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    August 30

    Fase cruciale per Amanda

    Search for missing journalists hits 'crucial' stage

    Jorge Barrera ,  Canwest News Service

    Published: Friday, August 29, 2008

    The hunt for a Canadian journalist, an Australian photographer, their Somalian fixer and driver kidnapped at gunpoint in Somalia has reached a sensitive and "crucial' stage, says a spokesman for Reporters Without Borders.

    Alberta native Amanda Lindhout, 27, and Australian Nigel Brennan, 35, were kidnapped last weekend about 20 kilometres west of Mogadishu as they were leaving a refugee camp in the Afgoye district.

    Leonard Vincent, head of the Africa desk for Reporters Without Borders, told Canwest News Service Friday that the search had entered a hopeful, but perilous phase.

    Amanda Lindhout seen in a 2003 photo in Calgary, was abducted at gun point on Aug. 23 in Somalia.

    Amanda Lindhout seen in a 2003 photo in Calgary, was abducted at gun point on Aug. 23 in Somalia.

    ," said Vincent. "It is a crucial moment and it would be very dangerous to disclose more than that."

    Vincent said more information would likely emerge "in the coming days" and that his organization was in touch with diplomats involved with efforts to free the journalists.

    "If everything continues like it is now, we can expect a positive outcome," he said.

    The journalists were reportedly last seen in good health about 90 kilometres north of Mogadishu where they were said to be staying in a comfortable house that had access to satellite television. Their captors, however, have since moved locations and were believed to be searching for a safe place from which to issue ransom demands.

    COMO - presentazione libro

    AL Palazzo BROLETTO SABATO 6 SETTEMBRE ORE 21.30 a Como

    Incontro con l'autore barbara Schiavulli: "le farfalle non muoiono in cielo". Dialoga con Chiara Milani

    Vita da freelance

    Mario scrive in un suo commento al rapimento della mia Amica Amanda:
    "Non è giusto camminare sulla lama di un coltello: ci si può ferire nella migliore delle ipotesi, oppure morire, magari a trent'anni. E' sicuramente suggestivo o forse emozionante, o appagante per quella inesplicabile sete di conoscere e di andare a fondo nella realtà più dura dell'uomo. Qualcuno dovrà raccontarla? Chi è "investito" da tale missione? E perchè?  La Somalia....è una sfida alla vita, un laboratorio del peggio dove l'odio prepara i futuri anni di crudeltà. Andarci, disarmati, coraggiosi, e inermi....una vocazione al martirio? Perchè?".
     
    E' una domanda che mi viene fatta spesso. Mi viene anche chiesto per quale motivo uno Stato dovrebbe pagare il riscatto per un giornalista che ha deciso di andar in un posto pericoloso.
     
    Non so se ho le risposte giuste. So che mi fa un po' tristezza che qualcuno si chieda la ragione per la quale dobbiamo essere presenti e raccontare quello che accade in ogni parte del mondo. Ci sono posti facile e altri difficili. Ci sono giornalisti portati a seguire la moda e il gossip, altri che riescono ad affrontare la guerra e situazioni estreme. Nessuno di noi ha la vocazione al martirio. Nessuno pensa di poter venire ucciso e neanche ferito. Nessuno cerca gloria, soprattutto tra i freelance che scrivono, meno per i giornalisti televisivi che appartengono ad un mondo a parte. Nessuno di noi diventa ricco. Eppure c'è qualcosa che spinge a farlo. Credo sia qualcosa di molto simile al lavoro di un vigile del fuoco. Nessuno sano di mente entrerebbe in una casa infuocata, ma ci sono persone esperte che lo fanno per salvare qualcuno. Questo non significa che ogni tanto non sacrifica la pellaccia. Lo stesso vale per noi. Certo non salviamo persone, anche se non è del tutto vero. Proteggiamo le idee. Le diffondiamo. Denunciamo crimini o semplicemente raccontiamo storie o a volte anche la Storia.
     
    Probabilmente a nessuno interessa il parere dei Talebani su un dato argomento, ma se si vuole capire il mondo in cui viviamo non si può fare a meno di cercare di conoscerlo. Penso ai giornalisti che hanno scritto contro l'apartheid in Sud Africa, a quelli che sono morti per raccontare il loro paese, a quelli che vengono incarcerati per credere nella libertà. Perché di questo si tratta, di libertà. Essere vivere e liberi. E fare in modo che alcune cose non riaccadano o meglio che non vengano dimenticate. Mia nonna diceva "Meglio un asino vivo che un dottore morto", ma è davvero giusto? E' questo che vogliamo essere? Io no. In dodici anni di questo lavoro ho avuto l'onore di conoscere persone straordinarie. Quasi mai erano persone importanti, ma persone semplici che attraverso il loro dolore mi hanno insegnato cose che ho cercato di trasmettere. Hanno arricchito me e spero tutti quelli che mi hanno letta.
     
