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    June 26

    Distribuito alle truppe l'elenco dei leader che agiscono per conto di Benladen dopo la fine di Abu Musab al-Zarqawi

     

    Di Barbara Schiavulli

    Sono cinque i nuovi super ricercati di al-Qaeda in Iraq. Rappresentano la reazione del gruppo alla morte di Abu Musab al-Zarqawi: una veloce riorganizzazione per non creare vuoti di potere. I servizi segreti americani hanno preparato una lista di terroristi ritenuti responsabili dell'acuirsi della violenza degli ultimi giorni e l'hanno distribuita ad ogni ufficiale iracheno, soldato americano e inglese di stanza in Iraq.
    Ci sono foto, quando disponibili, nomi, informazioni e un solo ordine: prenderli. Il primo è Jassem Hamdani, 35 anni di origine sconosciuta, comandante di al-Qaeda nel nord. Una cellula indipendente, Hamdani non ha mai ricevuto ordini da autorità straniere, neanche quando Zarqawi era vivo. Controlla un'area grande pari alla metà del Kurdistan, da Musul raggiunge la città petrolifera di Baiji nel centro del Paese per proseguire fino a Tikrit. E l'uomo che avrebbe ordinato il numero più alto di attentati kamikaze, più di qualsiasi altro esponente di punta di al Qaeda.
    Jessam Nayef, 29 anni, conosciuto anche come Abu Majan e Abu Damir: la sua rete è autonoma e si estende dal centro dell'Iraq verso est e ovest. Nayef prende in "appalto" operazioni terroristiche da tre organizzazioni: al-Qaeda, l'Esercito islamico iracheno e Ansar al Sunna. Sattam Jabouri, invece, è il rampollo di un'importante famiglia irachena. Ignota la sua età, agisce nell'area del fiume Zab che nasce a nord di Mosul e divide la città in due parti e scende verso la provincia di Anbar, passando per Samarra, Tikrit, Balad, Baquba fino ad arrivare alla città di Amara. Jabouri è specializzato nel colpire le forze di sicurezza irachene.
    servizi segreti americani ritengo lui, di fatto sia il braccio armato di Hassan Qaqea, capo del partito politico sunnita Adawa. Il suo ultimo avvistamento è del 22 febbraio scorso nella zona sud del fiume Zab. Di Raad Majid, detto abu Ahmad si sa solo che è il comandante dell'Esercito dei mujaheedin e che opera tra Baghdad e Tikrit. Il gruppo è noto per aver rivendicato molti attacchi contro le forze Usa ai posti di blocco.
    Infine, Ali Abdullah o Abu Zahara, leader dell'Esercito Islamico. Agisce nella stessa area di Jabouri. Alcuni detenuti hanno rivelato che Majiid è stato uno dei mentori di Hamdani e lo hanno descritto come uno dei più feroci terroristi presenti in Iraq.

    June 17

    Salvacondotto a chi depone le armi Ma la commissione «perdonerà» solo chi non ha ucciso gli iracheni

    Avvenire 

    Barbara Schiavulli

    Pugno di ferro e nessuna pietà contro i militanti legati ad al-Qaeda e a tutti quelli che hanno fatto scorrere sangue iracheno come i fedeli dell'ex presidente Saddam Hussein. Un ramoscello d'ulivo, una mano tesa per tutti gli altri, purché disposti a deporre le armi e ad entrare nei giochi politici. È questa la richiesta promessa del premier al-Maliki, deciso a concedere la grazia a tutti i gruppi che vogliono fare un passo indietro, ritirarsi dalla violenza, smettere di combattere contro l'occupazione. Perché di questo si tratta, al-Maliki, su insistenza dei partiti politici sunniti ha dovuto accettare un compromesso che è intriso del sangue di tutti gli altri che hanno subito violenza in Iraq: militari, giornalisti, diplomatici, cooperanti e contractor. Chi ha versato il sangue degli stranieri, chiunque essi fossero, verrà amnistiato. Non a caso le carceri si stanno già aprendo. Un duro colpo per la giustizia, ma anche, forse l'unico modo di strappare ad al-Qaeda la copertura di tutti i gruppi sunniti la cui lotta si intreccia con quella della rete del terrore. Una commissione dovrà decidere chi sono i "buoni resistenti", ovvero quelli che non hanno ucciso iracheni innocenti e hanno "solo" lottato contro il processo politico. Questi entro il 22 luglio verranno invitati ad un tavolo delle trattative. Tolti i gruppi legati ad al-Qaeda e ai baathisti, il premier al-Maliki potrebbe trovarsi a discutere con le "Brigate della rivoluzione del 1920", (un gruppo che trova ispirazione nella storia della lotta contro il colonialismo in Iraq), nel 2004 rivendicarono la responsabilità di diversi attacchi contro gli americani, tra cui l'abbattimento di due elicotteri. E poi, "Le Brigate della resistenza irachena", che ha preso le distanze dai seguaci di Saddam e si è reso responsabile di attacchi contro gli americani. E ancora, il Jaysh Muhammad (l'esercito di Maometto), ex baathisti con una nuova identità più islamica. E infine L'Avanguardia armata del secondo esercito di Maometto: jihadisti che combattono gli americani e che furono tra le organizzazioni a rivendicare l'attentato nel 2003 al quartier generale delle Nazioni Unite a Baghdad.

