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    September 28

    Miliari all'estero, parla il generale Fioravanti

    La loro missione è quasi finita. Nell’aria si respira già la trepidazione della partenza. Sei mesi nel sud del Libano, la voglia di tornare a casa diventa ogni giorno più forte. Ma lasciare il libano non è facile, quando si aiuta un popolo a rinascere, in qualche modo se ne diventa parte. Il sud del Libano, solo pochi mesi fa punteggiato da villaggi distrutti, ponti abbattuti, strade dissestate, ora è una regione in pieno sviluppo. Un cantiere a cielo aperto, fatto di ruspe in movimento, di operai al lavoro, di soldi piovuti un po’ da tutto il mondo. Gli Hezbollah, l’organizzazione radicale sciita di cui di fatto è impregnato il tessuto sociale di questa regione, hanno ripiegato nelle retrovie di una paese che sembra aver voglia di crescere dopo la guerra israelo libanese dell’ estate scorsa. Nel 2006 gli italiani sono arrivati in Libano sotto il preciso mandato delle Nazioni Unite che hanno investito 13 mila soldati, 2450 dei quali italiani. Dallo scorso aprirle, il Generale Maurizio Fioravanti guida il contingente che controlla la zona sud ovest del paese, un’area di circa 900 km quadrati. Comandante della Brigata Paracadutisti della Folgore, ha partecipato alla sua prima missione all’estero proprio in Libano negli anni ’80 quando era un giovane tenente, poi in Bosnia e di nuovo qui come generale.  Nel suo ufficio nel centro della base di Tienine, controlla il piccolo mondo che gli è stato assegnato: “E’ stata la missione più bella che ho fatto, questo paese entra nel cuore”.

    Ormai siamo agli sgoccioli, la missione della Folgore è finita, è tempo di tirare le somme, il bilancio è positivo?

    Assolutamente, basta dare un’occhiata in giro, si respira voglia di vivere, di stare bene, di sapere che le cose funzionano. Sono cambiati gli sguardi delle persone e noi siamo fieri di avere contribuito con decine di progetti di sviluppo e di cooperazione. Non è stato sempre facile, è stato impegnativo, ma credo che ogni giorno che passa senza conflitti è un giorno più verso la pace e l’ottimismo. Questo non significa che ormai il lavoro sia finito, ci sono bambini che non conoscono la pace, ci vorranno anni perché sappiano come si vive senza paura, ma uno è già trascorso.

    Le missioni italiane all’estero sono sempre obiettivo di discussione in Italia. Come si spiega quanto è importante quello che i militari italiani fanno all’estero.

    Noi facciamo quello che ci dice il governo e il parlamento, ma quando si finisce un lavoro ci si può guardare indietro e capire se si è stati utili, qui per la prima volta in decenni l’esercito libanese ha messo piede nel sud, lavoriamo insieme e li aiutiamo a crescere. Dal punto di vista sociale c’è stato anche un maggiore cambiamento, le milizie non sono più l’unico punto di riferimento della popolazione, sanno che possono contare su di noi, sulla polizia locale, ci hanno visti e ci sentono sempre. Quanto conta il rapporto con la gente locale per il successo di una missione all’estero?

    E’ fondamentale. Per noi è come se ci sentissimo a casa in Libano. Abbiamo trovato degli amici, lo si capisce dai piccoli gesti quotidiani, da come sono pronti a dividere il poco che hanno. Avere il loro consenso è il successo della missione, e questo noi lo avvertiamo, ma soprattutto, a il livello pratico per quanto riguarda anche la nostra sicurezza, loro sono i primi sensori delle minacce che possono arrivare fuori e un rapporto di fiducia reciproco aiuta.

    Anche con gli Hezbollah?

    Noi ci rapportiamo alle istituzioni, molti amministratori locali sono legati al movimento degli Hezbollah, ma noi non facciamo differenze tra le persone, che siano sciiti, sunniti o cristiani. Rappresentiamo l’Italia e il nostro lavoro è stato adempiere alla risoluzione delle Nazioni Unite.

    La politica libanese spaccata non aiuta.

    Tu mi parli di politica, io della gente  che vuole andare avanti e per me questo è un segnale importante per il futuro di un paese.

    E gli israeliani?