    Spesso è doloroso, ricordo un signore che aveva perso un figlio e al suo funerale avevano ucciso l'altro figlio. Per tutto il tempo questo signore iracheno piangeva e mi chiedeva di raccontare la sua storia nonostante la sofferenza che gli procurava, nella speranza che noi non dovessimo mai conoscere l'orrore che aveva dovuto passare lui. Mi ricordo quando intervistai alcuni dei detenuti di Abu Greib, torturati e abusati dai militari americani. Quelle storie dovevano fare il giro del mondo. Ma se non ci fossero stati i giornalisti a raccontarlo nessuno lo avrebbe mai saputo. Cosi' come per i giornalisti che si occupano di mafia che se minacciati vanno protetti. A volte mi risulta incomprensibile come mi possa venire chiesto perché faccio questo lavoro mentre si tollerano passatempi pericolosi come le corse delle macchine delle moto. Per il divertimento degli altri si può accettare di rischiare e per la libertà di stampa no? 
    Chi vuole può discuterne.
    B. 
    August 25

    FREE AMANDA

     
     
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    Mi ha detto che non ce la faceva più a stare a Baghdad. E mi aveva chiesto di andare in Somalia con lei. La radio per la quale lavorava in quel momento voleva che facesse delle cose in Etiopia e lei pensava di non poter perdere l'occasione di andare in Somalia. Mi sono sentita prudere le valigie. Certo che volevo andare in Somalia. Ma ho chiamato un collega in Kenia, mi ha detto che non era il momento e visto che non è una delle mie zone, ho accettato il consiglio. Ho riparlato con lei e le ho detto che la situazione non era favorevole e che se non avessi avuto almeno un contatto mio, ma solo i suoi, per me non andava bene. E io di gran contatti non ne avevo. Cosi' lei è andata. Da sola. Imbracciando la macchina fotografica, perché quello le piaceva fare. E lo faceva bene.
    Anche lei una freelance. Giovanissima, ancora all'inzio, in un mondo che affrontava come se sbucciasse un arancio.
     
    Amanda è stata rapita due giorni fa insieme ad un collega australiano mentre visitava un campo di sfollati a sud di Mogadisho.
     
    E io mi ritrovo in un Deja Vu. Catapultata in una situazione che non posso respingere. Mi sento in colpa, anche se so che non dovrei, mi chiedo se fossi andata con lei magari sarebbe andata diversamente. Ma è una domanda che mi sono già fatta tre anni fa. E alla quale non può esserci risposta. So solo che è di nuovo attesa, frenetico controllo delle notizia, è quella chiamata che arriverà e che mi dirà che sta bene. E' quel tarlo che ti entra dentro e ti accompagna fino a quando la situazione non sarà risolta.
     
    Abbiamo passato molto tempo insieme a baghdad. La mattina a colazione le spiegavo la differenza tra le milizie del Badr e quelle di al Sadr, poi lei si perdeva nei meandri di Baghdad lamentosa per dei collaboratori lenti e appesantiti come solo gli iracheni sanno essere. Io mi avventuravo dall'altra parte di Baghdad e poi la sera ci raccontavamo le nostre storie se non eramo troppo prese con lo scrivere.
     
    Lei mi ha fatto sentire che non ero più una giovane giornalista. Sapevo che sarebbe stata divorata dalla passione per questo lavoro. Accade a tutti noi. E' stata ovunque soprattutto in Africa, ma come tutti noi è in Afghanistan che ha lasciato il cuore.
     
    Mi dicono che in Somalia gli ultimi sequestri sono finiti bene, e ne sono sicura anche io, ci ritroveremo davanti ad una tazza di tè e scherzeremo di questo momento. Quando ancora non ci conoscevamo ed eravamo nello stesso albergo, la prima sera le portarono la mia cena e lei quasi maltrattò il cameriere del Palestine (potrebbero far perdere la pazienza anche ad un santo). Insomma c'erano due donne in tutto l'albergo e questo già li confondeva.
     
    Durante il coprifuoco abbiamo diviso le noccioline, la sera ci sedevamo nel cortile del Palestine, sperando che non cadesse un razzo, ci godevamo la frescura di circa 40 gradi, e chiacchieravamo con i nostri colleghi iracheni. Siamo andate insieme a Mahmoudia nella stessa macchina del direttore del piano per la sicurezza che il giorno seguente sarebbe stato rapito. Se penso a quella jeep mi vengono i brividi, la guardia del corpo è morta, amanda e il direttore sono stati rapiti e il figlio del direttore è stato ferito durante il sequestro del padre.
     
    Ci preoccupammo molto per lui. E fu una gran gioia risentirlo dopo il sequestro accacciato ma in salute. Sarà cosi' anche con "Amanda blue eyes", come la chiamavo. Era talmente contenta che ci fosse una donna al Palestine (maledetto hotel), la prima volta che mi vide, passò un'ora a parlare di negozi, maschi e vestiti, come se non se ne fosse nutrita da troppo tempo. Lo rifaremo.
    buonanotte a tutti,
    B
    August 23

    Condanna di 20 anni per stupro, alla vittima

    La loro colpa è quella di aver fatto sesso. Non importa se sono state violentate. Non importa se sono solo bambine costrette a sposarsi. Non importa se sono fuggite di casa per sopravvivere a un marito o a un padre che abusava di loro. Non importano le loro anime strappate che non guariranno mai. Sono colpevoli davanti alla legge degli uomini e molte di loro, la maggior parte sono state condannate a venti anni di prigione. Questo è l’Afghanistan vero, non la progressista e artificiale Kabul che manda ragazze alle olimpiadi in bella mostra, che sfoggia mature intellettuali che hanno studiato all’estero o presenta progetti per migliorare le condizioni di vita delle donne. Per molte non si può migliorare una vita che non hanno.

    La prigione di Lashkar Gah, capitale della provincia di Helmand nel profondo sud talebano, dove sorge anche l’ospedale di Emergency, è quanto più si avvicina all’inferno.

    Sotto un burqa che la rende invisibile solo la sua giovane voce fa capire che Saliha è una ragazzina. Ha quindici anni. Sta scontando una condanna di sette anni. “E’ timida – sussurra la sua compagna di cella Zirdana che le stringe con una mano la spalla per farle coraggio – l’hanno costretta a sposarsi quando era piccola, suo marito la picchiava e lei è scappata con un ragazzino del suo quartiere”. Lo amavi? “Si”, risponde Saliha con imbarazzo. Abbandonata dalla sua famiglia e dal villaggio è stata condannata per “fuga da casa” e “relazione sessuale illegale”. Il primo reato comporta una pena di dieci anni, il secondo di venti. E queste sono le accuse più comuni nelle prigioni femminili in Afghanistan. Due terzi delle giovani donne della prigione di Lashkar Gah sono state condannate per “relazione sessuale illegale”, e la maggior parte sono vittime di stupro. Il sistema non distingue tra chi è stato attaccato e chi ha deciso di scappare con un uomo che ama. In Afghanistan le donne non sono vittime. Secondo un rapporto di una Ong, l’87% delle donne subisce violenza domestica, metà delle quali subisce abusi sessuali. Il 60% sono costrette a sposarsi e il 57% nonostante la legge lo vieti hanno meno di 16 anni quando si sposano. Inoltre l’Afghanistan è il primo paese al mondo dove il tasso dei suicidi al mondo è maggiore tra le donne che tra gli uomini.

    “In Afghanistan che tu sia costretto o no ad andare a letto con qualcuno è comunque un crimine, perché la legge Islamica lo dice – spiega seduto nel suo ufficietto circondato da fiori di plastica e un ottimista poster delle Nazioni Unite, il colonnello Ghulan Ali – è giusto. Vanno arrestate. Ci sono molte malattie che possono essere trasmesse attraverso relazioni illegali, come l’AIDS”.

    Qualche segnale di progresso c’è: una shura femminile, un consiglio islamico di donne è stato istituito nella provincia di Helmand per cercare di combattere l’ingiustizia che vede le donne abusate, trattate come criminali invece che vittime. Il team di ricostruzione dei militari inglesi e del governo afgano sta preparando un progetto per costruire una casa che ospiti le 400 prigioniere in condizioni più umane. La prigione di Lashkar Gah, di umano non ha nulla, da una parte 330 maschi, dall’altra decine di donne “criminali”, la più giovane ha tredici anni, detenute con i loro bambini. Possiedono un tappeto, due lenzuola, qualche pentola. Non hanno assistenza medica, né zone per lavarsi, elettricità o acqua da bere.

    Zirdana ha 25 anni e un bimbo di cinque tra le braccia che si strofina il visetto per cacciare le mosche. Il piccolo aveva solo due mesi quando la madre è stata arrestata per avere ucciso suo marito. Zirdana era stata ceduta al marito quando aveva sette anni, parte di un pagamento per una disputa finanziaria. Ha partorito il primo figlio a 11 anni ed  era incinta del quarto quando suo marito è scomparso. Venne accusata di averlo ucciso. I suoi primi tre figli sono stati presi dal cognato. “Quando sono entrata in prigione piangevo in continuazione, il fratello di mio marito mi aveva detto che mi avrebbe ridato i figli ma so che è diventato un talebano. Nessuno ci viene mai a trovare e ci sono un mucchio di malattie qui”. Seduta vicino a lei, Dorkhani, 55 anni singhiozza sotto il burqa. Sposata per quarant’anni a un uomo benestante di Nowzad, è giunta a Lashkargar insieme a lui dopo un lite familiare. Ma quando è tornato a Nowzad per reclamare le sue proprietà, è sparito. “Chi ha ucciso mio marito, ha preso i suoi soldi e mi ha gettata in prigione. Sono innocente, ma non ho nessuno che si prenda cura di me, o che possa pagare per la mia libertà”.