    Il premier: «Al-Qaeda è allo sbando» E l'intelligence americana svela: un «immigrato» guiderà i miliziani

    la sfida

     

    Scoperta la vera identità di al-Muhajir: entrò nel Paese dalla Siria nel 2003 il giorno della caduta di Saddam

    Di Barbara Schiavulli

    «Questo è l'inizio della fine di al-Qaeda in Iraq», ha detto il premier iracheno Nouri al-Maliki sostenendo l'offensiva, l'operazione «Avanti insieme» che da due giorni tiene la capitale sotto assedio. Tempi duri per al-Qaeda che dalla morte di Abu Musab al-Zarqawi, il suo potente quanto letale leader, si è trovata a doversi riorganizzare e dimostrare di essere ancora forte. Quello che gli iracheni si aspettano, è uno di quegli attentati eclatanti per cui Zarqawi era famoso. Uno di quelli che portavano la sua impronta insanguinata. Ci sta pensando probabilmente il suo successore Abu Hamza al-Muhajir, meglio conosciuto, secondo gli americani, come Abu Ayyub al-Masri. Subito dopo l'annuncio, via Internet, della nomina del nuovo capo di al-Qaeda in Iraq, l'intelligence internazionale era rimasta sconcertata da quel nome sconosciuto che non figurava in nessuna lista. «Sono di fatto la stessa persona», ha affermato il generale William Caldwell, portavoce del comando statunitense in Iraq. Muhajir in arabo significa «immigrato». Uno straniero dunque e Masri è egiziano. Ritenuto, ancora più sanguinario di Zarqawi, fu il fondatore della prima cellula di al-Qaeda in Iraq, dove vi sarebbe giunto alla caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003. Poco prima, invece, aveva ricevuto un addestramento in Afghanistan che lo ha reso un esperto di esplosivi. Secondo gli analisti di Damasco, avrebbe trascorso un po' di tempo ad al-Qaim, non lontano dal confine siriano dove accoglieva i combattenti arabi che penetravano in Iraq. Poi si sarebbe trasferito a Tikrit, proprio dove il giorno successivo la morte di Zarqawi, ci fu la rappresaglia più violenta con sette autobombe. «Riteniamo che al-Qaeda in Iraq sia stata presa di sorpresa, non hanno previsto quanto possano essere potenti le forze di sicurezza irachene e quanto il governo sia all'attacco ora», ha detto Muwaffaq al Rubaie, consigliere per la sicurezza. Dalla morte di Zarqawi, poco più di una settimana fa, ci sono stati 452 raid, più di 104 militanti uccisi e 759 arrestati. Il primo uomo eccellente a cadere è stato il presidente del Consiglio Provinciale di Kerbala, lo sceicco Aqil Sahel al-Zubaidi accusato di «sostegno al terrorismo». Zubaidi appartiene al partito Fadhila, a sua volta aderente all'Alleanza Irachena Unita, la coalizione delle principali formazioni d'ispirazione sciita che vinse le elezioni del 15 dicembre scorso. Ma i veri colpi messi a tiro del governo iracheno, hanno a che fare con le carte più che con le persone: un immenso tesoro, centinaia di documenti sequestrati appartenenti ad al-Qaeda rivelano posti, luoghi, nomi di sopravvissuti. Non solo, il contenuto della memoria di un computer portatile e altri documenti trovati fra le macerie del covo di Zarqawi dimostrano che al-Qaeda - lo dice Rubaie - «è in pessima forma».

