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31 July A francesco (Ice) che ha commentato il pezzo sui profughiAvevo deciso di togliere il tuo commento, poi ho pensato che ognuno ha diritto ad un opinione, come ad una risposta. E questa è la mia: non credo che nessun popolo debba scomparire, non credo che nessuno stato non dovrebbe non esistere. Certo non tutti sono buoni, ma non tutti sono cattivi e questo rende ogni posto speciale. Ho conosciuto gente meravigliosa in Afghanistan, in Iraq, così come in Israele e negli Stati Uniti. Le scelte dei governi possono non essere condivise, ma non quelle che riguardano la vita delle persone. Se tu puoi augurare la sparizione di qualcuno, allora qualcun altro può farlo su qualcun altro ancora. Il punto è accettare che ci siamo tutti e che dobbiamo convivere nel miglior modo possibile. E che la guerra non dovrebbe mai essere una soluzione. IMMAGINA DI SVEGLIARTI UNA MATTINA...di Barbara Schiavulli
Immagina di svegliarti una mattina e di trovare un volantino abbandonato vicino alla tua porta di casa che dice che devi andartene perché la zona dove vivi sta per essere bombardata. Immagina di dover rientrare a casa con le mani che ti tremano e di dover dire alla tua famiglia che bisogna prendere solo le cose necessarie e di salire in macchina. Immagina di dire ai tuoi figli che non possono portarsi i giochi che hanno ricevuto al compleanno perché tolgono spazio alle provviste. Solo la più piccola può portare il coniglio che continua a stringere al petto perché non sa che cosa sta succedendo. Immagina di partire senza sapere dove andare né se mai potrai tornare o se mai ritroverai quella casa che stai ancora pagando o dove sei vissuto da sempre. Immagina di metterti in coda insieme a tutte le persone che conosci del tuo quartiere e che non sai se rivedrai mai più. Immagina di dover spiegare ai tuoi figli quello che sta succedendo, ma soprattutto di doverlo fare a te stesso. All’improvviso non hai più una casa, non hai più un lavoro, non hai più soldi, solo i vestiti che indossi, gli occhi angosciati di tua moglie, quelli addolorati di tua madre con il diabete. Immagina di svegliarti una mattina e di scoprire di essere un profugo. Sta succedendo ora, in questo momento, centinaia di migliaia di persone stanno fuggendo dalle loro case nel Libano. Si precipitano nelle loro macchine, sulle motociclette, sui furgoni e vanno alla ricerca di qualche centro di accoglienza, sfidando i bombardamenti e qualche volta non vincendo. Succede in Libano, succede in Afghanistan, succede in Iraq, succede durante qualsiasi guerra. Significa abbandonare tutto per potersi salvare, significa abdicare la propria vita e cercare di costruirne un’altra che non sarà mai più la stessa. A volte lungo questo viaggio all’inferno le famiglie si dividono, le persone muoiono senza che nessuno lo sappia. Si perde il proprio nome, si perde il proprio stato, si rinuncia a tutto e si vive giorno per giorno in mezzo a tanta gente, senza privacy, senza scopi se non sopravvivere. Si diventa tutti uguali, una massa di gente che ha fame, che ha freddo, che paga per una guerra che spesso non capisce. Più o meno 13 milioni di profughi in tutto il mondo. In Libano sono 700 mila i profughi, molti sono andati in Siria, molti altri sull’Isola di Cipro, altri nei centri delle Nazioni Unite allestiti in Libano, altri sono nascosti nelle case e non sanno come fuggire. I palestinesi sono milioni, vivono negli Stati intorno ad Israele ancora nei campi profughi che da cinquant’anni non hanno mai abbandonato, non hanno mai neanche pensato di costruirsi una nuova vita nel posto che li ospita tanto era il desiderio di poter tornare. Ma era solo un’illusione che i vertici della politica mediorientale, spesso continuano ad alimentare per usarli a secondo del momento. In Pakistan vivono due milioni di afghani, molti altri sono tornati indietro, avevano lasciato le loro case già distrutte da trent’anni di guerre per ritrovarle ancora più distrutte. Gli operatori internazionali hanno insegnato loro a camminare sulle strade e a non attraversare i campi infestati di mine di uomo, hanno spiegato che la guerra continua anche quando si smette di sparare. In Iraq molti cristiani se ne sono andati, la violenza interreligiosa, le minacce li ha costretti a ripiegare in Siria dove si sono creati veri e propri villaggi cristiani. E poi ci sono gli africani, i sud americani, i bosniaci, un mondo parallelo fatto di persone cacciate o scappate dal loro paese. Un giorno in Pakistan conobbi Khursi, trasudava di dolore. Era di Kabul, aveva 24 anni, tre figli, i capelli ricci legati con un nastro blu e un vestito stinto che le scivolava addosso lungo il corpo magro. Dimostrava almeno 15 anni di più. Faceva la maestra in Afghanistan, poi con l’arrivo del regime talebano, era fuggita con la famiglia in Pakistan in un campo profughi. Il marito, un uomo violento e senza scrupoli, aveva costretto la moglie a prostituirsi per guadagnare qualche soldo, un giorno lei restò incinta, e il marito la trascinò in ospedale per farla abortire. Quando si svegliò, la sua famiglia era scomparsa. Lui se n’era andato portando via i bambini e abbandonandola al suo destino. Dall’ospedale, sola in un mondo dove una donna deve vivere sotto la protezione di un uomo della famiglia, si ritrova confinata in un istituto statale, una specie di orfanotrofio per donne: una sera, una delle guardie che presidiano il posto, bussò alla sua camera, “preparati” le disse. Si ritrovò nel fango della prostituzione e più gli uomini abusavano di lei, più il suo mondo si restringeva, potevano violare il suo corpo, non la sua mente. Essere profughi significa anche vivere nel limbo di una vita che non c’è. Significa perdere ogni sicurezza, ogni sogno, ogni ambizione. Significa essere alla mercé di chi ti aiuta che a volte è molto buono e altre molto cattivo. Questo è successo durante ogni guerra, questo succede oggi in Libano, in questo momento, mentre uno si beve il suo caffè circondato dalle tue certezze. Che in un attimo possono sparire. Immagina di abbassare la tazza e di scoprire che questo non è l’incubo di qualcun altro, ma anche il tuo.
la seconda fase dell'offensivaMETULA (sul confine) – E’ cominciata la seconda fase dell’offensiva lanciata dall’Esercito israeliano nel sud del Libano. Le truppe di terra si sono spostate, hanno lasciato la zona centrale del confine, dopo essersi ritirati da Bint Jbeil una delle roccaforti degli Hezbollah e si sono trasferiti a Metula nell’estremo est del paese in quel dito di terra che si conficca tra il Libano e la Siria, vicino alla zona contesa delle Fattorie di Sheeba. Un serpentone infinito di carro armati, di bulldozer, di mezzi blindati e di autobombulanze. Migliaia di soldati affaticati si rifugiano nei loro carri in attesa di entrare in Libano in attesa di raggiungere quelle unità che sono già dentro. Sono le altre roccaforti da espugnare, quattro villaggetti, Taibe, Ad Deise, Far Kila, Deir Mimesi da cui già salgono alte colonne di fumo. Si sta combattendo furiosamente, lo dice l’odore di bruciato, lo dice il suono dei cannoni che sputano fuoco, lo diranno quelli che torneranno. “Ora non si può parlare con i soldati, sono chiusi nei carri stanno arrivando troppi colpi”, ci dice un portavoce dell’Esercito nel buio di un corridoio in attesa che casa l’ennesimo colpo. Se ne contano 140 in tutto il nord, i katiusha lanciati dagli hezbollah, ma i colpi di mortaio riservati alle truppe di stanza a Metula, sono molti di più. Quasi in continuazione una voce gracchiante risuona dagli altoparlanti della cittadina montana, circondata dalle cascate e dal verde del Golan, invita la gente a scendere nei rifugi. Ma a parte soldati e giornalisti a Metula non c’è più nessuno. Una cittadina deserta, chiuso il centro sportivo, abbandonato il giardino pubblico, chiusi i negozi, abbandonate le case. I residenti hanno ripiegato verso zone più sicure, da amici, da familiari in alberghi lontano dalla zona entro il raggio dei missili. Nell’unico albergo aperto occupato dai soldati, l’Alaska Inn, la Cnn manda le immagini della strage di Caana, Un colonnello e un capitano, che coordinano le interviste dei giornalisti, confabulano tra di loro. “La Cnn continua a far vedere i bambini morti, sicuramente ci chiederanno qualcosa qualcosa, ma di fronte a una cosa del genere che cosa possiamo dire?”. Ci si adatta alle frasi fatte che troppo spesso i militari israeliani ci propinano: “Ci dispiace, Israele ha un esercito moralmente irreprensibile, non lo ha fatto intenzionalmente. E’ colpa degli hezbollah che si nascondono tra i civili”. Intanto continuano ad arrivare missili e gli israeliani continuano a tirare d’artiglieria, il confine siriano non è lontano e tutti ci tengono a precisare che nessuno ha intenzione di colpire Damasco. A 9 chilometri, a Kyriat Shmona, piovono altri missili, una casa colpita, un campo aperto, la macchina di qualcuno che la troverà distrutta quando tornerà. I giubbetti sono stretti, gli elmetti allacciati, ma l’ultimo colpo arriva inatteso. Nessuna sirena l’annuncia, nessuna voce gracchiante. E’ troppo veloce e la distanza troppo breve per poter trovare rifugio. I giornalisti si gettano a terra, ma uno, il reporter israeliano del quotidiano Haaretz, viene colpito dalle schegge, di corsa viene portato in ospedale e curato, qualche punto e tanta paura. Poi si ricomincia. Al di là, si continua a combattere, otto soldati sono stati feriti a Taybe, due sono morti dicono le tv arabe, otto dicono gli hezbollah. Ma ci vorrà tempo per conoscere la verità. Secondo l’esercito israeliano quattro degli otto soldati poi feriti, erano andati a soccorrere gli altri, erano nel carro armato ma sono finiti in uno scontro a fuoco tra i loro compagni e i militanti dell’ala armata del Partito di Dio. “Abbiamo ucciso almeno tre hezbollah, la divisione Nahal ha localizzato alcuni depositi di armi, delle postazioni di lancio, 10 razzi rpg, 14 missili, alcune uniformi dell’esercito israeliano e un libro di istruzioni per i missili anti carro”, ci spiega un colonnello, non riuscendo a togliere gli occhi dalle immagini che manda la televisione dei bambini morti di Caana.