    August 20

    Fine di un dittatore democratico

    Se n’è andato. Senza clamore. Senza sangue. Quarantacinque minuti in tv per giustificare i suoi nove anni di presidenza e poi si è fatto da parte. Il presidente Pervez Musharraf ha dato le dimissioni. "Dopo aver esaminato la situazione e aver consultato i consiglieri legali e gli alleati politici lascio il mio futuro nelle mani del popolo".
    I pachistani sono scesi in piazza piangendo e ridendo dalla gioia. Hanno aspettato a lungo questo momento. Hanno protestato, hanno combattuto e alla fine hanno vinto. Musharraf non se l’è sentita di affrontare il processo di impeachment che aveva avviato il parlamento, sapeva che avrebbe perso perché le accuse a lui mosse, di aver violato la Costituzione sono vere. Ha preferito uscire di scena avendo l’ultima parola e in modo dignitoso si è difeso.
    Fino alla fine si è rivelato un uomo che ha saputo sorprendere fin dal colpo di Stato che lo ha portato al potere nel 1999 alla diretta televisiva di ieri, è stato un despota incoerente. Ha commesso errori e li ha ammessi, ne ha commessi altri che probabilmente non riuscirà mai a vedere, “Vogliono danneggiare me, ma faranno del male al Paese", ha detto andandosene, ma alla fine quello che conta è che il Pakistan da oggi inizia un nuovo capitolo della sua storia.   Il problema è se chi è al governo ora sarà in grado di sfruttare l’occasione. “Per il martirio di mia madre la democrazia è la miglior vendetta”, sono state invece le prime parole di Bilawal Zerdari, il figlio ventenne di Benazir Bhutto l’ex premier uccisa il dicembre scorso. Suo marito ora dirige il partito principale, il signor 10% come lo chiamano i pachistani, condannato per corruzione e che ora rischia di diventare presidente. La corsa alla poltrona sta per cominciare, dal momento in cui Musharraf solleverà i gomiti dai braccioli del trono c’è un mese per scegliere il nuovo capo di Stato. Zerdari, o Sharif, il capo del secondo partito al potere, o magari un giudice, visto che è grazie a loro che la società civile pakistana si è sollevata. E’ difficile immaginare il futuro di un paese sull’orlo della crisi economica, schiacciato dalla violenza dell’estremismo islamico, ma anche dal dispotismo di un esercito che per anni ha controllato la vita di tutti. Un paese dove il 60% della popolazione è analfabeta, dove i conflitti nascono e non finiscono mai. Musharraf è stato un dittatore, ma ha permesso cose che i suoi predecessori, Bhutto padre e figlia e Sharif compresi, non hanno mai neanche immaginato di poter fare. La stampa è fiorita, ci sono decine di giornali e televisioni, ci sono centinaia di organizzazioni non governative che operano sul territorio, si può scendere in piazza e protestare. I talebani non li ha inventati Musharraf, anche se i suoi servizi li hanno nutriti e allevati, se li è trovati dopo che la signora Bhutto, ora defunta paladina della democrazia, aveva concesso loro di stare in Pakistan dopo la caduta del regime in Afghanistan. Non ha fatto molte altre cose positive Musharraf, ha violato tutto quello che poteva profanare, ha sospeso la Costituzione, imposto lo stato di emergenza, usato i servizi segreti per far sparire migliaia di persone, ha licenziato i giudici della Corte Suprema, ha tenuto il piede in due scarpe cercando di non inimicarsi il suo popolo e di avere tutti i soldi che poteva dagli americani per combattere la guerra al terrorismo.
    Se è complicato immaginare il futuro di un paese che si intreccia come le pashmine di seta che si vendono a due lire a Islamabad, è più facile pensare a quello di Musharraf: immunità e una bella villa in Arabia Saudita.
    Ma la dipartita di Musharraf non ha conseguenze solo sul suo paese, la Casa Bianca, suo principale sostenitore e finanziatore, deve aver avuto un leggero tremito alla notizia, che non era affatto attesa. “E’ stato un buon alleato che ha mantenuto la sua parola quando ha deciso di porre fine al regime militare l’anno scorso, se doveva dimettersi era una questione interna. Gli Stati Uniti sostengono con forza il governo democraticamente eletto nel suo desiderio di modernizzare il Pakistan e costruire istituzioni democratiche”, ha detto il Segretario di Stato americano Condoleeza Rice. Ha definito la presidenza una questione interna e che in ogni caso resteranno amici del Pakistan, ma Zardari e Sharif, non sono tanto amici degli americani e ora il paese ha bisogno di stabilità o vincere saranno ancora gli estremisti.
    August 12

    ADDIO AL POETA

    Ha cantato il dolore di perdere la propria terra, ha usato le parole come armi e ha pagato con la prigione la sua voglia di libertà. Mahmoud Darwish, a 67 anni, uno dei più noti poeti arabi, è morto negli Stati Uniti durante un’operazione chirurgica. Quando aveva sette anni la sua famiglia originaria della Galilea, fuggì in Libano. Ora il suo villaggio neanche esiste più nelle mappe. Nel 1948 gli israeliani rasero al suolo il suo paese e cacciarono gli abitanti, lo stesso avvenne per altre 400 villaggi durante il primo conflitto arabo-israeliano.

    Negli anni 60 tentò diverse volte di ritornare in patria ma venne sempre arrestato per trovarsi in Israele illegalmente o per aver recitato le sue poesie di profugo addolorato. Nel 1964 uscì la sua prima raccolta “Uccelli senza ali”, e poi “Foglie di Ulivo” e alcune di queste poesie divennero un riferimento per i combattenti. “Non odio la gente, né ho mai abusato di alcuno ma se divento affamato, la carne dell'usurpatore diverrà il mio cibo”, scrive in uno dei suoi lavori.

    Negli anni ‘70 si unì ad Arafat e con le sue parole schiette e profonde accompagnò la lotta palestinese. "La sua poesia è espressione della vita stessa. Complessa è la sua forma, non la sua essenza", diceva Ryszard Kapuscinski, un grande giornalista e scrittore polacco. La poesia di Darwish è forte, spietata, combattiva, è terra, è nostalgia, ma anche cielo, nuvole e sabbia. Per lui la patria è il caffè di sua madre. Visse ovunque in Palestina, dirigendo giornali e scrivendo, nel 1987 fu eletto nel comitato Esecutivo dell’OLP, non era certo una colomba e nel 1993 si dimise perché contrario agli accordi di Oslo. Nel 1996 dopo 26 anni di esilio riuscì ad entrare legalmente in Israele. E poi si trasferì a Ramallah, sognando un giorno di vedere la creazione dello Stato Palestinese. Non ha fatto in tempo. Ma le sue parole restano nell’aria di quello Stato che non c’è, tra gli ulivi e i posti di blocco, tra accordi di pace e delusioni: “Potete legarmi mani e piedi, togliermi il quaderno e le sigarette, riempirmi la bocca di terra; la poesia è sangue del mio cuore vivo, sale del mio pane, luce nei miei occhi”.