    June 09

    «Non possiamo fidarci neanche della nostra polizia»

    Per la gente della capitale la sicurezza rimane l'emergenza primaria, così come è sempre più difficile assicurare protezione ai cooperanti

    Di Barbara Schiavulli

    Andare via o restare, lasciare gli iracheni a loro stessi o aiutarli a ricostruirsi quel Paese che la guerra ha messo in ginocchio a rischio della propria vita? In Iraq non esiste una risposta giusta. La maggior parte degli iracheni vuole vedere il giorno in cui i soldati stranieri, raccoglieranno i loro zaini, le loro «idee di democrazia», i loro scomodi scarponi per salire sugli aerei che li riporteranno a casa loro.
    Lo desiderano, e un po' si biasimano per dover riconoscere che senza la presenza di una forza militare straniera, non ce la possono fare. «Non possiamo fidarci di nessuno, la nostra polizia, quando non è finta è infiltrata di militanti, il nostro esercito è incapace. Ci uccideranno tutti o ci uccideremo tutti - dice Qais al Deeb, un ingegnere cristiano di Baghdad -; l'ideale sarebbe che arrivassero ad aiutarci le Nazioni Unite». Un buon auspicio che arrivi il giorno che contingenti pace, fatti di cooperanti, di organizzazioni umanitarie possano atterrare sul suolo infuocato dell'Iraq. Ma non sarà oggi e neanche domani. Basta guardarsi intorno, andare oltre alle mura di cemento delle caserme, della città verde, dei posti di blocco. Bisogna guardare oltre la canna di un fucile per vedere un Paese intriso di militanti, di bande, di fondamentalisti decisi a mantenere il caos, molto più di quanto la politica sia determinata a sistemare la situazione.
    A Nasiriyah i soldati italiani se non sono amati, sono tollerati. Gli italiani piacciono con quel loro modo di fare mediterraneo più rispettoso che aggressivo anche quando indossano la divisa. Ma piacere alla gente, non rende più al sicuro. Lo sanno bene gli iracheni che muoiono ogni giorno a decine, lo sanno bene cooperanti, come Simona Pari e Simona Torretta, giornalisti, decine dei quali sono stati rapiti e a volte uccisi. Così come uomini di affari, camionisti, insegnanti, artisti. In Iraq niente è bianco o nero, ma ormai è tutto di un grigio scuro, come il colore dei palazzi sporchi dallo smog della capitale. Difficile immaginare un dopo guerra, una ricostruzione senza una presenza militare che garantisca la sicurezza.
    Non è una caso che l'Iraq si sia svuotato di organizzazioni umanitarie, come non lo è, la presenza di 100mila addetti stranieri alla sicurezza privata che assorbono la maggior parte dei soldi stanziati per qualsiasi progetto, che vada dalla ricostruzione di scuole alla formazione dei politici. Baghdad a causa dei sabotaggi, è senza elettricità, ma arrivano sei ore di luce da Nasiriyah la cui centrale è stata sistemata dagli italiani. Un lavoro che avrebbero potuto fare degli ingegneri civili se non ci fosse il pericolo di essere sterminati.
    Quella che in corso, non è più solo, se mai lo è stata, resistenza alle forze d'occupazione, ma è una campagna per distruggere la società civile irachena e tutto quello che la circonda, compreso l'aiuto internazionale. «Le vie della cooperazione e del peacekeeping sono infinite - ci ha detto Andrea Angeli, ex portavoce dell'Autorità provvisoria a Nasiriyah -. Ma bisogna stare attenti a provare forme di collaborazione non collaudate, specialmente in una situazione deteriorata come l'Iraq».

    Paura e senso del dovere La routine di prima linea

    Nei cuori c'era ancora la sofferenza per la strage del 27 aprile, quando caddero quattro soldati. Forse lo stesso mandante

