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    24 August

    UN PRESIDENTE SOTTO TORCHIO

    Sotto torchio per sette ore, il presidente di Israele rischia un’incriminazione per stupro. Moshe Katzav ha aperto le porte di casa, ha lasciato che gli investigatori rovistassero tra la sua roba e parlassero con i suoi dipendenti. “Prove drammatiche” che andrebbero ben oltre questo caso, è stato l’unico commento trapelato dalla polizia. Un’ex segretaria e non è la prima, ha accusato il presidente di averla costretta ad un rapporto sessuale non consensuale, mentre Katzav sostiene che la donna che ha superato il test della macchina della verità, lo ricatta. Il presidente sarà interrogato ancora, anche in merito ad irregolarità circa la concessione della grazia presidenziale ad alcuni detenuti. Spetterà al Procuratore Generale Menachen Mazuz decidere il futuro di Katzav, se incriminarlo. In ogni caso gli scandali sessuali, frequenti in Israele in questo periodo, non piacciono alla politica che comincia a pensare che forse sarebbe meglio per il presidente farsi da parte. “Katzav come chiunque ha il diritto di provare la sua innocenza, ma deve anche preservare l’onore dell’istituzione presidenziale. Le accuse sono gravi, Katzav dovrebbe prendersi una vacanza”, ha detto Ruhama Avraham, presidente di una commissione parlamentare. Ma l’integrità di Katzav non è l’unica in discussione, sotto inchiesta per molestie sessuali anche il ministro della giustizia Haim Ramon dimessosi domenica. Il suo incarico ad interim, è stato assunto ieri da Meir Sheerit, l’attuale ministro dell’ Edilizia. Ramon il giorno dello scoppio della guerra in Libano, poco prima di incontrare il premier Olmert, avrebbe baciato una giovane soldatessa di leva che aveva chiesto al ministro di farsi una foto con lui. Il bacio forzato potrebbe costare fino tre anni di prigione al ministro, dopo che il procuratore generale, lo ha incriminato per assalto indecente. Come se non bastassero gli scandali sessuali a far tremare la politica israeliana, il ministro per i rapporti con il parlamento Jacob Edery, ha chiesto al primo ministro Ehud Olmert, leader del suo stesso partito il Kadima, la costituzione di un governo di emergenza nazionale. "La ricostruzione e il rafforzamento delle forze armate e l'esigenza di creare un fronte unico davanti alla minaccia iraniana - ha scritto Edery in un messaggio al premier - sono obiettivi che richiedono la creazione di un governo di emergenza nazionale che riunisca tutte le forze politiche". E infine un’altra indagine, questa volta militare contro il capo del comando settentrionale dell’esercito, il generale Yitzhak Gershon, accusato di aver messo in pericolo decine di migliaia di cittadini di Haifa, quando ha dato l’ok per l’uso di un serbatoio di ammoniaca, quando tutte le sostanze chimiche dovevano essere rimosse. Il contenitore se colpito da un missile Hezbollah poteva causare una strage.

    SEXGATE

    E’ il giorno dello scandalo. Il presidente israeliano Moshe Katzav verrà oggi interrogato dagli investigatori della polizia riguardo ad un’accusa di estorsione contro una dipendente che a sua volta ha denunciato il presidente, di violenza. La guerra in Libano doveva stringere gli israeliani intorno al governo, e in parte lo ha fatto. Ma la guerra non è riuscita a tenere insieme la politica israeliana. Da una parte le contestazioni proprio su come la guerra è stata gestita, dall’altra la decadenza dei protagonisti. Da un premier sotto verifica del controllore di Stato per l’acquisto di una casa a basso prezzo in cambio di concessioni edilizie, ad un capo di Stato Maggiore che mentre dichiarava guerra vendeva le sue azioni prima del crollo della borsa.  Da un ministro della Giustizia che si è dimesso per affrontare un’inchiesta di molestie sessuali al presidente che rischia un’accusa di stupro. La parola di Katzav che, senza fare una denuncia formale, afferma che la sua ex impiegata lo ricatta, contro quella di un’ ex segretaria, e non è la prima, che accusa il capo di stato di violenza. La polizia ieri ha sequestrato nella residenza ufficiale del presidente documenti e computer, tra cui quello personale di Katzav, nel tentativo di far luce sulla verità. Tempi duri anche per un altro presidente, quello del parlamento palestinese, Abdel Aziz Dueik, dirigente di Hamas, arrestato due settimane fa, incriminato davanti ad un tribunale militare israeliano, per “appartenenza ad un’organizzazione terroristica”. Un’inchiesta si apre e un’altra si chiude:  il comitato di indagine sulla conduzione della guerra da parte dell'esercito, istituito la scorsa settimana dal ministro della Difesa Peretz, ha improvvisamente interrotto i suoi lavori senza dare spiegazioni sui motivi della decisione. Entro oggi il governo potrebbe decidere sulla costituzione di una commissione di inchiesta, questa volta giudiziaria, che a differenza di quella precedente, avrebbe poteri assoluti di indagine. Molto dipende dal mandato che accetterà di concedergli il premier Olmert. Un’indagine che Israele vuole, a partire dai soldati, ma che rischia di ritorcersi contro premier messo in difficoltà anche dalle dispute finanziarie legate alla guerra, si parla di tagli per 500 milioni di dollari, tali da mettere in crisi la maggioranza di governo. E ancora, dure critiche ufficiali al governo per la gestione dell'emergenza nel nord del paese durante il conflitto. Un rapporto preliminare del parlamento, redatto da una sottocommissione incaricata di monitorare il fronte interno della crisi, si scaglia contro il ministro della Difesa e più in generale all'esecutivo, colpevoli di non aver proclamato tempestivamente lo "stato di emergenza economico" e di non aver attivato il piano di evacuazione nel nord in seguito al lancio dei razzi degli Hezbollah.

    SOLDATI CONTRO

    I soldati erano disposti a morire per Israele. Ma l’indecisione protagonista della conduzione della guerra in Libano, questa no, le truppe non sono disposte ad accettarla e con una lettera indirizzata al ministro della difesa Peretz e al capo di Stato Maggiore Dan Halutz, comparsa sulla stampa israeliana, centinaia di riservisti hanno chiesto l’apertura di un’inchiesta di Stato. "Non possiamo accettare l'indecisione - scrivono i soldati e gli ufficiali della Brigata Punta di lancia - L'obiettivo della guerra , che non era chiaramente definito, è stato perfino cambiato nel corso dei combattimenti. Ci hanno fatto sentire come se ci avessero sputassero in faccia".  Il riservista Roni Tzvangenboim è uno di quelli che ha guidato la protesta fin sotto la casa del premier: “Il problema è che non c’è leadership. Abbiamo soldati coraggiosi, la migliore tecnologia al mondo, un esercito forte, ma non c’è nessuno che sa come farlo funzionare”. Giusto per mettere le mani avanti il premier Olmert, sotto forti pressioni, ha chiesto al procuratore generale di sottoporre al governo entro giovedì una lista di alternative legali all’apertura di un’inchiesta. Olmert starebbe pensando alla possibilità di un'indagine di governo, i cui componenti verrebbero scelti dall'esecutivo. I risultati verrebbero comunicati all’esecutivo che ne deciderà se pubblicarli, si tratterebbe in questo caso di procedure meno rigide di quelle di un'inchiesta di Stato. “Abbiamo bisogno di ricostruire nei soldati la fiducia nel sistema, prima che sia troppo tardi”, ha detto il generale Halutz, dopo che per la prima volta un ufficiale dell’esercito aveva ammesso il fallimento della guerra. “Non siamo riusciti a preparare in modo adeguato la nostra fanteria – ha detto il generale Yossi Hayman, comandante di fanteria – Abbiamo peccato di vanità”.

    NIENTE DIALOGO CON LA SIRIA

    “La Siria è il più aggressivo dei membri dell’asse del male e io sono l’ultima persona che dirà di voler negoziare con Damasco”, ha affermato il premier israeliano Ehud Olmert visitando i villaggi del nord per un mese sotto l’attacco dei missili hezbollah. Parole dure che cancellano ogni possibilità di dialogo con lo stato siriano considerato un sostenitore e finanziatore del terrorismo. “C’è chi dice che dovremmo abbracciare Bashar Assad (il presidente siriano). Io dico chiaramente di non dimenticare che i missili caduti nell’ultimo mese sono passati attraverso Damasco e alcuni di questi sono stati perfino fatti a Damasco”, ha detto il premier rispondendo al ministro della Sicurezza Interna Avi Dichter che aveva proposto in nome di una vera pace con la Siria, di cedere le alture del Golan conquistate da Israele durante la guerra dei Sei Giorni nel 1967 e ancora teatro di feroce contestazione tra i due paesi.  “Abbiamo fatto concessioni territoriali simili nel passato quando abbiamo firmato trattati di pace con la Giordania e l’Egitto”, ha detto Ditcher, ex capo dei servizi segreti. Nei giorni scorsi Israele aveva avanzato timide aperture di dialogo con libanesi, tanto che il primo ministro libanese non aveva escluso un ipotetica pace con lo stato ebraico. “Se il Primo ministro Siniora continua con i suoi sforzi per portare un cambiamento in Libano, non ho dubbi che i negoziati con Beirut porteranno a relazioni formali tra Israele e Libano", ha detto Olmert. Ma con la Siria, non vuole avere niente a che fare, "finché continuerà ad appoggiare il terrorismo". Scettico si è detto anche il vicepremier Shimon Peres, secondo il quale Israele prima dovrebbe occuparsi di rilanciare le trattative con i palestinesi. Un po’ meno convinto il ministro della Difesa Peretz che legge nella fine della guerra libanese una possibilità di dialogo anche con la Siria. “Non dobbiamo sederci e aspettare la prossima guerra”, ha affermato il parlamentare Ran Cohen, sostenitore della tesi di Ditcher. Si muove il mondo politico israeliano, ma nessuno sembra andare nella stessa direzione. E tra la gente cresce il malumore. “Mi raccomando di non dare false speranze. Quando la Siria smetterà di appoggiare il terrorismo, quando smetterà di dare missili alle organizzazioni terroristiche, allora saremo felici di negoziare con loro. Ma per il momento non mi unirò al giochino dell’autoflagellazione. Ho deciso di concentrare tutte le nostre energie e risorse su come prepararci per quello che verrà”, ha replicato Olmert di fronte ai residenti del nord che lo hanno accolto con freddezza. Dopo un mese trascorso nei rifugi, si sentono trascurati dal governo. “Se avessi due minuti per parlare con il premier – ha detto Hagai Einav, di Kiryat Shmona, la cittadina più colpita dai missili Hezbollah - gli direi che ho votato per lui e non mi sono mai pentito tanto”.

    15 August

    PRIMO GIORNO DI TREGUA

    KIRYAT SHMONA – Gli Hezbollah non hanno dubbi, questa guerra l’hanno vinta loro e festeggiano spargendo volantini per Beirut, ritenendo di aver fermato l’avanzata dei soldati israeliani impantanati nel territorio libanese dalla politica internazionale. “Una vittoria strategica e storica su Israele”, ha detto Nasrallah, il leader dei militanti sciiti. “No, abbiamo vinto noi”, replicano i vertici politici israeliani convinti di aver ottenuto tutto quello che chiedevano alla diplomazia. "Prima di tutto, in armonia con la risoluzione numero 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il Libano meridionale va smilitarizzato e reso privo di ogni presenza armata di Hezbollah", ha puntualizzato Marc Regev, portavoce del ministero degli Esteri israeliano. Vittoria degli Hezbollah anche per la Siria: il presidente siriano Bashar al Assad ha affermato che gli  Hezbollah hanno vinto la battaglia militare.  Ma in guerra contano i risultati e questi non si vedranno che tra settimane. Nel frattempo la debole tregua che ha retto ieri, deve continuare a farlo giorno dopo giorno. “Il cessate al fuoco è molto fragile - ha detto il generale Udi Adam, comandante della regione militare settentrionale di Israele - Le intese raggiunte alle Nazioni Unite sono piene di buchi”. Anche se il blocco navale, aereo e terrestre sta tenendo, i militari israeliani sono stati chiari: ogni attacco dei militanti sciita avrà la sua rappresaglia. Il Ministro degli Esteri israeliano, Amir Peretz ha assicurato che le milizie sciite non potranno nuovamente rientrare e spingersi nel sud del Libano: "A parte locali incidenti, il cessate il fuoco entrato in vigore da stamattina sta venendo rispettato". Nel giorno di tregua non sono mancate le violazioni, sei hezbollah sono stati uccisi in diverse località del sud dove i soldati israeliani mantengono la posizione anche se è probabile che il numero di soldati presenti in Libano, circa 30 mila, scenderà nei prossimi giorni anche in vista di seri problemi logistici. “I nostri soldati non hanno molte provviste, potrebbero finire presto cibo e acqua, sono autorizzati a irrompere nei supermercati libanesi per risolvere il problema”, ha detto il generale Avi Mizrahi. “La guerra non è ancora finita – ha detto il premier israeliano Olmert - potrebbe esserci un nuovo round con gli Hezbollah perché Israele non tollererà altri attacchi alla propria sovranità". E in ogni caso la caccia a Nasrallah, il leader dei militanti non sarà evitata da nessun accordo. E Nasrallah incurante delle minacce, riappare sugli schermi libanesi “troppo presto per disarmarci”, dice offrendosi di  aiutare la popolazione libanese. Affiancheranno l’esercito libanese e daranno a ogni famiglia rimasta senza casa il denaro sufficiente per affittare un appartamento per un anno e aiuteranno a ricostruire quelli distrutti. Un po’ come per il premier Olmert di cui scendono gli indici di gradimento, anche Nasrallah se vuole sopravvivere, deve ritagliarsi una nuova fetta di fiducia nella popolazione libanese. Sarà difficile con il passare del tempo evitare lo scontro frontale. Nonostante restino in vigore le restrizioni agli spostamenti, ordinate da Israele, per i veicoli non autorizzati, migliaia di profughi libanesi stanno facendo ritorno verso i loro villaggi distrutti, un’onda umana che potrebbe nascondere anche militanti sciiti. L’autostrada che parte del porto di Sidone è intasata da migliaia di auto mentre i bulldozer riempiono i crateri causati dai bombardamenti e creano terrapieni grazie ai quali auto e furgoni, carichi di mobili, possono raggiungere Tiro e Nabatiyeh dove la maggior parte di ponti e viadotti sono stati distrutti. Sulla via del ritorno, un civile libanese nel villaggio di Ansar è morto e altri sei sono rimasti feriti allo scoppio di bombe israeliane rimaste inesplose nel sud del Paese. Se si spegne a colpi di accordi il fronte militare, si accende in Israele quello politico, per molti il conto alla rovescia del premier Olmert è appena cominciato. Polemiche e dissidi per la conduzione di questa guerra non scivoleranno via neanche di fronte alla debole pace che si sta creando. Ma non solo, gli israeliani risaliti in superficie dopo un mese di guerra e di incondizionata fiducia al governo, cominciano a farsi domande. Secondo un sondaggio del principale quotidiano israeliano, lo Yedioth Ahronoth, il 58 % degli israeliani pensa che Israele abbia ottenuto solo un piccolo risultato in confronto a quello che aveva promesso. Se ci fossero elezioni oggi, il kadima, il partito di Olmert perderebbe. Non solo il premier non è riuscito a ristabilire il ruolo di Israele, come paese deterrente, ma non è riuscito neanche rispondere all’unica domanda che tutti fanno: dove sono finiti i soldati rapiti, la ragione per cui tutto questo è cominciato?

    FUORI DAI RIFUGI

    KIRYAT SHMONA - Alle 8 precise, ora israeliana, è cominciata la tregua. Fino ad un minuto prima l’artiglieria non ha smesso di cannoneggiare lungo tutto il confine. Poi un silenzio a cui nessuno, dopo un mese era più abituato. Un silenzio fatto di piccoli suoni quotidiani che di solito non si notano, ma che all’improvviso diventano segni di vita. Finisce la guerra, anche se la tregua sembra molto fragile, e scoppia la vita. Gli uccellini cinguettano, i fiumi scorrono vivaci, dove di solito i turisti fanno il kayak, migliaia di polli allevati starnazzano nei kibbutz. La brezza non trasporta l’odore di bruciato, e l’aria sembra fresca di prima mattina quando il sole non è ancora tanto caldo. I soldati, si cambiano le divise, uno neanche si nasconde mentre mette in bella mostra delle mutande rosse. Forse portano fortuna anche in guerra. I miliatari improvvisano festeggiamenti sui loro carro armati. Sono ancora a bordo dei carri, le cui bocche di cannone sono state ricoperte da un telo. Non si capisce bene cosa abbiano da festeggiare, questa guerra è ben lontana da essere stata vinta, ma forse basta per essere contenti, non dover rientrare più in Libano a rischiare la vita. “E’ finita, è finita”, gridano i ragazzi in coro. Siete contenti? “Si adesso, possiamo tornare dalla mamma”. Non sembrano neanche avere vent’anni. Erano disposti a morire fino a ieri, ma oggi vogliono tornare a casa. Magari a farsi una bella doccia. Lungo il confine le armi tacciano, e sembra quasi strano. In città la gente seppellita nei rifugi da un mese, riappare alla luce. Si stropicciano gli occhi e controllano il cielo da cui arrivava la morte, sono caduti 1100 missili a Kiryath Shmona e nessuno vuole che riaccada mai più. “Non facevo la spesa con calma da tanto tempo”, dice una signora in coda, una breve coda, al supermercato, l’unico negozio insieme ad una farmacia rimasto aperto durante la guerra. Gli occhi delle donne guardano avidamente le vetrine degli altri negozi di prodotti superflui rimasti chiusi, il cui bisogno morboso di comprare cose inutili, rende uguali tutte le donne del mondo. In centro ripartono i semafori, e non sarà più possibile parcheggiare in divieto di sosta senza prendersi una multa dalla polizia che fino ad ora è stata accondiscendente. Al supermercato afferro un Nesquik, non sono tanti gli sfizi che si può concedere il primo giorno di tregua, ma una bella cioccolata mi sembra un buon inizio. Anche il baracchino del Lotto ha riaperto. Anche questo sembra un buon inizio. Sei contento di non stare più nel rifugio? “Certo, mi annoiavo a morte. Ma adesso mi tocca tornare a scuola?”, dice un ragazzino di 13 anni che gioca con i suoi amici. In sottofondo è bello sentire gli schiamazzi dei bambini che per un mese sono scomparsi dalle strade. I coetanei del sud li hanno soprannominanti i “ragazzi del sottosuolo”, ma con questo sole si riabbronzeranno in fretta. “Spero mia moglie torni presto. È un mese non vedo i miei bimbi”, racconta Yossi Amado, direttore della farmacia. Ha spedito la sua famiglia vicino a Tel Aviv, ma lui è rimasto a controllare la casa. “Se la tregua regge posso tornarmene dalla mia famiglia e finire le vacanze”, ci dice Walter Jordan. Di tutte le persone incontrate in questi 34 giorni di guerra, è di sicuro una delle più singolari. E’ un detective della Swat (l’unità speciale della polizia americana). Che ci fa un poliziotto di Beverly Hills a Kiryat Shmona? “Quando è scoppiata la guerra ho chiamato la polizia di questa città che sembrava la più colpita e ho chiesto se potevo essere utile”. Esperto di criminalità organizzata e di soccorsi in caso di crisi si è precipitato ad aiutare i suoi colleghi d’oltre oceano. “Non sono ebreo, ma ho tanti amici qui, ho pensato che bisognava dare un contributo a questa tragedia, non ci sono compiti di polizia, qui non c’è criminalità, ho dato una mano a consegnare i pasti nei rifugi”. Il mondo è pieno di gente strana, ma in guerra è come se queste persone luccicassero.  

    14 August

    REQUIEM PER IL FIGLIO DI UN PACIFISTA

    Lo sapevano tutti, ma nessuno poteva dirlo. Fino a quando non è stato avvisato il fratello maggiore che si trovava in Sud America, è stato massimo riserbo delle autorità militari. Ma ora, dopo quasi una giornata di attesa, il dolore di una famiglia può essere raccontato. Uri Grossman, il figlio di uno dei più noti scrittori israeliani, David Grossman, è morto. Lo scrittore dei sentimenti, l’attivista della pace, l’uomo che credeva prima di tutto nel dialogo e che aveva pregato il primo ministro israeliano ad accettare la tregua, ha ottenuto quello che voleva, oggi scatterà la pace tra Libano e Israele, ma il prezzo da pagare è stato il più alto che si possa chiedere ad un padre. Comincia così una fragile pace che suo figlio ventenne non vedrà mai. Uri è morto due giorni fa in combattimento in Libano, tra i 24 soldati caduti al fronte, il suo carro armato è stato colpito da un missile anti carro degli hezbollah nel villaggio di Khirbet Kasif. Il suo nome è rimasto l’ultimo ad essere rivelato, dopo tutti gli altri ragazzi come lui, morti per una guerra che forse finirà oggi, ma che forse si continuerà a combattere, anche se non la chiameranno guerra. Uri era dispiegato in Libano, svolgeva il servizio militare, questa guerra improvvisa lo ha strappato da tutti quelli che lo amavano. “Siamo sconvolti – ci dice la colonnella Irit Atzmon – ma il sangue dei nostri caduti è uguale per tutti”. “Scrivo di quello che mi preoccupa”, diceva spesso David Grossman che si è chiuso in un doloroso silenzio nella sua casa di Gerusalemme. David Grossman, insieme ad altri due amici e scrittori di fama internazionale Abraham Yehoshua e Amos Oz, solo tre giorni fa avevano chiesto al governo di accettare il piano per il cessate al fuoco. “Siamo stati due volte al fiume Titani e non abbiamo desiderio di ritornare, l’entrata in Libano era giustificata, ma ora che c’è un dialogo con il governo libanese, non possiamo perdere questa opportunità - ha detto Grossman – la forza i questo caso, soffierà sull’odio che altri paesi hanno verso Israele, e che dio non voglia, può creare una nuova guerra che spinga il Medio Oriente in conflitto regionale”. Non volevano che il conflitto venisse esteso, come poi è accaduto anche se per poco, ma abbastanza da uccidere Uri. Papà Grossman rivendicava il diritto di Israele di difendersi, ma dalla sua penna e dal suo sguardo uscivano solo parole di pace. E ora lacrime.

     

    Ultimo giorno di guerra

    KIRYAT SHMONA - I soldati sono chiari: l’albergo del Kibbutz Hagosherim, dove soggiornano quasi tutti giornalisti e parte dei portavoce dell’esercito, è diventato un obiettivo dei missili hezbollah. La gente si guarda perplessa dirigendosi al trotto verso i rifugi mentre risuonano le sirene di allarme: perché il giorno prima della Pace è diventato il giorno più combattuto di questa guerra? In realtà, perché la Pace decisa su un pezzo di carta, dopo un mese senza sconfitti né vincitori significa poco per chi combatte e per chi crede che restino 24 ore per sparare tutte le cartucce. Lo sanno i soldati israeliani che non hanno mai bombardato e combattuto come ieri. Lo sanno gli Hezbollah che hanno lanciato missili in direzione del nord di Israele, più di 200, più di qualsiasi altro giorno. Intanto si scende nel rifugio, sotto alcune stanze dell’albergo, i bambini del kibbutz, sono seduti per terra che giocano quieti mentre una bella torta al cioccolato aspetta di essere mangiata. Fuori impazzano i colpi, le basi d’artiglieria che posizionate dentro ed intorno la città di Kiryat Shmona, cercano di saturare l’aria e i tonfi delle cannonate che quotidianamente scandiscono i minuti delle giornate, diventano ancora di più. Gli abitanti del nord hanno una voglia matta di spalancare le porte dei rifugi e risalire verso la superficie, verso quell’aria aperta traboccante dei profumi dell’estate sulle colline del Golan. Ma restano sotto, anche se queste saranno le ore più lunghe. Alle 7 del mattino dovrebbe essere tutto finito, anche se pochi ci credono. La parola pace in Medio Oriente sembra essere un vetro frantumato tenuto insieme dal nastro adesivo. In ogni momento potrà cedere, anche i soldati ospiti ad Hagosherim ne sono convinti: dal momento del cessate al fuoco in poi, le truppe israeliane resteranno dentro al territorio libanese fino a quando non arriveranno i 15 mila soldati libanesi e gli altri 15 mila soldati blu. Non se ne andranno un minuto prima. Il movimento degli Hezbollah che ha accettato la risoluzione, ha però promesso che continuerà a combattere i soldati israeliani fino a che avranno uno scarpone sul territorio libanese. E se attaccati, gli israeliani risponderanno e allora nel giro di un missile tutto il castello di carte costruito dalla diplomazia internazionale potrebbe cadere senza neanche fare tanto rumore, in fondo il Medio Oriente è noto per mantenere male le proprie promesse. E poi per i soldati morire in tempo di pace è molto peggio che morire in tempo di guerra. Per le vie del kibbutz, si diffonde una notizia terribile, la morte di un soldato figlio di un noto scrittore israeliano, il cui nome nessun giornalista può fare, fino che la Censura non darà l’assenso alla pubblicazione. Gli israeliani sono molto precisi in questo, prima si deve avvisare tutta la famiglia e poi il mondo può sapere. E così la stampa internazionale si tiene per sé una notizia che non è più terribile di quella di altri morti, ma che di sicuro colpisce, per chi ha letto i libri del padre, per chi lo conosceva come un uomo contrario a questa guerra. Di Yossi morto tra i 24 soldati di due giorni fa, che non ha un padre famoso, invece, si può parlare, un soldatino di 20 anni che era rimasto ferito nella prima settimana di guerra. Aveva detto ai suoi genitori che sarebbe andato in riabilitazione e invece a tutti i costi era voluto tornare a combattere. Oppure Karen 26 anni, la prima donna uccisa dentro al Libano, un meccanico si trovava sull’elicottero abbattuto due sere fa. Non si placa la voglia di chiudere questo capitolo, oggi ci si godrà se ci sarà, la Pace anche se non è vera, anche se non è efficace, ma solo perché è stata decisa. Domani si faranno i bilanci. Restano in attesa anche in un giorno di pace i familiari dei protagonisti di questa guerra, quei due ragazzi per cui Israele è entrato in guerra: i due soldati rapiti. Di loro non si sa ancora nulla. I loro familiari non sanno ancora nulla, non sanno neanche se questa pace riporterà a casa i loro ragazzi, se riporterà a Karnit, la moglie di Ehud Goldvasser, la sua anima gemella. Dal confine di Israele, le domande della gente e di chi ha vissuto questa storia che tra qualche ora potrebbe essere finita, si confondono con le colonne di fumo dei villaggi libanesi di fronte. Sotto di noi, le strade sono danneggiate dal passaggio dei carro armati, quando la guerra finirà ci saranno molte cose da rimettere a posto. Certo mai quanto in Libano. I villaggi arabi fumano, nessuno qui sopravvissuto alla grandine di missili, si chiede come stiano i civili dall’altra parte, se anche loro credono che questa pace possa durare, se potranno ritornare attraversando strade distrutte nelle loro case in macerie. 

    13 August

    Un Angelo a Gerusalemme

     

    Si snodano in tutte le direzioni le indagini sulla tragica morte di Angelo Frammartino, un ragazzo di 24 anni che era giunto a Gerusalemme per fare qualcosa di buono. Ha dato molto di più. Vittima forse di un raptus di matrice nazionalista ha lasciato il suo sangue sul pavimento di pietra che circonda le mure di Gerusalemme. Ma ha lasciato anche un ricordo indelebile ai bambini con cui ha lavorato e i palestinesi, per chi li conosce e li stima, non dimenticano mai. “Gli inquirenti – ha spiegato il portavoce della polizia di Gerusalemme Shmulik Ben Rubi -  continuano a ritenere che il delitto abbia una motivazione politica, che si tratti di un atto di "terrorismo". Ma le indagini aggiunto, non escludono per il momento alcuna ipotesi. Sarà fatta un’autopsia ma non farà altro che confermare, quello che le quattro ragazze testimoni che erano con lui al momento del delitto, hanno già raccontato alla polizia. Stavano camminando tra la porta di Damasco e quella di Erode, quando da dietro un ragazzo dalle fattezze arabe è spuntato dal nulla e con un coltello ha colpito tre volte Angelo e poi è scappato. Questione di un attimo, troppo poco per fermare l’immagine di quel ragazzo che ha strappato una vita. Una delle ragazze è stata a lungo interrogata dalla polizia di Gerusalemme, ma non è riuscita a ricostruire l’identikit dell’assassino, un po’ lo shock, un po’ la paura che ti paralizza la memoria, un po’ la velocità in cui il tutto è avvenuto. Nelle mani degli investigatori, comunque una prova importante, l’arma del delitto, un coltello rimasto sulla strada, gettato dall’assalitore mentre si dava alla fuga per scomparire tra le vie buie di Gerusalemme Est al sicuro da occhi indiscreti protetto dalla notte. Cinque ragazzi palestinesi sono stati fermati, tutti rilasciati. E’ dolore a Gerusalemme nella città vecchia dove Angelo ha amato lavorare. “L'assassinio del giovane volontario italiano Angelo Frammartino è stato un delitto assolutamente immotivato che noi palestinesi, assieme a tutte le Ong palestinesi, condanniamo e non riusciamo a immaginare chi possa averlo commesso e per quale motivo", ha detto  Daiana Husseini la direttrice del centro giovanile Burj Al Laq Laq (Torre dei Fenicotteri), l’organizzazione per cui Angelo lavorava come volontario insieme ad altri 11 ragazzi italiani, rimpatriati ieri sera, inseriti nel  Progetto Sviluppo dell'Istituto di cooperazione della Cgil e dell'Arci. "Noi - dice la signora Husseini - siamo un centro comunitario sociale e svolgiamo una serie di attività a favore dei giovani palestinesi di ambo i sessi, che vanno dall'istruzione all'incentivazione delle donne alle attività ricreative. Si tratta di attività che possiamo svolgere grazie alla cooperazione di numerose organizzazioni non governative di tutto il mondo tra le quali, naturalmente, anche quelle italiane". Il centro lavora in una delle zone più povere della città. “A causa della mancanza di lavoro, della miseria e dell'assenza di prospettive per il futuro, i problemi da noi sono ancora più acuti che altrove. E' ad esempio il caso della droga". I volontari italiani – ha detto la responsabile - "stanno svolgendo un lavoro fantastico, soprattutto con i bambini. Angelo era uno dei volontari più impegnati con i bambini: quando sapranno che non lo rivedranno più, sicuramente resteranno sconvolti". E sconvolta è Gerusalemme Est abituata ad accoltellamenti saltuari, l’ultimo era avvenuto tre settimane fa quando uno studente ebreo ortodosso era stato aggredito da un arabo che urlava di voler vendicare la guerra in Libano.