    E’ il generale Graziano (comandante dell’Unifil) che parla con loro, noi abbiamo il compito di verificare tutte le segnalazioni che ci arrivano, pacchi sospetti, movimenti strani che avvengono da questa parte, ma anche i sorvoli dell’aviazione di Tel Aviv, negli ultimi mesi all’Onu abbiamo notificato almeno 140 di quelle che per i libanesi sono violazioni del territorio e per gli israeliani controlli di sicurezza.

     

    Niente presidente per il Libano

    BEIRUT - Sono arrivate sgommando decine di macchine nere con i vetri oscurati, hanno attraversato l’ultimo posto di blocco prima dell’entrata del Parlamento e dalle portiere sono usciti i deputati della maggioranza, gli antisiriani, quelli che per nulla al mondo avrebbero rinunciato ad essere presenti. Con la paura che li teneva vicini senza scambiarsi tante parole come avrebbero gradito fare in una giornata di sole, in fretta e furia si sono lasciati inghiottire dal palazzo dove avrebbero dovuto votare il nuovo presidente del Libano.

    Per loro solo arrivare è stata già una vittoria. Il pericolo di attentati era concreto e loro sono nel mirino di qui vuole destabilizzare il paese. D’altra parte il percorso non è stato lungo, in una Beirut deserta e presidiata da esercito e forze speciali, la maggior parte dei deputati filo occidentali sono partiti dall’hotel di lusso Phoenicia dove resteranno almeno per un altro mese quando il Parlamento si riunirà di nuovo il 23 ottobre. Blindati con le loro guardie del corpo che non li perdono di vista, i contractor stranieri che fanno piani di sicurezza e di evacuazione, i cecchini sui tetti che dal mirino dei loro fucili puntano tutto quello che si muove. Chiusi nell’albergo più bello di Beirut tra dessert di panna e fragole, trascorrono il tempo consci che quel luogo è una bomba ad orologeria.

    Altri deputati forse più coraggiosi o fatalisti, hanno deciso di non lasciare le loro famiglie: “Ogni volta che mio marito esce, accendiamo la tv e la radio, restiamo in attesa del suono di una bomba, riprendiamo a respirare solo quando torna a casa”, racconta Anne Franjeh la moglie di Samir, un deputato cristiano antisiriano. “E’ sconvolgente essere uccisi per un voto, il mio nome è su una lista di persone da uccidere - dice Samir che fuori dalla sua porta ha diversi poliziotti e una pistola nella cintola che non abbandona mai – si può solo eleggere in fretta il presidente prima che muoia qualcun altro”.

    Per ora la seduta è stata aggiornata non avendo raggiunto il numero di deputati sufficiente per eleggere il presidente. Nulla di nuovo, i libanesi se lo aspettavano dopo che l’opposizione guidata dagli Hezbollah aveva annunciato la propria assenza. Un trucco per far saltare la votazione non essendo ancora stato raggiunto un accordo sul candidato presidenziale. La maggioranza che non è abbastanza numerose da votare da sola vorrebbe un candidato proprio, mentre l’opposizione si dice decisa a boicottare il voto fino a quando non si sarà trovato un uomo di compromesso. In realtà l’opposizione cerca di dimostrare di avere ancora un certo potere dopo il ritiro delle truppe siriane nel 2005.

    “Faremo venir meno il quorum finché non ci metteremo d'accordo su un presidente di compromesso", ha detto Hussein Hajj Hassan, uno dei 14 deputati di Hezbollah nel Parlamento per metà cristiano e metà musulmano. La maggioranza antisiriana, che sulla carta conta su 68 seggi

    su 128, ha dal canto suo minacciato di eleggere il nuovo presidente con una maggioranza semplice di 65 voti.  “L'elezione del capo dello Stato - ha dichiarato Farid Magari, vice presidente del Parlamento ed esponente della maggioranza - è un dovere, non un diritto o un lusso".

    Un diritto che i deputati antisiriani pagano duramente, sapendo che fino al 23 vivranno nella costante minaccia di morte. Ognuno di loro sa che il loro voto può cambiare le sorti del paese, non a caso e proprio per impedire la stabilità, dal 2005 sei parlamentari sono stati uccisi, assottigliando la sempre più risicata maggioranza.

    Ma nella sessione di ieri durata relativamente poco non è mancata la commozione per quelle poltrone vuote riempite dalle foto del premier Rafiq Hariri, dall’ex ministro Assel Fleihan, dei deputati  Gibran Tueni, