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July 31 L'Iraq vince la coppa d'Asia, e gli iracheni esultanoIl cellulare all’improvviso diventa bollente. “Abbiamo vinto, abbiamo vinto”, grida Said dall’altro capo del telefono, la cornetta cade, il suono si fa lontano, lo immagino saltare per la stanza mentre abbraccia la madre e le sorelle. La cornetta si risolleva, la sua voce spezzata esplode in singhiozzi: “Lo avresti mai detto? Abbiamo vinto. E’ un sogno che si avvera. Allora qualcosa di buono possiamo farlo anche noi”. L’Iraq può farcela, contro ogni aspettativa, quando si unisce e lotta insieme. “Kurdi, sunniti, sciiti, amica mia, oggi siamo una cosa sola”, ripete Said capace di trasmettere un’emozione a migliaia di chilometri di distanza. In lontananza echeggiano gli spari, è il loro modo di festeggiare, anche se il governo aveva chiesto di non farlo, l’Iraq è esploso, per una volta di gioia. La squadra nazionale di calcio irachena ha vinto la Coppa Asiatica, battendo la super campionessa con alle spalle già tre titoli, squadra dell’Arabia Saudita. Ce l’hanno fatta e gli iracheni sono impazziti. Nonostante la richiesta di stare a casa, di non dare possibilità agli estremisti di colpirli, hanno invaso le strade, con canti, inni, scrivendo Iraq sul petto e sventolando bandiere. “I terroristi vogliono impedirci di essere felici, ma noi oggi dimentichiamo tutti i nostri problemi”, dice Taleb Mustapha, un diciassettenne sciita che mostra una bandiera dipinta sul petto. Il coprifuoco è stato sfidato, il tuono dei kalashnikov e delle pistole troneggia nell’aria, la fatwa (sentenza religiosa) del Grand Ayatollah al Sistani e il monito del premier al Maliki a non sparare non è servito. Gli iracheni indisciplinati festeggiano a modo loro. “Abbiamo realizzato un sogno”, dice piangendo un ragazzino che ha guardato la partita in un bar affollato di gente. Era molto tempo che non si vedevano assembramenti del genere in una Baghdad capitale delle autobombe. Sciiti, sunniti, kurdi, insieme davanti agli schermi, alle radio, ai televisori, i fiati sospesi, le esplosioni di gioia in un Iraq che nemmeno i suoi abitanti riconoscono più. Estreme le misure di sicurezza: Bando di macchine, moto e carretti in tutta la capitale fino alle sei di questa stasera. Coprifuoco anche a Najaf, Kerbala e Kirkuk la città natale del capitano della squadra irachena, l’eroe che ha segnato il goal della vittoria. In mezzo alla strada, la gente balla, ride, piange, si strappano le maglie e si abbracciano. Non capita spesso. Neanche i soldati sono riusciti a mantenere la loro richiesta compostezza e si sono uniti alla folla. Si piange anche in tv, i presentatori, avvolti nella bandiera ripercorrono la telecronaca di una partita che ha già fatto storia, mentre le lacrime solcano i visi imbellettati e lucidi sotto le luci dei riflettori. “Ci aspettiamo degli attacchi, abbiamo già fermato delle persone cariche di esplosivo, stiamo facendo del nostro meglio”, ha assicurato il portavoce dell’Esercito iracheno, il generale Bassim Moussawi. Qualche giorno fa, durante i festeggiamenti dopo la vittoria alle semifinali, due autobombe avevano cancellato il sorriso degli iracheni uccidendo 50 tifosi. Fermo anche il parlamento, il blocco sunnita ha sospeso una sessione di crisi per assistere ala partita. Alle 4 del pomeriggio, in Iraq sotto un sole cocente oltre i 50 gradi non volava una mosca, poi l’urlo della vittoria è l’Iraq all’improvviso non è stato più lo stesso paese. “Abbiamo finito tutto quello che avevamo, bandiere, cappellini, magliette con la scritta “Sono un iracheno”, fino a questo campionato era impensabile vendere una cosa del genere”, spiega Nazim Hassan, un venditore del mercato popolare di Shorja spesso nel mirino di attacchi terroristici. Suhel Jabar ha venduto 4500 bandiere e 1500 magliette e ha dovuto assumere una decina di sarti per soddisfare le richieste. “Quello che è successo a Baghdad è uno straordinario precedente – dice Omar Khorsheed, uno sportivo turcomanno – non siamo in mezzo alla strada in nome delle nostre sette, denominazioni o religiosi, ma perché per una volta siamo tutti iracheni”. La squadra dei sogniUn goal e i leoni della Mesopotamia sono diventati eroi e simbolo di un Iraq unito. Nessuno pensava che sarebbero arrivati in fondo, tanto meno che avrebbero avuto una piccola possibilità di vincere. Invece la squadra nazionale di calcio irachena è diventata una favola per i suoi tifosi. Cenerentola che vince la coppa asiatica. Erano 31 anni che l’Iraq non vi partecipava e anche solo per quello che i giocatori hanno passato, quella coppa argentata che hanno sventolato davanti alle televisioni del mondo, se la meritavano per quel sorriso