. O almeno fino ad oggi. “Al Maliki ci ha fatto delle promesse, prima di lui molti altri, non possiamo altro che sperare che questa sia la volta buona. Nessuno si fa illusioni”, dice Kais e i suoi colleghi che lo circondano annuiscono insieme a lui. Vivere in Iraq è come attraversare i gironi dell’inferno, comincia la mattina con un giro al mercato, in fretta e furia, perché la fine può arrivare di soppiatto da un momento all’altro. Può essere un ordigno piazzato sulla strada, un’autobomba, un giovane kamikaze. Può essere anche un poliziotto o qualcuno che finge di esserlo. Può essere un proiettile vagante o un pezzo di vetro. Nella camera mortuaria dell’ospedale di Yarmouk, uno dei principali della capitale, ci sono 2600 corpi non identificati. E’ diventato un luogo di pellegrinaggio, dove le donne cercano i loro figli scomparsi. Centinaia di migliaia di persone hanno lasciato il paese, chi può fugge, ognuno con le sue ragioni: chi perché si è sunnita, chi perché si è sciita, o cristiano, o un medico o un professore. L’Iraq civile e un po’ più benestante ha le valigie pronte. “L’unica libertà che ci ha portato questa guerra è quella di andarcene”, ripete con malinconia Kais. Negli ultimi 10 mesi, sono stati rilasciati 1,85 milioni di passaporti, (7%della popolazione), un quarto dei quali alla classe media. Nel 2004 il ministero dell’Istruzione ha compilato 39,554 lettere che permettevano ai genitori di ragazzi in età scolare di portare all’estero i loro registri scolastici. Nel 2005 le richieste sono raddoppiate. “Sono contento che ci sia un nuovo governo, anche se chiuso nella zona verde, non ho capito cosa possano fare, se uno di loro mette il piede fuori viene ucciso, è successo al vicepresidente Hashemi, in un mese gli hanno ucciso un fratello e una sorella. Non riescono a difendere neanche le loro famiglie. Siamo come pecore in un macello. Aspettiamo solo il nostro momento - dice Moktaq Razaq, un uomo d’affari sunnita che ha dovuto pagare un riscatto di 20 mila dollari per avere indietro la moglie rapita – non ho nessun tipo di protezione, non posso neanche chiamare la polizia perché sappiamo che sono le milizie sciite all’interno a infiammare le divisioni settarie”. Tra gli obiettivi del premier al Maliki, c’è la riforma di polizia ed esercito. “In un paese come questo serviva un ministro della Difesa e degli Interni, non sono riusciti a trovarlo, come possiamo credere che la situazione migliorerà?”, si chiede Razaq. Bande sunnite, milizie sciite, criminali, al di fuori della zona verde, la cittadella fortificata in cui pulsa il cuore della politica irachena, è il caos. I quartieri misti si stanno svuotando, la città sta cambiando aspetto. “Una volta per noi era un giorno trafficato quando avevano tre autobus che partivano in un giorno per la Siria o per la Giordania, adesso ne abbiamo dieci, e non sono turisti, è tutta gente che scappa”, spiega Karem Al Ana, il proprietario della compagnia di trasporti Tiger (Tigre). “Ombre e morti, questa è l’eredità che ci ha lasciato tre anni di guerra”, dice Eilen Bahjat. Ombre e morti.

     

    Eco

     