    Vita da profughi

    Ci sono profughi antichi e altri nuovi. Ci sono quelli che fuggono e quelli che vengono cacciati. Ci sono quelli spinti a ritornare, altri che non rivedranno mai più la loro terra. Ci sono quelli che da lontano combattono, altri che si rassegnano e tentano di rimettere insieme i pezzi di una vita che sono stati costretti ad abbandonare. Sono milioni i profughi in Medio Oriente. Dopo cinque anni di declino del loro numero tra il 2001 e il 2005, ora stanno aumentando progressivamente.

    Due milioni di iracheni in Siria, 800 mila in Giordania, quattro milioni e mezzo di palestinesi sparpagliati in tutto il mondo, ma soprattutto nei paesi intorno. Tre milioni di afgani tra Pakistan e Iran. E poi quelli che neanche riescono a lasciare il proprio paese e forzati a trasferirsi in zone ogni volta più sicure destinandosi a un vagabondaggio senza fine.

    Le cause possono essere ambientali o conflittuali, ma in Medio Oriente le condizioni politiche che dovrebbero alleviare le loro sofferenze, non si aggiustano mai. Prima si vive in una casa, magari modesta profumata di gelsomino e spezie, si hanno vicini, negozi, un paese che si conosce da sempre, una famiglia unita come spesso sono quelle musulmane, poi comincia una guerra e tutto cambia. Il proprio mondo va in frantumi. La vita diventa una valigia e i ricordi l’unico passato che rimane. Si finisce in una tenda dove si perdono le certezze, la privacy, dove l’unica cosa che conta è restare vivi nella speranza che un giorno si possa tornare a casa. Ma non sarà mai più lo stesso. I palestinesi ne sanno qualcosa. I più anziani, fuori ormai da cinquant’anni, ancora conservano le chiavi di casa, appendono ai muri grigiastri delle loro abitazioni, transitorie solo nella loro testa, qualche vecchia fotografia sbiadita e insegnano ai nipoti che posti come Jaffa o Haifa in Israele, un giorno li vedrà tornare. Mentono a se stessi e alle generazioni future, al posto delle piccole casupole arabe che spiccano nelle scolorite e datate fotografie ora ci sono supermercati o una strada.

    Gli iracheni sono i profughi più nuovi, dalla guerra non hanno potuto che scappare e rifugiarsi in paesi vicini o anche lontani che li hanno accolti come potevano. La Siria trabocca della loro presenza.

    Le organizzazioni che se ne occupano sono decine, ma non sempre avere da mangiare o una coperta, risolve il complesso squilibrio che il Medio Oriente sta affrontando. Ci sono persone ferite in quei campi. Ci sono persone costrette a vivere tutte insieme, ci sono problematiche, spesso psicologiche che nessuno ha il tempo di affrontare. Tutti sono in teoria uguali, nessuno lo è, e come una giungla il più forte sopravvive, e anziani, donne e bambini sono i primi a soccombere.

    Non è solo una questione fisica, ma quella che prima era una professoressa o una musicista diventa solo una donna che ha bisogno che qualcuno le fornisca da mangiare e le assegni un posto dove stare. Un dirigente diventa nessuno, uno studioso ancora meno. Si è nell’arena di un circo dove tutti i ruoli vengono ribaltati, i figli spesso si occupano troppo presto dei genitori e loro invecchiano velocemente. Spero la religione diventa un collante portentoso e spaventoso dal quale la guerriglia attinge senza tanti scrupoli, d’altra parte chi non ha niente da perdere è disposto a qualsiasi cosa.

    Negli ultimi anni, il numero di profughi è aumentato e continua. Cifre spaventose quando si pensa che non ci sono barlumi di luce nella politica internazionale. Israele e Palestina non stanno facendo la pace, l’Iraq non è meno pericoloso, l’Afghanistan sta addirittura peggiorando, senza contare la guerra in Libano di due anni fa dove ci furono un milione di sfollati, molti dei quali ritornati. E poi lo Sri Lanka, il Timor Est, senza dimenticare, almeno un milione di somali, 1,3 milioni dal Congo e dal Burundi. O il Darfur con 523 mila sfollati.

    Tra questi, nel 2007 sono stati rimpatriati 374 mila afgani, 130 mila sudanesi, 45 mila iracheni, 44 mila liberiani, mentre meno dell’uno per cento emigra in paese occidentale che tende a limitare sempre di più la concessione di asili politici. Ma tornare a casa non è sempre è la risposta giusta. Molti finiscono a vivere in case diroccate facendo l’elemosina e dandosi alla prostituzione, altri più fortunati ritrovano le famiglie, altri scoprono di aver perso tutto. Ma almeno sono vivi, in un Medio Oriente dove si uccide per il petrolio, per un pezzo di terra, o per provare che tra Oriente e Occidente non ci può essere dialogo, per alcuni, semplicemente vivere è l’unico sogno che è rimasto.