che hanno regalato al loro popolo, per la lezione che hanno impartito ai politici, per quel titolo che hanno regalato ai mass media del mondo che una volta non parleranno di morti e autobombe. Ma non è stata una passeggiata, niente lo è in Iraq e loro lo sapevano, ma ci hanno creduto: l’assistente dell’allenatore si è dovuto dimettere per le continue minacce che suo figlio sarebbe stato rapito, il portiere ha perso il cognato quattro giorni prima di partire per il torneo, ucciso da un’autobomba, mentre due ore prima dei quarti di finale contro il Vietnam, il centrocampista Hawar Mulla Mohammad ha ricevuto una telefonata del premier Nouri Al Maliki che gli diceva che sua madre era stata uccisa dalla violenza settaria. Muhammad ha giocato e la squadra ha vinto 2 a 0. Una sfida dura quella di battere l’Arabia Saudita che ha vinto tre volte la coppa asiatica e puntava alla quarta. I sauditi sono arrivati a Jakarta con un jet privato, con a seguito medici e massaggiatori. Gli iracheni hanno viaggiato in classe economica, hanno trascorso 12 ore nella salette di attesa di ogni aeroporto per ottenere il visto, hanno preso la dissenteria e quando hanno raggiunto la Malesia per disputare la semifinale, si sono accorti che le loro stanze erano state occupate dalla squadra iraniana che era stata appena eliminata. Hanno dormito nella hall, hanno giocato con un equipaggiamento vecchio, sono andati avanti solo spinti dalla volontà e dalla passione. E dal loro allenatore. Un brasiliano come quello dei sauditi, Jorvan Vieira, 54 anni: “Allenare questa squadra è stata la cosa più difficile della mia carriera”, ammette Vieira, che in due mesi ha preparato la squadra irachena in una località segreta della Giordania. Vieira è un veterano, ha lavorato con 26 squadre e cinque nazionali. “Nessuno si aspettava che saremmo arrivati fino a qui, io stesso sono scioccato”, dice l’allenatore che all’inizio è stato visto come un intruso dai giocatori che volevano un iracheno. Il premier ha chiesto all’allenatore di restare per allenare la squadra per i mondiali del 2010. “Se resto altri sei mesi mi ricoverano in manicomio. Sono felice per il risultato raggiunto per me è stata una sfida, ma sono una persona meticolosa e ho dovuto combattere per qualunque cosa, al primo allenamento si sono presentati in sei perché gli sciiti non volevano giocare con i sunniti”. Vieira ha fatto un miracolo, quello che nessuno in quattro anni dalla caduta di Saddam è riuscito a fare, ha unito sunniti, kurdi, sciiti e li ha resi una squadra. “Ma se resto ne andrà della mia salute. Seguo il mio istinto, era una cosa che dovevo fare, dovevo mandare un messaggio, ora posso passare oltre, anche se è difficile dire addio. Ma questi ragazzi sono eccezionali e lo hanno dimostrato”. Il calcio ai tempi di SaddamQualsiasi giocatore conosce la pena che si prova quando si sbaglia una punizione o un rigore. Ma per la squadra nazionale di calcio iracheno prima della caduta di Saddam, il dolore era fisico. Significava umiliazione, carcere e tortura. Nessuno in Iraq osava fare il gioco duro perché quello che sarebbe accaduto se avessero preso una punizione faceva sì che era meglio lasciar andare la palla. D’altra parte erano le regole di Uday Hussein, il figlio maggiore dell’ex rais, che si era autonominato a metà degli anni 80, direttore della federazione di calcio irachena e di quella olimpica. Un sadico che teneva nelle mani gli atleti del suo paese che non vincevano per la gloria ma per non essere torturati. Abbas Rahim Zair, un centrocampista sbagliò un tiro durante una partita contro gli Emirati e finì per tre settimane in una cella di isolamento, ogni giorno veniva picchiato sotto le piante dei piedi. Uday per incitare i suoi giocatori, diceva loro che se non vincevano gli avrebbe tagliato le gambe e nessuno di loro lo ha mai dubitato. In molti hanno provato le scosse elettriche e i bagni nelle fogne. Ogni atleta aveva un pensiero fisso nella testa: che Uday, li stava guardando. “Il cartellino rosso era particolarmente pericoloso”, ha raccontato Yasser Abdul Latif, che nel 2000 commise un fallo. Portato in prigione, in una cella di due metri quadrati, gli rasarono la testa e le sopracciglie. Spogliato fino alla vita, fu costretto a fare flessioni per due ore, poi legato con dei fili elettrici venne torturato. Il capitano Habib Jaffar, adorato da un’intera generazione di ragazzi negli anni 80 è forse quello che è stato punito più di chiunque altro. “Ora che Uday non c’è più, speriamo di dimenticare – ci disse il calciatore dopo la caduta di Saddam – vorrei solo avere ancora vent’anni per dimostrare quanto meglio avrei potuto giocare se non fossi morto di paura ogni volta che toccavo il pallone”.
