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27 August Il pericolo di essere gay a BaghdadOgni volta che qualcuno bussa alla porta, Nyaz, Hassan e Jaffar si guardano e pensano che sia giunta la loro ora. Ormai da sei mesi vivono insieme a casa di Wissam in un quartiere di Baghdad. Anche se loro non riescono proprio a definirla vita. Si nascondono. Trascorrono le giornate ciondolando in due stanze aspettando che qualcosa succeda, qualcosa di grosso, come la fine della guerra o l’arrivo del messia, perché solo così potrebbero vedere un futuro davanti a loro. Hanno paura ad uscire. Non possono più lavorare. La loro unica distrazione è internet, ma visto le spie che affollano le chat che di solito frequentano, hanno paura anche della rete. Nyaz, 28 anni, fino a poco tempo fa era una dentista, la sua famiglia aveva faticato molto per farle finire gli studi e tutti speravano che avesse una brillante carriera di fronte. Hassan, 34 anni è un giovane attore, ha studiato all’accademia d’Arte di Baghad e immaginava di recitare in tutti i teatri del mondo. Jaffar appena 17 enne non ha ben chiaro che cosa aspettarsi dalla vita, sa che quello che ha avuto finora, non è stato molto. Questi tre ragazzi nascondono un segreto che un giorno li ucciderà. Nyaz, Hassan e Jaffar sono gay. Nyaz fa perfino fatica a parlarne, è terrorizzata che qualcuno scopra la sua relazione con una donna, basterebbe il sospetto per essere condannata a morte. Ha smesso di vedere la sua compagna. E’ troppo pericoloso, è già stata minacciata diverse volte, e poco prima che “sparisse” per rifugiarsi da Wissam, le milizie del Mahdi, l’esercito di Moqtada al Sadr, il leader radicale sciita, le avevano ordinato sposarsi con un vecchio mullah. Ma al solo pensiero trasale. “Quando lavo i piatti, penso a come sarebbe semplice prendere un coltello, tagliarsi le vene e farla finita. Non è forse quello che vogliono tutti? Per loro, per quello che è diventato il mio paese oggi, sono un mostro, una persona che non è degna di vivere, una donna senza religione, senza morale, senza diritti. Che io sia un medico, che sia una persona per bene non conta nulla”, ci dice Nyaz sfregandosi via le lacrime collegata in videoconferenza con i suoi compagni di sventura. Hassan le tiene la mano, lui sa cosa significa perdere una persona che si ama, il suo compagno è stato rapito all’uscita della palestra. Ha visto quelli del Mahdi che lo portavano via e per tre ore è rimasto accucciato in un angolo sperando che non si accorgessero che c’era anche lui. Qualche giorno dopo il corpo del suo ragazzo è stato ritrovato alla camera mortuaria, era stato legato, torturato e sgozzato. In tasca un biglietto con la scritta “Sono gay”. “A mio fratello, gli amici gli hanno detto che considerato il caos in cui viviamo, avrebbe potuto uccidermi senza che nessuno se ne accorgesse, e così lavare il disonore caduto sulla famiglia”. A Jaffar piaceva tenere i capelli lunghi, mettere vestiti un po’ appariscenti, ma un giorno ad un posto di blocco la polizia lo ha fermato. “Mi hanno trascinato fuori, hanno detto che volevano fare sesso con me, ma quando mi sono rifiutato mi hanno picchiato e violentato con un manganello. Speravo solo di non morire. Mi sono sentito così umiliato”. Abbandonato in mezzo la strada, sanguinante e ferito, nessuno lo ha soccorso. La comunità gay, così come tutte le minoranza in Iraq, che siano religiose o intellettuali, sono nel mirino degli integralisti. Il Grand Ayatollah al Sistani, la massima autorità religiosa sciita, considerato un uomo saggio e punto di riferimento per americani e inglesi per la stabilità del paese, nell’ottobre 2005 ha emesso una Fatwa, una sentenza religiosa, che diceva che gli omosessuali andavano uccisi. Le proteste internazionali delle associazioni umanitarie, hanno costretto a rimuovere l’editto da internet, ma la disposizione resta. E l’esercito del Mahdi e quello del Badr, la milizia che fa capo allo Sciri il partito sciita più importante nel governo iracheno, hanno preso l’ordine alla lettera. Della polizia, infiltrata di militanti, non si fidano, spesso neanche della propria famiglia travolta dalla vergogna di avere un figlio “diverso”. Le organizzazioni umanitarie che si occupano di gay, confermano un aumento sconvolgente di agguati contro gli omosessuali da parte della polizia. Le Nazioni Unite hanno sfornato un rapporto preoccupante sulla situazione e in cui si parla di corti religiose che sentenziano a morte i gay. “Nessuno si occupa di questi ragazzi – spiega Wissam, 40 anni, che dirige la casa sicura in cui si sono rifugiati Nyaz, Hassan e Jaffar, noi abbiamo case ovunque a Baghdad e soprattutto nel sud. Molti ragazzi vorrebbero un passaporto ma comprarlo al mercato nero è costoso, circa 15 mila dollari. Il governo non se ne occupa, per loro la violenza è solo un fatto interreligioso, non vogliono entrare nel dettaglio del problema”. Wijdan Michael, la ministra per i diritti umani sostiene di non aver ricevuto alcuna denuncia di attacchi contro i gay: “Temo che le Nazioni Unite stiano ingigantendo il problema, tutti gli iracheni vengono attaccati in Iraq, non perché sono gay ma per la loro appartenenza settaria”. Wissam scuote la testa: “purtroppo non è così, la violenza settaria è come un pentolone nel quale ci si infila tutto, ma gli attacchi non sono solo religiosi, ma anche verso le donne che non portano il velo, quelle che vogliono lavorare, contro chi indossa pantaloncini o ama lo sport, contro chiunque non si pieghi al radicalismo islamico”. I compagni di Wissam annuiscono, “Quando gli americani arrivarono ero felice – dice Hassan - Saddam non mi piaceva, ma con il tiranno eravamo tollerati, potevamo avere una vita sociale, c’erano locali per noi, bastava che fossimo discreti. L’America purtroppo non riesce ancora a capire cosa ha fatto a questo paese. Hanno lasciato che i fanatici religiosi andassero al potere. Ora siamo liberi, certo: liberi di vivere nascosti, di fuggire all’estero per salvarci o liberi di morire per il crimine di essere gay”. 20 August Puttane per salvare i figli“La gente non dovrebbe criticare le donne o parlare male di noi. Ci dicono che abbiamo perso la via, ma nessuno ci chiede perché abbiamo dovuto prendere questa direzione”, dice Suha, 37 anni, un velo che le incornicia il viso come vogliono gli estremisti in Iraq. Suha per dar da mangiare ai suoi tre figli vende l’unica cosa che possiede per otto dollari al giorno: il suo corpo. “Non ho abbastanza soldi per portare i miei bambini dal medico, e sono disposta a fare qualunque cosa per proteggere i miei figli, perchè sono una mamma”, afferma con fierezza e un’eleganza abbastanza insolita per le strade di Baghdad. “E’ vero, sono diventata una prostituta, e non importa cos’altro potrò diventare, sono una madre e questa è l’unica cosa che conta”. Suha sfrega le mani nervosamente, suo marito crede che lei quando esce per lavorare, vada in giro a pulire le case. Lo stesso pensa la famiglia di Karima. “All’inizio pulivo per davvero, ma non guadagnavo un granché. Non importava quanto duro lavorassi, non prendevo mai abbastanza – dice Karima, una ragazza di 30 anni con cinque figli dagli 8 ai 17 anni – mio marito è morto di cancro 9 mesi fa e non mi ha lasciato nulla”. Il figlio più grande potrebbe lavorare, ma visto la situazione lei ha troppa paura che esca di casa e venga ucciso in qualche attentato, preferendo sacrificare se stessa piuttosto che far correre un pericolo al figlio. La prima volta che si è prostituita è accaduto mentre puliva un ufficio. “Hanno approfittato di me – rivela a bassa voce – all’inizio ho reagito, poi ho capito che dovevo farlo per mantenere il lavoro”. Sia Suha che Karima, hanno clienti che le chiamano un paio di volte a settimana, altre donne adescano potenziali clienti al mercato o ciondolano vicino alle macchine parcheggiate. Una cosa sembra certa, la scelta di prostituirsi sta