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23 June Pubblicità Proghesso?GERUSALEMME - Una bellissima donna abbronzata dentro ad un bikini striminzito in posa provocante sul davanzale di un grattacielo di Tel Aviv: è questa la nuova immagine di Israele che lancia il consolato israeliano a New York in collaborazione con la rivista maschile Maxim che nel prossimo numero pubblicherà un allettante servizio sulle soldatesse israeliane. E in Israele monta la rivolta delle donne. “Di certo abbiamo problemi di pubbliche relazioni e sono a favore delle soluzioni creative – ha commentato Colette Avital, parlamentare del partito Laburista ed ex console generale proprio a New York – ma ci sono abbastanza cose belle e interessanti in questo paese da non dover usare donne mezze nude per attirare turisti. Questa è pornografia”. Ma lo scopo è quello stuzzicare l’attenzione degli uomini dai 18 ai 35 anni: “I giovani non hanno nessuna opinione verso Israele, l’idea è quelli di attrarli”, ribatte David Dorfman, un consigliere del consolato. E così l’Israele della pace che non c’è, la Terra Santa dove ogni anno arrivano centinaia di migliaia di pellegrini, preferisce farsi passare per il paese delle spiagge, delle discoteche piuttosto che per quello traboccante di ultra ortodossi e in stato di emergenza dalla sua creazione. Le pietre dello scandalo sono quattro ex soldatesse, tra le quali, Nivit Bash, ex agente dell’intelligence e Gal Gadot, miss Israele nel 2004 e ex fitness trainer nell’esercito, la sua foto in costume è finita anche sul New Yort Post con sotto la scritta “Pace in Medio Oriente”. “Non penso sia pornografia – si difende la bellissima Gadot - Israele è una democrazia e questo è quello che conta”. E democrazia sia anche se super protetta, lo si è visto ieri al Gay Pride che si è tenuto in tardo pomeriggio a Gerusalemme. 7000 poliziotti per difendere dagli ultraortodossi, circa 2000 donne e uomini gay che hanno percorso in tranquillità meno di un chilometro del centro. La battaglia per poter scendere in piazza è stata feroce, gli estremisti religiosi hanno fatto di tutto per bloccare la manifestazione, ma sono stati alla fine messi all’angolo dalla legge e dalle idee. “Sono malati, andrebbero riabilitati come si fa con i tossicodipendenti. Gerusalemme è la città di Dio, è un sacrilegio che loro siano qui”, ci dice un haredim, mentre trattenuto in un angola dalla polizia, urla “Bushar, bushar” (imbarazzo). Decine di fermi, qualche arresto di religiosi trovati con molotov e ordigni esplosivi. In Israele sembra che le idee diverse si possano esprime solo quando in giro ci sono molti poliziotti e pochi sassi. Ma gli scandali non finiscono qui, se le donne in costume possono invogliare il turismo, se i gay possono sotto scorta manifestare per i propri diritti, l’immagine di un kamikaze può essere usata per la prossima campagna shock contro la droga. “Non importa se si arrabbieranno con me, ma i ragazzi che consumano droga sono in aumento e niente sembra essere efficace, negli ultimi mesi ne sono morti sette, i giovani ormai non leggono, non ascoltano, bisogna colpirli”, spiega Haim Messing, dell’Autorità contro la droga. Proprio come i video degli attentatori suicidi diffusi in rete dopo un attentato, in tv apparirà un ragazzino che tiene una bottiglia come un’arma e una cintura, che invece dell’esplosivo contiene tutti i tipi di droghe: “Il mio nome è Omer Kendel, ho 16 anni e vengo da Ra’nana, voglio dire addio ai miei genitori e a mia sorella e andare ad una festa a Tel Aviv. Esiste un solo modo per essere liberi: bere, drogarsi e uscire di testa. Mamma non piangere, sto andando in paradiso”. E infine la scritta: Drogarsi è un suicidio. vita da profughiSono centinaia le persone ammassate a Eretz, sul confine tra Gaza e Israele. I cancelli sono chiusi, il lungo tunnel che ricorda l’antro di un inferno è affollato di gente e valigie. Di persone che vogliono scappare e non ci riescono. Nei sacchetti, nelle borse ci sono i ricordi, ci sono le cose importanti prese al volo. Nei cuori invece c’è la disperazione per un paese dove non si è mai vissuti in pace e dove ormai solo la speranza è riuscita a fuggire. “Dateci asilo politico, in un paese arabo, in Europa, ovunque. Non ne possiamo più di vivere a Gaza”, dice Amir, un signore anziano da ore in fila. Intorno a lui le donne piangono, i bambini fanno i capricci, la pattumiera aumenta e il caldo soffoca. Dall’altra parte, Israele e la Cisgiordania che vorrebbero raggiungere, ma i portoni restano chiusi anche se gli israeliani sembrano ammorbiditi con il neo governo palestinese, ma ci vuole tempo per prendere delle decisioni. A Ramallah ad almeno tre ore di macchina da Gaza, un cellulare non smette di squillare. E’ la moglie di Alaa Yaghi, uno dei capi di Fatah a Gaza. Chiama in continuazione per aggiornare il marito sulla situazione. La voce dall’altro capo è concitata, sono due giorni che la donna si trova a Eretz, dove sta tentando di uscire con i suoi sei figli. Stanno sparando, hamas cerca di impedire alla gente di lasciare Gaza, Israele risponde, si saprà solo più tardi che ci sono stati due morti e diversi feriti. Yaghi sta facendo il possibile per ottenere i permessi, ma il tempo è tiranno. A lui, è andata meglio, membro del parlamento palestinese ha il permesso di entrare e uscire da Gaza. Venerdì scorso quando la Striscia stava per capitolare cedendo al controllo di Hamas, lui è dovuto scappare. “Ero un bersaglio, mi avrebbero ucciso, restando avrei messo in pericolo anche la mia famiglia”. Yaghi, 43 anni, si trova a Ramallah insieme ad almeno 150 compagni sparsi in vari alberghi, da giovani combattenti della sicurezza, capi e semi capi di al Fatah, fuggiti da Gaza, abbandonata al suo destino e ad Hamas. “Da qui seguiamo la situazione, il nostro pensiero principale è mettere in salvo le nostre famiglie e i civili, quelli di Hamas si sono rivelati per quello che sono: assassini brutali e senza etica”, ci racconta Yaghi. Durante gli scontri della scorsa