     

    August 08

    Dal Sudan a Pechino per inseguire un sogno

    Quando è fuggito, ha corso e corso ancora. I militanti che lo inseguivano avevano dei fucili più grandi di lui che era solo un bambino di sei anni. Sono trascorsi 16 anni da quel giorno quando venne rapito dalla guerriglia e corre ancora, ma questa volta, Lopez Lomong corre verso i suoi sogni.

    Reggerà la bandiera degli Stati Uniti ai Giochi Olimpici di Pechino. Viene dal Sudan, ma corre per l’America che lo ha adottato. La sua corsa è cominciata una domenica quando durante una messa nel suo villaggio di Kimotong è stato rapito dalla guerriglia Janjaweed. Aveva solo sei anni. I suoi genitori lo credettero morto, scavarono una fossa, misero una bara vuota e una bella lapide su cui piangere.

    Ma Lopez, Lopepe per gli amici, non era morto, era sopravvissuto alle torture, alla fame, alla dissenteria, ad una guerra che era ancora troppo piccolo per capire. I guerriglieri volevano trasformarlo in un bambino soldato, volevano che diventasse un piccolo mostro senza paura e lui ancora una volta corse via. Fuggì dai militanti e in tre giorni attraverso foreste e strade deserte ha raggiunto il confine del Kenia.

    I nove anni successivi li trascorse  in campo profughi gestito da missionari cattolici. “Non c’era niente al campo, giocavo a palla e correvo, spesso non avevo neanche le scarpe”.

    Il suo grande amore era lo sport, lo faceva sentire bene, lo faceva sentire lontano dal suo passato, correva fino a sfinirsi, fino a dimenticare. Ogni giorno un po’ più forte e un po’ più veloce. Nel 2000 corse 8 km per vedere in un bar le Olimpiadi di Sidney e per la prima volta vide Michael Johnson vincere i 400 metri.

    Fu lì, in un bar di poveracci, che promise a se stesso che un giorno avrebbe corso come quell’uomo. Fu una lettera a cambiare la sua vita, aiutato da un’Ong in visita al campo profughi, la spedì all’ufficio Immigrazione americano, i funzionari furono talmente commossi dalla sua storia che decisero di dargli una possibilità.

    A sedici anni arrivò in America, insieme ad altri 3800 ragazzi assegnati al programma “I ragazzi perduti del Sudan”. Venne affidato alla Famiglia Rogers di Tully nello Stato di New York.

    “Quando è arrivato, ero sopraffatto – racconta Robert Rogers, il padre adottivo che prese due altri ragazzi sudanesi – Lopez non sapeva se fidarsi e noi gli abbiamo detto che la nostra casa era sua”. Ma la sua vera famiglia che lui credeva morta tornò a dare notizie, sua madre e i suoi fratelli erano ancora vivi. E dalla gioia non poté fare altro che correre. “Tanto potente quanto indisciplinato. Ma non ho mai visto nessuno allenarsi più duramente”, ha detto il suo primo allenatore.

    E mentre gareggiava e vinceva, Lopez finì anche per scoprire di essere ancora un ragazzo, con l’hip hop, la scuola di turismo per “quando tornerò in Africa”, convinto che il suo paese di origine abbia ancora bisogno di lui.

    “Sono venuto negli Stati Uniti senza aspettarmi niente ed ho avuto tutto, ora voglio ricambiare il favore e vincere per il mio paese e la mia terra”. Sette anni dopo il suo arrivo a New York Lopez si è qualificato per le Olimpiadi. Il Darfur resta nel cuore di Lopez, membro di un gruppo che si occupa di suscitare l’interesse sulle problematiche del suo paese, sa che la sua presenza ai Giochi è anche politica. La sua storia racconta di un governo, quello sudanese che appoggia la guerriglia che ha distrutto la sua famiglia e che continua oggi a farlo nella regione del Darfur e la sua storia accusa la Cina di vendergli armi in cambio di petrolio.

    “La bandiera a stelle e strisce è il simbolo di tutto quello che ho passato”. Lopez è stato scelto come portabandiera senza esitazione. Al dito indosserà l’anello portafortuna che gli ha dato la mamma adottiva Barbara e pronuncerà la frase che lo ha portato dal Sudan a Pechino, dalla morte a un sogno: “Non sarò mai secondo. Voglio vincere".

    IN CORSA PER LA VITA

    Non doveva esserci lei, ma domani sarà su un aereo che la porterà in Cina a partecipare ai giochi Olimpici. Robina Muqimyar, 20 anni, sprinter afghana ha già gareggiato ai giochi di Atene, arrivando settima su otto concorrenti. Era la prima donna a competere dopo la caduta dei Talebani, ma quest’anno non era stata veloce abbastanza per qualificarsi alle Olimpiadi. Il suo momento è tornato. Per caso. Al suo posto doveva esserci Mahbooba Ahadgar. Ma la sua storia, la sua voglia, il sogno, le si è ritorto contro e si è trasformato in un incubo.

    “La signorina Ahadar non parteciperà più ai giochi olimpici. Pare che durante gli allenamenti si sia ferita ad un fianco”, ci dice Abdul Sabor Azizi, direttore tecnico del Comitato Olimpico contattato telefonicamente a Kabul. Questa è la versione ufficiale della Federazione. Un escamotage per salvare la faccia dell’Afghanistan. Le ragazze “devono” essere il simbolo di un paese che cambia, in realtà vengono solo usate per riflettere la luce di un Afganistan che ancora a sette anni dalla fine della guerra non esiste.

