Barbara's profileBARBARA SCHIAVULLIPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
30 May Acqua, scuole ed Elettricità così aiutiamo il LibanoTIBNIN - Due codini svolazzanti e un sorriso saltano in braccio al colonnello Danilo Prestia. E’ un’afosa mattinata nel sud del libano e il comandante del Cimic (cooperazione civile e militare) afferra al volo la piccola bimba libanese che un attimo prima ha salutato con “un cinque” tutti i militari italiani che stanno facendo visita ad una scuola molto speciale del villaggio di Ma’rakah nel sud del Libano. E’ una scuola per bambini down, finanziata da privati libanesi per lo più dalle famiglie stesse degli studenti. E’ un posto impensabile qualche anno fa nel conservatore sud dove avere un handicap fisico e mentale significava non essere nessuno. I soldati italiani hanno portato tre computer, una stampante e i tavoli, un regalo di una scuola romana la St. Stephen, comprati con i soldi raccolti dagli studenti. Nella scuola di Al Anan ci sono una cinquantina di bambini che imparano ad essere indipendenti e a superare il trauma della guerra. “Mio figlio ha 17 anni e ogni volta che sente il rumore di un aeroplano impazzisce, per calmarlo lo porto al campo francese dove ci sono i militari che lo conoscono”, racconta una madre volontaria nella scuola dove dipingono, imparano l’inglese, fanno lavori manuali e intellettuali, ma soprattutto si costruiscono una vita per loro ancora più difficile in un modo dove i problemi sembrano non finire mai. Il sud è tranquillo al contrario del nord dove sono ripresi i violenti combattimenti al campo profughi palestinese di Naher Bader, all’interno sono asserragliati i militanti di Al Fatah al Islam, un gruppo legato ad Al Qaeda che ieri è riuscito ad uccidere un altro soldato libanese. Nel sud invece, della guerra tra Israele e gli Hezbollah, combattuta l’estate scorsa, all’apparenza non sembra che siano rimaste che montagne di rovine e di lavoro da fare, ma le cicatrici sono profonde e radicate. Il contingente italiano, con quasi 2500 militari, controlla la zona ovest del sud. Un’ampia fetta di terra ferita dove sono stati avviati decine di progetti di ricostruzione e soprattutto di relazione con la popolazione. “La formula italiana si è dimostrata vincente in molti posti: Sapere di essere a casa di altri. Un ospite chiede permesso, bussa e non cerca di influenzare tradizione o cultura locali - ci spiega nella base di Tibnin il colonnello Fabio Mattiassi responsabile delle relazioni esterne della Folgore – Manteniamo sempre alta la soglia di attenzione, ma abbiamo un profilo basso, armi nascoste, niente giubbetti, la nostra presenza garantisce sicurezza per lavorare e costruire”. E di progetti in moto ne sono stati messi molti, tre le principali esigenze del sud, acqua ed elettricità e soprattutto lo sminamento di tutte le bombe inesplose lanciate dall’esercito israeliano nel tentativo fallito di sradicare la presenza degli Hezbollah nel sud. La situazione politica, la fragilità di un governo diviso, non aiuta a ricostruire un paese schiacciato da guerre e occupazioni: “Riusciamo a comprendere l’instabilità politica, ma viviamo serenamente i compiti che ci sono stati assegnati”, dice Mattassi che ha lavorato in tutti i teatri di guerra degli ultimi anni. “Abbiamo scelto delle aree di interesse, dei posti particolarmente sensibili e siamo intervenuti sempre in accordo con le autorità locali e l’esercito libanese – racconta Prestia – 183 lampioni sono stati dati alla cittadini di Beint Jabel, una delle cittadine più distrutte, daremo 7000 alberi da frutta Marun Ar Ras, generatori, pozzi. Quasi tutto il settore di cui ci occupiamo è stato oggetto di scontri sul terreno, di incursioni e bombardamenti israeliani, è molto difficile per la gente dimenticare”. E nessuno chiede loro di farlo, la presenza straniera è visibile, i pattugliamenti dei contingenti stranieri sono evidenti e la gente saluta i militari regalando sorrisi, ma la paura regna nelle loro menti: quella che, prima o poi, nonostante tutto la guerra possa ricominciare. 28 May Nel campo profughi anche uno del commando che attaccò l'Achille LauroBEIRUT - “Sono dei fanatici, credono solo alla loro religione e non badano alle conseguenze delle loro azioni suoi civili”. Parola di terrorista. O almeno è quella di Bassam al Ashker che oggi ha 39 anni e guida l’addestramento nel campo profughi di Naher Bader delle nuove reclute del braccio armato di Fatah, il partito legato prima ad Arafat e ora dal presidente palestinese Abu Mazen. Da non confondere con Fatah Al Islam, il movimento radicale che Ashker critica aspramente. Ashker nel suo mondo è un eroe della resistenza palestinese, in quello occidentale un terrorista. Il suo nome non è famoso, ma la sua impresa è impressa nella storia dell’Italia. Nel 1985 era membro più giovane, aveva 17 anni, del commando del Fronte per la Liberazione della Palestina, che sequestrò la nave Achille Lauro appena salpata dall’Egitto. 