settimana 160 palestinesi sono rimasti uccisi, tra i quali anche bambini e passanti. Chi è vivo, vorrebbe andarsene, in fondo Gaza non offre nulla, niente lavoro, niente prospettive, e adesso anche la violenza interna. Hamas che controlla tutto e vuole imporre uno stato islamico. “Ci stiamo dirigendo verso il disastro”, spiega Ibrahim Habib, un medico operatore umanitario. “Ci sono moltissimi feriti e malati che hanno bisogno di attraversare, ormai gli ospedali a Gaza sono diventate basi per i militanti di Hamas”. Ma più della sicurezza, i palestinesi hanno bisogno di cibo e benzina. Con i confini chiusi non entra molto, anche se Israele ha promesso di non provocare una catastrofe umanitaria, manca luce e acqua. Ma anche qualora arrivassero rifornimenti, tutti, un milione e due cento persone, si chiedono in quella che è l’area più popolata della terra, se Hamas permetterà che il cibo entri nelle case. Meglio andarsene. Dietro non si lascia molto. I palestinesi in attesa dormono per terra, si sono portati dei tappeti e dei pezzi di cartone, alcuni stanno sul cemento. “Abbiamo dormito qui per quattro giorni, ho lasciato Gaza City con la mia famiglia per cercare di andare in Cisgiordania, ma Israele non ci lascia passare”, racconta Amir che lavorava al palazzo presidenziale ora caduto nelle mani dei combattenti di Hamas. Ci sono anche altri uomini della sicurezza palestinese, che hanno abbandonato le armi e cercano di scappare, hanno paura di morire come i loro colleghi spinti giù dai tetti dei palazzi. Uno racconta che un suo collega è stato trascinato per le strade di Gaza e bersagliato di colpi di pistola. La paura regna sovrana e per molti di loro si chiama Hamas. A Eretz la gente si fa aria con giornali e ventagli, qualcuno si arrotola la maglietta intorno alla testa per proteggersi dal sole o si stringe sotto qualche tettoia di cemento. Alcune parti sono state distrutte dai saccheggi dei giorni scorsi che hanno attaccato qualsiasi postazione politica o militare palestinese. Dall’altra parte gli israeliani osservano quel mare di gente, urlano di andare indietro ogni volta che qualcuno tenta di avvicinarsi al cancello. Ieri quelli di Hamas hanno sparato contro di loro, e i soldati hanno risposto uccidendo almeno due palestinesi e ferendone una trentina. Hamas sa che fino a che qualcuno sparerà, gli israeliani non apriranno le porte e hamas non vuole che la gente non lasci la sua nuova piccola povera fortezza. Fatima piange. Viene da Khan Younis, accanto a se ha suo marito e suoi cinque figli. “Vogliamo solo andare a Ramallah”, dice con la voce spezzata spiegando che desidera raggiungere la Cisgiordania, suo marito lavora nella polizia, è un sostenitore del presidente Mahmoud Abbas, una scelta che oggi può significare la condanna a morte. “Sono venuti nella nostra casa, hanno preso le armi di mio marito e ci hanno minacciato - dice la ragazza riferendosi ad Hamas – abbiamo i soldati israeliani davanti e i militanti dietro, che dobbiamo fare?”. Quelli di Hamas si muovono tra la gente, controllano le macchine, montano posti di blocco, chi è di Al Fatah viene arrestato e portato via. Il ministro della Giustizia israeliano, Daniel Friedman, ha lanciato un invito, il primo, a facilitare il passaggio dei palestinesi che vogliono uscire: “Se non sono di Hamas, non sono nostri nemici”.
Cristiani a GazaGERUSALEMME - Majed ha paura. Non tanto per se stesso, quanto per la sua famiglia. Ha una moglie e quattro figlie. “Vivere a Gaza non è mai stato facile, ma ora la situazione è sfuggita di mano. Tra me e i miei vicini non c’è mai stata differenza, ora invece mi sento, mi fanno sentire diverso”. Majed è cristiano. Non ce ne sono molti, un paio di migliaia che per secoli hanno vissuto insieme ai musulmani, accomunati da un’origine uguale per tutti, quella di essere palestinesi. Ora non è più così. Con Hamas al potere nella Striscia, padrona di un milione e 200 mila persone disperate, sono sempre le minoranze le prime a pagare. Tanto più che il movimento radicale per quanto si presenti compatto nelle sue esternazioni, nelle sue iniziative politiche o militari, in realtà all’interno è frazionato, ci sono gruppi più moderati, altri più radicali, che si stringono intorno al cuore dell’organizzazione ma sono liberi di agire in quella terra di nessuno. La violenza contro i cristiani e i suoi simboli è esplosa una settimana fa. Attacchi, vandalismi, editti allo scopo di terrorizzare la gente. “I cristiani possono continuare a vivere sicuri a Gaza – dice lo sceicco Abu Saqer, un leader di Hamas e capo di un gruppo salafita – a patto che accettino la legge islamica, il che include il bando degli alcolici, di internet, delle piscine e delle donne che vanno in giro con la testa scoperta”. Ma non è solo questo. La scuola delle Suore del Rosario lo sa bene. Il suo monastero e la chiesa sono state saccheggiate. “L’entrata principale è stata distrutta con una granata, uomini armati mascherati sono entrati, hanno distrutto le bibbie, le croci, messo a ferro e a fuoco tutto, hanno preso i computer. Il danno causato solo all’interno ammonta a circa 100 mila euro, senza contare i muri esterni e il cancello”, spiega padre Manuel Musallam, il responsabile della comunità cattolica Gaza. Il prete è cauto, non è il momento di parlare di responsabilità, la situazione è tesa. “I cristiani hanno vissuto in pace e sicurezza con i musulmani per molti anni, ma quelli che ci hanno attaccato stanno cercando di sabotare questa relazione”, dice il prete. Sta di fatto che dopo l’atto di vandalismo si è scatenato, ha chiamato sia quelli di Fatah che quelli di Hamas. Le due fazioni si biasimano e si incolpano l’un l’altro, ma entrambi promettono di proteggere i cristiani. “Sono nostri fratelli e noi faremo di tutto per rendere sicuri i luoghi santi, le scuole così come facciamo con le nostre”, afferma Salah Bardawil, un parlamentare di Hamas convinto che ci siano gruppi che lavorano per danneggiare l’immagine di Hamas. Padre Manuel spiega che Hamas si è perfino