    Mahbooba non correrà per una medaglia ma lo sta facendo per salvarsi la vita. Non su una pista ma attraverso l’Europa. Si è allenata molto per arrivare alle Olimpiadi. Ha corso contro tutti. “Si allena di notte, perché di giorno gli estremisti le urlano contro, la minacciano, pensiamo sia meglio portarla fuori dal paese”, ci aveva detto il marzo scorso proprio Azizi. Mahbooba, una ragazzina di 19 anni e un viso già segnato dalla durezza della vita afgana è espatriata.

    Lo scorso luglio si allenava a Formia nel centro di Preparazione Olimpica, quando è sparita. Immediata la preoccupazione che qualcuno l’avesse rapita, ma in realtà aveva preso tutta la sua roba, il passaporto tenuto in consegna dal suo supervisore Viktor Kuzin. Il visto Shengen le permetteva di andare ovunque, ha scelto la Norvegia dove ha chiesto asilo politico, forse perché è uno dei pochi paesi europei che si occupa davvero dei diritti umani e perché c’è una delle più grandi comunità afgane.

    Una storia che ricorda le fughe degli artisti e atleti russi ai tempi del comunismo prima che cadesse il muro di Berlino. Ora tocca a Mahbooba correre via a nascondersi da quelli che non vogliono che una donna rappresenti l’Afghanistan. Fiera musulmana e giovane donna modesta, correva con il viso incorniciato nel velo e una tuta fuori moda che avrebbe contrastato con le canotte e i calzoncini aderenti delle altre atlete a Pechino.

    La mezzofondista afghana che non ha proprio l’indole da ribelle - quando non corre, aiuta a casa la madre - doveva rappresentare quell’Afganistan uscito dall’estremismo, lontano dai talebani. Invece suo padre è stato picchiato e arrestato quando i vicini hanno chiamato la polizia dicendo che in casa entravano uomini, e rilasciato quando è stato appurato che gli “infedeli” erano solo giornalisti. Lei è stata molestata, aggredita, le tiravano oggetti mentre correva, insidiavano le sue sorelle.

    Ma non è bastato venire in Italia per placare la tensione e le minacce. E Mahbooba ha creduto che l’unico modo per proteggere la sua famiglia fosse non competere. Ma non era ancora finita, a Kabul, la Federazione Olimpica si è arrabbiata. Avevano perso il loro piccolo simbolo di modernità. E secondo il quotidiano inglese Indipendent, il presidente del Comitato Olimpico, Anwar Jagdalak, ex comandante durante la guerra contro i russi negli anni ’80, avrebbe minacciato di fare arrestare la famiglia se Mahbooba non si fosse presentata a Pechino. “Nessun commento riguardo a questo”, ci dice Azizi, ma in Afghanistan dove le donne vivono imprigionate ancora nei burqa, il silenzio di Azizi, vale più di mille parole.

     

    Last Minute Olimpic

    Saranno gli atleti dell’ultimo minuto. Hanno veramente rischiato di non partecipare, ma alla fine un accordo ne ha salvati cinque su sette. Due non ci saranno, ma tutti gli altri sono pronti a credere nel loro sogno. Il discobolo Haidar Nasir, la sprinter Dana Hussein, i canottieri Haidar Nozad e Hamza Hussein e infine l’arciere Ali Adnan rappresenteranno l’Iraq alle Olimpiadi di Pechino.

    Non è stato facile, come se non bastasse la guerra, ci si è messa la politica a complottare. E loro avrebbero pagato. Bandito l’Iraq dai Giochi, è rientrato in gara dopo cinque giorni di negoziati a Losanna, ma quando ormai per almeno due atleti erano già scadute le iscrizioni alle loro categorie.

    Gli sportivi iracheni non vinceranno. L’unica volta che hanno portato a casa una medaglia, è stato a Roma nel 1960, un bronzo per il sollevamento pesi. Ma se si premiasse il coraggio, l’impegno, la sfortuna e il significato di cui sono impregnate queste persone, avrebbero già vinto. I loro muscoli, la loro forza, non sono sciita, sunnita o kurda, sono iracheni, sono tutto quello che il loro paese a cinque anni dalla caduta di Saddam Hussein non riesce ad essere.

    Quei cinque ragazzi che per mesi hanno faticato per sopravvivere, non solo per allenarsi, rappresentano una delle poche cose buone che l’Iraq schiacciato dalla violenza è riuscito a produrre. Il quattro giugno scorso il Comitato Olimpico Internazionale aveva sospeso il Comitato Olimpico dell’Iraq per le “interferenze del governo all’interno del movimento sportivo”. Il Comitato internazionale era intervenuto dopo un decreto di Baghdad che aveva revocato il comitato olimpico nazionale sostituendolo con un nuovo organismo guidato dal ministero dello Sport. Il governo accusava il comitato di corruzione sollevando le perplessità estere. Dopo cinque giorni di trattative e una serie di condizioni imposte dal Comitato Internazionale, quali libere e indipendenti elezioni di un nuovo comitato non prima della fine di novembre, l’Iraq ha potuto di nuovo sperare di partecipare.