    LA COLONNELLA

    Avvenire

    KIRYATH SHMONA - La sua età è un segreto di Stato, il colonnello Irit Atsmon per niente al mondo, è disposto a rivelarlo, neanche dopo una lunga chiacchierata di due ore. Irit è una donna all’apparenza piena di contraddizioni che poi si snodano man mano che racconta la sua vita. Non sono tante le donne di carriera nell’esercito israeliano, soprattutto ad alti livelli come lei, due generalesse brigadiere e qualche colonnello; “poche ma buone”, sorride Irit che ogni volta che ti incontra sembra volerti abbracciare. Si aggira con la sua mole robusta imprigionata nella divisa verde, facendosi largo tra i giornalisti, cercando di spiegare, dando informazioni, cercando di far capire cosa sta succedendo In Libano e dando ordini, sempre usando le buone maniere, ai suoi giovani sottoposti. Quando era giovane, perché anche se non dice, deve avere almeno una cinquantina d’anni era una terapista del linguaggio, ma poi scoppiò la guerra in Libano, venne richiamata, le fu offerta una nuova carriera e lei l’accettò. Il Libano lo conosce bene, è vissuta a Beirut ai tempi in cui soggiornava Arafat, ha visitato molte delle città e dei villaggi che ora rivede nelle immagini televisive in una guerra che l’ha riportata, come colonnello riservista, ad indossare la divisa. “Non c’è nessuna contraddizione, tra l’essere una persona contraria la violenza ed un soldato”, dice la colonnella raccontando del suo lavoro di civile. Ha messo insieme due organizzazioni, una assomiglia molto ad una banca etica dove le persone che hanno qualche cosa da offrire, tempo, professioni, si aiutano le une con le altre. L’altra è un’organizzazione che aiuta partendo da se stessi a capire e comprendere l’altro. “Diciamo sempre che si può cambiare la realtà che ci circonda a secondo della strada che prendiamo. Questo paese è pieno di tensioni, lo siamo noi, lo sono gli arabi, io credo che il cambiamento deve partire da dentro e poi irradiarsi verso gli altri”. Non si è mai visto un soldato pacifista, eppure Irit sembra esserlo. “Non ho mai sparato un colpo e non ho con me alcun fucile, e spero di non doverlo fare mai. Non sono in un’unità di combattimento, la mia guerra è a colpi di parole. Questo non significa che non appoggi questa guerra, ma significa anche che ho compassione per ogni persona che soffre in Libano così come qua. Ma questo non ha niente a che fare con lo sbarazzarsi degli Hezbollah”. La sua teoria è semplice: una nazione è fatta da persone e le persone sono come gli organi di un corpo. “Se c’è qualcosa che non va da una parte tutto ne risente. E a volte bisogna rimuovere il cancro”. Magari però bisogna cercare una cura. “Hai ragione, ma in questo momento non ce l’abbiamo e non possiamo far in modo che il nostro corpo, che il nostro Stato muoia”. Irit spera che un giorno non ci sia più bisogno di tutto questo, che anche i suoi colleghi soldati possano appendere i loro fucili, per lei è già importante lavorare piano piano partendo dalla società israeliana. “Ci sono centinaia di persone che chiedono di partecipare alle nostre riunioni, siamo presenti in tutto il paese e ci sono anche molti arabi. All’inizio c’è sempre un po’ di ansia, poi tutto finisce in grandi abbracci. “Quando stavo in Libano avevo molti amici, è un paese meraviglioso, un terra dove c’è mare, montagne valli, vivace, pensavamo davvero di poter vivere l’uno accanto all’altro e qualcosa di buono potesse uscirne. Vedi, sembra che a noi piaccia andare in guerra e fare la voce prepotente ma non è così. Noi rispettiamo la vita, ma dobbiamo difendersi, c’è il presidente di uno stato (quello iraniano) che minaccia la nostra distruzione. Che cosa fareste se bombardassero Roma o Milano? restereste a guardare?”.

    IN RIFUGIO DA UN MESE

     

    KIRYATH SHMONA – E’ diventata una stazione radio molto popolare in Israele da quando la guerra è cominciata un mese fa. Non trasmette musica, non trasmette telegiornali, non emette una sola parola. E’ una stazione radio statale e silenziosa per tutte le persone che hanno paura di non  sentire le sirene, magari di notte, e di non fare in tempo a correre nei rifugi. La si lascia accesa e se succede qualcosa, parte una sorta di sveglia e da quel momento si ha un solo minuto per trovare riparo. Anche se la maggior parte della gente, ha scelto semplicemente di trascorrere la maggior parte del tempo nei rifugi. Ma non è facile scendere nei sotterranei della terra e abbandonare la vita quotidiana. Per un giorno o due va bene, poi ci si rende conto di quanto la via sia scandita dalla routine e quanto tutto risulti strano quando non si possono fare le solite cose. Con i missili che volano sopra la testa, (ne sono caduti quasi 4000 nel Golan e nella Galilea), si può congelare il tempo, ma non le proprie esigenze. Ottocentomila persone vivono nel nord di Israele, 200 mila lavorano e hanno dovuto smettere di farlo. Chi aveva i soldi è sceso verso sud se n’è andato in vacanza, ha approfittato ad andare a trovare amici che non vedeva da anni o si è preso una stanza d’albergo. Ma non tutti sono ricchi o hanno amici o parenti. Un’ampia fascia di popolazione del nord è costretta a vivere nei rifugi, alcuni grandi, alcuni piccoli, alcuni condominiali altri rionali. Sale di cemento in alcuni posti bui e senza aria condizionata, come a Kiryat Shmona dove in alcune zone non c’è più elettricità. Cresce il senso di panico e di claustrofobia, ma la paura di uscire regna sovrana. Il che significa ridursi fino all’ultimo senza cibo, prima di uscire a comprarlo, finire le medicine, trascurarsi pur di non rischiare, lasciar morire le piante e spesso gli animali, abbandonati da migliaia di persone fuggite al sud. Se si ha un problema, inutile chiamare elettricista o idraulico, perché nessuno si azzarda ad avventurarsi per le strade. I bambini che all’inizio vivevano nei rifugi come in un gioco cominciano ad essere insofferenti, così come gli adulti che non sanno più di cosa parlare e in alcuni posti la convivenza tra diversa comunità o religioni non è sempre facile. Nei sotterranei degli ospedali, si opera e si fanno nascere bambini, in quelli dei quartieri girano i rabbini a fare circoncisioni. "E' vero, i bambini da noi nascono sottoterra, ma è il modo più sicuro per portarli alla vita" dice Eran Tal-Or, vice primario del reparto di traumatologia dell’ospedale Rambam di Haifa dove vengono ricoverati ogni giorno decine di feriti dai razzi degli Hezbollah. “Ho tenuto la messa in un rifugio per 8 cristiani”, ci racconta padre Quirico Calella, prete di San Giovanni d’Acri, dove ci sono 700 rifugi. I malati, i disabili sono quelli che soffrono di più. In uno dei rifugi di Kiryat Shmona vive Shimon Almakayss, un ragazzo di 25 anni con dei seri problemi celebrali. Se ne sta tranquillo succhiandosi il pollice, in posizione fetale mentre la madre gli accarezza la testa. Le sue medicine sono finite e sua madre è disperata. “Quando chiamo i servizi sociali nessuno risponde – dice Rivka – mio figlio diventa ogni giorno più agitato e violento da quando sta qui sotto. Quando vede il padre agitarsi per le esplosioni lo colpisce, ha già dato fastidio alcuni ragazzini qui nel rifugio. E’abituato a stare fuori, ad essere occupato. La situazione sta diventando intollerabile”. Allo stesso modo la pensa Rachel Ben Sherit, madre di sei figli, uno dei quali epilettico e con il marito è su una sedia a rotelle. “Vorrei fuggire, ma non posso lasciarli, diventerò matta, non ne posso più”, dice Rachel che vive di con un sussidio statale. Mazal Arbil, 41 anni divide il rifugio con i suoi sei figli e due nipoti e con una dozzina di malati e anziani. “Non mi importa se continuano a combattere, solo fatemi uscire di qui. Siamo al limite”. Ed è proprio questa paura, questo senso di panico che tiene unito il nord del paese, stretto intorno alle scelte del loro primo ministro, la grandine dei missili continua fa sì che la gente appoggi qualsiasi operazione per fermare gli Hezbollah purché tutto questo finisca.