offerta di pagare i danni della chiesa. Ma lo sceicco Abu Saqer, non è uno qualunque, appartiene ad Hamas ed è stato chiaro, i cristiani devono seguire le regole se vogliono vivere in pace: “La mia organizzazione e altri movimenti islamici controlleranno che le scuole cristiane e le istituzioni mostrino pubblicamente quello che insegnano per essere sicuri che non si facciano proselitismo. Come per i bar o il velo per le donne, chi non rispetterà le nostre regole subirà severi provvedimenti”. Ci sono tre scuole cattoliche a Gaza con un migliaio di studenti, tra i quali solo 150 cattolici. Tre giorni fa, nel mirino degli integralisti è finita anche la chiesa greco ortodossa. Domenica invece il pastore Hanna Massad, della chiesa battista che ha circa 150 fedeli, ha dovuto interrompere la funzione perché fuori sparavano. “Siamo preoccupati, la maggior parte della gente è ancora sotto shock. Non possiamo che aspettare e vedere che succede, ma comunque vada non è facile restare qui”. Fuga da GazaRAMALLAH - Il cellulare non smette di squillare. E’ la moglie di Alaa Yaghi, uno dei capi di Fatah a Gaza, chiama in continuazione per aggiornare il marito sulla situazione a Gaza. La voce dall’altro capo è concitata, sono due giorni che la donna si trova a Eretz, il confine israeliano dove tenta di uscire con i suoi sei figli. Stanno sparando, hamas cerca di impedire alla gente di lasciare Gaza, Israele risponde, si saprà solo più tardi che ci sono stati due morti e diversi feriti. Yaghi sta facendo il possibile per ottenere i permessi, ma ci vuole tempo. A lui, è andata meglio, membro del parlamento palestinese ha il permesso di entrare e uscire da Gaza. Venerdì scorso quando la Striscia stava per capitolare cedendo al controllo di Hamas, lui è dovuto scappare. “Ero un bersaglio, mi avrebbero ucciso, restando avrei messo in pericolo anche la mia famiglia”. Yaghi, 43 anni, si trova a Ramallah insieme ad almeno 150 compagni sparsi in vari alberghi, tutti piuttosto lussuosi per il cuore della politica palestinese, da giovani combattenti della sicurezza, capi e semi capi di al Fatah, fuggiti da Gaza, abbandonata al suo destino e ad Hamas. “Da qui seguiamo la situazione, il nostro pensiero principale è mettere in salvo le nostre famiglie e i civili, quelli di Hamas si sono rivelati per quello che sono: assassini brutali e senza etica”, ci racconta Yaghi. Durante gli scontri della scorsa settimana 160 palestinesi sono rimasti uccisi, tra i quali anche bambini e passanti. Ma se a Gaza Hamas ha schiacciato al Fatah, in Cisgiordania sta avvenendo il contrario. Quelli di Al Fatah incendiano uffici, occupano municipalità come quella di Nablus, minacciano e rapiscono membri della movimento radicale. “Stiamo cercando di abbassare la tensione nei territori. La nostra fortuna è essere l’unico referente per l’occidente e Hamas verrà stretta in una morsa”. Al Gran Park Hotel tra una riunione e l’altra, i fedeli di al Fatah, soprattutto quelli più giovani, si concentrano nella hall, devono tè e caffè, fumano, bivaccano, cercando di capire che ne sarà del loro futuro di esiliati. I telefoni sono sempre occupati, chiamano le famiglie a Gaza, molti di loro raccontano che Hamas ha perquisito le case, portato via armi e documenti. “I militanti hanno detto a mia moglie che volevano tutto quello che apparteneva al governo”, dice un agente della sicurezza palestinese. Non vogliono fare nomi, si sentono in pericolo. Un suo collega racconta invece che la sua macchina è stata sequestrata, insieme a un kalashnikov e alcune granate. Parlano degli scontri, della gente chiusa in casa, della superiorità di Hamas che non ha esitato a uccidere personale della sicurezza palestinese, poliziotti e non tutti legati ad al Fatah. “Sono dovuto scappare perché il mio nome basta per farmi uccidere”, dice un parente di Mohammed Dahlan, l’ex capo del consiglio di sicurezza nazionale, la cui casa è stata messa a ferro a fuoco. Ora è un loro avamposto. Di Dahlan, giunto a Ramallah, si sono perse le tracce, Hamas lo vuole morto, mentre alcuni esponenti di Fatah hanno chiesto al presidente di processare Dahlan per fargli spiegare le ragioni della sconfitta di fronte alle forze di Hamas. Yaghi scuote la testa: “Siamo molto divisi all’interno di Fatah, e questo è il nostro principale problema. Non riusciamo ad essere compatti, è una specie di maledizione che continua a spingerci verso il fondo. D’altra parte nessuno di noi è qui per vivere in pace, ma solo per rimanere aggrappati a questa terra. Finché morte non ci separi”. 21 June HAMAS VS FATAHRAMALLAH - L’odore del fumo impregna l’aria già dal secondo piano. Ma solo quando si arriva al quarto ci si rende conto che del negozio di Amjad Barghouti non resta niente. Il fuoco ha distrutto i muri, inghiottito la mercanzia, sciolto il ferro. Se l’incendio non fosse stato controllato da chi lo ha appiccato sarebbe divampato in tutto il centro commerciale a due passi da Al Manar, la piazza principale di Ramallah trafficata e pullulante di macchine e gente come sempre. “Sono arrivati in 15 verso mezzanotte armati di M16, dicendo che dovevano eseguire degli ordini hanno neutralizzato la guardia e hanno fatto irruzione nel mio negozio, hanno rubato quello che potevano portare via, poi hanno sparso alcune taniche di benzina e hanno bruciato tutto. La guardia ha giurato che erano agenti della sicurezza. Uomini di Al Fatah”, racconta Amjad con gli occhi arrossati, un po’ per la commozione e un po’ per il fumo che ancora aleggia dopo qualche giorno. Gli operai sono al lavoro, rimuovono le macerie per dare agli elettricisti il tempo di intervenire. Amjad è un membro di Hamas, suo fratello nel governo precedente, durato solo tre mesi, era il ministro per i Governatorati Locali, e ora è nel mirino dei militanti di Al Fatah. Quello che sta accadendo a Gaza, dove Hamas al potere ha perfino messo in piedi veri e propri tribunali popolari per processare quelli di Al Fatah, accade al contrario in Cisgiordania, dove i membri di Hamas sono nascosti per