Solo la politica può mettere fine alla guerraHAIFA
“Israele non può battere militarmente gli hezbollah, ci può solo essere una svolta politica a questa guerra”, ci dice Uri Bar Joseph, uno dei massimi esperti israeliani di studi strategici. Professore alla facoltà di Scienze Politiche dell’università di Gaza spiega perché è così difficile combattere gli Hezbollah: “Gli Hezbollah sono una sorta di guerriglia che si mischia con i civili per questo è difficile combatterli e distruggerli. Nel caso del villaggio di Bint Jbeil, dove sono caduti molti soldati israeliani, sarebbe stato più semplice bombardare la cittadina e poi entrare. Invece a causa della vicinanza dei civili, siamo entrati piano piano. Assediare significa dover pagare un prezzo, e non si può controllare la roccaforte degli hezbollah senza pagare questo prezzo. L’esercito come può in poche settimane eliminare il problema degli hezbollah? Semplicemente non può farlo. Le parolone che sono state usate i primi giorni, avevano più uno scopo televisivo che reale. Israele era frustrato e non si poteva che parlare della distruzione degli Hezbollah e di chi ci minacciava. Se si vuole veramente spazzarli via, bisognerebbe conquistare tutto il Libano e forse neanche solo quello. Il punto è di creare una zona di sicurezza. Il conflitto si può fermare solo politicamente. Quindi è stata una decisione strategicamente sbagliata quella di attaccare? No, perché Israele ha guadagnato tempo, due o tre anni. Ci penseranno due volte gli hezbollah prima di attaccarci ancora. La gente a lungo andare, non li appoggerà perché nessuno avrà voglia di passare di nuovo quello che ha passato in queste settimane. Non le sembra che Israele stia distruggendo l’unico successo della diplomazia americana in Medio Oriente? Per essere un vero successo gli americani avrebbero dovuto costruire un Libano con un forte potere centrale. Il governo libanese ha un esercito debole, gli americani avrebbero dovuto investire in questo. Ad ogni modo il problema vero in Medio Oriente è che nessun conflitto regionale si potrà risolvere fino a che non si apriranno negoziati con la Siria per la questione del Golan. Il governo di Israele sembra tenere molto a non avere fraintendimenti con la Siria. E’ reale ipotizzare uno scontro militare con loro? La Siria dal punto di vista militare è debole, inferiore all’esercito israeliano. Sarebbe sopraffatta nel giro di qualche ora. Ma possiedono aerei, missili scud, armi batteriologiche, anche non vincendo potrebbero causare seri danni ad Israele e questo è inammissibile per noi. Questa guerra con il Libano la definirebbe un conflitto locale o regionale? Noi ci focalizziamo sui bombardamenti in Libano, sui razzi in Israele, non ci si rende conto che questa è una guerra diversa da tutte le altre, è la prima volta che i coprotagonisti di questo conflitto non sono per noi Stati arabi, ma sciiti, fondamentalisti, una guerriglia. Questo spiega anche perché i governi, dall’Egitto, alla Giordania, all’Arabia Saudita, ci sostengono. Anche loro hanno paura dell’Iran. A proposito di Iran, pensa che si aspettassero questa reazione da Israele? Credo che tutti siano rimasti sorpresi, Iran e Hezbollah. Quando parlano di Israele, ci rappresentano sempre come uno stato debole, invece questa volta abbiamo reagito e loro non se lo aspettavano. Forse per fare una nuova guerra Israele aveva bisogno di un primo ministro che non è mai stato un militare e un ministro della difesa di sinistra.
29 July Onu chiede 72 ore di treguaDiciottesimo giorno di guerra: Onu chiede ad Israele ed Hezbollah una tregua di 72 ore per permettere l'arrivo degli aiuti umanitari, un sospiro di sollievo, dopo una giornata di bombardamenti intensificati in ogni parte del Libano, senza però riuscire per un momento fermare la pioggia di missili sempre più sofisticati sul Golan e la Galilea. Nel sud del Libano zona dalla quale le Nazioni Unite hanno deciso di evacuare, proseguono, ormai da giorni e senza apparente successo gli scontri tra truppe di terra ed Hezbollah, per la conquista del villaggio di Maroun al Ras e di Bint Jbeil considerata una delle roccaforti dei militanti del partito di Dio. Che ci sia luce o buio, l’aviazione israeliana non ha mai smesso di bombardare. 13 morti, almeno 180 gli obiettivi colpiti e molti altri quelli che la Storia catalogherà come incidenti o danni collaterali: convogli umanitari distrutti, missili sparati sulla popolazione in fuga o come la storia di Zara che giace in coma in ospedale senza sapere che la sua famiglia è stata distrutta. Zara che scappava da Tiro ha partorito prematuramente in un taxi. Il mezzo poco dopo è stato centrato da un missile israeliano che ha ucciso il suo neonato e due fratellini più grandi. Gli obiettivi dei raid aerei delle ultime 24 ore sono stati, secondo le forze armate israeliane, che hanno richiamato in servizio 30 mila riservisti, una base missilistica Hezbollah nella Bekaa, 57 strutture e infrastrutture della milizia sciita, sei lancia-razzi. E ancora, attaccata Tiro e numerosi villaggi al confine con Israele, tra cui Ansar, Telet Mina, Abu Rashid, al Mansuri, Cana e Kfar Joz, nei pressi di Nabatijeh, dove un cittadino giordano e due libanesi sono rimasti uccisi e altre sette persone, tra cui donne e bambini. I caccia F-16 e gli elicotteri Apache non hanno risparmiato neppure la valle orientale delle Bekaa, dove altri raid hanno provocato almeno tre morti e, secondo Israele, anche l'uccisione di un capo militare di Hezbollah, Nur Shalhub, mentre era impegnato a trasportare un carico di armi a bordo di un camion centrato da un missile a ridosso del confine con la Siria. Un convoglio organizzato dalla Protezione civile libanese e dalla Croce Rossa formato da 150 macchine, accompagnato anche da alcuni giornalisti, è stato bersagliato dall'artiglieria israeliana mentre stava evacuando decine di malati e anziani dal villaggio di confine Rmeish: un cameraman giordano della televisione tedesca N24 e il suo autista libanese sono stati lievemente feriti e subito curati nel quartier generale dell’Unifil a Naqoura, che si preparava ad accogliere gli osservatori internazionali evacuati dalle basi del sud. “E' stata una decisione presa dopo i ripetuti bombardamenti degli ultimi giorni", recita il comunicato delle Nazioni Unite che ha annunciato l’evacuazione degli osservatori della missione Unfil. Duello all’ultimo sangue, invece, a Bint Jbeil, dopo la disfatta di tre giorni fa che ha visto la morte di 9 soldati israeliani, l’esercito ha annunciato che sono almeno 200 gli hezbollah uccisi nelle ultime ore. Secondo gli hezbollah, i paracadutisti israeliani si sarebbero ritirati da una collina che avevano occupato a ovest di Bint Jbeil, ma in realtà le truppe israeliane starebbero solo riposizionandosi in attesa di nuovi ordini o di nuovi soldati che sostituiscano quelli che combattono ormai da giorni. E’ scontro anche sulle informazioni: l’intelligence dell’esercito non è d’accordo con il Mossad che sostiene che gli hezbollah sono in grado di mantenere lo stesso livello di combattimento ancora per molto tempo. Amos Yadlin, capo dell’intelligence militare ritiene che gli hezbollah siano stati pesantemente danneggiati. Su una cosa invece sono tutti d’accordo: la catena di comando non ha subito perdite e che hanno missili a lunga gettata pronti a lanciare. Non a caso sono state piazzate nuove batterie di missili antimissile Patriot, anche nell'area di Tel Aviv, in aggiunta a quella di Haifa. E cinque di quei missili che Israele prima o poi temeva sarebbero arrivati, sono caduto ad Afula lontana 47 km dal confine, potrebbero essere zelzal 2 di fabbricazione iraniana che hanno un raggio di 100 km. Altri 80 razzi di media e breve percorrenza sono piovuti in tutto il nord. Caldo anche il secondo fronte, quello di Gaza, dodici blindati hanno fatto ritorno in Israele dopo aver attraversato il confine a est e a nord di Gaza City dopo due giorni di operazioni, ma contemporaneamente aerei israeliani hanno colpito sulle case palestinesi alcune delle quali di proprietà di parlamentari di Hamas: un tredicenne ucciso e 7 feriti.