diventando per le donne irachene l’unico modo per sopravvivere. “Sta aumentando – dice Suha – me ne rendo conto parlando con le amiche. Ne ho appena scoperta un’altra, anche lei è stata costretta dalle circostanze”. La violenza, il costo della vita, la mancanza di un aiuto pubblico verso le donne, lasciano poche altre possibilità a chi ha bisogno. “Siamo al punto in cui c’è una parte della popolazione femminile che deve vendere il proprio corpo per tenere i figli vivi - spiega Yanar Mohammad, capo dell’Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq – è comunque un tabù di cui non si può parlare. C’è una gran quantità di donne vittime della guerra che vendono anima e corpo. Ci spezza il cuore vederle, e cerchiamo di lavorare per avvicinarle e aiutarle”. La squadra di Yanar batte le strade di Baghdad cercando di individuare queste donne, che loro chiamano vittime, spesso troppo umiliate per farsi avanti da sole. “La maggior parte delle donne che incontriamo nei reparti degli ospedali hanno tentato il suicidio e quasi tutte sono passate attraverso la prostituzione”. Il gruppo di Yanar cerca di portare casi specifici ai vari partiti, ma spesso, troppo presi dai problemi politici, sono sordi ai bisogni e ai problemi della gente. “Ci siamo imbattuti in una donna che viveva in una stanza con i suoi tre figli. Faceva sesso in quella stessa stanza, ma faceva stare i figli in ogni angolo con la faccia rivolta verso il muro. Potevamo non fare niente? Queste donne cercano solo di sopravvivere in questa terra devastata e che soprattutto non perdona. Non sono certo felici di quello che fanno”, dice Yanar. “Ogni volta che vedo i miei figli seduti al tavolo imbandito di cibo, so che sto facendo la cosa giusta. E’ solo per loro. Sono l’unica cosa bella della mia vita e senza di loro non potrei mai vivere -, dice Karima, ma un nodo che le stringe in gola – non permetterò mai che mia figlia faccia questo. Piuttosto la sposo a tredici anni”. L’ultimo ricordo felice di Karima, risale ai tempi di suo marito quando erano una famiglia e insieme si sentivano forti. La figlia di Suha vorrebbe fare la dottoressa, e lei non osa dirle che sarà un solo un sogno. “Non è che siamo nate prostitute, né lo abbiamo nel sangue, ma questo è quello che porta la guerra. Non credete a chi parla di libertà. Quello che faccio si sta nutrendo di me”. 10 August RapitoEco di Barbara Schiavulli Una sensazione lo convinse che era solo. Non ne era sicuro perché era bendato. Ma il silenzio che lo circondava nella casa dove era intrappolato significava che le guardie dormivano profondamente. Era il momento di fare una mossa. Hussein Ali con le mani legate spostò la benda che gli copriva gli occhi. La stanza era vuota. Si alzò e lentamente si diresse verso il corridoio, poi scese una rampa di scale. Temeva che battito del suo cuore potesse svegliare o attirare l’attenzione di qualcuno. Ogni giorno decine di iracheni vengono rapiti a Baghdad. Una macchina blocca la strada, uomini armati costringono il loro obiettivo a salire nel portabagagli. Pianti e preghiere non servono. La storia di Ali è la favola di un uomo che è sopravvissuto al suo rapimento, ma è anche una buona occhiata su come oggi funziona la strategia dei sequestri in Iraq. I rapimenti sono diventati una pratica tanto comune, che lo scorso maggio, la National Insurance Co., un’assicurazione di Stato, ha cominciato a offrire coperture antiterrorismo provvedendo al pagamento in caso di morte e ferimento durante un sequestro. Secondo il ministro degli Interni, quest’anno ci sono stati 188 rapimenti denunciati, ma secondo gli esperti, la maggior parte delle persone non denuncia i sequestri perché spesso la polizia è coinvolta in operazioni criminali o temono che un intervento militare possa mettere a repentaglio la vita dell’ostaggio. Alcuni rapimenti sono per un riscatto. Altri sono attuati da estremisti contro quelli che considerano sacrileghi, come gli artisti, i