paura della rappresaglia del partito avverso. A Nablus e a Jenin dove detta legge l’ala armata di al Fatah, le Brigate di Al Aqsa, sono stati distribuiti volantini con i nomi di medici, professori, uomini di affari, politici, legati ad Hamas e quindi ricercati. Se la politica avanza, fa piani e progetti, per le strade, la tensione impregna l’aria, come il fumo del negozio di Amjad. “Non si può fare pressioni su pressioni e poi pretendere che la situazione non scoppi. Hamas è stata tradita, era stato chiesto di entrare in politica, ma nel momento in cui abbiamo vinto le elezioni il governo palestinese è stato isolato. E’ questa la democrazia? – dice Amjad – se domani ci fossero elezioni, non andrei a votare, quelle del gennaio scorso furono serene e con molta partecipazione come l’Occidente voleva, ma il risultato non è piaciuto. Non possono pensare che andremo a votare fino a quando la comunità internazionale sarà contenta”. Hamas scompare nelle strade polverose della Cisgiordania, ma inneggia in quelle di Gaza, “L’Occidente sta facendo politica ricattando con i soldi degli aiuti”, ci dice al telefono da Gaza, Fauzi Barhoum, portavoce di Hamas che non riconosce il nuovo governo di emergenza, fatto di ministri indipendenti e voluto dal presidente Mahmoud Abbas per superare la crisi politica e sbloccare i centinaia di milioni di dollari congelati dai paesi donatori che non accettano al governo la presenza di Hamas, organizzazione iscritta nelle liste del terrore. “Dando sostegno finanziario all’Autorità Palestinese, l’occidente appoggia un governo illegittimo”. Le contraddizioni di questa ultima crisi interna palestinese sembrano evidenti, ma la violenza? “Non so cosa stia esattamente succedendo a Gaza – spiega Amjad reggendosi la testa tra le mani, ma so cosa significa essere una vittima – e non sono sicuro che appoggerei tutto quello che Hamas sta facendo nella Striscia. Ma la violenza non può durare per sempre, Hamas è esplosa ma solo perché vi è stata spinta. Gaza è una gabbia che bolle e la Cisgiordania potrebbe diventarlo. Nessuno di noi ha chiesto di tagliare i ponti con il presidente. E’ lui, il “moderato”, che non ci vuole parlare”.
18 June Razzi su Israele, torna la paura
GERUSALEMME - Nessun ferito, i due katyusha lanciati dal Libano in Israele, non hanno colpito nessuno, ma la paura ha fatto centro. Gli israeliani del nord non hanno dimenticato il terrore dell’anno scorso quando durante la guerra tra Hezbollah e Israele, chiusi nei loro bunker sentivano cadere decine di razzi. Ma questa volta non sono piovuti missili Hezbollah, il partito di Dio ha smentito subito, i katyusha sono stati lanciati dai palestinesi sgattaiolati fuori da qualche campo profugo ed eludendo la fitta sorveglianza delle truppe Unifil, il contingente delle Nazioni Unite di stanza nel sud del Libano, hanno sferrato il loro attacco, il primo dalla fine della Seconda Guerra del Libano.
Nel mirino Kiryat Shmona, un paesino nell’estremo nord est di Israele dove sono caduti due razzi. “E' stato un puro se non ci sono stati morti”, ha sottolineato Haim Barbicai, il sindaco spiegando che una delle esplosioni si è verificata a breve distanza da un gruppo di operai che avevano appena lasciato il loro stabilimento danneggiato poco dopo da un razzo. La seconda invece è avvenuta vicino ad un quartiere residenziale, mentre il terzo razzo è atterrato accanto ad una base Onu non lontano dalla cittadina libanese di Houla. Un quarto difettoso non è partito, ed è stato rimosso dagli artificieri delle Nazioni Unite, giunti nella zona orientale di Aadaisse sotto la responsabilità del contingente spagnolo, una trentina di km ad est di Tiro. Quattro le postazioni di lancio trovate. Immediata la reazione dell’esercito libanese che ha chiuso la zona, montato posti di blocco nel tentativo di fermare una macchina sospetta, che aveva lasciato la zona collinosa popolata di boschi.
“Neghiamo qualsiasi coinvolgimento nell’operazione”, ha voluto precisare Hezbollah così come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. “L’Unifil ha aperto un’inchiesta per andare a fondo dell’incidente – ci ha spiegato il colonnello Fabio Mattiassi, portavoce del contingente italiano presente in Libano con 2500 soldati – per quel che ci riguarda non c’è alcuna variazione nel nostro stato di allerta, la soglia di attenzione resta alta”. Al contrario dell’est Libano, dove i militari in contatto con le autorità militari libanesi e israeliane, hanno schierato rinforzi e intensificato i pattugliamenti per evitare ulteriori attacchi. “Questa è una seria violazione dell’accordo per la cessazione delle ostilità”, ha detto Yasmina Bouziane, portavoce Unifil. Intanto con il calar della sera su invito della municipalità, è tornata la normalità a Kiryat Shmona. Nessun allarme e nessuna richiesta di scendere nei rifugi. Secondo gli artificieri, si è trattato di razzi katyuscia da 107 mm. dotati di una gittata di diversi chilometri. “Che il cielo ci aiuti se avremo un’altra estate come quella dell’anno scorso. Sarebbe una tragedia”, ha detto il sindaco Barbicai, che vuole una risposta ferma sia al governo libanese che a quello israeliano rammentando che durante i 34 giorni di guerra più di quattromila katyusha caddero nel nord di Israele la maggior parte dei quali proprio sulla sua cittadina. Gli israeliani temono la creazione di un fronte islamico compatto, che partendo dal nord del Libano con la crisi del campo profugo di Naher Bader in mano a radicali di Al Qaeda, scenda attraverso il sud degli Hezbollah, fino Gaza, stringendo un cappio intorno allo Stato Ebraico. Ma per il momento gli israeliani non sembrano avere intenzione di rispondere all’attacco venuto dal nord. “Osserviamo con profonda preoccupazione e crediamo che i palestinesi stiano cercando di trascinarci in una trappola”, spiegano fonti politiche israeliane. Secondo il premier israeliano Olmert in visita negli Stati Uniti, la soluzione migliore è quella di rafforzare e sostenere l’esercito libanese e i militari Onu.