28 July NO ALL'OFFENSIVA DI TERRA, MA ROMA CI DA' CARTA BIANCA PER COLPIRE IL LIBANO, O ALMENO COSI' VOGLIAMO CREDERE di Barbara Schiavulli
HAIFA - “Chi non può proteggere la propria libertà non se la merita”, sono le parole che il Capitano Ori Lavie ha pronunciato poco prima che una nuova unità di giovani soldati israeliani entrasse in Libano, solo poche ore dopo che 9 soldati morti e 22 erano stati feriti erano stati riportati indietro nella la battaglia per controllare Maroun al Ras e Bint Jabeil. Una battaglia che si continua a combattere. Uno smacco per l’esercito israeliano, quello di essere caduti in un’imboscata degli hezbollah, nonostante anche loro abbiano subito molte perdite, 30 dicono gli Hezbollah, tre volte tanto sostengono i militari israeliani. Comunque, un colpo, la perdita di nove soldati, che è rimbalzato nelle case della gente, nei rifugi e tra le poltrone della politica. “In guerra si muore, a volte ci sono incidenti, altre volte si commettono errori, ci saranno, purtroppo altre vittime”, ammette il generale Shuki Shachor, vice comandante delle forse del Nord. Senza contare che in 16 giorni di guerra non sono diminuiti i missili che arrivano nel nord di Israele, solo ieri un’ottanti e 9 feriti. E questo ai vertici del potere, che prima o poi, dovrà rendere conto all’opinione pubblica, non piace. Per ora il 95% degli israeliani, secondo un sondaggio del quotidiano Maariv, considera corretta la condotta del governo di Olmert e solo il 12 % auspica una trattativa. Si è creata così la prima spaccatura tra governo e generali, tra politici e militari, tra chi pensa che un’invasione di massa potrebbe essere pericolosa per i soldati e chi invece è pronto a subire delle perdite pur di raggiungere l’obbiettivo. Il gabinetto di sicurezza presieduto dal premier Olmert che si è riunito ieri ha deciso di negare le richieste dell’Esercito e di non espandere il fronte di guerra. Un no secco, deciso e sentito. Uno schiaffo che l’esercito prende a piena faccia all’indomani della peggiore giornata di guerra da quando è cominciata. Il consiglio dei ministri ha però accettato di richiamare almeno tre divisioni di riservisti, migliaia di soldati che saranno pronti ad entrare nel caldo delle operazione se e quando ce ne sarà bisogno. In ogni caso, per ogni futura operazione ci dovrà essere sempre l’approvazione del gabinetto. Un altro punto fondamentale che i ministri hanno voluto fosse chiaro è che non c’è alcuna intenzione di aprire un nuovo fronte contro la Siria. L’unico che ha espresso un parere favorevole ad attaccare Damasco è stato il ministro della pubblica sicurezza Avi Ditcher. “Mai più Hezbollah, alle porte di Israele”, dice il ministro della difesa Peretz e diventa parola d’ordine. Quello che il mondo politico israeliano ha deciso è di continuare i bombardamenti con i raid aerei, di aumentarli se necessario, di fare entrare le truppe per operazioni tattiche fulminee. “In un villaggio come Bint Jbeil, dove i residenti sono stati avvertiti di andarsene e dove rimangono solo i combattenti degli hezbollah, si dovrebbe bombare dal cielo e con l’artiglieria da terra, prima che le truppe entrano”, ha detto il Haim Ramon, il ministro della giustizia che ha chiesto al consiglio di autorizzare bombardamenti contro le infrastrutture civili utilizzate dagli hezbollah, come le centrali elettriche. Il ministro Eli Yshai, membro del gabinetto è più che d’accordo: “L’aviazione deve bombardare tutti i villaggi che mostrano resistenza, dopo che gli abitanti sono stati avvisati che devono andarsene. Non dobbiamo entrare con truppe di terra in paesi dove si potrebbero nascondere gli Hezbollah, prima di averli trasformati in sabbia”. Gli israeliani non invaderanno, almeno per il momento, ma neanche freneranno le loro operazioni contro gli Hezbollah. D’altra parte Israele ha avuto carta bianca dalla conferenza di pace, che si è tenuta due giorni fa a Roma, o almeno questa è la percezione che i vertici della politica israeliana hanno avuto: “La Conferenza di pace di Roma ci ha luce verde, dandoci l'autorizzazione a continuare le operazioni contro Hezbollah”, ha detto il ministro della giustizia. Immediata la replica dell’Unione Europea: Israele non ha compreso i risultati della conferenza, i combattimenti in Libano dovrebbero cessare immediatamente. Se hanno capito che devono continuare sono totalmente in errore”, ha precisato il finlandese Erkki Tuomioja, attuale presidente dell’Unione Europea. PRIMA DELLA BATTAGLIAdi Barbara Schiavulli per l'Eco
AVIVIM (sul confine) - In pochi minuti avrebbero attraversato il confine per raggiungere i loro compagni in battaglia nel villaggio libanese di Bin Jabeil, dove solo qualche ora prima avevano visto con sgomento tornare 9 morti, 27 feriti. Nel cuore della notte, i soldati del tredicesimo battaglione della brigata Golani si sono stretti intorno al loro comandante. Una volta oltrepassata la frontiera torneranno indietro solo a battaglia conclusa, sulle loro gambe o su una barella. In quel momento dietro a quelle facce sporcate di nero per mimetizzarsi con il buio si pensava solo a questo. “E’ il vostro turno”, ha detto il capitano Ori Lavie pesando bene ogni parola. “E’ il vostro turno di proteggere il confine. E lo faremo, in qualsiasi modo, contro qualsiasi forza, nel miglior modo possibile. Se non lo facciamo, non abbiamo diritto di esistere”. I ragazzi armati dalla testa ai piedi eccitati di entrare nel vivo della guerra, pendono dalle labbra del loro comandante. Si sentono forti, invincibili, credono che a loro nulla possa accadere, anche se a qualche chilometro di distanza i loro compagni ancora vivi giacciono in un letto di ospedale, ricordando quello che loro hanno saputo descrivere, solo come l’inferno. “Non perderemo questa guerra”, dice Lavie. Gli occhi del capitano si abbassano, i visi dei ragazzi si tendono verso di lui, e come in un teatro, il capitano sussurra: “Chi non può proteggere la propria libertà non la merita. Quando i missili cadono sul nord di Israele, quando due soldati vengono rapiti e dieci uccisi, non c’è più tempo per parlare, bisogna combattere”. I visi brufolosi dei soldati dove il più grande al massimo avrà 22 anni, si accendono e annuiscono con forza. Sono pronti, sono carichi. Ci credono, ma ci credono anche quelli che stanno dall’altra parte, gli hezbollah. “Dal momento in cui attraverserete il confine, dovete essere in massima allerta, super vigili. Siamo minacciati da ogni lato. Ognuno di voi è responsabile per i suoi compagni”. Il gruppo si alza, sanno cosa devono fare, hanno trascorso la giornata a studiare le tattiche e le regole di ingaggio, hanno pulito le armi, stretto i giubbotti antiproiettile, sistemato le chiusure dell’elmetto. Hanno controllato che la radio funzionasse, e che avessero bende a portata di mano. Per ultimo, hanno tirato fuori la vernice per mimetizzarsi e a vicenda si sono truccati i volti. Anche con le facce annerite, sembrano ancora troppo giovani per tutto questo. Sono stati tenuti occupati, per far si che l’emozione non li travolgesse. I rabbini militari hanno distribuito i salmi e offerto preghiere. “Dobbiamo essere i primi a sparare – dice Lavie che sta per concludere – dobbiamo sorprenderli. Il contrario non esiste”. Chi sbaglia muore. “Ognuno è responsabile per se e per gli altri, siamo tutti nella stessa barca”. Una “barca” di cui fanno parte solo da otto mesi, la loro esperienza militare si basa su una breve attività nella striscia di Gaza all’inizio del mese. Alcuni di loro hanno il terrore degli occhi. Altri ammettono di aver sognato di combattere dal momento in cui hanno cominciato il servizio militare. “Sono stato nell’esercito per sei anni, e non ho mai avuto una compagnia migliore. Siete dei leoni, nessuno ucciderà i terroristi come farete voi”, conclude Lavie. E’ il momento, c’è solo il tempo di chiamare a casa, alcuni però non hanno voluto dire ai genitori dove sono. Le piccole luci dei telefonini brillano nel cielo senza stelle. I messaggini partono veloci verso le fidanzate. Il confine è a due passi. Oltre ad alcuni filari di alberi di mele, oltre una strada sterrata, oltre una recinzione. Oltre la vita verso la morte. Per loro o per qualcun altro. 26 July LA BATTAGLIA PER CONTROLLARE LA ROCCAFORTE DEGLI HEZBOLLAHdi Barbara Schiavulli AVIVIM (sul confine) - Se non fosse per la divisa, il sergente Leonid Yanovich, sembrerebbe un liceale, con il suo volto brufoloso, gli occhialetti, il corpo gracilino. Invece, Leonid è appena tornato dalla battaglia di Bint Jabeil dove, da qualche giorno, l’esercito israeliano avanza alla conquista della città. “L’operazione è cominciata domenica e d’allora non abbiamo mai smesso di combattere. Il paese sembra vuoto, sembra che i civili se ne siano andati, restano solo gli hezbollah”, racconta Leonid che ha solo 20 anni. “Ci sono stati diversi feriti da parte nostra, ma molti anche da loro, non è una battaglia semplice”. Anzi, è molto difficile, probabilmente più di quanto gli israeliani immaginassero perché dopo 15 giorni di guerra i razzi degli hezbollah continuano a cadere su tutto il nord di Israele e ieri un hezbollah ha quasi raggiunto il confine dalla parte israeliana prima di essere ucciso mentre cercava di infiltrarsi. “Era la prima volta che partecipavo ad una battaglia simile, seguiamo la procedura, facciamo tutto quello che si deve fare e non pensiamo ad altro che raggiungere i nostri obiettivi”, dice Leonid che durante la notte ha trasportato indietro 6 feriti. “La difficoltà più grande è che gli hezbollah, sono bene equipaggiati, che sanno come colpirci”, spiega Yacob, di 21 anni che guidava uno dei carro armati colpiti. “Gli ordini ora sono di lasciar perdere le strade, di andare per boschi, per i mezzi è troppo pericoloso, ci sono mine dappertutto - ci confida un tenente colonnello delle forze speciali. Gli Hezbollah non hanno la forza numerica né tecnologica per batterci, ma possono darci molto, molto fastidio”. Otto feriti nei combattimenti delle ultime 24 ore, i giovani soldati tornano con la testa tra le mani e i volti rigati dal pianto. “La cosa più difficile è vedere i propri amici feriti. La paura è naturale, ma poi passa, ma la vista dei colleghi che stanno male, questa resta”, dice il sergente Ohah, di 22 anni di ritorno dal