professori, i giornalisti, le donne in carriera e qualsiasi altro membro della classe istruita irachena. Molti sequestri, come quello di Ali, nascono dalla violenza settaria tra sunniti e sciiti. Quelli rapiti per un riscatto in genere sopravvivono, se le loro famiglie pagano. Ma il rapimento settario è diverso. I rapitori sono guidati dal desiderio di punire le persone per la loro fede religiosa e pochi non vengono sacrificati. Ali non era un buon candidato per un sequestro. Non è ricco. Non è religioso o attratto dalla politica, ha vissuto nello stesso quartiere per molti anni. Cinquantaquattrenne, sposato con cinque figli, lavora come autista per un ministro. Ma la moglie di Ali è sunnita, e la loro casa è in uno dei più grandi quartieri sunniti di Baghdad, Sadiya. E Ali è sciita. Un mese fa verso le 7 di sera è uscito per fare un giro. Pochi km dopo la sua casa, una macchina con cinque uomini lo ha bloccato. “Sembravano gentili se non fosse stato per i fucili. Non avevano maschere, erano sbarbati, indossavano pantaloni e magliette”, racconta Ali che in un attimo capì che sarebbe stato rapito. Cercò di urlare, ma nessuno corse in suo aiuto. Ali pensava che quegli uomini fossero sunniti, sapeva che nel quartiere era in corso una sorta di pulizia etnica. La sua sopravvivenza dipendeva dalla loro convinzione che anche lui era un sunnita. Per fortuna non aveva i documenti. Gli chiesero della tribù e lui rispose Hamdani, quella della moglie. Gli chiesero da dove veniva e lui disse Yousifiya, un villaggetto di contadini sunniti a sud di Baghdad. Quando capì di aver dimenticato il cellulare a casa ebbe un respiro di sollievo, alcuni nomi nella rubrica erano sciiti. Lo interrogarono per due ore, lo minacciarono, lo picchiarono. Ma Ali non cedette. Poi lo lasciarono solo per andare a prendere qualcun altro. “Sapevo che i rapitori avrebbero chiesto in giro di me, avrebbero capito, non avevo scelta, dovevo tentare di scappare quando dormivano. In un’altra stanza c’erano uomini in ostaggio, li ho aiutati. Quando abbiamo raggiunto la porta senza fare rumore, siamo corsi fuori. Mi sembrava di vivere in un sogno”. 24 ore dopo il suo rapimento Ali ha fatto ritorno in quella casa dove aveva vissuto in pace per 11 anni a fianco ai suoi vicini sunniti. La sua famiglia stava preparando il funerale. Per mesi aveva cercato di convincere tutti che non dovevano andarsene, che non dovevano cedere, “Non ho avuto paura fino a che non è successo”. Ora Ali ha traslocato e vive con la sua famiglia in un quartiere sciita. Un tatuaggio per non morire soliLa Stampa di Barbara Schiavulli La paura più grande di Tariq el Essawi non è di morire, sa che prima o poi accadrà, ma di sparire nel nulla, senza che nessuno della sua famiglia sappia come ritrovare il suo corpo. D’altra parte a Baghdad non si muore più di malattia o di vecchiaia, sono gli uomini incappucciati, la morte con il kalashnikov, il terrore più grande degli iracheni. Tariq ha preso una decisione, farsi tatuare, marchiare la pelle per distinguere quel suo corpo che un giorno potrebbe essere fatto a pezzi o troppo putrefatto per essere riconosciuto, da qualsiasi altro. “Ho la stessa età di un ulivo”, si legge chiaramente sul braccio sinistro di Tariq, solo lui e la sua famiglia conoscono la spiegazione di quella frase che risale ai tempi della sua nascita, quando suo padre fece piantare un ulivo nel giardino il giorno in cui il piccolo Taroq che ora ha trentasei anni, si affacciò al mondo. “Ho scelto queste parole perché i miei parenti e gli amici conoscono il nostro ulivo”, racconta Tariq, papà di due bambini. Non è l’unico, è ancora un fenomeno abbastanza sotterraneo quello del tatuaggio, perché non è una pratica molto amata dall’Islam, ma l’idea di venir dimenticati è più forte di qualsiasi altra cosa. Assam el Taibi si è fatto tatuare il numero di telefono sul braccio. “Ho preferito non mettere il nome della famiglia in modo tale che non si distinguesse se sono sciita o sunnita, in Iraq con il nome possiamo essere identificati e immediatamente uccisi a seconda di quale banda incappiamo. Ho messo solo il numero nella speranza che qualcuno avverta la mia famiglia se il mio corpo finisse alla camera mortuaria”. Tutti sanno di cosa parla Assam, ogni giorno a qualsiasi ora c’è una lunga processione di persone che sfilano davanti alle celle frigorifere degli ospedali della capitale nella speranza di ritrovare il corpo di qualche caro. “Quando recuperiamo cadaveri abbandonati in varie zone della città, nelle discariche o nel fiume, spesso devastati dalle torture, o hanno la faccia cancellata da un proiettile – spiega Hussein, un poliziotto che preferisce restare anonimo per ragioni di sicurezza – ed è quasi impossibile identificarli. E’ uno strazio per i familiari non sapere che fine hanno fatto le persone che amano”. Ma la situazione può essere anche peggiore, Salaheddin Enad al Jaburi, tassista di 55 anni e padre di sei figli, ha trascorso dieci giorni parlando con uno sconosciuto e trattando il rilascio di sua figlia che dicevano di aver rapito. “Ho venduto la macchina, l’oro di mia moglie, la maggior parte dei mobili di casa, per racimolare i diecimila dollari per il riscatto che mi avevano chiesto. Li ho pagati e il giorno dopo uno mi ha richiamato dicendomi che ero un’idiota perché il corpo di mia figlia si trovava alla camera mortuaria da dieci giorni. Era vittima di un’autobomba, non era stata rapita”. “La tecnica è quella di raggiungere i luoghi delle esplosioni, raccogliere i cellulari che ancora funzionano, gli orologi, i portafogli e usarli per imbrogliare i parenti delle vittime”, ci spiega il poliziotto Hussein. “Siamo una decina a Baghdad e fuori nelle varie province non saremo più di un’altra dozzina – ci dice Ibrahim Samat, un tatuatore – negli ultimi due mesi ho tatuato un centinaio di persone dai 20 ai 60 anni, è una cosa abbastanza insolita, ma soprattutto sono i disegni che mi richiedono, per lo più scritte, nomi, cognomi e numeri di telefono. Ho perfino tatuato un neonato. Molti giovani sono affascinati dal modello americano, dai film o dai soldati che hanno enormi tatuaggi da guerra con aquile, animali, ma se un uomo di 50 anni viene da me a farsi tatuare è per una cosa seria, è perché ha paura”. Samat racconta che molti vengono anche a farsi cancellare i tatuaggi, alcuni hanno sul corpo disegni che ricordano l’essere sciita come il volto dell’imam Ali o baathisti, con il volto di Saddam, “Sanno che se venissero scoperti da fazioni rivali per loro sarebbe morta certa. Qualcuno ha perfino tentato di cancellare un tatuaggio bruciandosi con il ferro da stiro. Ormai siamo a questo punto”. Farsi un tatuaggio è abbastanza caro, ma visto l’aumento costante di richieste, i prezzi stanno scendendo, con una ventina di dollari, ci si può tatuare nome e numero di telefono. 08 August L'ultimo cinema di Baghdad chiudeSaad Samir siede sconsolato accanto alla biglietteria del suo cinema. Diversi mesi fa ha licenziato l’impiegato che vendeva i biglietti e ancora prima la maschera che li strappava all’entrata della sala. Ora fa tutto Samir, accoglie i clienti e poi fa partire il film. Una volta si usavano quei romantici macchinari dove venivano installate le enormi pizze di pellicole, adesso basta un computer e un dvd. Non serve pagare un tecnico per quel lavoro. E in ogni caso presto i battenti del cinema Samiramis si chiuderanno. Il primo agosto, il cinema più importante e autorevole di Baghdad si arrende. Samir non ce la fa più. Ha tentato, ha lottato, ci ha creduto, ma è arrivato il momento che non sa più come rimandare. Sono trascorsi trentotto anni dalla sua apertura, nella sua sala sono passati film che hanno commosso e fatto ridere tutto il mondo e anche gli iracheni. Dalla serie di Indiana Jones a quella di Batman. “Il mondo del cinema se ne va “via col vento” – dice Samir, ripetendo una frase piuttosto comune tra gli iracheni, tratta