La guerra è solo all'inizioHafez Barghouti, il direttore del quotidiano principale palestinese al Hayat al Jadidah (La Vita Nuova) è molto indaffarato: il giornale, in parte finanziato dall’Autorità Palestinese, sta per chiudere e lui è ancora indietro con il lavoro, la gente entra ed esce e lui lancia indicazioni veloci e precise. La notizia principale è il nuovo governo fatto di tecnici indipendenti che ieri ha giurato scalzando l’esecutivo precedente, guidato da un premier di Hamas. “Questo governo ha due compiti importanti, quello di mettere fine al blocco internazionale che ha impedito agli aiuti di raggiungere i palestinesi e soprattutto deve riottenere il controllo di Gaza. La gente vive in condizioni miserevoli, bloccata in casa, senza luce, acqua, benzina”. Come si riottene il controllo di Gaza? “Quello che so è che il processo sarà lungo, bisogna lavorare per far cadere Hamas, d’altra parte questa organizzazione non è in grado di governare nulla, sa solo distruggere. Hanno ucciso uomini delle forze di sicurezza, hanno sparato dai tetti, dicono di volere uno stato islamico, ma i religiosi non si comportano in questo modo. Senza contare che non si può avere il controllo su persone che vivono di aiuti umanitari, penderanno sempre dalla parte di porta cibo sopra alle loro tavole. Il governo di unità nazionale è durato tre mesi, poi la situazione è di colpo peggiorata. Ho la sensazione che tutto questo non sia accaduto per caso, Hamas ha una sua agenda, per quanto incomprensibile e poi hanno il sostegno di forze esterne come l’Iran che sembra volere destabilizzare tutta la regione. Mentre quale sarebbe lo scopo di Hamas? Forse pensavano di poter ottenere ulteriori concessioni dal presidente, ma Mahmoud Abbas non può neanche parlare più con loro, perderebbe la faccia e l’appoggio del suo partito, verrebbe scaricato da Al Fatah. Ormai tutti hanno capito che Hamas, ha due volti e due lingue. Credo anche che non sappiano veramente cosa vogliono, in realtà si sono lanciati in una guerra che non può portarli da nessuna parte. Vogliono più potere in Cisgiordania? Non è possibile da questa parte, al Fatah è forte e la gente non è in gabbia come a Gaza. Che succederà adesso nei territori palestinesi, con due governi, due premier, in una Gaza con una popolazione allo stremo delle forze? E’ difficile fermare il caos dilagante. Posso solo dire che Al Fatah non è stata sconfitta. La guerra non è finita, è appena cominciata”. Giura il nuovo parlamento palestineseGERUSALEMME - “Il nostro governo lavorerà per porre fine al caos e per garantire sicurezza alla nostra gente”, ha detto Salam Fayad, neo premier palestinese che, scelto il governo di emergenza, ha giurato davanti al presidente Mahmoud Abbas. Molti prima di lui hanno mormorato le stesse parole che si sono perse nel giro di un lancio di pietre tra le strade polverose e povere dei campi profughi palestinesi, soprattutto a Gaza, ormai da giorni senza acqua e elettricità. Ora, più che mai, la Palestina è divisa, quei pezzi di terra che puntavano ad essere uno Stato ora sono solo le macchie di un leopardo moribondo. Gaza da una parte, con il suo governo radicale e il suo primo ministro Haniyeh che non accetta di essere scalzato e la Cisgiordania con il suo nuovo esecutivo di emergenza, composto da tecnici e moderati, un fiore all’occhiello per l’Occidente pronto a sostenerlo nel tentativo di schiacciare e isolare Hamas, che dal canto suo, prendendo il controllo di Gaza, ha permesso che accadesse. Il nuovo governo che cercherà di attraversare la crisi, è composto da dodici ministri, nessuno dei quali neanche di Al Fatah. Formato da indipendenti, tra i quali alcuni uomini d’affari e attivisti per i diritti umani. L’unico schierato, il ministro degli Interni, Abdel Razek al Yiniyeh, un veterano dell’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e ministro degli Interni quando c’era ancora Yasser Arafat. Il primo provvedimento intanto del presidente Abbas, è stato di mettere fuori legge tutti i numerosi gruppi armati legati ad Hamas, considerati fautori di un tentativo di colpo di Stato finito nel sangue e nella presa della Striscia di Gaza. “Chiunque sia coinvolto nelle milizie di Hamas sarà punito secondo la legge e lo stato di emergenza”, dice il decreto. Immediata la reazione di Hamas, che in questo voltafaccia cisgiordano ci vede lo zampino di Israele e America. “Stanno facendo di tutto per abbatterci, ma Hamas è nei cuori dei palestinesi, e la resistenza non può essere fermata”, ha affermato Sami Abu Zuhri, portavoce del movimento radicale. Ma se il cuore dei palestinesi, a detta di Hamas, è con loro, il cuore dei politici di Al Fatah, il partito laico di Arafat è con i palestinesi: “Siete nei nostri cuori e in cima alle nostre priorità – ha detto Fayad rivolgendosi ai cittadini di Gaza – le immagini scure, le cose vergognose che sono successe e sono estranee alla nostra tradizione, non ci fermeranno. E’ ora di lavorare insieme per la Palestina”. Priorità del nuovo governo è la sicurezza. Difficile quella di Gaza, dove Al Fatah si è ritirata, tesa quella della Cisgiordania dove la situazione ribolle. Haniyeh, che fino a due giorni fa era il premier si rifiuta di riconoscere il nuovo governo, che non è stato approvato dal Parlamento con un decreto ad hoc. Hamas avrebbe la maggioranza del parlamento, sebbene Israele abbia arrestato quasi la metà dei legislatori di Hamas, mettendo in dubbio la maggioranza e rendendo difficile raggiungere il quorum. Questo ha reso possibile per Abbas di prolungare lo stato di emergenza ed emanare il decreto. Nessuno sa cosa potrebbe significare perdere la partecipazione politica di Hamas. Per anni si era cercato di coinvolgerli nel gioco politico per allontanarli da quello militare. L’organizzazione islamica nata per combattere l’occupazione israeliana, ha lentamente ottenuto il consenso dei palestinesi tanto da vincere le elezioni 18 mesi fa, infliggendo un colpo durissimo al partito moderato di Al Fatah ritenuto troppo corrotto. Ma per la comunità internazionale e soprattutto per Israele, il partito del presidente Mahmoud Abbas, resta l’unica alternativa possibile, e il nuovo governo apre le porte e le casse a decine di milioni di dollari di finanziamenti trattenuti perché un governo formato da elementi di un’organizzazione considerata terroristica come Hamas, aveva paralizzato non solo l’invio di soldi ma la possibilità a migliaia di persone di ricevere lo stipendio statale, nonché i soldi che normalmente servono per i servizi che offre uno stato. “Questo nuovo governo crea una nuova opportunità al processo di pace – ha detto il premier israeliano Ehud Olmert prima di partire per gli Stati Uniti dove incontrerà il presidente Bush – era tanto tempo che non avevamo una possibilità di dialogo. Un governo dove non c’è Hamas è nostro amico”. 07 June il darfur di khartoumAvrei un mucchio di cose da raccontare di questo viaggio allucinante nel mondo africano, ma non dormo da tre giorni, e questa è la prima sera che che ho qualche ora per farlo. Se penso che domenica ero in Libano poi in Italia, poi lunedi e martedi in etiopia e sempre martedì in Sudan e oggi in Darfur...
oggi siamo stati dimenticati dal convoglio che ci trasportava dopo la visita alle Nazioni Unite, ci hanno messo più di un'ora a venirci a prendere sotto i 44 gradi, circondati da polvere e terra, poi più tardi uno dei nostri compagni di viaggio in Darfur è inciampato, si è squarciato un braccio su un tavolino di vetro andato in frantumi. Non è bello essere medicati con tanto di punti in uno di quelli ospedaletti più abituati a cucire morti che una piccola ferita...
vado a nanna,
AL FASHER (DARFUR) - La carcassa di una mucca affiora sul ciglio della strada sterrata, la bocca ancora aperta, gli occhi infossati e le costole sporgenti sbiancate dal lavoro preciso di qualche uccello affamato, luccicano sotto un torrido sole africano. Il Darfur brucia ma non nel campo profughi di Abu Shouk ad un paio di chilometri dalla cittadini di al Fasher, la capitale nel nord del Darfur. Ci sono circa 40 mila rifugiati, ma nessuno sembra conoscerne il numero esatto. Abu Shouk è il grande zoo umano del governo sudanese. Scortato dall’esercito e da qualche macchina dell’Unione Africana, che di stanza ha qualche migliaio di militari che lavorano in una più o meno cooperazione con le Nazioni Unite anche loro presenti in una delle regioni più martoriate dell’Africa, un pulmino attraversa il campo, ci gira intorno, percorre viuzze mentre la gente, famiglie intere si lasciano osservare nel buco nero di una vita che non gli appartiene più. Solo i muli e i bambini sembrano divertirsi correndo verso le macchine lanciando sorrisi e saluti, gli adulti con i quali non è permesso parlare, sembrano delle statue in attesa di essere riportate da dove vengono o di restare lì, in quelle case di fango e paglia, circondati da staccionate di legno che ormai da anni li ospitano. Il temporaneo campo sta diventando una squallida cittadella del nord dove non ci sono fogne o acqua, dove lungo la strada principale ci sono enormi buche nel terreno dove butta tutta l’immondizia e poi le si da fuoco. Il convoglio del governo sudanese mostra la sua fierezza, sembra voler sfoggiare una forza che si concentra solo in alcune parti della regione. Per quanto tutti, dalle Nazioni Unite, all’Unione Africana, confermino un leggero miglioramento della situazione, la crisi umanitaria è devastante. E’ dal 2003 che il Darfur è schiacciato dalla violenza, da quando ribelli africani hanno cominciato a scontrarsi con la milizia janjaweed sostenuta dal governo sudanese. D’allora più di 200 mila persone sono morte e due milioni e mezzo sono state costrette ad abbandonare le loro case. “Sin dall’inizio il governo ha cercato una soluzione pacifica – ci spiega Osman Yousuf Kibier, il governatore del Nord del Darfur – e stiamo facendo del nostro meglio perché si raggiunga una tregua, in modo che il conflitto non si allarghi agli stati vicini”. Il governo sudanese non desidera la presenza di un contingente straniero troppo numeroso, visto come un’interferenza, preferisce l’armata dell’Unione Africana fatta di soldati di paesi del continente nero, che però non hanno né mezzi, né esperienza. “Il problema principale è trovare gli interlocutori, ci sono decine di gruppi ribelli, il lavoro è quello di creare un unico fronte con cui poter lavorare - ci dice un alto funzionario dell’Unione Africana che preferisce restare anonimo – quello che posso assicurare è che se nessuno fosse andato in Darfur oggi saremmo di fronte ad un genocidio. Abbiamo imparato la lezione del Ruanda”. Ma in Darfur, un’area vasta come la Francia, si continua a combattere e a morire. Gli americani hanno aumentato le sanzioni contro il Sudan, ma in realtà toccano di poco l’economia, soprattutto quella petrolifera del paese. Amnesty International, ha trovato un modo diverso di fare pressioni, ha affittato un satellite e deciso di pubblicare a soprattutto aggiornare continuamente con foto di villaggi o campi distrutti. “La nostra priorità è riportare a casa la gente. La nostra presenza risponde ad innumerevoli difficoltà – spiega Miguel Martin, il vice capo della missione delle Nazioni Unite in Darfur – molte cose vanno migliorate non solo nei campi, ma anche nella sicurezza, ma per questo serve tempo e risorse” e intanto le casette di terra e fango, dove la vita è solo una lunga attesa, aumentano. 02 June Libano in fiammeQuel sottile lembo di tregua che ancora reggeva si è definitivamente spezzato. Nessun accordo è stato raggiunto, le trattative sono state sospese, le armi hanno ricominciare a sputare fuoco. Violenti e pesanti i bombardamenti. L’offensiva finale è cominciata. L’esercito libanese che da ormai dodici giorni circonda il campo profughi di Naher Bader ha stretto il nodo intorno al collo di Fatah al Islam, il gruppo radicale legato ad al Qaeda. L’esercito durante la giornata di continui combattimenti ha conquistato due posizioni dei militanti, ma è dovuto arretrare di fronte al tentativo di penetrare all’interno del campo, per altro non consentito da una vecchia legge. Due i soldati libanesi morti, freddati dai cecchini, almeno 10 tra i militanti dei quali però non si conoscono le cifre precise. All’interno del campo nel nord del Libano sono asserragliati e in preda al panico circa cinquemila profughi palestinesi, scudi dei militanti e danni collaterali dell’esercito. Da dodici giorni manca, manca acqua, cibo ed elettricità e dopo un primo corridoio che era stato aperto qualche giorno dopo l’inizio della crisi, dal quale scapparono migliaia di persone, pochi sono riusciti varcare incolumi quella soglia presidiata dai