villaggio di Maroun ar Ras, ancora si combatte, nonostante gli israeliani dichiarino di controllarlo, cinque sarebbero i militanti morti, tra cui il comandante locale degli Hezbollah. L’esercito israeliano, secondo i vertici militari, sta penetrando in profondità nel tentativo di creare una nuova fascia di sicurezza. Lo ha confermato Amir Peretz, il ministro della difesa israeliano, esattamente sei anni dopo la cancellazione di quella precedente. "Lo sforzo principale – ha detto Peretz - è di creare una fascia di sicurezza che in ogni caso sia sotto controllo delle nostre forze, se non ci sarà una forza multinazionale che si assuma il controllo dei reticolati di confine e abbia capacità di imporre la propria volontà. In ogni caso manterranno il controllo mediante il fuoco. Intendiamo sparare su chiunque entri in questa zona”. Nel resto del Libano, continuano i bombardamenti, durante un raid aereo israeliano a Nabatieh è stata colpita un'abitazione e distrutta una famiglia di otto persone, tra cui due bambini. Bombe anche sul sud di Beirut almeno dieci gli edifici colpiti, dopo una tregua di 24 ore, concessa per la visita del Segretario di Stato americano Condoleeza Rice. Attaccate anche banche libanesi, almeno 12 tra Sidone, Beirut, Tiro e Nabatieh, sospettate di gestire le finanze di Hezbollah. Lo scopo sarebbe quello di distruggere le infrastrutture finanziarie del movimento sciita libanese. Sul fronte israeliano non si placa la pioggia di razzi sul nord della Galilea e del Golan. Ad Haifa, dove la gente ha ripreso una lenta risalita dai bunker all’aria aperta, si è tenuta una manifestazione contro la guerra dispersa in fretta dalla polizia che ha arrestato quattro persone. Sempre nella terza città di Israele, particolarmente bersagliata dai katiusha, un signore anziano è morto colpito da infarto mentre correva verso un rifugio pubblico. Uccisa anche una ragazzina araba di soli 15 anni, questa volta colpita da un razzo in un villaggio non lontano da Tiberiade. "vi prego ridatemi la mia anima gemella"di Barbara Schiavulli NAHARIYA - “Lo sento che sta bene. Lui è la mia anima gemella e quando le persone si amano come noi, sanno quando uno sta male. Sento che è vivo, ma ho bisogno di sapere che ho ragione”. Trattiene le lacrime Karnit Goldvasser, la moglie di Ehud, uno dei due soldati israeliani che il 12 luglio scorso vennero rapiti sul confine con il Libano. Tre dei loro compagni furono uccisi e di loro d’allora non si sa più nulla. “Due giorni fa era il suo compleanno, ha compiuto 31 anni, avevamo deciso di festeggiarlo insieme perché il mio è solo qualche giorno prima”. Niente auguri per Karnit, niente festa, per lei ogni giorno è uguale all’altro, ogni giorno uno in più lontano da suo marito nell’angoscia di chi non sa dove sia la persona che ama. “Questa è del giorno delle nozze, dieci mesi fa, questa è del nostro viaggio in Nepal – dice Karnit sfogliando un album di fotografie di cui accarezza alcune foto – non puoi immaginare quanto mi manca. Quanto sia difficile affrontare ogni giorno senza sapere che cosa gli stia succedendo”. Potrebbero passare giorni, mesi anche anni. Karnit e Ehud si conoscono da nove anni, da sei vivono insieme e studiano ingegneria ambientale. “Vorrei che chi tiene prigioniero mio marito sapesse che è una persona per bene, che tutto quello che vuole fare è costruire città migliori per la salute della gente. Vorrei che mi dicessero che è vivo. Mi accontenterei di questo”. La famiglia di Ehud ha scritto una lettera presa in consegna dalla Croce Rossa, la procedura in questi casi, è che una volta entrati in contatto con i rapitori, si permetta all’ostaggio di rispondere per provare che sta bene. “Non ci hanno fatto sapere più nulla, viviamo nel buio da 15 lunghi giorni”. Non ha molta voglia, Karnit, di tornare indietro nel tempo, le fa male ripensare a quella terribile mattina del 12 luglio, quando lei preoccupata non ha avuto risposta ad un suo messaggino. “Mi diceva sempre di non agitarmi che il confine non era pericoloso, che da sei anni c’era la pace, che era molto peggio Gaza dove era stato prima”. Quella mattina tentò di chiamarlo non appena seppe dalla televisione che c’era stato un incidente sul confine, poi chiamò tutti gli ospedali del nord, poi si circondò degli amici che cominciavano ad arrivare sentendola in ansia. Infine quattro ore dopo si presentarono alla sua porta un medico militare e due dell’Esercito che con una nota le annunciavano che suo marito era rimasto coinvolto in un agguato dove erano morti 3 soldati e due erano stati rapiti. Due dei caduti erano stati identificati. Ehud o era il terzo morto o uno dei rapiti. “Verso le 11 di sera mi hanno confermato che mio marito era stato sequestrato, e anche se è terribile, mi sono sentita rinascere. Non era morto, il che significava che c’era ancora qualcosa che si poteva fare”. Di certo non immaginava una guerra. Israele ha attaccato il Libano e la paura per la vita di Ehud è diventata insostenibile per tutta la famiglia. “Il governo israeliano ha scatenato una guerra per salvare mio figlio. Credo che stiano facendo il meglio che sia possibile per loro. Con questo non voglio dire che sono d’accordo – dice inserendosi nella conversazione, Shlomo, il padre di Ehud, appoggiando una mano affettuosa sulla spalla di Karnit, per offrirle un attimo di pausa – penso che negoziare sarebbe stato il modo migliore per riportare mio figlio a casa. Vedi, darei la luna agli Hezbollah, pur di riabbracciare mio figlio”. Shlomo, capitano di una nave commerciale, si trovava in Sud Africa con sua moglie. Non vedeva il figlio da dieci mesi. “Non vogliamo che la gente muoia, non vogliamo che né i libanesi né gli israeliani soffrano – dice Karnit – vogliamo solo che questo incubo finisca e che Ehud torni a casa. Non riesco a pensare ad altro. Gli parlo in continuazione, sperando che lui da qualche parte, ovunque sia riesca a sentirmi”. Ogni sera Karnit scrive una lettera a suo marito. Gli racconta tutto quello che le succede intorno, le piccole cose quotidiane che erano abituati a vivere insieme: “Non ti devi preoccupare di nulla, il cane è con me e i gatti sono con la nonna. In casa gira un sacco di gente che non mi lascia mai sola. Lo sai che sei l’uomo della mia vita. Spero che ti trattino bene e che tu abbia abbastanza da mangiare. Pensare a te è l’unica cosa che mi rende forte. Sei la mia energia. Ti aspetto, la tua hotzar (tesoro) per sempre”. 24 July Voci dal carro armatodi Barbara Schiavulli BIRANIT – “Siamo entrati in Libano per distruggere il più possibile le infrastrutture degli Hezbollah. Per far sì che il governo libanese si assumi le sue responsabilità e che i nostri due soldati tornino a casa”, dice il Generale Shuki Shachar, capo dello Stato Maggiore del Nord nel giardino di una base militare a ridosso del confine. Intorno a lui partono e arrivano razzi, ogni tanto bisogna interrompere al suono delle sirene di allarme che annunciano l’arrivo di un Katiusha finché smettono di suonare e prendere riparo dietro ad un muretto in attesa che da qualche parte il missile si conficchi nel terreno intorno. Il generale ci sta dicendo diplomaticamente che ormai l’invasione, che nessuno annuncerà mai ufficialmente, è già cominciata. “Ci sono unità all’interno del Libano, vari reparti hanno assicurato delle zone, abbiamo sotto controllo alcuni villaggi del sud, altri invece si stanno infiltrando profondamente”. Per ragioni militari non vuole dire dove sono arrivati i soldati israeliani, comunque non oltre il fiume Lituani ad una ventina di km, né è disposto a dire quanti sono i soldati, ma non nega quando si parla di centinaia. “Non pensiate che non ci preoccupiamo dei civili, per questo motivo da otto giorni chiediamo alla gente di lasciare il sud, in modo da poter operare liberamente. Abbiamo bisogno di uno spazio aperto per colpire gli hezbollah, le loro strutture sono sotterranee, sotto le case e per arrivarci dobbiamo far intervenire l’aviazione, la marina e le truppe di terra. Per il bene della gente abbiamo chiesto loro di andarsene”. Come se fosse semplice ed automatico: un giorno un volantino cade dal cielo e ti ordina di andartene il più presto possibile dalla tua casa. Sarà romantico, ma penso alla storia di una vita rinchiusa tra quattro mura, alle foto, ai nipoti che si sono visti nascere, alla gioia della prima casa, ai mobili nuovi, a quelli vecchi con le macchie di cioccolato del primogenito quando era ancora piccolo. “Le nostre decisioni riguardo alle operazioni si basano sulle informazioni dell’intelligence, sulla situazione generale e su quello che riusciamo a vedere”, spiega il generale, aggiungendo che ci sono feroci combattimenti con la guerriglia Hezbollah. In un'altra base, poco lontano, sempre sul confine, c’è chi, questi combattimenti, li ha vissuti sulla pelle. Il sergente Ohah, 22 anni, comanda uno dei quattro carrarmati che per primi sono entrati in Libano giovedì scorso. “Era poco prima dell’alba, siamo arrivati nel paese di Marun Ras – che ora è sotto il controllo israeliano – sembrava tutto tranquillo, quando abbiamo sentito un’esplosione fortissima intorno a noi. Il nostro carro armato era stato colpito. Per un attimo non abbiamo capito più nulla, c’era fumo, rumore, e l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era di controllare di essere tutto intero”. Stessa reazione per gli altri due compagni, in tutto sono quattro, di carro armato: anche loro erano apposto, nessuna risposta invece dall’artigliere. “Era stato ferito, lo abbiamo trascinato dentro, mentre fuori infuriava la battaglia, gli abbiamo fornito le prime cure e poi lo abbiamo affidato ai medici militari e noi siamo tornati a combattere”. Il mitragliere ferito sta meglio ed è già stato dimesso dall’ospedale. Ma nessuno di loro sembra avere fretta di tornare a combattere. “Siamo rimasti una decina di ore in Libano, fino a quando è stato necessario, è stata dura, una resistenza che io non mi aspettavo”, dice Ohah, che si è sposato un mese fa e due giorni dopo le nozze è dovuto tornare in servizio. “Non è facile per mia moglie, è preoccupata, ma sa che sto facendo il mio lavoro”, dice il giovane militare con una divisa coperta di polvere. La polvere è dappertutto nella base che ospita l’unità dei carro armati, sembra che a loro