dall’omonimo film del 1939 con Clark Gable – Non ho più i soldi per mantenerlo, ormai qui non viene più nessuno. Le famiglie, e il mio cinema è sempre stato per loro, non trascinano fuori i bambini per paura delle autobombe e dei rapimenti. Nessuno ha voglia di rischiare la vita per avventurarsi in una città che è già un film dell’orrore. Senza contare che per un dollaro, contro i due e mezzo del biglietto, si trovano ormai ovunque film pirata, la gente se vuole vedere qualcosa può tranquillamente farlo senza uscire di casa. Anche noi visto che non potevamo permetterci di pagare le tasse per i film originali siamo costretti a mandare in onda film piratati. Come Superman 3 ora in programmazione. Per noi una giornata piena non ha più di cinquanta persone, oggi ne abbiamo solo dodici, gente che viene per dormire, per starsene all’aria condizionata o perché non sa dove andare. Quello che metto in onda è irrilevante”. Ma non è stato sempre così. Ai tempi d’oro negli anni ’70 si faceva la fila per entrare nel cinema, 1800 posti a sedere, film nuovi che arrivavano dagli Stati Uniti e dall’Italia. Gli spettatori si appollaiavano sugli scomodi sedili di legno, fumavano una sigaretta e si perdevano nel mondo magico della celluloide, l’unico posto dove i sogni per un paio d’ore potevano trasformarsi in realtà. “Questo posto brulicava di persone, di bambini chiassosi che si divertivano per un pomeriggio intero. Adesso a causa del coprifuoco sono costretto a chiudere alle tre del pomeriggio – spiega Samir che non ha ancora deciso cosa farà quando il cinema sarà chiuso – mio padre me lo ha lasciato in eredità, tutta la vita della mia famiglia ha girato intorno a questo posto, ho perfino conosciuto mia moglie qui, era venuta a vedere Forrest Gump accompagnata da sua madre, è rimasta a vederlo tre volte, fino a quando mi sono deciso a parlarle”. Samir non crede che la situazione migliorerà in tempi brevi, quindi per lui, è inutile, continuare ad investire in qualcosa del quale il pubblico non può usufruire con serenità. “Sono così triste di aver dovuto prendere questa decisione, ma non ho scelta”. In realtà i problemi sono cominciati alla fine degli anni 90, quando un’ondata di film pirata ha invaso il mercato riducendo drasticamente la clientela dei cinema. “Con gli affari che calavano, abbiamo dovuto smettere di comprare i film americani che uscivano perché i costi raggiungevano i venti, venticinquemila dollari”. Durante il regime di Saddam Hussein, la diffusione dei film era molto controllata, il governo prediligeva le epopee belliche e i film arabi. “La caduta di Saddam nel 2003 non ha portato solo violenza, ma un’era di immoralità”. Con la chiusura del Samiramis, se va l’ultimo cinema “per tutti” di Baghdad, restano solo le sale cinematografiche, circa una dozzina, che si dedicano a film per adulti proibiti durante l’epoca dell’ex rais “Il Samiramiss è il miglior cinema di Baghdad”, ammette Ahmad Nadim, un vecchio di 76 anni che dirige il cinema Najaa da quarantaquattro anni, ad una decina di minuti di strada dall’altro. Si ricorda ancora quando gli inglesi aprirono il primo cinema negli anni venti con i film muti, seguiti da quelli di Charlie Chaplin, solo negli anni ’40 gli iracheni hanno cominciato a produrre i loro primi film, in genere, tutti romantici. Nadim ora trasmette film pornografici. “L’Iraq è cambiato, al cinema vengono solo uomini e vogliono vedere sesso. Tutti quelli che potevano apprezzare un film di qualità hanno lasciato il paese. Qui sono rimasti i poveracci, gli ignoranti e i combattenti che sono la somma di entrambi. Per tornare al cinema di una volta, c’è solo un modo; raggiungere i cuori dei nostri ragazzi e riparare i pezzi”.