     

    Guerra o Pace

    AVVENIRE
     
    KIRYAT SHMONA - Una vittoria della pace, la giornata di ieri dal punto di vista diplomatico, è stata, una vittoria della guerra dal punto di vista militare. La risoluzione, giunta dalle Nazione Unite, è stata studiata da Israele e oggi il governo con ogni probabilità l’approverà, mettendo fine ad un conflitto cominciato il 12 luglio scorso. Ma nel frattempo i soldati nella più grande operazione di aereotrasporto mai avvenuta nella Storia di Israele, hanno raggiunto il fiume Litani in meno di 24 ore da quando hanno avuto l’ok dal premier di procedere con l’offensiva. Fino a due giorni fa c’erano 10 mila soldati israeliani dentro al Libano, oggi ce ne sono 30 mila. Si combatte al fronte mentre i politici leggono le carte della pace. Il premier Olmert ha ringraziato il presidente americano Bush per il suo lavoro alla costruzione della risoluzione che chiede il cessate al fuoco, mentre i soldati avanzano sempre più in profondità nella terra dei cedri. Gli israeliani si aggirano per i rifugi confusi: è guerra o pace? Forse per Olmert diviso dai dubbi, è entrambe le cose, nel poco tempo che resta all’esercito combatteranno più che possono, da nord del Litani a sud, e dalla frontiera verso nord cercando di accerchiare e distruggere tutto quello che possono di quel che resta degli hezbollah. Soprattutto a loro spetta farsi piacere la nuova risoluzione. "Siamo pronti ad un cessate il fuoco, in qualsiasi momento verrà concordato tramite il segretario generale dell'Onu o il governo libanese. Rispetteremo la cessazione delle ostilità, ma finché ci saranno offensive israeliane, la resistenza risponderà", ha dichiarato Nasrallah il leader di Hezbollah. E gli israeliani fino a che arriveranno i soldati delle Nazioni Unite, promessi dalla risoluzione, non hanno alcuna intenzione di andarsene. “Resteremo fino a quando ce lo dirà il governo”, ci ha detto il generale Dan Halutz, capo di Stato Maggiore sotto un sole cocente nella base militare di Filon non lontano da Tiberiade. “Diciamo che lasceremo all’esercito il tempo di cui ha bisogno che sarà non prima di lunedì”, ha detto il ministro degli esteri Tzipi Livni spiegando che l’offensiva continua nonostante la richiesta delle Nazioni Unite del cessate il fuoco. E intanto si contano i morti, 7 soldati israeliani 84 feriti, una quarantina di hezbollah e come sempre i civili intrappolati nei combattimenti che si allargano a macchia d’olio ormai da nord a sud. Giunti dal cielo, i soldati israeliani, paracadutati sul villaggio di Ghanduriya, a cinque km a sud del fiume Litani, indicato come limite della fascia di sicurezza che Israele tenta di consolidare e ripulire dalla presenza degli hezbollah, sono subito esplosi violenti gli scontri dopo lo sbarco delle truppe israeliane che tentavano di proseguire verso est in direzione del villaggio di Qantara. Combattimenti sarebbero stati particolarmente accaniti nella vallata di Al-Hujer, tra Qantara e Aadshit, secondo fonti libanesi, sarebbero stati distrutti 19 carri armati israeliani. Nessuna conferma da parte israeliana, se non quella per la morte di 7 soldati e il ferimento di altri 84. Mentre sarebbero una quarantina i combattenti sciiti uccisi. Vittime anche civili, sarebbero sette i morti e 35 feriti fra i circa 1.500 tra militari e civili libanesi che - dopo una lunga trattativa condotta dall'Unifil - erano stati autorizzati dagli israeliani ad abbandonare la cittadina cristiana di Marjayun, nel sud-est del Libano e a otto km. dal confine. Il lungo convoglio è stato scortato dai 'caschi blu' fino ad Hasbaya, una quindicina di km. a nord-est di Marjayun, al limite dell'area di operazioni dell'Unifil. Ma quando il convoglio, senza più scorta dei 'caschi blu', è entrato nella valle orientale della Bekaa e, dalla cittadina di Jobb Jannin, stava raggiungendo il centro vinicolo di Kefraiya, un velivolo israeliano senza pilota (ma teleguidato) ha sganciato ieri notte ben nove ordigni sul convoglio. Sul fronte israeliano dopo un mese di guerra si contano i missili piovuti sulla testa della gente, sarebbero quasi 3600 mila.

     

    Matrimoni comuni

    Avevano un sogno, quello di sposarti nel mese di luglio quando le colline del nord sono in fiore, quando le buganville colorano di rosa i portoni delle case, quando gli amici che vivono in tutto il mondo hanno le vacanze e possono arrivare in Israele, ma la guerra ha rimandato tutto. I razzi che ogni giorno piovono a mucchi sulle case degli israeliani che vivono nel nord, non hanno permesso a decine di coppie di sposarsi. Non solo è stato chiesto ai residenti di non raggrupparsi, ma nella maggior parte delle città è difficile trovare un albergo aperto, un ristorante, perfino un parrucchiere. Sono stati quelli del sud a trovare la soluzione. E a Tel Aviv si sono spalancati i campus universitari, gli hangar, le grandi sale da ballo e hanno cominciato ad organizzare matrimoni di massa. Non è esattamente quello che una coppia immagina di vivere nel giorno del proprio matrimonio, ma a mali estremi, estremi rimedi. E così a colpi di 15 coppie per volta, tutto è stato preparato. I tappeti rossi, i tavoli per il pranzo, i bicchieri che nella tradizione ebraica le coppie rompono insieme, i rabbini. 70 shekel, circa 12 euro simbolici e il matrimonio è fatto. Trucco per le spose fornito da uno dei migliori centri di bellezza,  parrucchieri per le acconciature, perfino gli abiti disegnati dagli stilisti e vogliosi di farsi pubblicità in un’occasione del genere. Abititi bianchi, sfarzosi, con pizzo, per donne magre e un po’ meno. “E’ come un sogno”, racconta David Saadiv, 31 anni, uno sposo di Haifa, che cammina mano nella mano con Olesia di 23 anni. Accanto a loro 15 altre coppie. Un attimo prima delle cerimonie tenute tutte contemporaneamente, la star televisiva israeliana Yael Bar Zohar, giunta per partecipare all’occasione ha chiesto un momento di silenzio per le vittime di guerra, poi la festa è cominciata. Nessuno sembrava accorgersi degli elicotteri militari che attraversavano il cielo sopra loro le teste.

    11 August

    UNA PAUSA

    KIRYAT SHMONA - Soffiano forte i venti di guerra, ma il premier israeliano Olmert trattiene l’offensiva, Israele ha deciso di aspettare un paio di giorni prima di buttarsi, armi e bagagli alla conquista del fiume Lithani. Il merito di questa frenata che non ferma i combattimenti in corso, ma di sicuro non li intensifica, è del ministro degli esteri Tzipi Livni che non avrebbe approvato l’attacco su larga scala, decisa dal consiglio di sicurezza israeliano, senza lasciare uno spiraglio alla diplomazia. Per lei non deve essere stato difficile convincere il premier Olmert che sulle sue spalle porta il peso delle decisioni. Il piano del ministro della difesa Peretz è chiaro e semplice, ridurre il lancio dei missili Hezbollah che arrivano in territorio israeliano, distruggere le infrastrutture nel sud del Libano e uccidere quanti più Hezbollah possibile. E’ sulla potenza militare da rovesciare sui militanti e sul Libano che fervono le discussioni militari e politiche. “Il processo diplomatico è in corso, possiamo concedere un po’ di tempo per vedere se è possibile ottenere dei risultati”, ha detto il ministro del Turismo Yitzhak Herzog, mentre sotto cova il capo di Stato Maggiore Dan Halutz che ha proposto di distruggere le infrastrutture civili in Libano insieme le centrali elettriche. Incalza Peretz che ha avvertito che se dovessero fallire gli sforzi diplomatici per arrivare a una risoluzione concordata del Consiglio di sicurezza dell'Onu, le forze armate israeliane faranno "uso di tutti i mezzi" a loro disposizione per vincere la guerra contro gli Hezbollah. E mentre in Israele si discute sul da farsi in Libano si combatte: nelle ultime 48 ore sono caduti in combattimento 20 soldati israeliani, 5 ieri nel villaggio di Taibe, a cinque km dalla frontiera, decine i feriti nei villaggi del sud, nessuno dei quali sembra veramente sotto il controllo delle forze armate. Ferito anche un casco blu francese, colpito da un razzo hezbollah. Nel settore orientale, le forze israeliane hanno raggiunto la località di Marjayoun, avvicinandosi così in maniera sensibile al fiume Litani per poi ritirarsi dopo qualche ora. Militari israeliani anche nei vicini villaggi di Burj al Molouk e Qlaiah. I caccia e l'artiglieria hanno continuato a bombardare varie zone, inclusa Beirut, dove sono state colpite antenne su palazzi nel quartiere di Manara, nei pressi del lungomare. Colpita anche la località di Rayak, nella valle della Bekaa, e il villaggio di Amchit, sulla costa ad una trentina di km a nord della capitale, dove elicotteri da combattimento hanno bersagliato alcuni edifici vicino alla strada che sovrasta il porticciolo, tra cui uno che ospita installazioni della radio nazionale libanese. Altri bombardamenti aerei israeliani sono stati segnalati sulle montagne della vicina Batrun, una decina di chilometri più a Nord. Dalle parti di Tripoli, le forze israeliane hanno lanciato una pioggia di volantini per avvertire che dopo le otto di ieri sera ogni camion o furgoncino pick-up in movimento" sarebbe stato sospettato di trasportare razzi o equipaggiamenti militari e quindi sarà colpito. Sempre più difficile portare aiuti al sud isolato, anche se Ginevra mette a segno una piccola vittoria, il presidente della Croce Rossa Internazionale ha ottenuto un "impegno personale" del premier Olmert a facilitare un migliore accesso degli aiuti umanitari alle vittime. Sul fronte israeliano, ennesima pioggia di razzi:  11 feriti  e due vittime, due arabi israeliani nel villaggio di Dir el Assad, una mamma ventiduenne con il suo bambino di tre anni.