    Di Barbara Schiavulli

    Torna l'incubo della paura, strisciante, viscida, incombente. Ha il volto scuro degli iracheni, con il volto coperto da una kefiah e le mani abile di chi sa costruire una bomba. Ha il suono di un boato, del fragore della morte, e l'odore della carne che brucia tra le fiamme e le lamiere incandescenti.
    Quando meno te lo aspetti, l'attacco, il colpo, l'orrore ha sqaurciato il buio di Nasiriyha. Mentre calava la notte schiacciata da un'altra giornata di caldo implacabile.
    Doveva essere una scorta di routine, quella della pattuglia italiana che apriva la strada ad un convoglio logistico britannico diretto a Tallil. Un'altra delle solite strade. Invece il terribile bum ancora rimbomba nella testa dei sopravvissuti: un'esplosione, probabilmente uno di quegli ordigni piazzati che le milizie piazzano sul ciglio della strada. Qualcuno nascosto con un telecomando in attesa di quella pattuglia, una qualsiasi, affollata di soldati, senza nome per i terroristi.
    Ci vuole poco perché la voce di una strage faccia il giro della base, dove trascorrono la serata un paio di migliaia di soldati italiani. Pochi giorni dal cambio del contingente della brigata Sassari, ce l'avevano quasi fatta e ora invece un altro fremito di dolore. Ancora negli occhi c'era la sofferenza della strage del 27 aprile, quando morirono quattro soldati italiani e uno romeno. Stessa dinamica, probabilmente stesso mandante.
    Nasiriyha è una zona molto meno pericolosa di Baghdad o della provincia di Anbar, roccaforte della militanza irachena, dove vi sono decine di morti ogni giorno. Eppure neanche la capitale della provincia di Di Qar è tanto tranquilla. Gli italiani sono ben voluti dalla gente, che patisce e subisce una guerriglia irachena pronta a colpire e uccidere chiunque.
    Un altro italiano morto, tre feriti, di cui uno gravissimo, si stringe il cuore dei soldati che dovevano solo trascorrere un altro giorno lontano da casa, si ricacciano le lacrime, si guarda avanti, alla mattina dopo dove tutto deve ricominciare, dove il lavoro non si può fermare. Come diceva il capitano Mele, portavoce del contingente, «si accetta il dolore e ci si rimboccano le maniche ancora di più», perché l'Iraq, anche oggi, avrà bisogno di aiuto.

    Taxi e bus: «corse» verso la morte

    Di Barbara Schiavulli

    Autobus e pulmini sono uno degli obiettivi preferiti della militanza irachena. Un modo semplice ed efficace di creare il terrore tra la popolazione civile, tra chi va al lavoro, a fare la spesa o a va scuola. Per chi non può permettersi una macchina o la benzina, per chi non può camminare per le strade trafficate e assolate di Baghdad. Bersagli quotidiani di autobombe e di ordigni nascosti nei sacchetti della spesa, sotto un sedile.
    Ultimamente anche pretesti per agguati: il pulmino viene fermato a un finto posto di blocco, si scelgono dei ragazzi, magari studenti, e li si uccide, in vere e proprie esecuzioni di strada. La gente lo sa e ha paura. Scende in fretta, guardinga. È impossibile controllare ogni passeggero, impossibile garantire un viaggio sicuro. Una corsa incontro alla morte a Baghdad costa solo 20 centesimi di euro.
    Lo sa bene Hussein Kalaf, che ogni volta che gira la chiave nel quadro d'accensione, si chiede se quella sarà la sua ultima corsa. Kalaf guida ogni giorno un minibus, passa per Kharrada, il centro commerciale di Baghdad, per piazza Tahir, quella dove venne abbattuta la statua di Saddam Hussein. Il suo percorso non è molto lungo, ma è considerato uno dei più pericolosi.
    «Una volta stavo tornando a una stazione degli autobus quando ci sono state due esplosioni - racconta Kalaf, accendendosi una sigaretta - il mio pulmino è stato investito da una fiammata mentre due passeggeri sono morti per i proiettili vaganti che sono seguiti dopo uno scambio a fuoco tra polizia e militanti». Kalaf ha deciso di guidare i pulmini quando ha capito che non avrebbe trovato nessun altro lavoro.
    «Avevo un negozio di stoffe, ma era troppo caro mantenerlo. Non è facile di questi tempi, bisogna arrangiarsi in attesa che la situazione migliori. Non può andare avanti a lungo così». Una moglie, quattro figli, la famiglia del fratello morto da mantenere, per Kalaf non è certo una vita semplice. Come non lo è per nessun autista, le zone più rischiose sono quelle dei quartieri sciite, perché è così che spesso la militanza sunnita infligge la propria lotta sulla gente.
    Secondo il ministero degli Interni i minibus sono più facile da colpire perché coprono una zona più vasta, dal centro della capitale fino alle zone più remote della periferia. «Io perquisisco ogni passeggero. Se qualcuno mi sembra sospetto, non lo lascio salire sull'autobus - spiega Ali Muzhir, un autista - non posso permettermi di essere flessibile. Una volta ho chiesto ad una signora anziana di perquisire una donna velata. Mi sembrava troppo alta, temevo fosse un uomo travestito, mi sbagliavo e mi sono scusato. Ma chi può biasimarmi?».
    Non certo gli iracheni, nonostante siano stufi dei continui controlli, dei posti di blocco della polizia, degli uomini armati delle varie milizie che la fanno da padroni nelle strade, sventolando i loro kalashinokov davanti alle facce impaurite delle gente.
    Baghdad è una sorta di calamita per i kamikaze che vogliono fare il maggior numero di vittime possibile: sette milioni di abitanti, centinaia di posti di blocco, muri di cemento che convogliano il traffico. Mercati, stazioni di polizia e autobus: questi sono i posti prescelti. Luoghi in cui la gente non può fare a meno di andare.