July 25 L'ultimo cinema di BaghdadSaad Samir siede sconsolato accanto alla biglietteria del suo cinema. Diversi mesi fa ha licenziato l’impiegato che vendeva i biglietti e ancora prima la maschera che li strappava all’entrata della sala. Ora fa tutto Samir, accoglie i clienti e poi fa partire il film. Una volta si usavano quei romantici macchinari dove venivano installate le enormi pizze di pellicole, adesso basta un computer e un dvd. Non serve pagare un tecnico per quel lavoro. E in ogni caso presto i battenti del cinema Samiramis si chiuderanno. Il primo agosto, il cinema più importante e autorevole di Baghdad si arrende. Samir non ce la fa più. Ha tentato, ha lottato, ci ha creduto, ma è arrivato il momento che non sa più come rimandare. Sono trascorsi trentotto anni dalla sua apertura, nella sua sala sono passati film che hanno commosso e fatto ridere tutto il mondo e anche gli iracheni. Dalla serie di Indiana Jones a quella di Batman. “Il mondo del cinema se ne va “via col vento” – dice Samir, ripetendo una frase piuttosto comune tra gli iracheni, tratta dall’omonimo film del 1939 con Clark Gable – Non ho più i soldi per mantenerlo, ormai qui non viene più nessuno. Le famiglie, e il mio cinema è sempre stato per loro, non trascinano fuori i bambini per paura delle autobombe e dei rapimenti. Nessuno ha voglia di rischiare la vita per avventurarsi in una città che è già un film dell’orrore. Senza contare che per un dollaro, contro i due e mezzo del biglietto, si trovano ormai ovunque film pirata, la gente se vuole vedere qualcosa può tranquillamente farlo senza uscire di casa. Anche noi visto che non potevamo permetterci di pagare le tasse per i film originali siamo costretti a mandare in onda film piratati. Come Superman 3 ora in programmazione. Per noi una giornata piena non ha più di cinquanta persone, oggi ne abbiamo solo dodici, gente che viene per dormire, per starsene all’aria condizionata o perché non sa dove andare. Quello che metto in onda è irrilevante”. Ma non è stato sempre così. Ai tempi d’oro negli anni ’70 si faceva la fila per entrare nel cinema, 1800 posti a sedere, film nuovi che arrivavano dagli Stati Uniti e dall’Italia. Gli spettatori si appollaiavano sugli scomodi sedili di legno, fumavano una sigaretta e si perdevano nel mondo magico della celluloide, l’unico posto dove i sogni per un paio d’ore potevano trasformarsi in realtà. “Questo posto brulicava di persone, di bambini chiassosi che si divertivano per un pomeriggio intero. Adesso a causa del coprifuoco sono costretto a chiudere alle tre del pomeriggio – spiega Samir che non ha ancora deciso cosa farà quando il cinema sarà chiuso – mio padre me lo ha lasciato in eredità, tutta la vita della mia famiglia ha girato intorno a questo posto, ho perfino conosciuto mia moglie qui, era venuta a vedere Forrest Gump accompagnata da sua madre, è rimasta a vederlo tre volte, fino a quando mi sono deciso a parlarle”. Samir non crede che la situazione migliorerà in tempi brevi, quindi per lui, è inutile, continuare ad investire in qualcosa del quale il pubblico non può usufruire con serenità. “Sono così triste di aver dovuto prendere questa decisione, ma non ho scelta”. In realtà i problemi sono cominciati alla fine degli anni 90, quando un’ondata di film pirata ha invaso il mercato riducendo drasticamente la clientela dei cinema. “Con gli affari che calavano, abbiamo dovuto smettere di comprare i film americani che uscivano perché i costi raggiungevano i venti, venticinquemila dollari”. Durante il regime di Saddam Hussein, la diffusione dei film era molto controllata, il governo prediligeva le epopee belliche e i film arabi. “La caduta di Saddam nel 2003 non ha portato solo violenza, ma un’era di immoralità”. Con la chiusura del Samiramis, se va l’ultimo cinema “per tutti” di Baghdad, restano solo le sale cinematografiche, circa una dozzina, che si dedicano a film per adulti proibiti durante l’epoca dell’ex rais “Il Samiramiss è il miglior cinema di Baghdad”, ammette Ahmad Nadim, un vecchio di 76 anni che dirige il cinema Najaa da quarantaquattro anni, ad una decina di minuti di strada dall’altro. Si ricorda ancora quando gli inglesi aprirono il primo cinema negli anni venti con i film muti, seguiti da quelli di Charlie Chaplin, solo negli anni ’40 gli iracheni hanno cominciato a produrre i loro primi film, in genere, tutti romantici. Nadim ora trasmette film pornografici. “L’Iraq è cambiato, al cinema vengono solo uomini e vogliono vedere sesso. Tutti quelli che potevano apprezzare un film di qualità hanno lasciato il paese. Qui sono rimasti i poveracci, gli ignoranti e i combattenti che sono la somma di entrambi. Per tornare al cinema di una volta, c’è solo un modo; raggiungere i cuori dei nostri ragazzi e riparare i pezzi”.