piaccia la sabbia e ogni volta che si muovono alzano nuvole di polvere che non risparmiano nessuno. Anche qui un continuo di missili che vanno e vengono. Nessuno ormai sembra farci più caso. 23 July Orna non vuole la guerraNon si può proprio convincerla che in tutto quello che succede, qualcosa di buono ci deve essere. Per Orna Shorani la violenza e la guerra non sono mai la soluzione giusta. Ungherese, 76 anni, con gli occhi di una ragazzina che ha visto troppo, se ne sta nella sua casa danneggiata da un missile. La Signora Shorani non è una donna qualunque, la Storia ha voluto che non lo fosse. Lei è una Giusta tra le Nazioni, un’onorificenza che Israele concede ai non ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita per salvare anche un solo ebreo dai nazisti. Orna, più o meno, cinquant’anni fa, ne ha salvati 25. Giovedì scorso, verso le sette di mattina quando stava ancora dormendo un razzo ha colpito la sua casa a Nahariya. Si è schiantato contro il tetto del nipote che abita al piano di sopra e lo spostamento d’aria le ha scaraventato la porta addosso. Ferita alla testa, ha lasciato che i paramedici la medicassero, ma non ha voluto, a nessun costo, andare all’ospedale. Ha preferito controllare che gli operai le riparassero subito i danni e le rimettessero i vetri alle finestre. “Ho sentito un boato e poi un dolore alla testa - racconta Orna che ci vede e sente poco, ma ha la parlantina chiara e veloce – mio nipote è arrivato di corsa, per vedere che fosse tutto apposto, gli ho detto di andare via e di tornare a dormire. Ma a dir la verità sto ancora tremando”. Nahariaya è una cittadina sul mare a pochi chilometri dal confine, ogni giorno cadono missili e la maggior parte della gente, chi non ha potuto fare le valige e andarsene, vive nei bunker di casa o nei rifugi pubblici. “Io non me ne vado da casa mia, anche se sento il rumore dei razzi tutta la notte. Mi sono successe tante cose, sono sopravvissuta alla seconda guerra mondiale in Ungheria e a tutte le guerre israeliane, credo che supererò anche questa”, dice con un sorriso malizioso continuando a scusarsi per il disordine in salotto. Durante la Seconda Guerra Mondiale, in Ungheria, i tedeschi costruirono un campo di lavoro accanto alla casa di famiglia di Orna. Con la madre e le sue sorelle, ancora ragazzina, aiutò 25 ebrei a fuggire dal campo, li nascose dai nazisti e li aiutò a lasciare il paese. Uno dei fuggitivi, Ladislav Shorani, prima di correre via, saltò il cancello della casa di Orna, le corse in contro e la baciò. “Tu sarai mia moglie”, le disse. “Non ne seppi più nulla per tre anni, era andato a combattere con l’esercito russo – dice Orna sorridendo al ricordo – poi tornò e proprio come aveva detto, mi sposò e insieme ci trasferimmo in Israele”. Suo marito ora è morto e lei vive circondata dai figli e dai nipoti. Nelle vecchie foto ordinate in un vecchio album, si vede che della giovane di allora non resta molto, la pelle liscia e pallida è scomparsa, le gambe snelle e scattanti di una volta ora a stento si muovono, ma la ragazza che ha sempre amato la pace non si è perduta nel tempo. Orna ha una semplice spiegazione per quello che fece in Ungheria: “Dio ha detto: non dovrai uccidere. E allora noi non potemmo farci da parte e lasciare che i nazisti uccidessero ebrei innocenti. E ora è la stessa cosa, non mi piaceva allora, non mi piace adesso. Stiamo facendo ancora le cose nel modo sbagliato. Abbiamo bisogno di vivere in pace. In qualsiasi posto. E’ il mio augurio, pace e salute, per chi vive da questa parte del confine e naturalmente anche dall’altro”.
A cento metri dall'invasionedi Barbara Schiavulli
ZARIT (sul confine) - Ventiquattro ore dopo che il generale Dan Halutz aveva detto che Israele avrebbe lanciato piccole e fulminee operazioni di terra, dieci carroarmati e molti soldati, hanno preso posizione in alcuni villaggi nel sud del Libano. Non si conoscono i numeri, si parla di centinaia, non si conoscono i reparti, anche se non possono che essere forze speciali coperte alle spalle dall’artiglieria e dalla fanteria. La zona occupata e ripulita dagli Hezbollah è quella della cittadina di Maroun Ras, dove nei giorni scorsi ci sono stati feroci combattimenti. Sembra che proprio tutto faccia pensare che il giorno di una massiccia invasione si stia avvicinando, questione di ore, forse di giorni. Intanto, i villaggi israeliani a ridosso del confine sono deserti, i cancelli di solito guardati a vista da guardie armate sono lasciati spalancati al passaggio dei soldati e dei loro mezzi che si sono sistemati qua e là protetti dalla folta vegetazione montana. 6000 riservisti sono stati richiamati in servizio e sostituiranno i militari di leva stanziati a Gaza e in Cisgiordania in modo tale da avere sul confine pronti ad un’eventuale battaglia giovani soldati di leva. Un’operazione non facile, secondo il New York Times, gli israeliani avrebbero chiesto agli Stati Uniti di accelerare la fornitura ad Israele di “bombe intelligenti in grado di distruggere con precisione i bunker sotterranei. Rifugi costruiti negli ultimi sei anni, catacombe stracolme di trappole, zone minate, vie di fuga che possono essere scoperte solo attraverso il supporto delle truppe di terra. “Non vogliamo occupare il Libano – ci dice il collonnelo Ishay Efroni – vogliamo solo disarmare gli Hezbollah, distruggere le loro infrastrutture e liberarci dei loro sostenitori in Libano”. Più di 1800 obiettivi sono stati colpiti dall’inizio dell’offensiva dieci giorni fa, più di 100 hezbollah sono stati uccisi insieme a 396 civili, mentre 1350 sono stati feriti. “Abbiamo chiesto alla popolazione del sud (250 mila persone) di lasciare la zona al più presto possibile - dice il colonnello Efroni – purtroppo non sarà un’operazione breve. Questa militarmente è una guerra contro il terrorismo e ci vuole tempo”. Saranno ragazzi ventenni ad affrontare la guerriglia libanese, per quanto preparati, sono abituati alle dune Gaza e brulla della Cisgiordania. Affronteranno per la prima volta un terreno poco familiare, montuoso, difficilmente accessibile agli elicotteri e ai carro armati, i primi perché potrebbero essere bersagli per missili antiaerei, i secondi, invece, di mine piazzate sui passaggi sterrati che i mezzi militari non potrebbero evitare di percorrere. Gli Hezbollah non sono isolati come i palestinesi che si addestrano da soli, ma hanno imparato tutto quello che c’è da sapere sulle tecniche di guerriglia nei centri di addestramento iraniani. La tecnica per conquistare il sud, secondo fonti militari, sarà quella di bombardare alcune aeree, lasciare che gli hezbollah scappino e poi entrare con le forze di terra. 22 July SUL CONFINEECO di Barbara Schiavulli YRON (sul confine) - Se non fosse per i carro armati, per i soldati e per l’odore di guerra che si respira nell’aria, la strada che costeggia la frontiera del Libano sarebbe molto suggestiva, con le sue colline, i suoi boschi di montagna, i tornanti che si aprono su altre colline verdeggianti. Da una parte Israele dall’altra il Libano, la differenza neanche si nota. Eppure poche decine di metri separano due popoli in guerra, al di là, nascosti ci sono gli Hezbollah con i loro cunicoli, le loro trappole, i loro razzi e di qua un esercito pronto ad invadere. Per la strada non c’è nessuno, sarebbe bello poter sfrecciare se non si sapesse che qualcuno ci osserva, che una macchina potrebbe essere un succulento piccolo obiettivo. Quindi si corre con i finestrini abbassati, i giubbotti anti proiettile ben stretti, niente cintura se si deve saltare fuori dalla macchina lasciando che il vento e l’odore di bruciato penetri nella gola. I missili cadono qua e là in continuazione, ma in questo punto di Israele, da dove i reparti israeliani entrano ed escono per cercare i covi degli hezbollah, non ci sono case. Solo un bellissimo paesaggio. Anche gli israeliani sparano, i reparti di artiglieria sono in piena attività, e i bum assordanti accompagnano tutto il viaggio che porta al punto, tra Yron e Aviv, in cui i soldati entrano in libano. Due giorni fa, c’è stata una dura battaglia a Maroun Ras, a pochi chilometri all’interno del Libano, i soldati israeliani erano si erano infiltrati per distruggere una postazione Hezbollah, ma quando sono arrivati hanno scoperto che erano attesi. Tre militari israeliani sono morti, 9 sono rimasti feriti, d’altra parte non sapevano cosa avrebbero incontrato. “Il nostro maggior problema è la mancanza di intelligence, non abbiamo contatti buoni all’interno e questo ci causerà molte vittime – ci spiega un tenente colonnello delle forze speciali, che mi chiede di rimanere anonimo – le tecnologie per quanto sofisticate non possono fare tutto il lavoro e questo territorio è impervio, gli Hezbollah in questi sei anni di “pace” non hanno perso tempo, hanno costruito un piccolo mondo sotterraneo, ci sono camere, letti, depositi”. E soprattutto trappole e vie di fuga. Se gli israeliani decideranno di entrare non sarà una passeggiata. “Senza contare che un conto è affrontare un esercito che ha le tue stesse regole, un altro avere a che fare con una guerriglia, per stanarli bisognerà andare casa per casa. Gli hezbollah sono stati addestrati dagli iraniani, sanno quello che fanno”. I carro armati non saranno di grande aiuto, perché non potranno andare molto oltre le strade battute, il terreno è troppo montagnoso. Lo hanno capito subito i feriti di questi giorni, i cui rinforzi a fatica li hanno raggiunti, ora si trovano all’ospedale di Safed, il punto medico più a nord e quello che per primo riceverà vittime se scatterà l’offensiva di terra. “Siamo pronti – ci dice Oscar Embon, il direttore dell’ospedale – stiamo già curando una decina di soldati con ferite lievi e medie, sono sconvolti per i loro compagni caduti”. Per ferite medie, s’intende che uno di loro ha perso tutte e due le gambe. “Se davvero le truppe decidessero di entrare ci aspettiamo molti feriti”, afferma il direttore con una nota di preoccupazione nella voce. Non è dello stesso avviso il Generale Udi Adam, capo del comando del Nord: “Bisogna cambiare il modo di pensare. La vita umana è importante, ma siamo in guerra, e questo significa pagare un prezzo. Conteremo i morti alla fine e piangeremo per loro”. Mette i brividi, ma spiega anche come si può ancora pensare che la guerra sia una soluzione accettabile. La cittadina di Safed è molto carina: nella città vecchia c’è un castello, tanto verde e tanto silenzio. E’ abitata da molti ebrei ultra religiosi perché è la città in cui sono nati alcuni eminenti rabbini. Ma vanta anche, forse non per gli abitanti di Safed, i natali, (quando ancora c’era il mandato britannico), di Abu Mazen, il presidente dell’Autorità Palestinese. Per le strade non c’è nessuno. I negozi sono chiusi, i hotel sono deserti, come in tutto il resto nel nord. Inatteso, su una panchina c’è un vecchietto ripiegato su se stesso che sembra godersi il sole. E’ l’unica nota stonata di una città che si è adeguata alla guerra. “Sono troppo vecchio per rinchiudermi in un rifugio, se devo morire sarà all’aria aperta”, dice brandendo il bastone verso il cielo e imprecando contro il tuono dei missili che partono o arrivano. 