cecchini di Al Fatah al Islam. Colonne di fumo nero salgono dal campo, per lo più dalla zona nord est dove i militanti sembrano essersi concentrati e anche dove le truppe hanno cominciato il loro ridispiegamento. Potrebbe essere una questione di ore, e di quel centinaio di combattenti, pronti a morire pur di non arrendersi, potrebbe non restare che un ricordo. La preoccupazione dei palestinesi è quanti civili debbano morire per liberare il campo. “Siamo con l’esercito ma fate di tutto per risparmiare le vite delle persone innocenti - ci ha detto Abbas Zaki, ambasciatore palestinese che ha curato le trattative fallite per una resa e una soluzione pacifica della vicenda – i nostri fratelli ci raccontano di cadaveri e feriti per le strade”. I soldati, che nei giorni scorsi, hanno ricevuto nuove armi da Stati Uniti e paesi arabi sono molto nervosi. Quattro navi della guardia costiera si sono avvicinate alla costa di Tripoli e si muovono velocemente verso la costa. “L’esercito sta cercando di impedire ai militanti di raggiungere i posti più alti per i cecchini – spiega un portavoce militare – Non siamo entrati, ma possiamo controllare degli interi palazzi da questa distanza”. Intanto dal campo profughi accanto, quello di Badawi, lo sceicco Mohammed al Hajii, dell’associazione dei clerici musulmani e fino a qualche giorno fa residente a Naher Bader, sta ancora cercando una soluzione. “Uccidere non è Islam, questi militanti anche se brandiscono il Corano non sono musulmani, stanno mettendo in pericolo la vita di donne e bambini. Dobbiamo trovare un compromesso”. Il premier Siniora durante la mattinata aveva incontrato l’ambasciatore libanese e lo aveva avvertito che “misure concrete sarebbero state prese per porre fine alla situazione di presa-di-ostaggi nel campo”. Anche nel sud, preoccupati che la vicenda di Naher Bader possa contagiare, se non irritare altre fazioni, soprattutto quelle contrarie alla soluzione armata, è salito lo stato di allerta dei militari libanesi. Con indosso gli elmetti, invece dei soliti berretti, ai posti di blocco hanno piazzato divieti di attraversare l’area meridionale per tutti gli stranieri senza il permesso del Mukabarat, i servizi segreti. Attento, ma tranquillo il contingente dell’Unifil, del quale fanno parte 2500 militari italiani. “Per ora non avvertiamo minacce. Continuiamo a svolgere le solite attività. Seguiamo con attenzione quello che succede nel nord del Libano – ci dice il maggiore Diego Fulco, portavoce di Unifil – al momento non rileviamo alcun cambiamento nell’atteggiamento della popolazione locale nei nostri confronti”.
mondo mineNAQOURA (Libano) - Mariam Halawi stava raccogliendo delle verdure in un campo con suo marito. Hanno una casetta nel sud del Libano, nel villaggio di Qaaqayet al Jisr. Piegata e concentrata Mariam, 35 anni, non si è accorta di aver messo il piede su un ordigno che al contatto è esploso. Ha visto nero per un attimo e poi più nulla. Da ieri, da quel momento in poi in poi, quando poco dopo un medico le ha amputato la gamba, la sua vita non è cambiata. Non potrà più correre con i suoi bambini, saltellare con loro, correre per non perdere un autobus. E’ stata colpita da una cluster bomb inesplosa, un regalino lasciato e lanciato dagli israeliani durante la guerra contro gli hezbollah l’estate scorsa. D’allora sono morte 28 persone per le bombe a grappolo (cluster) e le mine. Ma la situazione è molto più grave di quanto sembra, le Nazioni Unite di stanza nel Sud devono occuparsi di quattro milioni ordigni sparsi in 33 giorni di guerra, dei quali circa un milione non è ancora esploso. Tra le otto squadre che se ne occupano gestite dall’Unifil, c’è un gruppo di cinesi molto esperti. Le procedure sono molto rigorose, il rischio è altissimo e questi uomini protetti dalla testa ai piedi controllano centimetro per centimetro centinaia di km che devono bonificare. Entro il 31 dicembre 2008 quasi il cento per cento del sud dovrà essere libero di essere calpestato dalla sua gente che ora cammina a testa bassa per controllare dove mettere i piedi. La guerra continua, sono queste mine e bombe che falciano, mutilano e uccidono, senza chiedere carte d’identità. Nemici democratici che colpiscono tutti, messe dagli Hezbollah per ostacolare gli israeliani e lanciate dall’esercito di Tel Aviv che ha dato fondo ai magazzini. “Ci basiamo sulle informazioni locali, sulla ricognizione che ci porta a ridurre l’aerea di intervento e poi si smina – ci spiega il colonnello Edmondo De Pompeis, la nostra guida Unifil nel pericolo mondo delle mine – in genere in un’ora si possono controllare dai 2 metri quadrati ai venti”. Costruire una mina costa dai 3 ai 300 dollari per quelle più sofisticate, ma per rimuoverle dai 300 ai mille dollari. “Si spendono 300 milioni di dollari all’anno per lo sminamento nel mondo – ci racconta De Pompei – in Libano prima della guerra c’era stata una bonifica del settanta per cento, mine messe durante guerre e occupazioni precedenti, ma con il conflitto israeliano – hezbollah abbiamo dovuto cominciare tutto da capo, ci sono state fornite delle mappe da Israele sulle aree in cui sono state sganciati i missili. La gente ci aiuta, chiamano quando vedono qualcosa di strano”. I numeri fanno paura: un missile aereo rilascia fino a 800 bombe a grappolo e un proiettile di artiglieria ne offre circa 88. L’area che interessa il lancio di un missile pieno di bombe è pari a quello di un campo di calcio. “Bisogna stare a 25 metri di distanza dallo sminatore altrimenti è costretto