450 passeggeri furono tenuti in ostaggio per giorni e un anziano ebreo americano venne ucciso. Condannato a 17 anni di prigione in Italia, dopo sei è uscito con la condizionale e un anno dopo si è trasferito in Iraq dove ha vissuto per 14 anni fino all’invasione americana. Armi e bagagli è tornato a Naher Bader, dove è nata la moglie e in quel chilometro quadrato di terra circondato dall’esercito libanese, addestra i giovani di tutte le fazioni palestinesi. "Li mandiamo a combattere gli americani affianco alla resistenza irachena – racconta Ashker - Io stesso ho combattuto al loro fianco a Ramadi e a Falluja e ne sono fiero". Ma Al Ashker rinnega qualsiasi legame con quelli di Fatah al Islam: “Hanno provato il loro valore militare”, ha commentato riferendosi a quest’ultima settimana di scontri dove sono morte 78 persone, tra i quali 33 militari libanesi contro 25 combattenti, “E se potesse servire per la lotta contro Israele sarei il primo a stare al loro fianco ma sono dei fanatici e non gliene importa niente dei civili. Le autorità religiose gli hanno spiegato che è sbagliato attaccare palestinesi o libanesi, ma hanno risposto che la religione è più importante di qualsiasi cosa”. Ashker non ha alcuna intenzione di lasciare il campo, come migliaia di persone hanno fatto, resterà con quei ventimila ancora in trappola: “E’ una vergogna per un giovane andarsene, i miei uomini stanno cercando di trovare cibo per i civili, saliamo sui tetti per prendere l’acqua dalle cisterne rischiando di essere colpiti dai cecchini e organizziamo pattugliamenti per impedire il saccheggio delle case abbandonate”. Mentre nel campo si lotta per sopravvivere fuori i soldati con i fucili puntati aspettano un ordine. Per ora i negoziati sono congelati, nessun accordo. I libanesi vorrebbero la resa incondizionata dei militanti, hanno concesso 72 ore per consegnare i responsabili delle uccisioni dei soldati, nella debole speranza che la questione si risolva in fretta. E la ragione è l’aggravarsi della politica del paese: i partiti filogovernativi ritengono che Fatah al Islami sia uno strumento della Siria che deve essere sradicato, mentre i gruppi d'opposizione guidati dal movimento sciita Hezbollah sono contrari a un confronto militare che potrebbe attirare al Qaida in Libano. “Sono una gang siriana – ha detto il leader druso Walid Jumblatt, temendo che Damasco possa approfittarsi dell’attenzione militare concentrata al nord per sabotare il lavoro dell’Unifil”, il contingente delle Nazioni Unite di stanza nel sud e della quale fanno parte anche 2500 soldati italiani. 27 May Storia di un bambinoBADAOUI - I lividi ci sono, nascosti dalla maglietta rossa e dai pantaloni della tuta. Li mostra con reticenza e con un po’ di vergogna. Saleh è un bambino grasso. Si sfrega le dita, inghiottito in una vecchia poltrona nera. Nel campo profughi di Badaoui comincia a fare buio, ma a nessuno viene in mente di accendere la luce, forse è andata via e il generatore non funziona. Salah ha 12 anni e ricorda uno di quei bambini che a scuola finirebbe per essere preso in giro dai compagni crudeli più grandi. Per raggiungere casa degli zii che lo ospitano bisogna superare stradine intricate, esporsi agli occhi curiosi dei residenti non abituati agli stranieri. C’è odore di mangiare nell’aria un po’ spessa e un lamento doloroso di una donna che proviene dalla cucina. Salah fino a qualche giorno fa abitava nel campo profughi di Naher Bader a nord di Tripoli, uno di quei posti dove nessuno vorrebbe nascere, ma che se ti capita ti sembra di vivere nel miglior posto possibile perché per fortuna non ne conosci altri. Quando sono cominciati gli scontri si è spaventato molto. Il gruppo di militanti di Fatah al Islam asserragliato all’interno del campo e facendosi scudo della gente ha attaccato l’esercito libanese che dal canto suo ha risposto bombardando senza troppo zelo. 70 morti in due giorni tra i quali 28 militari. E’ stato lui a pregare i suoi genitori di portarlo via. Non appena, la tregua ha aperto uno spiraglio, lui e altre 15 mila persone si sono riversate verso l’uscita del campo. 20 mila altre sono rimaste dentro in ostaggio. “Abbiamo fatto i bagagli di corsa e mio padre ci ha fatto salire sul suo autobus, c’era la mia famiglia, i miei parenti e i vicini di casa”, circa 24 persone. Erano i capofila di quello che sarebbe diventato un esodo verso Badaoui, verso Tripoli, ovunque potesse portarli lontano dalle bombe e dagli scontri, che potrebbero ricominciare in qualsiasi momento, se le trattative in corso tra libanesi e militanti fallissero. La voce di Salah è bassa vorrebbe dimenticare, ma anche se non raccontasse a nessuno quello che gli è successo potrebbe liberarsene. Chiedo dettagli, perché a volte quando si affronta una tragedia comune a molti, si tende ad esagerare. Ma lui non perde un colpo, il suo viso avvampa e impallidisce a seconda di quello che dice. “Siamo usciti dal campo, mio padre guidava, io ero dietro. Abbiamo raggiunto una collinetta con un posto di blocco dell’esercito libanese, erano le sette di sera ma era ancora chiaro. Un soldato ha puntato verso mio padre e lo ha colpito alla spaòòa spalla e alla testa. L’autobus è uscito fuori di strada. Mia nonna è riuscita ad aprire la porta, si è precipitata fuori urlando che c’erano donne e bambini, di non sparare e l’hanno colpita al collo. Noi ci siamo appiattiti fino a che loro sono venuti a prenderci”, ci racconta Salah fissando il pavimento. La voce gli si spezza. Inghiottisce non vuole piangere. Salah e gli unici altri due ragazzini sul mezzo vengono portati in una casupola. Avrebbe scoperto solo più tardi che sua madre era stata derubata dei soldi e dei gioielli e presa in giro dai soldati davanti al cadavere ancora caldo del marito. A Salah viene chiesto di confessare di essere un militare di Fatah al Islam, gli puntano un coltello alla gola. “Mi hanno detto che mi avrebbero