21 July VITA DA BUNKERdi Barbara Schiavulli KIRYAT YAM - I capelli biondi sciolti le scendono fino alle ginocchia e le coprono la faccia mentre gioca con la soldatessa a costruire un puzzle. Noah ha sei anni e sembra uscita da una pubblicità. Invece, da domenica scorsa è rinchiusa con la sua mamma e 70 altre persone in un rifugio pubblico. Fuori, a Kiryat Yam, una cittadina fantasma nella baia di Haifa, suonano le sirene e piovono missili. La sua casa costruita prima del 1991 non ha una stanza sicura, fatta di cemento con un porta blindata, e quindi è costretta a trascorrere le sue giornale e le sue notti in uno stanzone pieno di giocattoli, di persone che parlano, di bambini che corrono e di altri che cantano. Ci sono soldati che vanno e vengono per assicurarsi che non ci sono problemi e ci sono mamme annoiate che chiacchierano tra di loro. Da una parte sono ammonticchiati i materassi, da un'altra le provviste, dappertutto i giocattoli, qualche sacchetto con dei vestiti. Fa molto caldo nella pancia della terra, è umido e una pila di bottiglie d’acqua vuote aspetta di essere portata via, ma nessuno lo fa. C’è un cattivo odore di aria stagnata, di persone sudate, di cibo andato a male, ma nessuno sembra accorgersene, forse dopo un po’ ci si abitua, così come ci si abitua a non avere nulla da fare. Non vedo un libro, non vedo una televisione, neanche un giornale, mi chiedo cosa questa gente sappia di quello che sta accadendo fuori. Alle donne glielo raccontano, se hanno voglia i mariti, quando tornano dal lavoro, ai ragazzi quelli più grandi glielo spiegano le soldatesse dell’unità Malshak. Sono specializzate a trattare con i bambini in situazione di crisi. Sono militari che però fanno a capo alla protezione civile, di solito girano nelle scuole per spiegare cosa fare in caso di emergenza. Da un incendio ad un terremoto e ad un attacco missilistico, appunto. Ora però che la crisi si consuma, girano per i rifugi, che nei giorni normali sono centri ricreativi, palestre, e raccolgono richieste. Si siedono per terra con i bimbi e ascoltano le loro domande. “Che cos’è un katiusha?”, dice un bimbo piccolo piccolo di origine russa. “Un missile non tanto grande – gli spiega la soldatessa Tami Gorbich di 20 anni – ma tu non ti devi preoccupare devi stare nella stanza dei giochi e divertirti”. Per i bambini il rifugio è una stanza dei giochi, un po’ come se fossero a scuola, insieme a tutti gli amichetti del quartiere. “Io so perché siamo qua - dice Yelena, 12 anni, e il modo di fare di una ragazzina a cui piace stare al centro dell’attenzione – gli hezbollah hanno rapito i nostri soldati e noi andiamo a riprenderli. E Nasrallah è il loro capo. Ci tirano i missili e noi dobbiamo stare al riparo”. Yelena è tanto bella quanto sveglia, insieme alla sua amica Michal, come al solito a quell’età, sono una spanna avanti ai loro amichetti maschi. “Boh, non lo so perché sono qua, credo che i libanesi ci vogliano conquistare”, dice Baroh, un ragazzino dall’aspetto sudicio di 14 anni in piena crisi adolescenziale. Ma i tuoi genitori non ti spiegano cosa sta succedendo? “Con loro non parlo”. Ma non ti annoi? “Da morire, mi mancano i video giochi e il computer”. Hai paura? “Un po’”. Per fortuna ha un “buon” sostituto ai genitori e alla noia: il telefonino, con cui si apparta per mandare l’ennesimo messaggio agli amici rinchiusi in un altro bunker. Lo lascio nella sua beata ignoranza chiedendoci se a 14 anni un ragazzino non dovrebbe avere un po’ più di presa sul mondo che lo circonda. Forse no, tra soli quattro anni dovrà affrontare tre anni consecutivi di servizio militare obbligatorio, e scoprirà da solo quanto poco possa proteggere quel rifugio da una vita senza pace. 20 July La guerra dal Confine di Barbara Schiavulli
DAL CONFINE - Che qualcosa non va lo si capisce non appena si raggiunge Tiberiade. Di solito e d’estate è affollata di gente che si riversa sul lago per placare la calura che imprigiona la città. Invece ieri, in giro non c’era nessuno. Tutto chiuso, deserto. Perfino gli alberghi, le grandi catene di lusso, hanno le porte sprangate. Nel silenzio di una città che ha paura, proseguo verso nord, il confine non è lontano, e la guerra incombe nei suoni e negli odori. E’ come se l’aria si facesse più rarefatta e l’odore amaro della polvere da sparo irritasse la gola. Dall’altra parte del confine c’è un paese che brucia mentre di qua, vicino alla gente che si nasconde nei rifugi, ci sono le postazioni da cui partono le granate che colpiscono “obiettivi precisi”, ci dice il colonnello Rafavich, eppure le immagini che arrivano dal libano sono quelle di tanti civili morti. “Gli Hezbollah sono viscidi, si nascondono tra la gente- dice il colonnello – sono padre di quattro figli, non voglio che muoiano civili. Da qui colpiamo, depositi, rifugi, case che abbiamo indicazioni avere bunker sotterranei. Ma colpiamo anche obiettivi mobili, come camion che trasportano postazioni di lancio per i katiusha”. Le informazioni, per lo più, arrivano dai drone, gli aerei telecomandati, che fotografano e raccolgono dati, che poi diventano le coordinate per attaccare. Mi trovo in una radura quasi deserta, ci saranno 40-45 gradi. Si lascia la strada principale, se ne prende un’altra che da una parte è bloccata perché i katiusha degli Hezbollah piovono come non mai. Arriveranno fino a Nazareth uccidendo due fratellini arabi. Poi si segue una strada sterrata che sparisce e rispunta tra le colline di ulivi, fino ad uno spiazzo: ci sono una cinquantina di soldati, quattro obici movibili, una montagna di munizioni ordinate pronte all’uso. Sembrano quasi oggetti innocui, una sorta di opera d’arte da giardino, verdi e gialli. Invece sono granate esplosive, perforanti, ma soprattutto sono letali. Su un lato c’è qualche tenda, bagni chimici, molte provviste e brandine. Anche l’immondizia è tenuta in ordine chiusa in sacchetti di plastica che porteranno via quando i soldati se ne andranno. Per ora sono lì da una settimana. “Non dormo e non mi faccio una doccia da quando sono arrivato”, ci dice Moshe, 21 anni di Tel Aviv, ha l’aria affaticata, la maglietta appiccicata al corpo dal sudore, le mani sporche e la voglia solo di mandare messaggini con il telefonino. “Perché parli solo con il colonnello e non con i soldati, siamo noi che facciamo tutto il lavoro, siamo noi che fatichiamo”. Gli rispondo che il colonnello è autorizzato a parlare, ma non gliene importa perché lui sembra aver voglia anche solo di stare in silenzio in compagnia di qualcuno. Ha l’aspetto di un bambino e invece nelle forze armate deve stare ancora due anni. Mi chiedo se sa che ogni proiettile che viene sparato da qui, potrebbe uccidere qualcuno dall’altra parte che non fa parte di questa guerra, donne, uomini e bambini che hanno lo stesso colore della sua pelle, anche la terra è dello stesso colore rossiccio al di là del confine. Non glielo chiedo, perché conosco già la risposta: “Sono stati loro a cominciare, noi ci eramo ritirati”. Arriva il segnale, la batteria dei quattro cannoni è pronta a colpire. I proiettili sono così veloci che non si vedono nemmeno uscire dalle lingue di metallo, ma il tuono ricorda che la morte è in agguato da qualche parte. Prima un fischio poi un boato che ti toglie il fiato, ti fa battere il cuore più forte, ti entra nella testa e ti stordisce, è il rumore della guerra e non è bello. Poi nell’aria si sente, questa volta forte, l’odore acre della polvere da sparo, impasta la bocca come una medicina cattiva. E’ il sapore della guerra. Nessuno può vedere se il colpo è andato a segno, ma il colonnello ci conferma che la maggior parte centrano il bersaglio. “Non c’è niente come l’artiglieria, questa è la guerra, quando il nemico vede i cannoni puntati contro di sé capisce il messaggio”. Gli si gonfia il petto di orgoglio. Deve essere il fascino della guerra che impregna un soldato. Non trascorre un minuto che un altro obice mobile da 15 millimetri sputa un'altra granata. E il cuore torna a fermarsi. “Sono circa 500 i colpi al giorno”, conferma il paramedico che mi offre dei tappi per le orecchie. E questa è solo una delle tante postazioni montate lungo il confine. Sono qui da una settimana, il calcolo dei colpi lanciati, toglie il fiato. Ma non è una guerra proprio a senso unico, verso di noi tutto intorno piovono i katiusha, lunghe colonne di fumo, per fortuna non conoscono la posizione della piccola base, se un razzo arrivasse qui, sulle munizioni salterebbe tutto. Torna il silenzio dopo una quindicina di colpi, in lontananza giunge l’eco di un’altra battaglia, le truppe israeliane hanno superato il confine, per la prima volta con i carro armati per inseguire un gruppo di militanti Hezbollah che il giorno prima avevano a loro volta attraversato il confine in direzione di Israele. Dei tre che ci avevano provato, non resta nulla, sono stati uccisi subito, e ieri un’unità israeliana è entrata per stanare gli altri. “Sul campo sono rimasti due soldati israeliani e 9 sono rimasti feriti, sappiamo di almeno due hezbollah uccisi”, ci conferma il colonnello, che ci racconta che suo figlio ha una casa in Italia e lo chiama subito per dirgli che sta spiegando la guerra a giornalisti italiani. E’ un momento surreale, sento che da qualche parte, la gente ci muore intorno, ma lui sembra felice di dividere quest’informazione famigliare con noi. Anche questa è guerra.