July 24 PREMIO LUCHETTAQuesta sera in onda su Rai 1 ci sarà alle 23.55 la differerita del premio Luchetta.
Buona Visione.
Barbaraa July 20 Guerra per accedere all'universitàAi ragazzi iracheni piace andare a scuola. E’ il loro modo di ribellarsi a quel paese sempre in guerra che li circonda. Un Iraq fatto di armi, di razzismo, di violenza che schiaccia i giovani e impedisce loro di guardare il futuro. Molti vanno ancora a scuola, spesso contrariamente ai desideri dei genitori che li vorrebbero a casa guardati a vista, al sicuro, lontani dall’orrore che ha scandito ogni giorno degli ultimi quattro anni. Ma i ragazzi non si arrendono e ogni giorno percorrono quelle strade dove potrebbero essere rapiti, attaccati e uccisi. Ma la guerra non è solo questo. Non è solo uccidere una vita, ma anche quello che la rende degna di essere vissuta, per questo nel mirino della militanza ci sono professori, intellettuali, medici, così come teatri, ristoranti, pranzi di matrimonio, parcheggi delle scuole. In una precisa strategia, le differenze, gli odi, i vecchi rancori tra sciiti e sunniti sono stati ingigantiti e inaspriti, fino ad arrivare al giorno nel quale Baghdad si è trasformata in una città divisa. Il sogno degli studenti iracheni, che hanno appena sostenuto gli esami di maturità e partecipato a quelli di selezione delle università, è stato infranto da un gruppo di professori che ha falsificato i risultati dei test. Alcuni esaminatori che hanno ricevuto i fogli dei ragazzini sia sciiti che sunniti hanno letteralmente cancellato le risposte esatte facendo scendere il punteggio al di sotto del 50 % quota che serve per accedere all’università. Ma un professore zelante, sorpreso dai risultati, ha scoperto lo scandalo. Il ministero dell’Educazione ha aperto un’inchiesta e ora stanno riesaminando migliaia di fogli compilati dai ragazzi. Un compito difficile perché gli studenti hanno risposto usando matite che rendono difficile capire quale risposta sia stata data e poi cancellata. “Ci vergogniamo profondamente perché delle persone istruite sono diventate una sorta di terroristi –ha ammesso Amir Al Khafaji, portavoce del Ministero dell’Educazione, che ha scoperto che i nomi degli insegnanti scoperti, licenziati e denunciati sono tutti legati a gruppi religiosi – il prossimo anno faremo in modo che non ci siano differenze tra insegnanti sciiti e sunniti”. Sei i professori già licenziati: quattro sunniti e due sciiti, ma molti altri sono ancora sotto inchiesta. Sono, invece, 50 mila i ragazzini che hanno preso parte agli esami rispondendo a domande che riguardano materie di storia dell’Islam, arabo, inglese, matematica, fisica, chimica e biologia. Chi non supera il 50% non può accedere all’istruzione universitaria pubblica e sarà costretto ad iscriversi ad una università privata a spese della famiglia. “E’ vero – ha raccontato uno dei professori licenziati agli investigatori – ho dato voti cattivi a tutti gli studenti che avevano un nome sunnita perché ho perso uno dei miei figli nel quartiere di Adamiyah (una delle roccaforti della militanza sunnita a Baghdad). E’stato ucciso solo perché era uno sciita”. Per ora le schede sono di nuovo sotto riesame, ma è probabile che venga data ai ragazzi che hanno ottenuto voti sorprendentemente bassi, la possibilità di ripetere l’esame. Magra consolazione. Ma la guerra trasforma le persone e spesso in peggio. Le reazioni degli studenti non sono da meno: “Ho scoperto che due dei professori licenziati hanno valutato il mio compito – ha detto Haider Abed, uno sciita diciottenne – se scopro di essere una delle loro vittime, farò tutto ciò che è in mio potere per tagliare le loro teste”. Doraid Bassim, anche lui diciottenne è invece sunnita: “Ho studiato per un anno intero, ho sempre avuto ottimi voti prima del mio esame finale. Giuro che ucciderò tutti i professori sciiti se non lo passo”. Un anno dopo, tra ricostruzione e macerieUna guerra giusta, così l’ha definita un anno dopo Ehud Olmert, il primo ministro israeliano. Era un mercoledì mattina quando un commando di militanti del partito di