massacrato come noi avevamo fatto con loro, mi hanno dato un’arma scarica e mi hanno fatto delle foto, poi hanno preso una specie di batteria e mi hanno dato delle scariche alle dita”. Piangeva, chiamava sua madre, supplicava che lo lasciassero andare mentre a fianco uno dei suoi amichetti veniva picchiato. “Poi ci hanno sollevato la maglietta fin sopra alla testa e ci hanno portato nella base di Araman, ci hanno mostrato delle foto di persone che volevano che riconoscessimo. Ci dicevano che eravamo bestie, urlavano contro i palestinesi, credevo che mi avrebbero ucciso. Dopo un po’ hanno chiamato qualcuno e quelli del campo sono venuti a prenderci. Mia madre è arrivata con quelli della Croce Rossa”. Salah sei un militante? Per la prima volta solleva il viso, c’è in lui uno sguardo di sorpresa e dolore: “Faccio solo la seconda media, vado a scuola, non è quello che dovrebbero fare i bambini?”. 26 May Siamo pronti a combattere contro Fatah al IslamRASHEDIYYE - “Questa è una questione palestinese e la risolveremo. Siamo pronti a combattere per annientare Fatah al Islam e se loro ci batteranno allora l’esercito libanese potrà entrare nei campi profughi e fare quello che non siamo riusciti a fare noi”. Sultan Abu Alaynen, comandante di al Fatah in Libano non ha mezze parole. E’ furioso, una vena sulla fronte gli pulsa furiosamente mentre il suo telefono continua a squillare: “Mettetevi in posizione, vi stanno arrivando armi e rinforzi, restate uniti e se dovete difendervi fatelo, ma niente azioni senza un mio ordine”, urla Alaynen a qualcuno dall’altro capo del telefono pronto a combattere nel campo profughi di Naher al Bared dove dopo due giorni non ha retto la fragile tregua sigillata tra l’esercito libanese e Fatah al Islam, un movimento radicale legato ad al Qaeda che si è asserragliato nel campo palestinese. Un problema che il generale deve risolvere. Ma qualcosa sta per succedere, l’ipotesi più semplice è che lui comanderà una forza che farà quello che i bombardamenti non possono fare. Alaynen è uno della vecchia guardia, un uomo di Arafat, il suo ufficio è tappezzato di ritratti del rais. Un anno e mezzo fa, quando la Siria si è ritirata dal Libano è stato rilasciato dopo otto anni da una prigione libanese. Si trova in un campo profughi nel sud, non lontano da Tiro, fino a due giorni fa era nel nord ma le sue guardie del corpo lo hanno trascinato via quando sono arrivate indicazioni che lo volevano uccidere, sarebbe il quarto tentativo. “Quelli di Fatah al Islami sono un prodotto siriano, a partire dal loro leader, molti sono stati nelle prigioni siriane, poi all’improvviso sono stati liberati e sono finiti nei nostri campi. Hanno soldi e armi e ora vogliono anche il controllo. Non ci sta bene. Non servono la causa palestinese, vogliono solo destabilizzare il paese. Perché ora? Perché il Libano deve affrontare degli impegni, parlo della morte di Hariri, delle elezioni, ci sono pressioni internazionale, e l’unico modo per impedire che il futuro si compia è creare diversivi. Anche se domani ci liberassimo di Al Fatah, succederebbe qualcos’altro”. Non parla di cifre, non vuole dire quanti uomini sono pronti a combattere, ma secondo voci che arrivano da Naher ci sarebbero già 300 uomini pronti a combattere, un’antiguerriglia per proteggere i profughi rimasti e soprattutto far capire chi comanda. “Non possiamo tollerare altri bombardamenti a casaccio dell’esercito libanese, è comprensibile che il premier Siniora voglia sradicare il terrorismo, ma non è giustificabile radere al suolo case e colpire civili. Diciamo che quelli di al Fatah hanno alcune ore per arrendersi, poi li butteremo fuori noi. Stiamo ancora sperando che si raggiunga un accordo politico, ci sono fazioni palestinesi vicino alla Siria che non appoggiano un confronto diretto, come Hamas o Fatah al Jihad”. Il gruppo di Fatah al Islam ha detto di poter estendere la violenza in altri campi, a queste parole il generale scoppia a ridere: “Non sono tanto potenti. Stanno farneticando, se hanno cervello prendono armi e bagagli e se ne vanno”. Siete davvero pronti a combattere, perché allora li avete tollerati fino ad ora? “Il nostro destino è essere palestinesi. Siamo dei combattenti, anche se mi vedi con la cravatta, non significa che mi sia dimenticato chi sono. Questi elementi sono entrati perché ormai nei campi arriva di tutto, ci sono migliaia di persone stipate, senza opportunità e futuro. Sette mesi fa avevo manifestato il pericolo alle autorità libanesi, mi hanno guardato con un misto di preoccupazione e disinteresse, quest’ultimo ha prevalso, sono stati leggeri, fino ad ora che si sono scatenati. Non ci hanno neanche contattato per chiederci dove i militanti si nascondessero o per avere qualche indicazione, li avremmo aiutati, ma hanno preferito fare di testa loro e ora il problema dobbiamo risolverlo noi”. 