    June 06

    A morte i venditori di falafel

    di Barbara Schiavulli

     

     

    I venditori di falafel di Baghdad non avrebbero mai immaginato di rappresentare una minaccia per la moralità pubblica. Eppure le tipiche polpettine di ceci che invadono le strade trafficate del Medio Oriente, in Iraq sono diventate “indesiderate”, così come l’alcool, la musica pop e i film stranieri, considerati teologicamente impuri da un sempre più crescente numero di zeloti islamici. Quello delle falafel è forse uno degli esempi più bizzarri quanto significativi, della trasformazione che sta subendo il paese, una talebanizzazione, un incancrenirsi dei divieti religiosi, un affondare nell’ignoranza per soggiogare una popolazione schiacciata dalla violenza. Da due settimane squadroni della morte, girano tra i banchetti di falafel ordinando ai venditori di chiudere. Molti di loro, all’inizio, ne hanno riso, fino a qualche giorno fa, quando due esercenti sono stati uccisi a sangue freddo. “Sono venuti e ci hanno detto che avevamo 14 giorni per andarcene. Ho chiesto quale fosse il problema – racconta Abu Zenab, 32 anni, mentre prepara le palline di ceci da far friggere nel pericoloso quartiere di Dora – ho spiegato che davo solo da mangiare alla gente, ma loro mi hanno risposto che non esistevano le falafel al tempo del profeta Maometto, e che quindi non ci dovevano essere ora”. Per i fondamentalisti dell’Islam l’epoca ideale era rappresentata da quella vissuta dal profeta e sono disposti a tutto, perfino ad uccidere per riportare indietro le lancette del tempo alle origini dell’Islam. “La prima risposta che mi è venuta in mente – continua Abu Zanab - è che non c’erano neanche i kalashnikov ai tempi di Maometto, ma poi ho pensato che era meglio stare zitto, non avevo di fronte persone con uno spiccato senso dell’umorismo e la vita di questi tempi è un bene che si perde troppo facilmente”. Il perché i venditori di falafel, siano finiti sulla lista nera dei militanti, e non quelli di kebab o della pizza, resta un mistero. Qualcuno azzarda dicendo che è uno dei pochi sapori che la cultura araba ha in comune con quella ebraica. Ma d’altra parte resta un’incognita anche il motivo per il quale gli uomini in pantaloncini sono considerati indecenti: dieci giorni fa, due giocatori e un allenatore della squadra nazionale di tennis sono stati uccisi, e minacciati alcuni della nazionale di calcio. Così come non piacciono le barbe tagliate a pizzetto o la maionese (un prodotto importato da Israele). Perfino la fiorente e cattiva abitudine di fumare è stata messa al bando almeno in un quartiere sunnita di Baghdad. Impossibile la situazione per le donne, ormai tutte, che siano musulmane o cristiane girano con il velo, le gonne si fanno sempre più lunghe e per loro, in alcune zone di Baghdad è vietato guidare, girare con uomini che non siano familiari, salire sugli autobus. Niente magliette con scritte in inglese, così come è vietato esibirsi per attori e ballerini. Fatwe, sentenze religiose sono state emesse contro insegnanti, poeti, pittori e omosessuali. Nel mirino anche i preziosi venditori di ghiaccio, in una Baghdad che raggiunge in questo periodo i cinquanta gradi centigradi, spesso senza elettricità, rappresentano un servizio essenziale per la popolazione. Quando due uomini dall’aspetto religioso minacciarono Akram Zidewi, un venditore di ghiaccio, il diciannovenne sorpreso pensò che la situazione era troppo ridicola per essere vera. “Due settimane fa era tornato a casa dicendo che era stato minacciato – spiega Ghassan, il fratello maggiore di Akram – mia madre lo ha pregato di lasciare il lavoro, ma lui si è messo a ridere, pensava fosse impossibile che potessero ucciderlo, ma due giorni dopo sono tornati gli hanno sparato un colpo in testa e con lui  hanno ucciso due suoi colleghi”. Nel frattempo se qualcuno in tutta questa vicenda è riuscito a fare buon viso a cattivo gioco, sono i barbieri: sommersi di lavoro da giovani ansiosi di liberarsi dei loro moderni pizzetti in vista di una barba più consona al rigore dell’Islam. Il mese scorso Mustafà Jowad è stato ucciso perché girava con un semplice pizzetto. “Dopo la morte di Mustafà, ho dai 20 ai 30 clienti al giorno che mi chiedono di raderli – dice Sinan al Rubei, un barbiere del quartiere di Adamiya – magari in giorno i mujahedeen, insisteranno a radere tutta la testa, allora sì che diventerò ricco”.