Dio ha superato il confine, sorpreso una pattuglia israeliana, ucciso 8 militari e ne ha catturati due. Immediata la reazione di Israele, con un consiglio di guerra durato 40 minuti, che nei mesi successivi porterà a dure critiche che costeranno il posto al Capo di Stato Maggiore e al Ministro della Difesa. “Ridatemi la mia anima gemella”, ci disse trattenendo le lacrime la moglie del soldato israeliano Ehud Golvasser rapito il 12 luglio del 2006. Mentre la sua voce spezzata raccontava il loro giovane amore distrutto, infuriava la guerra tra Israele e gli Hezbollah, l’artiglieria sparava, i razzi piovevano, le città venivano distrutte e la gente fuggiva. Il primo cemento a piegarsi al tuono delle bombe israeliane sarà l’aeroporto di Beirut. Seguiranno 34 giorni di fuoco. Da una parte il Libano con 1200 morti, 4400 feriti, la maggior parte dei quali civili, un milione di profughi e centinaia di edifici e infrastrutture distrutte. Dall’altra, Israele, con più di 4000 razzi caduti, 158 vite falciate e la paura di una regione sotto assedio che ancora attanaglia gli animi dei residenti del nord. Una guerra giusta per Olmert, un conflitto che gli israeliani, per il mondo arabo hanno perso, riversando per la prima volta sul movimento radicale sciita un’importanza politica che non aveva mai avuto. “Una vittoria divina”, la definì Nasrallah, il leader degli Hezbollah. In realtà a fermare gli animi fu un accordo con le Nazioni Unite, Israele che aveva invaso il Libano si ritirava, una forza internazionale prendeva il loro posto assistiti dai militari libanesi e gli Hezbollah si rintanavano nelle loro case. E così fu. Un anno dopo il Libano vacilla, il nord paralizzato da settimane di scontri con l’esercito libanese non riesce ad espugnare il campo profughi di Naher Bared controllato dai militanti di Al Qaeda, a Beirut con una grave crisi politica e nel sud una calma tesa tenuta insieme dalle Nazioni Unite che ormai controllano la regione con 13mila militari internazionali. “Prendemmo la decisione giusta e che ci ha consentito di allontanare la minaccia degli Hezbollah dai nostri confini", ha detto Olmert, ma di fatto la minaccia si è solo assopita, gli Hazbollah sono sempre lì, con le armi chiuse nei loro tunnel e secondo fonti libanesi sarebbero anche più forti dell’anno scorso quando si confrontarono strenuamente nelle roccaforti del sud trasformate in scheletri di città. Per il premier la situazione del nord è tornata tranquilla, i contadini lavorano, il turismo è ripreso, e anche se rimangono le incertezze sulla forza militare israeliana. “In questo anno la nostra presenza ha permesso che si godesse nel sud di un periodo di stabilità”, ci dice il maggiore Diego Fulco, portavoce del contingente Onu. “I rapporti con la popolazione sono buoni, siamo tra la gente e a loro piace sentirci vicini”, ci conferma il capitano Matteo Tuzi, portavoce del contingente italiano impegnato in decine di progetti di sviluppo. Ma è proprio la gente che ad un anno della guerra non risparmia polemiche sulla gestione dei fondi della ricostruzione. “La priorità del governo è stata quella di dare sostegno alle famiglie delle vittime”, dice Jihad Azour, il ministro libanese delle Finanze. Quelli del sud non sono d’accordo, i soldi per la ricostruzione sono arrivati dall’estero, soprattutto da Qatar, Iran e da altri paesi donatori. Più positivo il bilancio della ricostruzione delle infrastrutture pubbliche: dei 91 ponti distrutti, 51 sono stati ricostruiti, sempre grazie a privati. Critiche anche da parte delle organizzazioni per i diritti umani, nessuno si è assunto la responsabilità, né gli israeliani né gli hezbollah di aver trasformato una regione in un campo di battaglia incuranti dei civili. E’ passato un anno e la guerra giusta di Olmert non ha riportato a casa i due soldati, non ha reso Beirut più forte, né il resto della regione. In Libano resta solo una montagna di polvere, di case distrutte, di bambini traumatizzati e di equilibri interrotti, nel nord di Israele, la paura che da un momento all’altro tutto possa ricominciare da capo.