24 May Regge la tregua, campo profughi tra tra due fuochi, la gente fuggeNAHER BADER - Resa o Annientamento. E’ la promessa di Elias Murr, il ministro della Difesa libanese, che nel primo giorno di tregua lancia la sua minaccia ai miliziani di Fatah al Islami, il gruppo radicale legato ad al Qaeda, asserragliato nel campo profughi di Naher Bader. La fragile tregua per ora regge. Ma ad Ahmad questo non interessa. I suoi occhi sono vuoti. Ha otto anni e lo sguardo non è più quello di un bambino. Fino a qualche giorno fa andava a scuola, giocava in strada con gli amici, faceva arrabbiare la madre perché non tornava in tempo per la cena. Adesso giace in un letto di ospedale con un buco nel petto. I medici giurano che la ferita si rimarginerà, che è stato fortunato, sono riusciti a fermare l’emorragia provocata dal proiettile del cecchino che lo ha colpito. Ma Ahmed non crede di essere fortunato, i proiettili che lo hanno mancato hanno preso suo padre, sua madre e sua sorella. Tutti morti. Suo fratello più grande lo bacia in fronte, ma Ahmad non parla, non si muove, è una piccola statua di carne e ossa. Ahmad è uno dei migliaia di rifugiati che sono riusciti ad uscire dal campo di Naher Bader, lo hanno colpito proprio mentre tentava di scappare durante il secondo giorni di combattimenti. “Hanno aspettato che scendessero dall’autobus che doveva portarli fuori – racconta una donna anche lei fuggita e che ora tiene compagnia ai bambini ricoverati – e hanno cominciato a sparare su di noi. Eravamo solo famiglie che volevano allontanarsi dagli scontri”. L’ospedale di Safad nel campo profughi palestinese di Badaoui accanto a quello di Naher ieri ha accolto 87 feriti, molti sono stati medicati e dimessi, altri erano donne incinte che per la paura hanno partorito, tre delle quali hanno perso il bambino. “La situazione è tremenda. Una nakba, una catastrofe – ci dice il dottor Mahmoud Rashid, chirurgo e vicedirettore della struttura sanitaria – abito a Naher e solo oggi sono riuscito a uscire, non c’è acqua non c’è elettricità, non c’è più cibo”. I profughi sono arrabbiati, raccontano di bombardamenti indiscriminati. Al campo di Naher la distruzione ha cambiato il volto di quello che ormai era diventato un paese di 40 mila persone. Non è tanto il centro ad essere stato colpito quanto la fascia esterna dove le case giacciono accartocciate. “I militanti non stanno fissi in un palazzo, bombardare non li stanerà – spiega il medico – certo che li conosciamo ma non ci mischiamo con loro, sono palestinesi, sauditi, yemeniti, siriani, si sono piazzati qui da noi armati senza che noi potessimo difenderci”. L’esercito libanese per legge non può entrare nei campi palestinesi. “Sono stanco di essere un arabo, di tutte queste guerre, di questo passato che ci portiamo addosso come una condanna”, sospira Nibar Al Bashir, possiede un negozio di mobili all’interno del campo e un proiettile lo ha colpito poco dopo l’inizio dei combattimenti, era a casa stava correndo sul tetto per dire al suo fratellino curioso, di scendere. Se ne sta sdraiato su un fianco perché il proiettile nessuno ha ancora avuto il tempo di estrarlo, “non è che si può chiamare qualcuno in Italia che mi possa aiutare a venire via?”. Tripoli ad un tiro di schioppo è una città deserta, i profughi fuggiti in auto, pulmini, a piedi sventolando stoffe bianche, hanno trovato rifugio nelle scuole e nei campi vicini. Intanto a Beirut, Elias Mur promette “resa o annientamento”, mentre il premier Fuad Siniora ha chiesto 200 milioni di dollari agli Stati Uniti. “Ci faranno uscire tutti e poi raderanno il suolo le nostre case? Scoppierà il finimondo, i palestinesi sono 400 mila in Libano”, commenta il dottor Rashid originario di una Palestina che conosce solo attraverso i ricordi dei suoi genitori. “Nessun palestinese o fazione palestinese accetterà di vedere la propria gente massacrata – afferma Sultan Abul Aynayb, il capo di Al Fatah (il partito politico) in Libano – è in corso una punizione collettiva”. E proprio nelle fazioni politiche palestinesi potrebbe racchiudersi la soluzione di questa complessa facenda, secondo fonti palestinesi, si starebbe formando un’antiguerriglia che dall’interno potrebbe combattere quelli di Al Fatah al Islam, ma c’è già chi pone il problema successivo: mandati via quelli di al Islam chi disarmerà gli altri? 22 May Barbara nella terra dei cedriRestate sintonizzati, da domani si scrive...e si legge...dal Libano 18 May Operazione Mare ApertoINCROCIATORE GARIBALDI - La spiaggia è deserta, il sole batte sulle rocce, il nemico potrebbe essere in agguato e i gommoni che spuntano all’orizzonte si trascineranno a riva dopo aver spezzato la calma di un mare tranquillo. Sembra guerra ma non lo è. E’ uno sbarco, ma non è reale. Lo sono i mezzi, lo sono le persone. La spiaggia che secondo le carte è pericolosa e ostile, in realtà è una bella striscia di sabbia sarda. Una simulazione, un’esercitazione annuale pianificata in ogni dettaglio che segue le onde di quello che potrebbe accadere nella realtà, una prova che interesserà tutte le forme di lotta, da quella aerea, sommergibile, di superficie a quella anfibia. E’ già successo, neanche tanto tempo fa con l’arrivo dei militari italiani in Libano. Dodici giorni, quattromila e quattrocento soldati coinvolti, per quello che è il principale evento addestrativo annuale della Marina Militare Italiana, in collaborazione con unità navali e subacquee di Francia, Germania, Grecia e Turchia. Tutto come se fosse vero appunto. Con navi, armi, aerei ed elicotteri che decollano e atterranno, uomini che ispezionano il ponte, altri che controllano le mappe, altri ancora che riunioni su riunioni danno ordini a tutti. D’altra parte i capi, i comandanti che stanno ai piani alti della nave, un po’ come nella vita, sanno meglio di chiunque altro che la guerra spesso non è mai abbastanza lontana, così come l’emergenza o la catastrofe. L’operazione Mare Aperto è diretta dall’Ammiraglio di Divisione Giuseppe Giorgi, che è anche il comandante della