    June 01

    Recent Iraqi shootings highlight civilian deaths

    The Associated Press

    Updated: 7:53 p.m. ET May 31, 2006

    BAGHDAD, Iraq - The shooting death of a pregnant Iraqi, apparently by U.S. troops, as she was rushing to a hospital threw an intense spotlight Wednesday on the troubling issue of Iraqi civilian deaths.

    Iraqi police and witnesses said the troops gunned down the woman and her cousin in their car. The U.S. military said the car entered a clearly marked prohibited area but failed to stop despite repeated signals; shots were fired to disable the vehicle, it said.

    More than 4,000 Iraqis — many of them civilians — have been killed in war-related violence this year, including at least 936 in May alone, according to an Associated Press count. That makes May the second-deadliest month for Iraqis over the past year. Only March recorded more fatalities.

    The figures show that civilians, not Iraqi security forces, are increasingly the casualties of violence. Eighty-two percent of the war-related Iraqi deaths recorded in May were civilians, compared with 61 percent in May 2005, when 746 Iraqis were killed.

    But the most striking change would seem to be that the insurgents are not nearly so willing to sacrifice themselves as they were a year ago. During May 2005, about 36 suicide bombings killed at least 331 Iraqis and wounded 962.

    This May, by contrast, 11 suicide attacks killed at least 98 Iraqis and wounded 283 — about one-third of the casualties of 12 months earlier.

    Much of the violence is the result of Iraqi attacks.

    ‘May God take revenge on the Americans’
    But on Tuesday, Nabiha Nisaif Jassim, a 35-year-old pregnant woman, and her cousin Saliha Mohammed Hassan, 57, became the latest victims of what many Iraqis think is the American troops’ disregard for life.

    Jassim’s brother, Khalid Nisaif Jassim, said he was speeding to get to a maternity hospital in Samarra when shots were fired at his car. He said the shooting happened on a side road that the U.S. military closed two weeks ago. News of the closure, he said, was slow to reach the rural area just outside Samarra where his family lives.

    The cousins’ bodies were taken to Samarra General Hospital, where relatives said doctors struggled to save Jassim’s baby but failed.

    The U.S. military said its forces “later received reports from Iraqi police that two women had died from gunshot wounds at the Samarra Hospital and one of the females may have been pregnant. The incident is under investigation.”

    Nabiha Nisaif Jassim is survived by a husband, 36-year-old Hussein Tawfeeq, and two children, Hashimayah, 2, and Ali, 1. Tawfeeq was waiting at the hospital for his wife when she was shot.

    “May God take revenge on the Americans and those who brought them here,” Jassim’s brother told the AP. “People are shocked and fed up with the Americans. People in Samarra are very angry with the Americans not only because of Haditha case but because the Americans kill people randomly, especially recently.”

    At a time when U.S. Marines are investigating an alleged massacre of Iraqi men, women and children in the town of Haditha last fall, the military says it constantly strives to avoid civilian casualties.

    “The loss of life is regrettable, and coalition forces go to great lengths to prevent them,” the military said of the Samarra shooting.

    Up to 50,000 lives claimed
    Many Iraqis say they are fed up.