     

    UN MESE

    KIRYAT SHMONA - E’ trascorso un mese dall’inizio della guerra più inattesa del 21° secolo, una guerra che in Israele si osserva facendosi largo tra i carro armati sul confine tra colpi di artiglieria che vanno e razzi che vengono. Si legge negli occhi dei soldati feriti che tornano e nelle spesso vuote conferenze stampe dei generali. Il 12 luglio scorso una decina di hezbollah ha attaccato una pattuglia israeliana uccidendo due soldati e rapendone due sul confine. Poco dopo hanno distrutto  il carro armato che giungeva in soccorso, uccidendo l’equipaggio. Contrariamente a situazioni simili già affrontate in passato, in cui partiva una trattativa e lo scambio di prigionieri, gli israeliani hanno detto “basta” a sei anni di provocazione. Nel 2000 adempiendo ad una risoluzione delle Nazioni Unite, gli israeliani si erano ritirati dal Libano, ma gli Hezbollah, nati per resistere all’occupazione, non accettarono il disarmo. “Questo attacco è un atto di guerra”, ha detto il primo ministro israeliano, annunciando l’inizio dell’offensiva. Le prime bombe dell’aviazione sono cadute sull’aeroporto di Beirut, e poi su ponti, strade, villaggi. Il presidente degli Stati Uniti invoca il diritto di Israele di difendersi, ma Francia Russia e UE denunciano un uso “sproporzionato” della forza. Israele vuole distruggere le infrastrutture degli Hezbollah e impedire che da Iran e Siria arrivino rifornimenti. Inseguito tenterà di spingere i militanti  verso nord per rendere innocui i lanci di razzi che quotidianamente piovono sulla Galilea e il Golan, costringendo migliaia di persone a scendere nei rifugi. Ma se gli Hezbollah sono stati sorpresi dalla reazione militare degli israeliani, l’esercito di Tel Aviv ha dovuto incassare duri colpi, quali la preparazione degli Hezbollah e la difficoltà di combattere senza un vero sostegno dell’intelligence che li ha portati a colpire tanti obiettivi dei militanti quanti civili. Migliaia di stranieri evacuati, centinaia di profughi abbandonano le case del sud per riversarsi più a nord o in Siria. Le bombe su Beirut, su Tiro, Sidone faranno arricciare il naso alla comunità internazionale che si metterà al lavoro per un cessate al fuoco. Dopo una settimana in Libano si contano già centinaia di morti. Gli israeliani ammettono di essere dentro anche con le truppe, tutti si aspettano un’offensiva di terra, in realtà si tratta di operazioni mirate alla conquista dei villaggi del sud. Vittime tra soldati, hezbollah e sempre civili. Durante la seconda settimana il segretario di Stato americano Condoleeza Rice visita una volta Beirut e due Gerusalemme, ma i suoi sforzi diplomatici sono vani. Terza settimana: Il 31 luglio con la strage di Cana e la morte di 28 civili, la maggior parte dei quali bambini, in un edificio distrutto dai missili israeliani sbatte in faccia al mondo la necessità di fermare la guerra. Israele dichiara che per 48 ore l’aviazione cesserà il fuoco per facilitare l’arrivo degli aiuti, gli Hezbollah non lanciano un missile contro Israele mentre la battaglia corpo a corpo continua. Ma gli sforzi diplomatici ancora una volta non portano niente e il consiglio di sicurezza israeliano due giorni fa ha votato per una nuova offensiva di terra su larga scala.

     

    08 August

    TROPPI MORTI

    Eco

    KIRYAT SHMONA - 1036 civili sono morti fino al momento in cui inizio a scrivere questo articolo. Mille libanesi, 36 israeliani. Ma quando muoiono persone che con la guerra non c’entrano niente, persone qualunque, non importa da che parte si sta, da quale lato della frontiera. Non conta chi ha avuto più morti, di chi sono le storie più tristi. Sono sempre tutte tristi. Non importa neanche chi vincerà questa guerra perché sono già tutti stati sconfitti. Le guerre non si vincono, si perdono e basta. E l’orrore più grande è perdere il contatto con l’umanità. Più si combatte più la si perde. Più ci sono morti, più diventano solo cifre. Sono civili, così dobbiamo chiamarli, che significa civili? Una parola fredda per dire persone per bene, persone come noi. I civili sono molto di più di donne, uomini o bambini come spesso dobbiamo per fretta e per quantità ridurli. Sono papà, sono mariti, sono l’anima gemella di qualcuno, hanno nomi, hanno sogni. Muhammad, Shlomi, Leyla, Fatima, qualcuno aveva gli occhi azzurri, qualcuno aveva appena avuto un bambino, qualcuno è morto proteggendo la sua famiglia, qualcuno perché aveva troppa paura per sopravvivere. Forse non ha neanche importanza sapere chi fossero, forse questo è l’unico modo per tollerare che ci sia una guerra in corso. Una delle persone morte ieri era una nonna che prima di essere colpita da un missile è riuscita a mettere a riparo i suoi nipoti. Siamo circondati da eroei. Era israeliana? Era libanese? Ancora una volta non ha importanza. Era una nonna che ha protetto i suoi cuccioli. Anche due fratelli sono morti colpiti da un razzo, la famiglia ha donato le loro cornee e ora quattro persone tornano a vedere. Uno di loro lentamente riacquisterà la vita, le prime parole che ha sentito dirsi dalla sua famiglia è che la sua casa mentre era sul tavolo operatorio, è stata distrutta. Una famiglia: madre, padre e tre bambini sono stati recuperati morti in avanzato stato di decomposizione in una macchina poco lontano dalla casa da cui stavano scappando. Sono finiti in una fossa comune, addossati a tutti gli altri a cui è stato riservato lo stesso destino, una fine senza nomi, senza condoglianze, senza un funerale degno. Senza il ricordo dei familiari, le lacrime di chi amavano. Non come Manal, mamma di due bimbi, colpita da un missile di fronte a loro. Centinaia di persone l’hanno pianta. 1036 morti, è un paese che muore. Civili che muoiono, no, è la civiltà che muore. Ogni bambino che viene seppellito in una fossa comune non è una sconfitta di libanesi o israeliani, è una sconfitta per tutti. Un uomo è stato colpito da un missile mentre beveva un caffè. Ha sentito l’odore della sua carne bruciata, ha visto il bracco che era rimasto attaccato al gomito solo per un lembo di pelle. Aveva una scheggia nel collo. Il suo sangue è schizzato sul muro del bar nella città di Tiro. E’ stato fortunato, la Croce Rossa Libanese lo ha soccorso subito e in autoambulanza lo ha portato all’ospedale. E’ morto in sala operatoria. Nel suo portafoglio c’era la carta d’identità, Ali Mutlak era nato nel 1983. Poco dopo non lontano un altro corpo è arrivato nello stesso ospedale, lo hanno steso vicino a quello di Mutlak. Muhammad era in macchina quando è stato colpito da un missile israeliano, trasportava pane che è volato dappertutto. Nessuno ha reclamato i loro corpi intrappolati in un telo di plastica con i loro nomi scritti con un pennarello nero. Chissà se le loro famiglie hanno scoperto che sono morti. Non sarà facile convincere Hawra Hashem, 12 anni, che sua madre è morta nella strage di Qana, il 30 giugno scorso durante un bombardamento. “Vi prego, mia madre potrebbe ancora essere viva sotto le macerie, andate e tiratela fuori, vi scongiuro. Sono sicura che è ancora viva”, continua a mormorare a chiunque incontra. La madre le aveva promesso che sarebbero andati ad un picnic alla fine della guerra. “Quando sono arrivate le bombe elencava le cose che avremmo mangiato”. Così nel giro di pochi secondi Hawra ha perso sua madre e i suoi tre fratelli. “Ho bisogno di mia madre e mi mancano i miei fratelli. Ora che ne sarà di me?”. Uno dei fratelli si chiamava Hussein e aveva 12 anni, l’altro ne aveva solo due e girava sempre con un orsacchiotto di peluche stretto al petto. Ibrahim di sette era sempre attaccato al vestito della mamma. Anche loro tre fanno parte delle 1036 vittime. “Chiamo la mia mamma, ma non viene, continuo a sentire i passi dei miei fratelli dietro di me, ma quando mi volto non ci sono. Lo so che sono tutti in paradiso. Vorrei essere con loro, invece di qui da sola”. Piange la piccola Hawra, distrutta da questa guerra. Suo padre è in ospedale che lotta tra la vita e la morte. A proposito, ci sono altri dieci morti in Libano, alla fine di questo pezzo i morti civili sono 1046.

    iNTERVISTA AL MINISTRO DELLA SICUREZZA ISRAELIANO

    HAIFA - Avraham "Avi" Dichter, ministro della Sicurezza Pubblica è uno dei falchi della guerra in Libano. Pronto fin dall’inizio ad espandere l’offensiva, non ha mai negato, anzi è stato l’unico membro del governo a chiedere apertamente che nel mirino degli attacchi finisse anche la Siria, ritenuta responsabile di armare gli hezbollah. Ex capo dello Shin Bet, i servizi segreti nazionali, alla fine del suo mandato si è dato alla politica, entrato nel partito Kadima che ha vinto le elezioni sotto la guida del premier Ehud Olmert, Dichter, 54 anni è diventando ministro il maggio scorso.

    Ci sono molte speculazioni riguardo all’inefficienza dell’intelligence in questo conflitto, ogni giorno decine di obiettivi vengono attaccati in Libano, ma in tre settimane i razzi degli Hezbollah non sono affatto diminuiti anzi.

    Non credo il problema sia l’intelligence, le informazioni ricevute sono molte e arrivano in continuazione. Non sempre però sono sufficienti per stanare il nemico, il problema vero è che gli Hezbollah non sono un’organizzazione terroristica, ma un esercito terroristico. E’ una differenza sostanziale, perché diventa più difficili combatterli, senza contare che si nascondono tra la gente e per attirarli fuori ci vuole tempo.

    All’inizio questa guerra era stata annunciata come breve e precisa, doveva durare solo qualche giorno, sono trascorse settimane, e per il momento non se ne intravede la fine.

    Noi abbiamo quattro obiettivi che siamo decisi a portare a termine, non importa quanto tempo ci vorrà. Dobbiamo creare una fascia di sicurezza di qualche chilometro dove nessuno entri e dove gli hezbollah non siano più in grado di colpire Israele, e questo è stato quasi fatto. Poi dobbiamo riportare a casa i due soldati rapiti il 12 luglio scorso. Anche qui stiamo facendo progressi, una decina di hezbollah sono stati arrestati e li stiamo interrogando. Loro ci renderanno più semplice il recupero dei nostri militari. Il terzo obiettivo è distruggere le infrastrutture e diminuire se non fermare la pioggia di razzi che arriva ogni giorno nel nord di Israele. E qui siamo ancora lontani dall’aver ottenuto un significativo progresso. Ci vuole tempo, tempo che ci prenderemo. Per ultimo resta il disarmo degli hezbollah, ma questa non è una cosa che in teoria compete a noi. C’è una risoluzione, c’è il Libano che avrebbe dovuto farlo, c’è la comunità internazionale. In ogni caso è una cosa che deve essere fatta.