Joint Task Forze, la forza multinazionale che si coordinerà per raggiungere l’obiettivo. E’ un gioco, ma è serio. “Scegliere la Marina, nel nostro caso una portaerei per questo tipo di missione - trasferire dei soldati su un territorio ostile dove non si può atterrare o arrivare via terra – è un metodo non invasivo perché fino all’ultimo momento si è in acque internazionali non si calpestano territori o cieli altrui, lo ha dimostrato il Kosovo e il Golfo Persico”, ci ha detto l’ammiraglio Giuseppe Lertola, il comandante della Squadra Navale. La centrale operativa è la portaerei Garibaldi, un mostro di metallo di 14 mila tonnellate che due giorni fa partita da Civitavecchia, seguendo la stessa rotta che percorse il vero Garibaldi per raggiungere Caprera in Sardegna, ha attraccato non lontano, per la prima volta destreggiandosi tra i meandri difficili e le insenature pericolose di questo angolo di Sardegna. A bordo proprio oggi saliranno gli sportivi del Giro d’Italia, una tappa dovuta prima dell’inizio della gara in occasione del bicentenario del condottiero morto nel 1897. L'uomo dello sbarco, racconta il LibanoLa spiaggia è deserta, il sole batte sulle rocce, il nemico potrebbe essere in agguato e i gommoni che spuntano all’orizzonte si trascineranno a riva dopo aver spezzato la calma di un mare tranquillo. Sembra guerra ma non lo è. E’ uno sbarco, ma non è reale. Dodici giorni, quattromila e quattrocento soldati coinvolti, per quello che è il principale evento addestrativo annuale della Marina Militare Italiana, in collaborazione con unità navali e subacquee di Francia, Germania, Grecia e Turchia. Tutto come se fosse vero appunto. Con navi, armi, aerei ed elicotteri che decollano e atterranno, uomini che ispezionano il ponte, altri che controllano le mappe, altri ancora che riunioni su riunioni danno ordini a tutti. L’Ammiraglio di Divisione Giuseppe De Giorgi è l’uomo dello sbarco in Libano. Eletto “militare dell’anno” dalla rivista americana Aviation Week, oggi comanda la task force che nel Mar Mediterraneo si sta esercitando in una simulazione di sbarco, la stessa che ha vissuto l’agosto scorso, in quella che era una vera prova di guerra, o di pace come preferisce pensarla lui. 54 anni pilota di elicottero, dal 28 agosto del 2006 ha comandato l’Operazione Leonte - lo sbarco del contingente militare in Libano durante la guerra Israele – Hezbollah - e alla successiva operazione per il controllo delle acque territoriali libanese, in mano agli israeliani. Ammiraglio, all’epoca della guerra in Libano non era scontato che l’Italia comandasse le truppe di sbarco, invece districandosi nei meandri della diplomazia, ci siete riusciti. “E’ stato un buon lavoro di coordinazione a tutti livelli, da quello politico a quello militare. Per noi è stata una prova importante, il 12 agosto abbiamo ricevuto l’allerta a prepararci e dal mare vacanziero ci siamo buttati nelle carte. Lo sbarco è avvenuto il due settembre, dopo che era stato scelto lo sbarco anfibio, perché con l’aeroporto di Beirut distrutto era impossibile atterrare e la via di terra era sbarrata dai ponti distrutti. Ma la scelta del punto preciso di sbarco è stata studiata, sotto alla capitale una parte della spiaggia era dedicata al turismo quindi con strutture, l’altra era una zona protetta dove le tartarughe depositano le uova. Ho pensato che arrivando come forza di pace e di liberazione dovevamo avere rispetto non solo per la gente, ma anche per il territorio, quindi anche se non era l’ideale abbiamo optato per sbarcare dentro ad una striscia per poi aprirsi verso il resto del territorio”. Non previsto, ma oltre ad aver guidato lo sbarco del contingente militare, avete anche tolto il blocco marino che metteva in ginocchio l’economia del Libano “Il porto di Beirut è uno dei maggiori sbocchi di tutto il medio oriente, l’intera regione poteva a lungo andare essere compromessa, in Libano intanto non arrivava gasolio, rifornimenti. Poco dopo lo sbarco facemmo una visita di cortesia alle nostre controparti militari libanesi, quando il primo ministro Fuad Siniora, seppe che eravamo in zona, ci contattò e ci chiedi di occuparci del blocco. Significava prestigio, ma era anche rischioso, ma anche in questo caso tutto funzionò contattammo gli israeliani, discutemmo e alla fine la Garibaldi entrò in porto, la prima nave che superò il blocco era una nave italiana e la percezione che ebbero i libanesi era quella di essere dei liberatori. D’altra parte è un popolo che amiamo, molti di noi avevano già partecipato a missioni precedenti, conoscevamo le persone, le rispettavamo, le consultavamo. Molti libanesi sono stati anche addestrati in Italia, e sono un popolo a cui ci si affeziona”. Tutto è andato bene, tanto da sembrare facile, ma in un mondo dove ogni giorno sembra acquistare forza l’idea che la guerra non è una soluzione qual è il destino della Marina? Bisogna chiedere agli alti vertici, usarci per portare pace e benessere era il nostro scopo in Libano ed era un buon obiettivo, che ci ha fatto fare un balzo d’immagine a livello internazionale, ma anche ridato speranza alla gente. Ma è stata la cosa più difficile che abbia fatto nella vita, ma abbiamo avuto un’ampia delega quindi siamo riusciti a muoverci velocemente, dal punto di vista professionale tutta l’operazione è il sogno di ogni ammiraglio, la gioia è stata indicibile, soprattutto quando il premier israeliano è salito a bordo per ringraziarci.