Hamas uccide TopolinoTopolino è morto. Lo ha ucciso a forza di botte un soldato israeliano. I bambini che guardavano lo show, ogni giorno incollati davanti al televisore, stessa ora, stesso canale sono rimasti impietriti: il loro eroe, Farfur come viene chiamato in Palestina è stato trucidato. La presentatrice del controverso programma per bambini “I pionieri del domani”, in onda su Al Aqsa tv, finanziata dal movimento radicale di Hamas, ha accolto la notizia con sgomento “Farfur è diventato un martire difendendo la nostra terra, ucciso dagli assassini dei bambini”. Nessun messaggio subliminale, la trasmissione che ogni giorno dura pochi minuti, dove Topolino e Sarah, discutono, ma anche rispondono a telefonate del giovane pubblico, lancia messaggi molto chiari: i musulmani conquisteranno il mondo, è bello morire combattendo Israele e i suoi alleati saranno distrutti. “Io e voi stiamo ponendo le fondamenta per un mondo governato dai musulmani. Riporteremo la comunità islamica al suo antico splendore, se Dio vuole libereremo Gerusalemme, l’Iraq, e tutti i paesi musulmani invasi dagli assassini”, dice Farfur nella sua vocina squillante e un po’ odiosa. Sarah, una ragazzina di una decina d’anni con la testolina incorniciata in un velo, gli tiene banco, fa domande sulla lotta e la disciplina islamica e Farfur risponde diligentemente ai suoi quesiti. “I bambini palestinesi vivono sotto l’occupazione ebrea, ma con l’aiuto dall’Allah resisteremo e li proteggeremo dall’occupazione zionista”, replica la bambina. Sul programma sono piovute denunce e critiche da ovunque, a partire dalle autorità palestinesi fino alla figlia di Walt Disney, inorridita di fronte all’uso che si fa del personaggio creato da suo padre. Alla fine però i produttori dello show, hanno dovuto cedere, ma l’ultimo episodio da poco andato in onda, fa si che Topolino, uno dei personaggi più amati dai bambini di tutto il mondo, venga ucciso da un ufficiale israeliano, che poco prima di morire Farfur chiama “terrorista”. “Avevamo bisogno di quello spazio per un altro programma anche se non sappiamo ancora quale”, ha precisato Mohammed Bilal, direttore della tv, commentando l’ultimo episodio. “E’ inaudito usare un programma per bambini per lanciare messaggi politici”, ha, invece, detto l’ex ministro dell’Informazione palestinese Mustafa Barghouti, che ha cercato in più occasioni di far sospendere il programma. “Lo spirito nazionalistico dei bambini va sviluppato in tutt’altro modo”, sostiene Abu Sumaua, direttore della stazione televisiva del partito di Fatah. “Incendiario e scandaloso”, per gli israeliani. lL’organizzazione israeliana, Osservatore dei Media Palestinesi, spiega che per Farfur, qualsiasi opportunità era buona per indottrinare il giovane pubblico con insegnamenti che riguardavano la supremazia islamica. “Naturalmente lo vivo come un fatto perdonale – confessa Diane Disney Miller, sconvolta dalla storia del Topolino palestinese – non è solo per Mickey Mouse, è il modo in cui vengono indottrinati i bambini, in cui si insegna ad essere diabolici. Il mondo ama i bambini e questo va contro qualsiasi forma di umanità. Abbiamo a che fare con il male allo stato puro, e non possiamo ignorarlo”. July 13 Premio LuchettaPremio Luchetta 2007 A Barbara Schiavulli, freelance, per le corrispondenze dall'Iraq pubblicate da "L'Espresso", "Il Messaggero" e "La Stampa". Barbara Schiavulli ha vissuto in Iraq fingendosi sordomuta per non essere riconosciuta come straniera, e ha raccontato dal vivo la guerra vissuta dalla parte della popolazione civile, gli scontri delle decine di milizie armate, la voglia di normalità e di pace di uomini e donne cui spesso è tolta anche la PREMI: TRIESTE, ASSEGNATO IL 'LUCCHETTA 2007' = LA SERATA DI PREMIAZIONE SABATO IN PIAZZA UNITÀ D'ITALIA Trieste, 12 lug. - (Adnkronos/Adnkronos Cultura) - La free lance Barbara Schiavulli e la La leonessa di GazaSabrina è stata liberata dopo due anni di prigionia. I militanti di Hamas durante un raid e uno scontro con i membri di un clan nemico in una zona remota di Gaza, l'hanno tirata fuori dal nascondiglio dove veniva fatta rientrare ogni sera. Malnutrita, senza alcuni denti, con la pelle rugosa e rovinata, Sabrina al momento del rilascio non aveva un bell'aspetto. Ma non appena ha realizzato che sarebbe tornata nella sua vecchia casa di sempre, Sabrina ha ruggito dalla gioia. Perché Sabrina, non è niente meno che una leonessa. Ventiquattro mesi fa, in una notte afosa di Gaza, era stata rapita dalla sua gabbia nel piccolo zoo che allieta le rare giornate di pace dei bambini palestinesi. In questi mesi di prigionia la bestia, caduta in una sorta depressione, era stata privata della compagnia del fratello dal quale, fin dalla nascita, non si era mai divisa. Giunti cuccioli dall'Egitto, avevano arricchito il centro zoologico che raccoglie anche cammelli, serpenti, piccole antilopi e qualche mulo. «I ladri le hanno tagliato la coda, gli artigli e la criniera simbolo di orgoglio. Sono molto triste per lei, si deve essere sentita molto umiliata», racconta Saoud al Shawa, il veterinario dello zoo che l'ha presa in consegna. La leonessa per tutto questo tempo, ha dovuto lavorare, i suoi rapitori l'hanno usata come animale da baraccone, facendo pagare la gente, soprattutto i bambini, cinque shekel, circa un euro per farsi fotografare con lei. Una piccola fonte di guadagno per quelli della famiglia di palestinesi che l'avevano rubata e che l'hanno malamente mantenuta senza che nessuno tentasse di liberarla. Ma durante la rivolta, poco prima della presa di Gaza, qualche settimana fa, i militanti di Hamas, dopo aver neutralizzato i membri armati del clan, si sono imbattuti in Sabrina, non sapendo che farsene, l'hanno riportata a casa, allo zoo. «Le hanno anche estratto i denti davanti, la leonessa sta molto male ed è molto stanca - precisa il veterinario - possiamo