    Salah Rahman sembra contento di avere un nuovo governo. Lo dice ma poi si accorge di non crederci. “Vorrei poter vedere che questo è davvero l’inizio di una nuova era per nostro paese. Ma mi dispiace, non riesco a crederci. E’ più forte di me”, forse perché insieme a lui non c’è più suo fratello, ucciso dalle milizie sciite qualche settimana fa. Lo hanno rapito nel giardino di casa, vestiti da poliziotti, lo hanno torturato e poi buttato vicino ad un parco giochi per bambini. Forse Salah non riesce a credere in questo governo perché ha dovuto separarsi dalla moglie e dai suoi figli, li ha mandati in Giordania. Da quando si era sposato 12 anni fa non avevano trascorso una notte lontano l’uno dall’altra, ora sono più di tre mesi che non la vede. Forse non riesce a crederci perché ogni volta che entra in casa e schiaccia l’interruttore la luce non si accende, o perché non riesce a trovare la benzina, o perché una volta faceva l’insegnante e ora guida un taxi. “Forse mi ricrederò. Forse il premier al Maliki riuscirà a sorprenderci, ma non è riuscito neanche a trovare un ministro degli Interni e uno della Difesa”. Come non biasimare Salah o tutti gli iracheni che faticano a fare salti di gioia di fronte ad un governo fantasma, chiuso nella zona verde, protetto dagli americani e da quelle mura tanto alte che hanno impedito fino ad ora alla politica di avere qualsiasi effetto sulla vita quotidiana della gente. “Vita? Vuoi chiamarla vita quella che facciamo?”, mi dice Wassan, una bellissima ragazza sciita che ha avuto la sfortuna di innamorarsi di uno straniero, un addetto alla sicurezza sud africano, provocando le ira di tutte le persone che l’hanno sempre circondata. Wassan racconta di come sia difficile anche solo avere il coraggio di uscire a fare la spesa. “Una volta, quando succedeva una disgrazia, si diceva che si era nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma ora qualsiasi posto e qualsiasi momento è sbagliato, l’Iraq è sbagliato”, dice con la voce spezzata. Il premier sciita Al Maliki ha un duro lavoro da compiere, fermare la violenza, risollevare l’economia, ma soprattutto guadagnarsi il rispetto della sua gente che non sono solo quel 60% sciita, ma anche i sunniti, i kurdi. Deve trovare le risposte, e inventarsi un Iraq nuovo dove la gente possa cancellare l’immagine dei morti in strada, delle pozze di sangue, delle moschee bruciate, dei vetri che volano e della macchine che esplodono. “Sono esausto – dice Wassan– è come se tutto questo orrore ci risucchiasse”.  Quattro insegnanti sono stati uccisi negli scorsi dieci giorni nel suo quartiere. I suoi figli potrebbero non avere gli esami quest’anno perché tre insegnanti nella sua scuola sono stati uccisi in aprile. Niente istruzione, acqua, elettricità, anche le immondizie dominano la città, negli ultimi sei mesi sono stati uccisi 312 spazzini. “All’inizio ci dicevamo, aspettiamo, domani sara meglio. Ma ora non ci credo più, sussurra Wassan. 20 mila iracheni sono stati rapiti negli ultimi cinque mesi, molti sono tornati a casa dopo il pagamento di un lauto riscatto, molti vittime della violenza settaria, sono stati trucidati e buttati come se non valessero niente, altri ancora sono scomparsi. Ogni giorno davanti alle camere mortuarie degli ospedali della capitale, una fila silenziosa e singhiozzante cerca di farsi largo tra le bare. Donne con le foto in mano dei loro ragazzi e il cuore colmo di speranza, qualcuno li vuole trovare lì pur di placare il dolore che li perseguita da quando i figli sono stati portati via. Altri meno rassegnati sperano di non imbattersi nel volto torturato di uno dei propri amati, affondando sempre di più nella sofferenza di chi non sa. Il premier Al Maliki ha fatto promesse agli iracheni, un Iraq migliore, diverso, nuovo, più sicuro, ma, dice Wassan, “quello che gli chiedono gli iracheni è solo un po’ di tregua”.