Afghanistan, i militari raccontanoINCROCIATORE GARIBALDI - La notizia rimbalza di prima mattina tra i tavoli della mensa dove i vassoi passano di mano in mano e le tazze del primo caffè della giornata vengono sorseggiate: “Sono stati feriti due militari italiani”. Il passaparola è veloce. Si saprà solo più tardi che le ferite sono lievi, quando i militari imbarcati sulla nave Garibaldi si alzano, le informazioni che arrivano sono solo qualche riga scarna mandata dallo Stato Maggiore della Difesa. Qualcuno non vuole pensarci, qualcun altro si rabbuia, qualcun altro pensa alle proprie ferite, perché c’è anche chi questi momenti li ha già vissuti e conosce la tensione, la paura, la difficoltà del recupero psicologico che quasi sempre è più lento di quello fisico. Molti non ne vogliono parlare, forse c’è qualcosa di scaramantico nel loro modo di fare, forse gli incidenti per chi fa questo mestiere sono un fatto che si mette in conto. Sull’incrociatore che al largo costeggia la Sardegna per un’esercitazione, ci sono anche militari che in Afghanistan ci sono stati. Non era un gioco come adesso dove il sud della Sardegna si è trasformato in una terra ostaggio di terroristi. Hanno costruito basi di addestramento, tentano di fare arrivare armi, un po’ come succede in Afghanistan. Ma Herat e Kabul sono reali, il sangue che scorre è vero, e la scia che lascia penetra nell’aria rarefatta delle navi che partecipano al gioco. I nomi di chi è stato in missione nella terra dei fiumi traboccanti e delle montagne viola, per ragioni di sicurezza non possono essere scritti. Ma non importa, ognuno di questi ragazzi ha una storia, una famiglia, una moglie o una madre. La gente non li conosce, non conosce la fatica e l’adrenalina che li attraversa e sanno bene che i loro nomi vengono schiaffati sulle pagine dei giornali solo quando qualcosa di brutto succede. E’ accaduto per i due Caporal Maggiori del 151° Reggimento Fanteria Sassari. Il resto del tempo sono solo persone che dormono insieme, che condividono, pranzi, cene e pericoli. Sono numeri, ragazzi alcuni dei quali inseguono un sogno come può essere volare, altri sperano di dare un senso ad una vita difficile e anche di avere uno stipendio. C’è un po’ di tutto per tutti. Molti hanno nomi di battaglia che gli sono stati affibbiati dagli amici, Ghostbuster, il soprannome glielo do io, nella sua tuta verde pensa all’Afghanistan dal quale è tornato esattamente un anno fa, faceva parte dell’Isaf la forza multinazionale. Sa che due suoi colleghi, anche se non sono della Marina come lui, sono stati feriti: “Da una parte mi sento vicino a loro, dall’altra vivo questo incidente con assoluta serenità perché sono, siamo professionisti consapevoli di lavorare in un ambiente difficile. Ci sono fattori di rischio, è una terra martoriata e se così non fosse non ci sarebbe bisogno di noi. Invece siamo lì e contribuiamo a metterla a posto e questo mi rende una persona orgogliosa”. Di sicuro non è facile, partire e scomparire per mesi, lasciare a casa le famiglie e fare il proprio lavoro ben sapendo che anche se la popolazione è contenta, c’è chi non li vuole. “I miei familiari vivono il mio lavoro con calma, gli incidenti sul lavoro sono possibili, in qualsiasi mestiere, ma siamo ben equipaggiati e ben addestrati”. Un suo collega, sposato con un figlio sta per lasciare la nave con un elicottero ritornerà solo più tardi quando avrà completato la sua missione virtuale, anche lui in Afghanistan c’è stato per davvero, ed è stata la prima missione all’estero dove ha messo piede a terra invece di stare su una nave. E’ tornato un mese fa, dopo tre mesi e mezzo all’aeroporto militare di Kabul “L’Afghanistan è un paese che ti entra dentro. La gente ha bisogno di aiuto, e noi con loro abbiamo costruito un buon rapporto, vogliono uscire dal passato e solo il fatto di vedere che c’è qualcuno che ti ringrazia per quello che fai, ti appaga di tutti i sacrifici e della lontananza dalla famiglia”. Chi respira la polvere di Kabul o Herat, chi ha anche solo per una volta visto le montagne o guardato negli occhi verdi degli afgani, ne viene rapito. “Per me l’Afghanistan è un ricordo – incalza Ghostbuster – era Nawruz (capodanno, il 21 marzo) e noi eravamo in attività di ricognizione per assicurare la cornice di sicurezza. Era una data particolare e ci si aspettava un’ondata di attentati. Dall’alto dell’elicottero osservavo Kabul e vedevo bambini che giocavano a palla, le famiglie che si muovevano per andare a fare un picnic, volavo e pensavo che solo qualche anno prima con i talebani era vietato fare festa. Anche solo per questo era importante essere lì. Quella sensazione di normalità, per noi di solito scontata, per gli afgani era un dono, e questo dono, noi lo stavamo proteggendo”.