nutrirla solo con carne macinata, darle medicine e sperare che si riprenda». Sakher, suo inconsolabile fratello, invece, è rinato. Da quando lei era sparita non aveva mai smesso di emettere strazianti ruggiti, ma non appena sono stati riuniti ha accarezzato con il muso il collo della sorella e hanno cominciato a giocare. Un lieto fine per Sabrina e Sakher che si godranno l'estate insieme, un'estate torrida e afosa che non promette niente di buono per gli animali che vivono in Terra Santa. Nello zoo di Tel Aviv più moderno e ricco, il caldo rappresenta un serio problema. Ci sono molti animali abituati a vivere a basse temperature che alla soglia ormai dei 40 gradi centigradi, boccheggiano. La soluzione trovata dai medici veterinari del Ramat Gan Safari è stata semplice ma efficace: enormi ghiaccioli pesce per le foche, di miele e lamponi per gli orsi, migliaia di cubetti di ghiaccio per pinguini. «Gli orsi adorano i ghiaccioli di frutta - dice Sagit Horowirz portavoce dello zoo - ci giocano per un'oretta e mantiene la temperatura del corpo bassa». Per i tapiri e gli alpaca spruzzi di acqua mentre per gli elefanti e i pappagalli delle vere e proprie docce fredde. July 11 Sposarsi a BaghdadNon era il matrimonio che Layla aveva sognato. Non aveva il vestito bianco e il fidanzato indossava gli abiti di tutti giorni. Per tutta la vita da quando era una bambina aveva immaginato di festeggiare il giorno delle nozze in una grande sala, dove la famiglia si sarebbe riunita, gli amici avrebbero suonato il clacson nelle strade e le macchine sarebbero state decorate con fiori freschi. Tre giorni fa Layla si è sposata al Babylon Hotel nel centro di Baghdad, in quello che è stato un matrimonio di massa organizzato dal ministero dello Sport per permettere alle giovani coppie di sposarsi in sicurezza.
Cento coppie si sono riunite accompagnate solo dai familiari più stretti e hanno partecipato ad un rito e un piccolo buffet. Ingenti le misure di sicurezza, metal detector per gli sposi, perquisizioni sotto i traboccanti vestiti bianchi per le spose che lo indossavano. Pizzi, merletti, coroncine non sono mancate insieme alla paura che la morte fosse in agguato nel giorno più bello della loro vita. “Quando l’Iraq tornerà ad essere un paese normale, festeggeremo di nuovo. Ma anche se questo non è stato il miglior matrimonio possibile, era meglio che non sposarsi affatto – racconta Layla che giunta a 27 anni, aveva fretta di sposarsi – non potevo aspettare che la situazione migliorasse, viviamo ogni giorno come se fosse l’ultimo e io prima di morire volevo avere una famiglia”. Layla e Said Bayati si sono conosciuti all’università, lui un paio di anni più grande è riuscito a laurearsi, lei invece ha smesso dopo gli ultimi mesi di continui attacchi contro le università e le scuole. “Ogni giorno andrò al lavoro, farò la spesa, e cercherò di far sì che a mia moglie non manchi niente, ma per un uomo non è facile accettare di non poter proteggere la persona che si ama. Questo è l’Iraq di oggi, un buco nero dove si rischia di inciampare ad ogni passo”, dice Said che fa l’architetto. Al matrimonio di massa di sabato scorso c’erano i loro genitori, ma non tutti i fratelli quelli che vivevano in alcune zone della capitale hanno deciso che era troppo rischioso, gli altri non hanno potuto perché lo spazio della sala era limitato. Giovedì scorso, durante un ricevimento di nozze, un’auto piena di esplosivo si è lanciata verso l’entrata di un ristorante in un quartiere sciita uccidendo 17 persone, tra i quali donne e bambini, trasformando un matrimonio in un funerale. Anche per questo il ministero dello Sport e della Gioventù ha pensato di trovare una soluzione per i giovani innamorati. “E’ un matrimonio di squadra, è il loro modo di opporsi alla violenza che li circonda, un modo per imporre la pace e la stabilità, queste persone vanno ammirate, sono il futuro di questo paese”, afferma Jaseem Mohammed Jaafar, ministro dello Sport e della Gioventù che non ha mancato di partecipare alle nozze. Dal ministero un regalo per le coppie: uno scialle bianco con la mappa dell’Iraq ricamata per le spose e una busta con 700 euro per i futuri mariti. Non erano molti i sorrisi, “Ma almeno ci siamo potuti sposare, e al sicuro”, racconta Sami Waleed. “Non ne possiamo più del sangue che ci circonda”, dice Ali Shia che sulla via del ritorno a casa ha visto decine di autoambulanze riversarsi sulla scena di un attentato. Tutto sommato il Babylon Hotel ha fatto il possibile per creare un’atmosfera romantica: musica, palloncini rossi e bianchi, decine di torte decorate con una scritta di auguri del ministero. Qualcuno ha perfino ballato, ma è difficile divertirsi quando fuori aleggia inesorabile lo spettro della morte. I politici agli iracheni: prendete le armi e difendetevi da soliQuando la politica chiede ai propri cittadini di armarsi e di difendersi da soli, lo Stato non esiste più. Quattro anni dopo la fine della guerra che ha spazzato via il regime di Saddam Hussein e che avrebbe dovuto portare libertà e democrazia, l’Iraq si arrende. Siamo a questo punto. Un buco nero nel quale si affacciano gli iracheni, alcuni con le mani insanguinate, altri, vittime innocenti, tutti consapevoli che il confine di non ritorno è ormai stato superato da molto tempo. I politici sunniti e quelli sciiti, raramente vanno d’accordo. Ma questa volta l’appello è comune dopo un fine settimana che ha falciato più di 220 vite tra esecuzioni, autobombe e mine piazzate sulla strada, si chiede che i civili prendano le armi e si difendano da soli. E’ il più grande fallimento di uno Stato, non riuscire a garantire la sicurezza dei propri cittadini, la più grande delusione che ci costringe ad ingoiare il presidente americano Bush che con i suoi discorsi altisonanti non è riuscito non solo a combattere il terrorismo, ma neanche a rimediare i propri errori.