     

     

    10 May

    Abu Salah, una piccola storia di coraggio a Baghdad

    Di Barbara Schiavulli

    Abu Saleh sapeva che prima o poi sarebbero venuti a prenderlo. Rimasto l'unico sunnita in una via centrale di Baghdad in cui risiedono solo sciiti, aspettava il momento in cui avrebbe dovuto affrontare la sua paura più grande, quella di essere rapito, torturato e ucciso e abbandonato in qualche discarica della capitale. Aveva pensato spesso di lasciare la sua casa. Non aveva abbastanza soldi per rifugiarsi all'estero, ma avrebbe potuto andare a Falluja o Ramadi, roccaforti della militanza sunnita e anche rifugi per migliaia di sunniti che hanno abbandonato Baghdad. Avrebbe potuto fuggire, ma non aveva avuto il coraggio di farlo. Aveva trascorso tutta la vita in quella casa, vi era cresciuto, da lì era uscito per il suo primo giorno di scuola, di lavoro, di matrimonio. A 60 anni non se la sentiva di ricominciare in un altro posto, non aveva figli da proteggere e tutto sommato, pensava di essere una persona per bene. Perché qualcuno avrebbe dovuto ucciderlo? Ma in una Baghdad agonizzante, non conta più quello che si è o si è stati: decine di cadaveri affiorano dalle acque del Tigri, affollano le camere mortuarie e le distese incolte di qualche isolato terreno. Abu Saleh, sapeva che il convoglio di macchine che con uno stridio ha frenato otto giorni fa davanti al suo palazzo e il frastuono dei colpi di kalashnikov, era per lui. «Non sapevo se fossero militanti, criminali o squadroni della morte, sentivo solo che erano qui per me. Tremavo, era la quarta volta quel giorno che invadevano la nostra strada - dice Saleh, con la voce spezzata e gli occhi colmi di lacrime - ho pensato: adesso muoio». Si è accasciato lungo la porta in un estremo tentativo di impedirne l'abbattimento. Poi, un'altra raffica e tutto è cambiato. Non proveniva dalle canne fumanti dei suoi assalitori, non erano neanche riusciti ad avvicinarsi all'entrata del palazzo, su, in alto, da quello che per Saleh fu il cielo, ma che per tutti gli altri era il tetto dell'edificio, i vicini schierati con le loro armi hanno risposto al fuoco. «Sono corso sul pianerottolo, mi sono affacciato e ho visto gente sui tetti, alle finestre, nei cortile che respingevano l'attacco - racconta -. In quel momento ho capito che la mia vita non sarebbe mai stata più la stessa. I miei vicini, quelli che temevo mi avrebbero tradito, si sono ribellati per me, non avrebbero lasciato vincere i cattivi. Ora so, che quando accadrà morirò in questa casa, tra i miei amici e tra i miei vicini. Non si può spiegare l'emozione che ho provato». Quella di Abu Saleh è una storia rara per Baghdad dove abitano sei milioni di persone, dove più di 100mila sono fuggite, dove ogni giorno ne muoiono decine. Nelle case accanto a quella di Saleh, si spalancano le porte dei vicini, e mani vecchie e giovani allungano tè caldi. «Non ne possiamo più - dice Ahmad al-Sadi, di 18 anni, uno dei "difensori" del palazzo -: si vestono da poliziotti, ci rubano la vita e la tranquillità, ma siamo pronti a difenderci, se stiamo sul tetto nessuno può entrare». Hajj Ali è d'accordo, ha 70 anni e nessuna intenzione di soccombere alla violenza: «Vengono ogni giorno, hanno già ucciso una persona. Non capiterà più, ci proteggeremo a vicenda». L'altra vittima del palazzo è stata il marito di Ansan Yasin che vive due piani sotto Salah. «Solo dopo la morte di mio marito, i miei vicini hanno deciso di organizzarsi», dice la donna con il volto velato e due bimbi piccoli tra le braccia. «Difenderemo insieme il nostro palazzo - incalza Saleh - e se moriremo sarà a testa alta, perché abbiamo scoperto di non essere soli».