04 August A casa la squadra nazionale irachena, e anche i tifosi costretti a casa per il coprifuocoAlcuni hanno trascorso ore a trattare con i soldati al posto di blocco dell’aeroporto, altri hanno camminato sotto il sole cocente nella speranza di intravedere il pullman scortato che trasportava i loro eroi. Altri ancora si sono asserragliati intorno alla zona verde, la cittadella fortificata, cuore della politica irachena e sede delle ambasciate internazionali, nel tentativo di manifestare alla squadra la propria gioia, nonostante il coprifuoco del venerdì giorno di preghiera e di bando delle macchine. Tutti sono rimasti un po’ delusi perché i Leoni della Mesopotamia non li ha visti quasi nessuno. Sono giunti da Amman, dopo una serie di feste che li ha visti protagonisti in Indonesia e a Dubai, ma è a casa loro che non potranno godere dell’affetto dei propri sostenitori. Ragioni di sicurezza, quelle che ormai regolano la vita degli iracheni, sono il motivo per il quale la squadra nazionale irachena che ha appena vinto la Coppa d’Asia non è stata festeggiata per le strade. Niente sfilata, niente canti, niente balli. D’altra parte ogni volta che si celebra in Iraq, qualcuno muore, eppure così felici gli iracheni non lo erano da anni. Hanno pianto dai ragazzini in strada, ai presentatori in televisioni. Hanno riso, urlato e sparato in aria. I Leoni della Mesopotamia, sono diventati un simbolo, quello dell’unità, del senso di squadra, della vittoria. Un gruppo di ragazzi con pochi mezzi, di etnie e denominazioni religiose diverse, che sono riusciti a mettere da parte le differenze e a vincere, hanno realizzato un sogno per gli iracheni e per molti lanciato un messaggio preciso alla politica incapace di sbloccarsi, di incontrarsi di accordarsi di fronte ai contrasti che ogni giorni si fanno più grandi. E’ tutto pronto nella super sicura zona verde per una festa in un grande albergo dove ci saranno tutti quelli che contano e che magari di calcio non gliene importa nulla. “Avremmo voluto celebrarli, vederli in mezzo a noi – racconta Ali Rashid, un ragazzo di Baghdad – speravo che organizzassero qualcosa allo stadio, ma capisco i problemi di sicurezza, però è un vero peccato per noi”. La squadra irachena aveva battuto 1-0 l’Arabia Saudita durante la finale di una settimana fa, un goal del capitano, il sunnita Younis Mahmoud che ha agganciato un passaggio perfetto del suo compagno, l’unico curdo, Awar Mullah Mohammed, che solo qualche giorno prima aveva perso la madre in uno scontro fra sette. Loro due insieme a Nashat Akram non sono tornati con i loro compagni di squadra a festeggiare seppur chiusi nella zona verde. Formalmente il capitano, il bomber e il centrocampista sono rimasti negli Emirati Arabi per firmare contratti con altre squadre, ma di fatto, la loro paura di morire è più forte del desiderio di tornare a casa. Younis Mahmoud, il capitano, in questo momento è l’uomo più amato in Iraq, è anche un sunnita che già da qualche anno ha deciso di vivere in Qatar. “Non voglio ferire gli iracheni non tornando, è solo che ho paura di essere ucciso”, ha detto il capitano che non si sente al sicuro in Iraq nonostante il risultato che ha raggiunto nello sport. “Voglio che l’America se ne vada – ha detto senza lasciar spazio a fraintendimenti su chi incolpa per la devastante situazione in Iraq – Oggi, domani o dopodomani, ma via. Spero che tutto questo finisca presto”. “E’ una vergogna che non possiamo celebrare propriamente la squadra che ha portato gioia nella nostre vite”, afferma Said Ammar, un ragazzo di 33 anni, molti dei suoi amici hanno preferito restarsene a casa e non affrontare le pericolose strade dove ogni assembramento di persone è un ghiotto bocconcino per un’autobomba. Lo sa bene chi ha festeggiato la semifinale, dove durante i festeggiamenti per la vittoria, morirono 50 persone tra le quali un ragazzino. “Io e i miei compagni abbiamo visto le immagini della madre del bambino in televisione che diceva che non avrebbe pianto – ha detto il capitano Mahmoud – perché suo figlio si era sacrificato per la squadra. A quel punto non potevamo che vincere per lui e per l’Iraq”.
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