    “Sono veramente lieta di esserci, il mio allenatore ha cercato di consolarmi dicendo che avrei partecipato ai giochi del 2012. Ma nella situazione in cui viviamo, chi dice che sarò ancora viva?”, dice Dana Hussein, l’unica che è rimasta ad allenarsi in Iraq, mentre i suoi colleghi per qualche settimana sono espatriati per potersi allenare in pace.

    Raed Abbas Rashid, ha partecipato agli ultimi giochi olimpici di Atene. Sapeva che non avrebbe vinto ma era l’uomo più felice del mondo. Campione di arti marziali, era orgoglioso di rappresentare il suo paese dopo la caduta di Saddam. Quando lo incontrai, sfoggiava muscoli e sorrisi. Avrebbe voluto esserci a queste olimpiadi. Ma due anni fa mentre con altri 14 compagni cercava di raggiungere in pulmino la sicura Giordania per allenarsi, è stato rapito.

    L’anno scorso i loro scheletri sono stati trovati sepolti in una fossa comune con un foro di proiettile nel cranio. Di Raed non restava nulla se non lembi di quello che indossava. Sono decine gli atleti uccisi o rapiti. Anche l’arciere Ali Adnan che parteciperà quest’anno, è sopravvissuto a un agguato di Al Qaeda nel 2006. A quel punto ha deciso che era troppo pericoloso affrontare la strada tra il centro di addestramento e la sua abitazione e per mesi si ha tirato con l’arco nel suo piccolo cortile di casa e, una volta qualificato per la Cina è andato in Corea del Sud ad allenarsi. Tra qualche giorno saranno tutti a Pechino, tra gli atleti più forti al mondo, ma per gli iracheni queste olimpiadi non sono importanti solo per quelli che ci vanno, ma anche per quelli che avrebbero potuto esserci perché la guerra non ha ucciso migliaia di persone ma non i loro sogni.  

    August 02

    MORTE DI UNA POPSTAR

     Il Messaggero
     

    Doveva essere un astro nascente della musica libanese. Bionda, occhi verdi, quando nel 1996 vinse un talent show musicale, il pubblico fu abbagliato dalla sua bellezza e dalla sua bravura. Ma Suzanne Tamim non sarebbe stata una donna fortunata. Avrebbe appena colto il sapore del successo per poi scomparire in una caccia all’uomo che si sarebbe conclusa nel suo ultimo nascondiglio a Dubai. Da otto mesi, scappata dal Cairo aveva fatto perdere le sue tracce. Fino a lunedì quando amici preoccupati hanno avvisato la sicurezza del più esclusivo complesso residenziale di Dubai dove viveva al 21° piano.

    La polizia l’ha trovata in un lago di sangue: il volto sfigurato e il corpo fasciato in abito da sera violato da violente pugnalate. Nessuno sembra essersi accorto di nulla fino a quando è arrivata la polizia sguinzagliata in tutto il complesso. “Alle dieci di sera ogni piano del palazzo brulicava di agenti”, ha raccontato un residente del Jumeriah Beach Residence. “Siamo scioccati – ammette Naaman Aboumrad, il proprietario del Deli D cafè al piano terra della torre – qui la gente paga migliaia di dollari per la sicurezza e la riservatezza”. Il che porterà la polizia a pensare che l’assassino possa essere qualcuno che la conosceva.

    Suzanne nella sua turbolenta vita era riuscita a produrre solo due dischi, alcune canzoni diventate famose nel mondo arabo, tra le quali una, “Amanti”, dedicata al premier Hariri brutalmente assassinato a Beirut. Aveva talento, ma la sua ricerca sfrenata di un uomo che l’amasse l’aveva portata ad avere due matrimoni falliti e un pessimo rapporto con il padre dal quale pare si nascondesse, secondo il giornale in arabo  ancora prima di diventare famosa. Poi è arrivato il suo secondo marito, Adel Matook conosciuto in Francia e diventato suo manager, le aveva fatto promesse, le aveva detto che l’avrebbe rilanciata mentre poi accecato dalla gelosia, le aveva chiesto di smettere di cantare ed era riuscito ad ottenere un’ordinanza per cui lei non potesse lasciare il libano.

    Ma Suzanne aveva detto no, lo aveva lasciato e lui l’aveva accusata di avergli rubato 350 mila dollari dalla cassaforte. Condannata a due anni, non fece un solo giorno di galera. Lei voleva solo andarsene e liberarsi di lui e qualcuno, ex marito compreso, ha pensato che fosse lei il mandante dell’attentato che nel 2005 coinvolse Matook. Rimase ferito ma non sporse denuncia contro l’ex moglie e la polizia non scoprì niente.

    L’unica cosa certa è che Suzanne non stava mai troppo a lungo in un posto, dopo Parigi, il Cairo è finita a Dubai dove viveva all’ombra del suo successo e forse della paura che la braccava. Qualche tabloid inglese parla anche di Londra dove si sarebbe innamorata di nuovo, ma la polizia che investiga non ha rilasciato nessuna dichiarazione, due persone sarebbero state fermate, ma nessun arresto è ancora avvenuto. Intanto nel web per gli appassionati di musica araba non si parla d’altro. Da messaggi di condoglianze a terribili minacce, alcuni la chiamano ratto, altri dicono che finalmente è stata estirpata come un’erbaccia, in genere estremisti islamici che molto spesso minacciano donne famose senza però quasi mai colpire veramente.