08 May Concluso il vertice, tante parole e in Iraq si continua a morireSHARM ER SHEIK - Per non farli incontrare potevano esserci tanti motivi, alcuni per fino buoni, ma nessuno a Sharm immaginava che una scollatura potesse essere fatale per Usa e Iran. Quello che non ha fatto minacce, accuse, rimproveri, lo ha compiuto una donna che ha fatto fuggire a gambe levate il ministro degli Esteri iraniano: due giorni fa, all’hotel Sheraton, il ministro degli esteri Egiziano ha offerto una cena di gala per gli altri ministri dopo una giornata di discussioni, di lavori, approdata nella firma del piano quinquennale per lo sviluppo economico e politico dell’Iraq. Gli impegni erano stati presi, mani si erano strette, una bella e rilassante cena non poteva mancare. In un angolo del ristorante una bella russa vestita di rosso suonava il violino intrattenendo gli ospiti con la sua dolce musica. Il ministro degli Esteri iraniano Mottakì doveva sedersi di fronte a Condoleeza Rice, il segretario di Stato americano, nessuno dubita che ci fosse una strategia precisa nell’assegnazione dei posti, ma non è servita, la natura procace della musicista ha forzato quel destino che gli egiziani avevano cercato di controllare. La Rice non era ancora arrivata che al Mottaki inorridito dalla discinta violinista si è alzato e se ne andato. Da quel momento in poi non ha potuto fare altro che assicurare che non se n’era andato per non vedere la Rice. “A quella cena non sono stati rispettati gli standard islamici”, ha detto Mottaki, chiedendo poi scusa alla controparte egiziana. Poco male, i sorpresi convitati si sono consolati con un bicchiere di vino che sempre per gli standard islamici sarebbe stato vietato se l’iraniano non se ne fosse andato. “Non sono sicuro di quale donna fosse impaurito, se della Signora in Rosso o della Segretario di Stato”, ha ironizzato il Sean McCormack, il portavoce del Dipartimento di Stato americano. D’altra parte in ogni conferenza che si rispetti non può mancare l’incidente diplomatico, e poi alla fine anche se da lontano, i due si sono parlati lanciandosi lievi ma precise accuse. “L’asse terrorismo e occupazione è all’origine di tutti i problemi dell’Iran”, ha affermato l’iraniano contrario alla presenza americana in Iraq. “Invece di dire quello che dobbiamo fare noi, dovrebbero pensare a quello che possono fare per rendere più sicuro l’Iraq, come non permettere che armi iraniane arrivino fino a Baghdad”, ha sbottato la Rice. Per Mottaki i rapporti bilaterali “sono complessi, i problemi pendenti da decenni, di soluzione non facile”, ma con un apparente riferimento alla Rice, ha lodato le donne americane, più coraggiose degli uomini, “anche se poi alle parole non seguono i fatti”. Il segretario di Stato poco prima aveva affermato che il suo Paese è pronto a cambiare la politica di 27 anni con l'Iran, se Teheran si impegnerà a sospendere l'arricchimento dell'uranio. Per gli iracheni, che si sentono terreno di battaglia fra due potenze, essere riusciti comunque a farli sedere allo stesso tavolo è già un successo. “Si spera sia l’inizio di un processo'', ha detto Ahmed Aboul Gheit, il ministro degli Esteri egiziano. Le accuse reciproche tra Iran e Usa di destabilizzare l'Iraq restano immutate: gli Usa accusano gli iraniani di aizzare le violenze confessionali con i sunniti, che stanno spingendo l'Iraq verso la guerra civile. Ad ogni modo la conferenza si è conclusa: sicurezza attraverso la riconciliazione nazionale, lotta congiunta al terrorismo, reintegro di elementi sunniti del vecchio regime, investimenti, sono queste le chiavi e le soluzioni lanciate all’Iraq e ai paesi vicini dopo due giorni di lavori. Impegni per l’Iraq, ma anche per i paesi confinanti che, temono che l’instabilità dell’Iraq possa contagiare il resto della regione. In nome dell’Iraq un primo passo è stato fatto, in fondo sembra che tutti vogliano che la carneficina che si consuma abbia fine, se poi saranno capaci di rispettare gli impegni assunti in questi due giorni, è tutta un’altra questione. 02 May Massima sicurezza per il vertice sull'IraqSHARM ER SHEIKH – I turisti quasi non se ne sono accorti. Cotti sotto il sole che brilla sul Mar Rosso, hanno appena notato che la sicurezza è improvvisamente e drasticamente aumentata. D’altra parte non sono in molti a lasciare gli enormi e affollati resort per avventurarsi nelle calde e deserte strade di Sharm. Fuori dalle oasi fronte mare, è quasi tutto pronto per ospitare il vertice sull’Iraq che porterà a riunirsi il 3 e 4 maggio i ministri degli esteri di più o meno cinquanta paesi. La polizia di frontiera, quella stradale, quella in borghese, l’esercito, il mukabarat (i servizi segreti) sono stati dispiegati. Centinaia di agenti pattugliano il deserto, uno ogni duecentocinquanta metri, nella sabbia sotto il sole, qualche volta quando c’è, sotto l’ombra sottile di un palo della luce. Controllano le colline rocciose, controllano il mare, controllano che nessun passi la rete della sicurezza che è stata srotolata lungo la costa. L’appuntamento per la diplomazia internazionale è ghiotto, dopo l’annuncio della presenza dell’Iran. America e Iran si ritroveranno faccia a faccia. Per farlo hanno scelto Sharm er Sheik e la questione irachena. Un atto di buona volontà da parte iraniana. In fondo la causa è giusta: fermare la carneficina che schiaccia l’Iraq. Gli iraniani hanno ceduto alle insistenze, prima delle autorità politiche irachene, seguite dalla mano tesa degli egiziani le cui relazioni diplomatiche erano congelate dal 1979 con la caduta dello Shah, e infine quella mezza tesa degli americani con il segretario di Stato Condoleeza Rice che si è detta pronta ad incontrare il ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki. Il rischio è quello che gli americani e gli iraniani rubino la scena alle disgrazie irachene con le loro diatribe sul nucleare e i vecchi dissidi, ma la promessa di entrambi è che nella località balneare egiziana si parlerà solo di Iraq e di come trovare una soluzione che porti verso la stabilità. “La Rice ha detto che l’Iran non doveva perdere l’opportunità di partecipare all’incontro, un modo diplomatico per fare una richiesta”, ha detto Asadollah Badamchian, segretario generale del partito di Coalizione Islamica. “Non ci aspettiamo miracoli”, ha detto Ali Lariani, il numero uno della Sicurezza iraniana in visita a Baghdad. Richiesta accettata, e non solo, anche la Siria, il secondo paese confinante accusato di proteggere la resistenza, questa volta sunnita, sarebbe pronta ad incontrare gli americani. “Nessuna richiesta d’incontro per ora, ma siamo disponibili – ha detto Walid Muallem, il ministro degli Esteri siriano – questa conferenza rappresenta il riconoscimento degli Usa di non essere ormai più in grado di risolvere da soli il conflitto”. Ma le accuse reciproche non renderanno i lavori semplici. Gli americani accusano gli iraniani, non solo di influenzare il governo iracheno sciita come l’Iran, ma anche di appoggiare e armare la guerriglia. Gli iraniani incolpano gli americani di detenere dal gennaio scorso cinque diplomatici iraniani in una prigione di Erbil, nel Kurdistan con la falsa accusa di armare la resistenza. Gli Stati arabi confinanti con l’Iraq, per lo più regimi sunniti, sostengono che l’Iran vuole conquistare e aumentare a dismisura il suo potere liberandosi dei sunniti iracheni fomentando la guerra civile. Gli iracheni sperano che i paesi vicini cancellino o diminuiscano il debito estero che ammonta più o meno a 15 miliardi di dollari. Saranno 48 ore d’incontri e probabilmente di scontri, ma i turisti neanche se ne accorgeranno.