E ora, alla gente normale, quella che ogni giorno rischia la vita andando a fare la spesa al mercato, o andando a scuola per accompagnare i figli, o seduti in piazza ad aspettare che il lavoro chiami, a loro tocca prendersi cura di se stessi, della propria famiglia e dei propri vicini. Della polizia non ci si può fidare, sono sunniti e gli sciiti ne hanno paura. Dell’esercito non ci si può fidare, sono sciiti e i sunniti ne sono terrorizzati. Degli alleati non ci si può fidare perché hanno talmente di quello che li circonda che sparano prima e poi ti chiedono chi sei. Della politica non ci si può fidare, perché è un mondo complicato anche quando si vive in pace, figurarsi quando per ogni parlamentare ci vogliono almeno trenta guardie del corpo per proteggere persone che pensano al bene del loro partito o movimento più che di tutti gli iracheni insieme, quando i politici nella loro sfacciata ipocrisia profetizzano la guerra civile se gli americani se ne andassero. E adesso che succede in Iraq, scaramucce che ammazzano mille persone a settimana?
Non resta che adattarsi a quello che l’Iraq è diventato, una giungla dove per sopravvivere bisogna essere cannibali e attaccare prima di essere uccisi. “Gli iracheni hanno il diritto di aspettarsi dal proprio governo protezione per le loro vite, per la loro terra, il loro onore e la proprietà”, dice il sunnita Tariq al Hashemi, vice presidente. Ma visto che non è possibile, “non c’è altra scelta che difendersi da soli”, il governo, secondo Hashemi, dovrebbe provvedere a fornire le comunità con denaro, armi, addestramento e dare delle regole di comportamento, molto più simili a quelle di ingaggio che all’educazione al buon vicinato. “La situazione è diventata insostenibile - afferma Adnan al Dulaimi, un altro importante parlamentare sunnita – il primo ministro al Al Maliki ha fallito e cercheremo di far cadere il suo governo sciita”. Il voto di confidenza è previsto per il 15 luglio, ma comunque vada, andrà sempre peggio per l’Iraq. D’altra parte l’idea di utilizzare i civili per combattere una guerra persa in Iraq, non è nuova, nella provincia di Al Anbar, roccaforte della militanza sunnita e prima residenza del ramo locale di Al Qaeda, sono state le tribù e non gli assedi americani e dell’esercito iracheno a dare una scossa al terrorismo. La gente si è ribellata ad Al Qaeda e sembra con un certo successo, visto che i capi si sarebbero spostati verso nord. Ma al Qaeda non è una piramide immobile, è più un pugno di sabbia che scivola tra le dita e si posa dove vuole, dove il vento soffia più forte. Agli americani piacerebbe riproporre il modello della provincia di al Anbar, ma nessuno sa fino a dove quelli di al Qaeda, possono venire spinti. La loro potenza, la loro ferocia sembra essere inattaccabile, ma il problema non sono solo loro. C’è la lotta interreligiosa tra sunniti e sciiti, c’è il desiderio di vendetta, c’è la profonda criminalità. C’è il caos. Secondo il generale Ali Ghedain, l’esercito iracheno ha deciso di raccogliere forze volontari nella provincial di Diyala, dove gli americani sono riusciti a liberarsi dei combattenti di al Qaeda da parte di Baqouba, il tumultuoso capoluogo. Tremila e ottocento volontari sarebbero stati reclutati. “La loro missione sarà simile a quella dei vigilanti, lavoreranno sotto la polizia – spiega Gheidan – proteggeranno alcune aeree, le stesse in cui abitano. Lo scopo è di mantenere il controllo delle zone che sono già state liberate dai militari senza che ricadano nelle mani della militanza”. E’ pur sempre un’idea. Ma riempire di altre armi i vicoli polverosi e angusti dell’Iraq è un rischio. Ma forse, solo uno in più. |
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