    Quali saranno le dimensioni della futura fascia di sicurezza, il premer Olmert ha parlato di sei chilometri, il ministro della Difesa Peretz di 30  fino al  fiume Lithani?

    La zona cuscinetto sarà profonda dai 2 agli 8 chilometri, e questa zona è già quasi tutta sotto il controllo dell’esercito israeliano. Quello che intendeva il ministro della Difesa è che le operazioni se necessario arriveranno fino al fiume Lithani, in ogni caso gli hezbollah saranno spinti oltre. Tutte le infrastrutture e le postazioni di lancio dal Lithani in giù saranno distrutte. In pratica, la zona ripulita sarà di 30 chilometri, la fascia di sicurezza di non più di otto.

    La Siria si è manifestata pronta ad un eventuale scontro con Israele. Che ne pensa?

    La leadership siriana sa bene a cosa andrebbe incontro, sanno bene quale prezzo pagherebbero se attaccassero Israele. In questo momento Israele non ha interesse ad entrare in conflitto con i siriani, ma non dimentichiamo che sono loro a fornire le armi, soprattutto i missili agli Hezbollah.

    A proposito di sostenitori degli Hezbollah, gli iraniani stanno combattendo in Libano?

    Le truppe iraniane sono in Libano sotto diverse spoglie, alcuni combattono, ma per lo più sono responsabili oltre dei finanziamenti agli hezbollah, del loro addestramento. Gli hezbollah, sono un esercito e come tale lo affrontiamo.

    Nasrallah, il leader degli Hezbollah è l’obiettivo di un omicidio mirato?

    Lo è, lo è stato per 16 anni. Vedi, non si vince contro i terroristi, ci può solo liberare di loro. In questo abbiamo una certa esperienza. Ma non è una cosa che si può decidere e mettere in atto. Spesso non è neanche una questione di settimane o mesi. Ma prima o poi lo prenderemo. Noi possiamo andare in pensione, svolgere altri lavori, ma i nostri obiettivi non cambiano. Prima o poi, come di molti altri, di Nasrallah scomparirà anche il ricordo.

    ANCORA COMBATTIMENTI

    KHIRYAR SHMONA – “Nessun limite all’esercito se si tratta di porre fine alla pioggia di katiusha”, ha detto il premier Olmert all’indomani del più devastante attacco missilistico che ha subito Israele, 12 soldati riservisti morti nel kibbutz di Kfar Ghiladi e tre civili ad Haifa. "Per questo obiettivo non ci sarà nessun limite posto alle forze armate – ha detto il premier parlando alle truppe in una base del nord - Io vi do pieno appoggio e sostegno. Noi non ci fermiamo". Israele non si ferma, le operazioni in Libano continuano, anzi si espandono: “Ho dato ordine alle forze armate di compiere tutte le operazioni necessarie per prendere il controllo dei siti di lancio dei katiuscia, in qualunque area si trovino, se il processo diplomatico non avrà una conclusione positiva entro i prossimi giorni", ha detto Amir Peretz, ministro della Difesa. Le truppe sono pronte a superare il sud del Libano per lanciarsi ovunque gli Hezbollah abbiano lasciato un’impronta. Intanto, il Libano che secondo il ministero della Sanità ha raggiunto le 1000 vittime, lotta per sopravvivere. Sono stati distrutti 73 ponti, 72 viadotti e 6.800 unità abitative, un bilancio sicuramente destinato a salire bombardamento dopo ombardamento. Ancora bombe su Beirut. Colpi di artiglieria sparati da navi da guerra israeliane al largo della capitale hanno centrato un edificio di otto piani nel quartiere Shiah, uccidendo 10 persone e ferendone un trentina. Decine le persone intrappolate tra le macerie dei palazzi distrutti, dove qui come in altri posti, è sempre più difficile accontentare la richiesta israeliana di lasciare i villaggi, perché le strade sono per lo più impercorribili. Intanto il  ministro della difesa libanese Elias Murr ha richiamato in servizio di 15.000 riservisti, la decisione potrebbe preannunciare un possibile dispiegamento dell'esercito governativo nel sud del Libano, dopo l'eventuale ritiro delle truppe israeliane. Bombardamenti a Tiro. Gli aerei israeliani hanno colpito tre edifici in due incursioni consecutive. L'attacco avrebbe causato la morte di cinque civili. In serata una quarantina di paracadutisti israeliani sono atterrati non lontano da Tiro su una collina vicino Ras al Bayada, pronti ad ingaggiare una nuova battaglia corpo a corpo con gli Hezbollah. Impossibile per la Croce Rossa portare soccorso, una nave con aiuti di prima necessità non ha potuto attraccare nel porto a causa dei combattimenti. Da tre giorni la regione è completamente isolata. Interrotto l'unico collegamento stradale ritenuto per raggiungere Tiro da Beirut. "La strada è stata tagliata in due dai bombardamenti dell'aviazione israeliana - ha affermato Christopher Stokes, di Medici Senza Frontiere - gli israeliani ci hanno informati che non possono più garantire la sicurezza ai nostri convogli. Se intendiamoci muoverci, ci hanno detto, lo facciamo a nostro completo rischio e pericolo". A Hula, ad est ad un km dal confine israeliano, durante un bombardamento un civile è rimasto ucciso mentre 65 persone rimaste intrappolate tra le macerie di una palazzo sono state recuperate. L'aviazione israeliana ha distrutto prima un edificio in cui si erano rifugiate 17 persone. Poi i cacciabombardieri avrebbero effettuato almeno altri sei passaggi, durante i quali hanno colpito quattro case vicine in cui si trovavano una quarantina di persone, per lo più pastori coi loro familiari, che si erano rifiutati di lasciare il villaggio per non abbandonare le loro bestie. Violenti scontri nel sud lungo la frontiera, da ieri sera, dalle 22, gli israeliani hanno dichiarato il coprifuoco per la popolazione. Tre soldati israeliani sono morti, tra cui uno a Bint Jbeil, roccaforte della milizia sciita dopo tre settimane ancora inespugnata. A Ghaziye, a est di Sidone, gli attacchi aerei israeliani avrebbero causato la morte di  altri 14 civili, tra cui donne e bambini. Colpita ieri, per la prima volta strada sulle montagne dello Chuf che, a sud-est di Beirut, conduce alla cittadina a maggioranza cristiana di Ain Zhalta, distante solo una decina di chilometri dal castello di Muktara, residenza della famiglia di Walid Jumblatt, leader druso, strenuo oppositore degli Hezbollah, della Siria e dell’Iran. In Israele piovono ininterrottamente missili: 160 sono caduti nel nord, una cinquantina solo nella zona di Kiryat Shmona. Un drone, un aereo telecomandato degli Hezbollah, ma di produzione iraniana, con quaranta kg di esplosivo, è stato abbattuto dall' aviazione israeliana sopra il mare ma nello spazio aereo di Israele. L’esercito non esclude che fosse diretto a Tel Aviv.

     

     

    07 August

    UNA PIOGGIA DI MISSILI

    ECO

    KFAR GILADI - E’ stata questione di un attimo, di destino o di sfortuna. Erano appena suonate le sirene e chi vive nella zona di Kiryat Shmona, sa bene che non servono a molto perché si è troppo vicini al confine, il missile arriva in pochi secondi, di certo non abbastanza per scendere in rifugio o per trovare un posto sicuro. O si sta rinchiusi per tutto il tempo o non c’è scampo. Devono averlo pensato anche quel gruppo di soldati che sono rimasti immobili davanti all’entrata del kibbutz di Kfar Giladi. Solo uno si è  allontanato un attimo per cercare qualcuno che gli accendesse una sigaretta. Si era allontanato di poco quando il missile è arrivato. Giunto dal nulla, sbucato dal cielo, dritto sui suoi amici. Il ragazzo della sigaretta è l’unico rimasto illeso. “Ho sentito bum, e poi ancora bum – un tuono che ancora rimbomba  nelle nostre orecchie - Mi sono buttato dietro ad un muretto, poi appena ho potuto sono corso indietro, i miei amici erano tutti a terra”. In un lago di sangue. 11 morti sul colpo, uno sul tavolo operatorio, due altri feriti gravemente combattono tra la vita e la morte, otto sono feriti lievemente. Tutti soldati, riservisti richiamati in servizio, gente che di solito fa una vita normale, ha una famiglia e che ha indossato la divisa in occasione di questa guerra. Un attimo prima chiacchieravano sotto il sole cocente della Galilea, poi l’inferno. Un quarto d’ora di razzi che giungevano da appena pochi chilometri di distanza, da al di là della frontiera. Una raffica piovuta tutto intorno, ha colpito e gravemente danneggiato case, macchine, la sinagoga di Kyriat Shmona. Ma l’attacco più devastante di ieri, ma anche di tutte queste tre settimane è stato quello al kibbutz, una cittadella arroccata su una collina, che come molti altri posti nel nord, sono stati occupati dalle forze armate israeliane per coordinare l’offensiva in corso in Libano. Non ci sono turisti in questo periodo di solito affollata di gente che si gode la campagna, i percorsi collinari, i vini che producono da queste parti, la frutta succosa, il panorama suggestivo che punta verso il Libano. Appunto, l’ultimo posto dove gli israeliani vogliono stare. Pensavano di essere al sicuro i soldati riservisti ancora in Israele, sicuramente si credevano più fortunati di quelli che in questo momento a combattono nel Libano. Ma non è stato così. Non è così da ormai qualche giorno, da quando gli hezbollah, hanno aumentato le scariche di razzi, sul tutto il nord, ma in particolare qui, nella zona di Kiryat Shmona, diventata una città fantasma. Arrivano circa duecento missili al giorno, nel nord di Israele e anche se l’autorità israeliane continuano a raccontare i successi ottenuti in questa guerra, nessuno tra le alture del Golan e quelle della Galilea, ancora li vede. Ci sono troppi morti, troppi in Libano e troppi in Israele. “E’ la cosa più terribile che abbia mai visto, davanti a me – racconta un residente di Kfar Ghiladi ricacciando indietro le lacrime - ci sono nove corpi coperti da un lenzuolo mentre intorno tutto è in fiamme. Da quella parte c’è il cimitero e da questa i corpi”. I corpi stesi sulle barelle, uno accanto all’altro con un lenzuolo grigio che li protegge dagli sguardi indiscreti, e non distrai tutti gli altri dal soccorrere chi è ancora vivo. Sono arrivati subito i soccorsi, autoambulanze e elicotteri che hanno evacuato i feriti al più presto. Bruciano le macchine e i boschi intorno che da giorni assorbono i razzi caduti a vuoto, le foreste di pini e di ulivi si sono trasformati in tronchi anneriti. Sembra che sia arrivato l’autunno. Il verde della Galilea si piega al fuoco e al crepitio dell’erba che brucia. E’ quasi impossibile respirare e vedere oltre alle alte colonne di fumo che si alzano verso il cielo. D’altra parte del paese intanto sulla costa qualche ora dopo, un altro attacco letale degli hezbollah, colpirà la città portuale di Haifa decine di persone resteranno intrappolate tra le macerie di una palazzina. “Abbiamo dichiarato lo stato di emergenza”, dice il sindaco di Kiryat Shmona che ha invitato i residenti a rimanere il più possibile dentro alle camere sicure o nei rifugi. Non ha finito di dirlo che già risuonano le sirene.