a fermarsi”, ci dice il maggiore Li del contingente cinese che ci mostra uno dei suoi uomini che pazientemente controllano il ciglio della strada che confina con un campo, il cui proprietario ha chiamato quelli delle Nazioni Unite perché aveva visto del materiale sospetto che poi si è verificato essere qualcosa di pericoloso. “La situazione sul terreno è tranquilla, non abbiamo percezione di minaccia”, afferma Diego Fulco, portavoce del Generale Claudio Graziano, comandante di Unifil, la vera minaccia dopo tanti anni e tante guerre ora sta a 20 centimetri dalla superficie, sotto quella coltre di terriccio fertile che fa del Libano la rigogliosa terra dei cedri. viaggio nel sud del libanoAITA EL SHAAB - Un anno fa, il sud del Libano era una terra distrutta. I bombardamenti israeliani avevano raso al suolo parti di città, villaggi, strade e ponti nel tentativo di sradicare la presenza degli hezbollah nel sud. Non ci sono riusciti, ad un anno da quei 33 giorni di guerra, gli hezbollah sono ancora al loro posto e il sud rinasce sotto i colpi di martello e di cazzuola degli stessi ex militanti che imbracciavano i kalashnikov e lanciavano razzi. Il sud è un cantiere aperto. Il vento fresco solleva la polvere e avvolge le case tappezzate di poster con i visi sorridenti dei ragazzi morti, alcuni civili altri combattenti, tutti martiri per i residenti. Oltre Tiro, la cittadina più grande del sud del Libano, quasi ogni villaggio che scorre lungo la strada, è in fase di ricostruzione, dalle strade ai palazzi, dalle moschee alle scuole. Si passa per Kanaa, la città conosciuta per il massacro dei bambini, seguono dei piccoli centri, qualche villaggio cristiano e poi sulle verdeggianti colline che si affacciano sul confine israeliano le roccaforti della militanza. Aita el Shaab è una piccola città e i residenti si attengono ad un preciso ciclo quotidiano che comincia con il manquish, il tipico pane arabo piatto la mattina, continua con il macellaio, poi si dedicano al lavoro nei campi di tabacco, una preghiera al cimitero dei martiri e il resto del tempo lo dedicano alla ricostruzione del paese. Aita è stata attaccata più di trenta volte il luglio scorso. E’ qui che a pochi chilometri dal confine che gli hezbollah rapirono due soldati israeliani che avevano sconfinato con la loro pattuglia. Fu il pretesto di una guerra che durò 33 giorni e provocò la morte di 1200 civili libanesi, 140 israeliani e migliaia di profughi. Durante l’offensiva l’80% degli edifici di Aita vennero distrutti. Non vola una mosca senza il loro permesso degli Hezbollah, sanno subito chi arriva e chi va. D’altra parte sono lo Stato nel sud, erano quelli che prima della guerra hanno costruito scuole, moschee e servizi e che dopo con i soldi dell’Iran le hanno ricostruite. All’epoca della guerra un centinaio di combattenti si era asserragliato nel centro della città, rendendo impossibile per gli israeliani espugnarla. I soldati libanesi, che per vent’anni non hanno messo piede in questa zona, per la prima volta presidiano qualche incrocio. Hanno un’aria tesa, sanno di non essere amati nel sud, ma sanno anche che se gli hezbollah non vogliono, non corrono alcun pericolo. Uomini muscolosi con volti duri e barbe corte scorrazzano per le strade in motocicletta, anche loro sono stati combattenti. “La situazione è tranquilla – ci racconta uno di loro, è stata una battaglia dura, ma abbiamo vinto la guerra. Adesso vediamo quello che accadrà se loro - pensiamo a ricostruire la nostra terra, se gli israeliani metteranno un solo piede oltre la linea blu, ci penseremo noi se non lo farà l’esercito libanese o gli stranieri”, dice riferendosi a quelli dell’Unifil onnipresenti nella zona con 13 mila militari di cui 2500 italiani. Aita aveva 11 mila abitanti, fuggiti durante i bombardamenti, 7000 sono tornati con il cessate il fuoco, e in parte riandati via quando si sono resi dell’intensità della distruzione che li circondava. “Desidero vendetta per quello che è stato fatto qui – ci dice il nostro ex combattente che indossa una maglietta con la scritta US Army e in ghigno sulla faccia – ma gli israeliani hanno capito che siamo più potenti dei loro carro armati”. Gli hezbollah sono presenti ma quieti, le armi sono state deposte ma non consegnate a nessuna autorità e non vogliono rispondere se si domanda se, come sostiene l’intelligence israeliana, si stanno riarmando. “Siamo tutti armati qui ad Aita, ma avere un’arma non significa usarla”, confessa un altro ex militante che dice di chiamarsi Abu Yousuf. Non tanto lontano anche Bint Jbeil è una cittadina di 50 mila abitanti che gli israeliani non sono riusciti a conquistare. Ma ha subito danni devastati, il centro storico antico di cinquecento anni è stato raso al suolo. “Ci vorranno tre anni per ricostruire tutto – ci spiega l’ingegnere del comune Haissan Bazzi – 80% della città non c’è più solo nel centro storico sono state cancellate 1132 case, in un anno siamo riuscite a ricostruirne 400, ma la storicità del posto è andata perduta”. I soldi per la ricostruzione arrivano tutti dal Qatar, “Il governo? Dalla fine della guerra non lo abbiamo mai visto e né sentito, qui di sicuro non esiste”, ci dice l’ingegnere che spiega che i soldi arrivano tutti dai paesi arabi, soprattutto da Iran e Qatar. “Se riuscite ad incontrarlo chiedete voi al premier Siniora perché non viene ad aiutarci. Abbiamo bisogno di elettricità, acqua e linee telefoniche, meno male che ci sono gli Hezbollah”. |
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