L'Iran ci saràIL CAIRO – L’Iran ci sarà. Con una mossa che ha sorpreso la comunità diplomatica internazionale, lo stato considerato “canaglia” da molti paesi occidentali, parteciperà alla conferenza sull’Iraq che si terrà a Sharm er Sheikh il 3 e 4 maggio. D’altra parte gli iraniani sono tanto parte in causa, che sarebbe stato un vertice sterile senza di loro, i risultati sarebbero stati fragili e inutili. Di colpo, ora tutto è cambiato, l’incontro è diventato carico di aspettative, soprattutto per gli iracheni che ogni giorno continuano a morire schiacciati dalla violenza. Gli iraniani hanno ceduto alle insistenze, prima delle autorità politiche irachene, seguite dalla mano tesa degli egiziani le cui relazioni si erano congelate dal 1979 con la caduta dello Shah e l’instaurazione di un regime teocratico a Teheran, e infine quella mezza tesa degli americani con il segretario di Stato Condoleeza Rice che si è detta pronta ad incontrare il ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki. Un vero e proprio faccia a faccia tra Usa e Iran. Il rischio è quello che gli americani e gli iraniani rubino la scena alle disgrazie irachene con le loro diatribe sul nucleare e i vecchi dissidi, ma la promessa di entrambi è che nella località balneare egiziana si parlerà solo di Iraq e di come trovare una soluzione che porti verso la stabilità. “Penso sia una circostanza importante, quella della presenza iraniana e americana insieme, qualsiasi calo di tensione, avrà un impatto positivo sulla situazione in Iraq – ha detto Hoshiyar Zebari, ministro degli Esteri iracheno – non vogliamo che il nostro paese sia il campo di battaglia di altri che vogliono sistemare le loro faccende, questo ci crea danno e dolore”. Ma le accuse reciproche, seppur solo quelle locali di una regione divisa, non renderanno i lavori semplici. Gli americani accusano gli iraniani, non solo di influenzare il governo iracheno sciita come l’Iran, ma anche di appoggiare e armare la guerriglia irachena. Gli iraniani accusano gli americani di detenere dal gennaio scorso cinque diplomatici iraniani in una prigione di Erbil, nel Kurdistan con la falsa accusa di armare la resistenza. Gli Stati arabi confinanti con l’Iraq, per lo più regimi sunniti, sostengono che l’Iran vuole conquistare e aumentare a dismisura il suo potere liberandosi dei sunniti iracheni fomentando la guerra civile. Sunniti iracheni una volta parte del regime di Saddam oggi sono stati nei migliori dei casi tagliati fuori dalla politica, se non spesso vittime degli squadroni della morte sciiti che hanno avviato almeno a Baghdad una vera e propria pulizia etnica. D’altra parte i sunniti, non certo senza colpe, non appena marginalizzati, sono corsi ad infoltire le file della resistenza che combatte contro gli sciiti e la presenza delle truppe straniere in Iraq. Il risultato è più o meno 3000 morti al mese. Le autorità irachene sperano che i paesi vicini accettino di impedire l’entrata dei terroristi sul territorio iracheno controllando meglio i confini e soprattutto si augurano che cancellino o diminuiscano il debito estero che ammonta dollaro più o dollaro meno a 15 miliardi. Ma anche gli iracheni verranno passati al microscopio, dal 2003, dall’invasione americana il governo sciita di Baghdad si trova nella difficile posizione di mantenere buoni rapporti con l’Iran senza far arrabbiare troppo gli americani. Il governo di Al Maliki dovrà affrontare anche le richieste dei paesi arabi intorno per lo più sunniti che hanno ospitato migliaia di profughi fuggiti dalla violenza. Saranno 48 ore di incontri, probabilmente di scontri, dove seduti al tavolo delle trattative si riuniranno, il primo giorno, i ministri degli esteri oltre dell’Iraq, la cui delegazione sarà guidata dal premier Al Maliki e dei paesi confinanti, il G8 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia, Russia, Usa) e quelli del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia, Usa). Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon e al Maliki illustreranno il piano quinquennale per il rafforzamento del ruolo delle organizzazioni internazionali per stabilizzare la politica e l'economia del Paese, conosciuto come International Compact con Iraq e già definito il “piano Marshall per l'Iraq”. Il secondo giorno, partito il G8, si riuniranno gli altri e si discuterà soprattutto di sicurezza.
|
|
|