    06 August

    PROSSIMA FERMATA, SIDONE

    KHIRYAT SHMONA (Sul confine) - Prossima fermata Sidone: l’esercito israeliano ha sganciato volantini sulla cittadina del nord del Libano invitando la popolazione, che nel frattempo è raddoppiata per la presenza dei profughi fuggiti dal sud, ad andarsene. Nel resto della comunità internazionale si fanno passi da gigante per raggiungere un accordo che porti alla fine della guerra, mentre in questo pezzo di mondo sordo alla parola pace, sembra che il conflitto non solo non accenni a fermarsi ma si intensifichi ogni giorno che passa su entrambi i fronti dove si continua a combattere, a fuggire e a cercare di sopravvivere. Isolata Tiro, Beirut, cancellate tutte le strade per arrivare, ora si procede verso Sidone. Incessanti i combattimenti nel Sud del Libano, Israele cerca di consolidare la fascia di sicurezza. “Spetta al governo decidere fino a dove dobbiamo arrivare”, ci il aveva detto il generale Dan Halutz, capo di Stato Maggiore, qualche giorno fa, ma il governo per il momento tergiversa: "Il governo non ha preso una decisione in proposito, e io vi sono ostile" ha detto il ministro dello sport Ofer Pines. Un'ulteriore offensiva, ha aggiunto, "richiederebbe  importanti forze di terra, e questo avrebbe implicazioni strategiche che è meglio evitare". Non è d’accordo Amir Peretz, ministro della difesa che ha dato ordine alle forze armate perché si tengano pronte ad arrivare fino alle sponde del fiume Litani. Nella notte durante scontri nella cittadina di Taibe un soldato  rimasto ucciso, e uno ferito da un razzo che ha colpito il mezzo in cui si trovavano. Altri dieci militari sono stati feriti durante un’incursione compiuta all’alba a Tiro. Fonti della marina militare israeliana hanno detto che nel blitz è stato preso d'assalto un appartamento al secondo piano di un palazzo di cinque situato nel settore nord della città, nel quale sono stati uccisi tre dirigenti Hezbollah e due minori, responsabili fra l'altro del lancio di missili contro Hadera, città israeliana che sorge a 70 km dal confine, colpita ieri. "Ci sono stati scambi a fuoco ravvicinati e lancio di granate nell'appartamento" hanno aggiunto le fonti, precisando che "i soldati sono riusciti poi a ritirarsi, rispondendo al fuoco di fra sei e otto terroristi che sparavano dagli edifici vicini". Coinvolto per la prima volta anche l’esercito libanese, un militare è morto quando un caccia israeliano ha sparato contro un blindato dell’esercito libanese provocando l’immediata reazione della contraerea. Sempre più tragica la situazione nel paese dei cedri, dove cresce il timore di epidemie, mentre gli ospedali annunciano di avere combustibile solo per un’altra settimana. Dopo venticinque giorni di bombardamenti, dove sono stati distrutti 73 ponti e 6.800 edifici, è arrivato quasi a mille il bilancio dei morti. Secondo il Comitato per l'alto soccorso ci sarebbero 29 tra soldati e poliziotti libanesi e 48 guerriglieri Hezbollah. 915.672 sono state costrette a lasciare le proprie case in queste settimane di guerra. E altre persone fuggiranno presto dalle loro case: nuovi bombardamenti aerei e di artiglieria israeliani anche nei dintorni di Nabatiye colpita la strada che collega i villaggi di Braqaa e Aabba.  Bombardate le località di Aita al Shab, Shakra, Sultanya, Tbinin, Kafra, Barakit e Kfar Kila, e Raab al-Talatin. Sul fronte israeliano continua la valanga di missili, gli hezbollah, promettono di continuare fino a quando gli israeliani bombarderanno il Libano. Almeno 130 i razzi caduti ieri, quattro civili morti, tutte donne: una mamma di un villaggio beduino con le due sue figlie e una signora di 87 anni colta d’infarto mentre correva nel rifugio.

      

    UNA MAMMA

    MAGHAR – “Solo qualche minuto prima era in piedi di fronte a me – ci racconta in lacrime, Eyal Heno, cugino di Manal Azzam, uccisa due giorni fa da un missile Hezbollah – la guardavo mentre dava un gelato ai suoi bambini, quando sono partite le sirene. Le ho fatto cenno di venire da me, ma lei mi ha sorriso, ha preso i bambini ed è corsa in casa. Sono entrato anch’io, abito di fronte, e si sa com’è quando ci sono le sirene, si aspetta che finiscano, si resta paralizzati ad aspettare che il colpo cada, che si senta il tonfo in lontananza”. Ma questa volta il razzo è caduto vicino. La casa è tremata, Eyal è corso fuori e si è precipitato nella casa di sua cugina: “Non vedevo niente, c’era polvere e fumo ovunque, sentivo solo i bambini piangere e ho seguito le loro grida”. Fattosi largo tra le macerie Eyal ha trovato la piccola Sknar di sei anni, coperta di sangue, tremante di fronte alla madre. “Mi sono gettato su Manal, l’ho girata ma non aveva più il viso, non c’era niente che potessi fare, ho preso di peso Sknar e Eden che ha due anni, ho coperto i loro occhi e li ho trascinati a casa mia, li ho messi sotto la doccia e ho lavato via tutto il sangue che avevano addosso”. I bambini feriti solo lievemente, non capiscono bene quello che sta succedendo intorno a loro, tanto meno capiscono questa guerra che ha portato via la loro mamma. “Spero uccidano Nasrallah (il leader degli Hezbollah) – dice Eyal impregnato di dolore – spero solo che l’esercito israeliano finisca quello che ha cominciato e li spazzi via dalla faccia della terra”. Manal è delle tante vittime innocenti di questa guerra sporca da qualunque parte la si guardi. Manal viveva in un villaggio per metà druso, per un quarto cristiano e per un altro musulmano, arroccato nel verde della Galilea. Le buganville rosa, bianche, arancioni, i fiori dipingono un villaggio che è conosciuto per la sua tranquillità, per la convivenza esemplare di tre diverse comunità. Non sarà più così. E’ la seconda volta che questo villaggetto, non lontano da Tiberiade viene colpito. Un paio di settimana ne fa, un razzo ha ucciso una ragazzina musulmana di quindici anni. Era in camera sua a leggere, con la madre nella stanza a fianco, quando il missile che ha colpito la loro casa e l’ha fatta a pezzi. “Doua odiava la guerra, mi chiedeva sempre perché la gente si uccideva e io le rispondevo che presto la guerra sarebbe finita – racconta Imtiaz Abbas, la madre – ma lei non lo vedrà mai. Aveva tanti sogni, voleva studiare, era intelligente. La fede mi aiuta a sopravvivere, ma non sarà mai lo stesso. Voglio appellarmi a tutte le mamme, vi prego chiedete ai vostri leader di non permettere che i nostri figli muoiano. Vi prego”. Scuotono le teste gli abitanti di Maghar, troppo spesso vestiti a lutto. Il marito di Manal, non si regge in piedi, le gambe gli tremano e dagli occhi rossi sgorgano lacrime che non riesce a fermare. Due uomini lo sostengono, gli puliscono il viso, gli sussurrano parole d’incoraggiamento. Anche loro piangono. E piangono tutti gli uomini e le donne del villaggio di Maghar stretti intorno a quell’uomo che perso sua moglie, strappata dalla furia di un missile hezbollah. Sono molti gli arabi arrabbiati con Nasrallah, che nel frattempo è diventato una superstar in molti paesi musulmani, ma non in quelli in cui le bombe cadono senza fare distinzioni. “In questo paese ci sono tante opinioni quante sono le persone, c’è chi sostiene gli Hezbollah e sono molti, c’è chi è fedele all’esercito israeliano, molti biasimano entrambi perché combattono usando e sacrificando le persone”, ci spiega uno dei tanti che sono venuti a fare le condoglianze alla famiglia. Centinaia di persone vestite di nero, uomini e donne che si battono le mani sul petto, in processione per stringere la mano dei familiari di Manal e vedere la casa colpita. C’è compostezza nel loro dolore silenzioso. “Il destino ha ucciso mia sorella – dice Afif seduto su una sedia di plastica nel cortile di casa di amici che li ospitano – questa è la seconda vittima nella mia famiglia, mio fratello è morto, 9 anni fa in Libano, era un soldato. Questa dovrebbe essere una terra sacra, una terra di pace, invece siamo tutti maledetti”.