Le fasi della guerrada Gerusalemme Barbara SchiavulliL’inaspettato attacco israeliano contro il Libano è parte, secondo un rapporto delle autorità israeliane, di un preciso piano, in quattro fasi, non ancora del tutto completate. L’obiettivo è liberarsi del movimento degli Hezbollah dal sud del Libano, probabilmente uccidere Nasrallah il capo dell’organizzazione e creare una zona cuscinetto tra i due confini. “Non siamo affatto sorpresi di quello che sta accadendo, gli Hezbollah hanno avuto sei anni per riarmarsi e hanno in un loro possesso della tecnologia sofisticata”, dice Moshe Karradi, comandante della polizia di tutto lo Stato ebraico. Durante la prima fase, cominciata poco dopo il rapimento dei due soldati mercoledì scorso, gli aerei israeliani hanno colpito i depositi missilistici in ogni parte del Libano, in particolare quelli che nascondevano razzi a lunga gettata. Almeno una cinquantina di depositi sono stati distrutti, alcuni sotterranei, altri in case private, secondo i militari, almeno il 40 o il 50% della capacità militare dell’ala armata del Partito di Dio è stata distrutta. Contemporaneamente, l’artiglieria ha colpito le posizioni degli Hezbollah, i centri di comando sparando dal confine israeliano e sporadicamente sconfinando con truppe terrestri ma solo, almeno ufficialmente, per operazioni fulminee. Durante questa prima fase l’Idf, l’esercito israeliano, ha anche bombardato l’aeroporto di Beirut, imposto il blocco marittimo, per impedire i rifornimenti alle milizie ma anche per mostrare al governo libanese le conseguenze di non essere riusciti a fermare gli attacchi contro Israele. La seconda fase è cominciata venerdì, l’aviazione ha attaccato il cuore del potere degli Hezbollah, distruggendo i palazzi a sud della capitale che ospitano le strutture di comando nonché la casa di Nasrallah. Secondo fonti militari, il segretario generale del movimento per un po’ è rimasto intrappolato nei sotterranei dell’edificio quando è crollato, riuscendo però, poi, a fuggire illeso. “Ci vorrà qualche settimana perché l’offensiva contro gli Hezbollah sia completata, hanno una vasta gamma di missili, possono raggiungere distanza che non avevamo previsto e noi faremo del nostro meglio per abbreviare le sofferenze degli israeliani che vivono nella paura nel nord della Galilea”, ha detto il generale Moshe Kaplinsky, vice capo dell’Idf, ben consapevole che a Israele non resta molto tempo disposizione, prima o poi, la lenta reazione della comunità internazionale prenda forma. Forse una settimana o poco più per agire liberamente prima di essere fermati. La terza e quarta fase di una guerra che costa dai 10 ai 20 milioni di dollari al giorno, sono ancora segrete. Tuttavia, il piano operativo richiede che ogni livello sia sempre più potente di quello precedente. Ogni obiettivo sarà colpito in un ordine precedentemente stabilito. C’è una sorta di “banca obiettivi” costantemente aggiornata che raccoglie centinaia di potenziali target selezionati dall’esercito, e approvati man mano da una commissione militare presieduta dal primo ministro Ehud Olmert. Durante una delle due fasi finali, le truppe di terra entreranno in Libano, a meno il governo israeliano e quello iracheno raggiungano un accordo sul disarmo degli Hezbollah e il loro trasferimento dal confine e il rilascio dei soldati israeliani. 18 July L'unico ospedale sotterraneo a prova di bombe e armi chimiche è già in funzioneda Nahariya (Galilea del Nord) Barbara Schiavulli
La città di Nahariya è un agglomerato di case che si affacciano sul mare. Villette, palazzine, giardinetti e una spiaggia lunga a metà strada tra Haifa e il confine con il Libano ad una sola ventina di chilometri. E’ stata la prima cittadina colpita da missili arrivati dagli Hezbollah. Da diversi giorni le strade sono deserte, i negozi chiusi, le spiagge vuote. I residenti vivono nelle stanze sicure, quelle che ogni casa costruita dal 1991 in poi deve avere e in balia delle sirene che avvertono che un missile è in arrivo. Mahariya non è una città impreparata, i rifugi pubblici restano aperti giorno e notte, la polizia è in massima allerta, ma il gioiello della città e di tutto il paese è l’ospedale della Galilea Occidentale. Da fuori si vede un complesso di edifici molto alti che ufficialmente ospitano 610 letti ma che in emergenza potrebbe averne molti di più, ma l’originalità sta nei suoi sotterranei, sotto, si snoda un altro ospedale a prova di missili, bombe e virus. Solo alla bomba atomica non potrebbe sopravvivere. In stato di allerta quale si trova la città, tutti i malati che potevano tornare a casa sono stati dimessi, gli altri sono stati trasportati di sotto, tra vicoli e corridoi, in enormi stanzoni separati da pareti leggere sulle quali a pennarello sono segnati i reparti. “Il nostro ospedale serve 150 mila residenti la metà dei quali sono arabi”, ci spiega il dottor Moshe Daniel, vice direttore dell’ospedale. Arabi e israeliani sotto lo stesso tetto, uno accanto all’altro nelle corsie, nelle stanze improvvisate, da una parte una Torah, dall’altra un Corano. Boccoli biondi che ricadono da un viso addormentato e sofferente di una russa e accanto una malata velata circondata dalla numerosa famiglia araba. “Negli ultimi 5 giorni sono giunti in ospedale circa 350 persone, solo oggi erano 65, ma solo quindici erano fisicamente feriti, gli altri per lo più, erano sotto shock”, dice Daniel in un italiano quasi perfetto. Chirurgo ortopedico, ha studiato a Pisa: “Siamo l’unico ospedale sotterraneo del paese, abbiamo 450 letti di cui 200 sono pronti in caso di attacco batteriologico, ci sono otto sale operatorie. In due ore l’ospedale underground era pronto con tutti i pazienti trasferiti”. In una sala in terapia intensiva si sta riprendendo lentamente uno dei soldati feriti, (altri tre vennero uccisi, due rapiti), durante l’agguato degli Hezbollah che poi ha innescato l’offensiva israeliana. “Ha subito fratture multiple, delle ustioni, è arrivato in gravi condizioni, ma ce la farà - dice Atzomon Tzur, primario di riabilitazione. Ha mandato sua moglie e i suoi figli ad Haifa ritenendola più sicura – la situazione è molto difficile per tutti, ma il problema esiste e va risolto alla radice. Bisogna combattere Iran e Siria perché non c’è altro modo per proteggerci”. Il vicedirettore Daniel, venne decorato nell’82, per il suo servizio di medico durante la guerra contro il Libano: “Che ne penso della situazione? Penso che questa guerra non abbia senso, è la prima volta attiviamo questo ospedale sotterraneo e non avremmo voluto doverlo fare mai. Penso che la mia città ora è deserta, che la mia famiglia è in pericolo e soprattutto che la gente soffre, sia gli israeliani che i libanesi”. L'Europa deve smettere di produrre documenti, vogliamo risultati. Conversazione con il Vescovo di Nazarethda Nazareth Barbara Schiavulli
La chiesa della Natività a Nazareth è deserta. Nessuno s’inginocchia di fronte agli altari, nessuno si avvicina al centro circolare davanti alla grotta. I turisti e i pellegrini dopo il missile caduto a poca distanza due giorni fa, sono spariti. La città resta vivace con il suo traffico straripante e il suo mercato particolare, ma la paura e la tensione si legge negli occhi degli abitanti. Dietro la basilica, c’è l’ufficio del vescovo, Monsignor Giacinto Boulos Marcuzzo, nato a Treviso, ma da 46 anni in Israele e Palestina, un esperto e un appassionato della lingua araba e dei suoi affascinanti risvolti filologici. Le sue idee sono precise: questo conflitto non si risolverà fino a quando non verrà risolto il quello israelo palestinese. Come legge la situazione che si sta sanguinosamente svolgendo in Medio Oriente? Non bisogna dimenticare il quadro generale, ovvero il conflitto Israelo palestinese. Fino a quando il quadro generale non avrà una risposta seria non ci sarà serenità per nessuno. Bisogna trovare una soluzione di pace e giustizia per due popoli, anche se fino ad ora non si è potuto o non si è voluto trovarla. Riguardo al Libano, non fa altro che complicare quello che già lo è. Il problema è articolato, ma non di può separare il Libano da Gaza o Gaza dalla Cisgiordania. Il ritiro dal Libano è stato un passo necessario, così come quello di Gaza e la vittoria del partito Kadima in Israele, ma questo non basta per intravedere la pace. I cristiani sono preoccupati, che cosa sta succedendo all’interno della comunità? Finora nessuna casa religiosa è stata sfiorata dai missili e nessun religioso è stato ferito. I luoghi santi sono indenni. Gli edifici per i pellegrini che ospitiamo sono muniti di camere sicure (una stanza di cemento armato senza finestre con una porta blindata). Abbiamo tutto quello che ci serve per affrontare un’eventuale emergenza. I cristiani locali sono esposti come tutti, anche se essendo arabi non dovrebbero essere un obiettivo, per quale motivo dovrebbero esserlo? Ma non ci sono garanzie perché i missili non sono precisi. Abbiamo preso le nostre precauzioni, il nostro impegno sarà quello di aiutare se ce ne sarà bisogno. D’altra parte è sempre stato quello che la Chiesa ha fatto. Tutte le nostre strutture, tra cui i nostri ospedali sono pronti a soccorrere chiunque venga colpito. E dal punto di vista psicologico come reagiscono i cristiani della Galilea? La reazione primaria dei fedeli è quella di cercare una soluzione. La vogliono. Si punta il dito contro le autorità locali e quelle internazionali. E perché non le citiamo? Onu, Stati Uniti, Europa e il Quartetto. Molti si occupano del problema… Forse troppi. Non abbiamo più bisogno di altre montagne di documenti e di risoluzioni, ma di risultati. Mi è stato detto da un politico europeo che l’Europa non ha alcuna intenzione di agire o interferire con la politica del Medio Oriente, ma non mi si venga a dire che è giusto. Senza un mediatore esterno è impossibile arrivare alla pace. Le due parti (Israele e Palestina) sono troppo ineguali per arrivare da sole ad una soluzione. L’unico mediatore possibile oggi è Washington, avevamo fiducia nel Quartetto ma ha fallito, le Nazioni Unite non sono equipaggiate o non hanno la volontà. Gli Usa però devono ritrovare credibilità. Si parla di Hezbollah, di Hamas, di fondamentalismo religioso, siete circondati? In Israele non si può parlare di estremismo religioso perché è uno stato laico, qui il movimento islamico ha dei limiti che non si possono superare. A noi cristiani piace la laicità di Israele. Ma non pensate che Hamas (Il partito al governo nei territori palestinesi) sia un movimento di intransigenza religiosa, è un’organizzazione politica che usa la religione perché ha necessità di un’ideologia. Non hanno niente a che fare con la rivoluzione islamica in Iran. Certo il fondamentalismo è un problema e bisogna combatterlo. Come? Non scendendo al livello dei fondamentalisti. In questo momento, qui la questione è politica, e per quel che ci riguarda la violenza da entrambe le parti è ingiustificata. E la Chiesa non rimane indifferente di fronte a tanta sofferenza, ho visto persone morire di crepacuore. Quello che vogliamo è un Medio Oriente aperto dove tutti si rispettano, ma strada sarà temo ancora lunga”.