    Speeding toward U.S. military checkpoints or convoys or living next door to a suspected insurgent hideout has cost many Iraqis their lives since U.S. troops invaded in 2003. Although figures are not available, it is commonly believed by Iraqis that hundreds of people may have died this way.

    Following incidents similar to that in Samarra, the U.S. military has offered financial compensation to the victims’ families and a verbal apology delivered by an officer.

    Most accept the money. But in some cases relatives refuse, viewing the cash offer as an insult. U.S. personnel are in some cases met by angry relatives shouting abuse.

    Anti-U.S. sentiments are whipped up by incidents like Samarra. In addition to Haditha, major abuse cases such as the scandal at the U.S.-run Abu Ghraib prison or the alleged bombing by U.S. warplanes of a wedding in western Iraq in 2004 that killed about 45 people also foster rage at American troops.

    Various independent estimates indicate violence in Iraq may have claimed up to 50,000 lives since the invasion. Most are victims of insurgent attacks and sectarian violence.

    Bush comments about Haditha incident
    But in the highly sensitive debate over Iraqi civilian casualties, the alleged Haditha massacre has the potential to be a defining episode.

    It could further chip away at popular support for the war in the United States and undermine the reputation of the Marine Corps — one of the U.S. military’s most respected institutions.

    In his first public comment on the Haditha incident, President Bush said Wednesday that he was troubled by allegations that Marines had killed unarmed Iraqi civilians and that, “If in fact laws were broken, there will be punishment.”

    What is known about what happened at Haditha is that a bomb rocked a U.S. military convoy and left one Marine dead. Angered by the loss, the Marines then shot and killed unarmed civilians in a taxi at the scene and went into two homes and shot other people, according to Rep. John Murtha, a prominent critic of the Iraq war.

    The circumstances surrounding the killings appear to match the charges Iraqis never tire of repeating about the behavior of American troops in the immediate aftermath of an attack or a bombing, particularly when they suffer casualties.

    Iraqis consistently speak of random shootings and arbitrary arrests. The U.S. military routinely denies such allegations, but others have also suggested that anger may have played a role in events in Haditha.


    Lance Cpl. James Crossan of North Bend, Wash., who was wounded in the roadside bomb attack in Haditha on Nov. 19, told a Seattle television station that some of the Marines might have snapped after seeing one of their own killed in action.

    “I think they were just blinded by hate ... and they just lost control,” Crossan told NBC affiliate KING-TV.

    With nearly 2,500 servicemen killed and many thousands more wounded, American troops have been battling a stubborn and brutal insurgency. They also must cope with language and cultural barriers.

    Some U.S. troops are now on their third deployment in Iraq, and the stress of combat in a country where almost anyone is a potential enemy can be immense. The Marine unit involved in the alleged Haditha killings was on its third tour in Iraq.

    Narmin Othman, Iraq’s environment minister and former acting human rights minister, blames ignorance of local history, culture and traditions for some abuses committed by Americans in Iraq.

    “Occasionally, the conduct of American troops in Iraq regarding human rights has been disappointing,” Othman said. “But that goes for Iraqi forces too.”

    Presentazioni Libro!!!

    edizioni la meridiana

    comunicato stampa

     

     

     

    A Merate (LC) e Venezia i prossimi appuntamenti della giornalista di guerra Barbara Schiavulli per la presentazione del suo libro “Le farfalle non muoiono in cielo”. A Merate l’appuntamento è per Martedì 6 giugno alle ore 21,00 presso la libreria “La Cicala” in via Statale 5/L. Mercoledì 7 Giugno alle ore 18,00 presso l'auditorium di San giovanni Evangelista a Venezia, a presentare il libro, oltre all'autrice, ci saranno il fotografo Pierpaolo Cito, il neodeputato Alì Rashid e l'assessore della Provincia di Venezia alle politiche sociali Rita Zanutel. Modererà il giornalista Raffaele Palombo.

     

    Barbara si occupa soprattutto di questioni del Medio Oriente, ha seguito la seconda Intifada, il conflitto in Kashmir, in Afghanistan, il colpo di stato ad Haiti, la guerra in Iraq e tutto quello che ne è seguito. Nei suoi reportage cerca di combinare la cronaca dei fatti con la denuncia dei crimini contro l'umanità. Scrive per Avvenire, L'Espresso, L’Eco di Bergamo, Il Messaggero e collabora con radio e televisioni.