    01 May

    BARBARA INVIATA TRA I VIDEO

    BAGHDAD - Non si è fatto attendere a lungo, d’altra parte nelle nostre televisioni mancava solo la facciona barbuta del numero due di al Qaeda. Nel giro di una settimana, i tre moschettieri cattivi della Jihad si sono fatti vedere, in tre filmati diversi, ma più o meno con gli stessi messaggi di sempre. Prima Bin Laden, poi Zarqawi e adesso Zawahiri. Bisognava dare un’imbeccata ai combattermi, istigarli alla violenza, insinuarli un po’ di cattiveria subliminale. In fondo farsi un po’ di pubblicità a loro non costa nulla, basta girare i video in una qualità decente, e poi possono essere sicuri che i telegiornali del mondo faranno a gara per chi lo mostra per prima. La massima copertura possibile senza il minimo sforzo. Certo non deve essere facile comandare un esercito di integralisti da una grotta, ma l’aiuto che ricevono dai mezzi di comunicazione a rabi e no, fanno il lavoro più importante: quello di tenere coesa una comunità pronta a colpire. “La guerriglia irachena ha spezzato la schiena agli americani in tre anni di guerra”, dice Zawahiri, il dottore egiziano esaltando la militanza irachena. Parla di 800 kamikaze che hanno portato a termine le loro operazioni in Iraq. Un numero che fa impressione. Gli occidentali non si rendono bene conto cosa significhi avere un attentato ogni giorno, quasi sempre nella stessa città. E’ come se Bergamo fosse il centro di Baghdad e negli ultimi tre anni si fossero fatti esplodere centinaia di attentatori suicidi. Adesso forse fa più impressione. Ma a Baghdad è così, non ho mai incontrato nessuno che non avesse un conoscente o un familiare ucciso da una bomba o in un agguato. La società civile irachena, disprezza la violenza, eppure la guerriglia sembra prosperare. Zarqawi, il capo di Al Qaeda in Iraq deve sentirsi molto sicuro per mostrarsi a volto scoperto mentre spera in una spianata di deserto roccioso. Non si era mai mostrato in viso, tanto che molti se lo immaginavano morto, o senza una gamba. Era diventato un mito il cui volto era riconducibile solo ad una vecchia foto ritoccata al computer. Invece, in forma, robusto, armato, discute con i compagni sopra ad una mappa. In qualche modo si mostra più forte persino, di Bin Laden e del suo vice costretti a parlare circondati da nessuno, nascosti chissà dove lontani da qualsiasi forma di civiltà. La visibilità ha un prezzo: quello di una caccia più assidua e anche se non se ne parla molto, le truppe americane sono alla frenetica ricerca di Zarqawi. La zona di caccia è la provincia di Anbar, considerata la roccaforte della militanza sunnita. Passano di città in città e la gente che abita in quella zona non se la passa tanto bene. Molti sono vicini a Zarqawi, ma molti della guerriglia gli sono contro perché non approvano i suoi attacchi indiscriminati contro chiunque, quasi sempre civili iracheni. Ora è la volta di Ramadi. E’ stata chiusa l’acqua, è stata tolta l’elettricità, la gente di alcuni quartieri è stata invitata dai megafoni delle truppe americani ad andarsene. L’intelligence ritiene di aver scoperto dove è stato girato il video e sono pronti ad  una rappresaglia che fa tremare la terra, prima ancora che succeda. I benzinai sono stati chiusi, l’ospedale è stato chiuso, i pazienti gravi sono stati trasferiti a Falluja e molta gente ha cominciato il solito esodo che precede un attacco. Moriranno nell’ombra molte persone. Eppure i tre della Jihad continueranno ad andare in televisione ad istigare ad uccidere. Inviteranno ad allargare la loro guerra, come già hanno fatto nei giorni scorsi nel Sinai, sul Mar Rosso, e ci sarà sempre qualcuno a trasmetterli e qualcun altro ad ascoltarli. Tutti gli altri resteranno quello che sono, pedine che cadono, che aspettano e poi scompaiono. L’Iraq l’hanno scorso ha avuto 3500 attentati, vincendo il primato del paese più pericoloso al mondo. E può ancora essere peggio di così.