Viviamo divisi, tra l'essere arabi e israeliani, ci dice il sindaco di Nazarethda Nazareth Barbara Schiavulli
A Nazareth i turisti se ne sono andati. Le strade sono intasate di macchine, ma non è colpa dei pullman traboccanti di pellegrini in visita nella città santa, solo del traffico disordinato dei residenti. Due giorni fa un missile è caduto a pochi chilometri di distanza dalla città araba dove risiede la maggior parte della comunità cattolica arabo-israeliana. La Chiesa della Natività è silenziosa, ancora più vuota senza i visitatori che si inginocchiano davanti agli altari. “Come biasimarli? La gente ha paura. Ne abbiamo anche noi, non è un momento facile per nessuno”, ci dice Ramiz Jaraisy, il sindaco di Haifa, nascosto dietro la sua scrivania disordinata coperta di carte, documenti e libri. Sulla parete del suo ufficio in Comune troneggia una vecchia foto di Nazareth coperta di neve. Che ne pensa di quello che sta succedendo, come pensa possa evolversi? “Intanto dobbiamo chiamarla con il suo nome. Ed è: guerra. E temo che la situazione possa peggiorare. Credo che questa guerra sia stata cercata dal governo israeliano, e badi che dico governo, perché anch’io anche se arabo, sono un israeliano. Il governo aveva bisogno di un pretesto per sbarazzarsi degli Hezbollah e lo ha trovato. Non c’è proporzione in quello che sta accadendo e il Libano sta pagando un prezzo molto alto. La cattura dei soldati poteva essere risolta come tutte le altre volte in cui sono accadute situazioni simili, trattando. Ma questa volta il governo ha voluto esagerare e stanno mettendo tutta la regione in pericolo. Se Sharon fosse ancora primo ministro non avrebbe commesso questo errore. Era un leader discutibile ma che sapeva prendere decisioni e non si preoccupava dell’opinione pubblica”. Nazareth, sembra una città divisa. La popolazione è araba ma anche israeliana, è solidale con i libanesi, ma rischia di essere colpita dai missili degli Hezbollah. Come si vive cosi? “Si vive appunto divisi. Le nostre preoccupazioni sono tante in questo momento, cercare di non venire coinvolti nel conflitto e comunque essere israeliani e quindi essere parte di questo Stato. Critichiamo le mosse di Israele, non approviamo il lancio dei missili contro di noi naturalmente, ma sappiamo cosa significa essere palestinesi, perché siamo anche questo e non bisogna dimenticare che tutta la faccenda non si potrà risolvere escludendo quello che sta accadendo anche a Gaza e in Cisgiordania”. La comunità araba di questa parte della frontiera ha un messaggio per gli Hezbollah? Questo non è il momento di parlare per noi. Deve intervenire la comunità internazionale. E poi qualora ci fosse qualcosa da dire, non si dovrebbe parlare solo con una parte del problema ma con entrambi e l’unica cosa che si può chiedere è di agire con responsabilità e di pensare ai civili. Nazareth si sente sotto tiro? Non credo che la mia città sia un obiettivo, ma i missili non hanno occhi e questo ci preoccupa. Non avrebbe senso colpirci, ma d’altra parte non ha senso colpire nessuno. Se sosteniamo i civili libanesi, lo facciamo anche per quelli israeliani”. La città è preparata a sostenere un eventuale pioggia di missili? Per il momento non abbiamo dovuto sospendere le attività culturali come invece ha fatto Haifa, la vita procede regolarmente, ogni casa ha la sua stanza sicura (una camera in cemento armato, senza finestre e con una porta blindata) come prevede la legge, purtroppo non abbiamo rifugi pubblici. Ma questo è uno solo dei tanti problemi di discriminazione politica che subiscono le città arabe in Israele”. 17 July Intervista al sindaco di Haifada Haifa Barbara Schiavulli
E’ furioso il primo cittadino di Haifa. Scuote la testa dopo la visita del ministro della Difesa Peretz perché si ritrova di nuovo solo ad affrontare una città colpita dai missili. L’Europa osserva Israele e parla di reazione spropositata, che ne pensa? Non è la domanda facile ad un sindaco che oggi parteciperà al funerale di otto dei suoi concittadini. “Fuck the Europe, che l'Europa si fotta! – risponde irritato Yona Yahav, 55 anni, con un passato di sinistra e ora nel partito Kadima quello fondato dall’ex premier Sharon e ora al potere al governo. “Mi scusi, non riesco ad essere diplomatico oggi, non ci importa di che cosa pensano gli europei, noi stiamo vivendo una nuova realtà, nostro il problema, nostra la soluzione. Per noi oggi il Libano è uno stato terrorista e agiremo di conseguenza”, dice il sindaco che spiega che la città è pronta a resistere. Una città piegata dagli ultimi eventi, per le strade le entrate dei rifugi sono spalancate, la polizia è in massima allerta, gli ospedali sono pronti a qualsiasi emergenza. “Abbiamo dovuto sospendere a tempo indeterminato tutte le attività culturali, stiamo cercando di convincere la gente a seguire i nostri consigli, è l’unico modo per ridurre il rischio di vittime, fare quello che diciamo, restare a casa quando lo chiediamo, non andare al lavoro se necessario. Il nostro scopo è riportare la città ad una vita normale, che la routine riprenda a fare regolarmente, ma è inutile fingere di non essere in una situazione straordinaria, siamo in guerra – dice Yahav nel suo ufficio affiancato dai suoi collaboratori che entrano ed escono pieni di carte tra le mani – una guerra che noi vinceremo, forse ci vorrà un po’ ma gli Hezbollah stanno occupando un confine illegalmente e se i libanesi non riescono ad occuparsene, spetta a noi farlo. Haifa è una città mista, ci sono arabi, drusi, ebrei, sono tutti israeliani e chiunque verrà minacciato sarà protetto”. L’Italia si sta proponendo come mediatore, il primo ministro Prodi ha parlato con il presidente siriano Bashar Assad. Può essere utile? “Qualunque pressione sui siriani o gli iraniani può servire e va benissimo, ma non ci riguarda. E’ qualcosa che fate per voi, perché oggi tocca a noi, siamo noi che stasera andiamo a letto sotto una pioggia di missili. Ma domani potrebbe accadere a voi. Potete imparare da noi, o potete pentirvene più tardi”. Israele accusa il Libano di mancanza di forza per cacciare gli Hezbollah e accusa anche la Siria e l’Iran di sostenerli e armarli, ma sono soprattutto i libanesi i civili a subire la rappresaglia delle azioni del movimento islamico. “Nessuno vuole colpire i civili o compiere stragi, ma gli Hezbollah si nascondono tra la gente. E’ facile nascondere un lanciarazzi in una casa, tirarlo fuori, sparare e poi nasconderlo di nuovo. Il problema è se sia accettabile che uno stato sovrano dia rifugio a terroristi, ci sono due ministri legati agli hezbollah nel governo. Chi accetterebbe una cosa del genere? Sono un uomo di estrema sinistra eppure ad ogni ponte distrutto, lo ammetto, gioisco, perché io stesso ho voluto il ritiro e sono ancora convinto che sia la cosa giusta. Ognuno nei propri confini. Ma non è andata così, è sparita nel momento in cui ci siamo ritirati dal sud del libano, l’unica ragione per cui gli hezbollah ci combattevano e per cui erano stati creati, ma sono rimasti lì, sono stati tranquilli per sei anni e ora tutto ad un tratto ci colpiscono. E in nome di quale ragione, non dovremmo difenderci con ogni mezzo in nostro possesso?”.
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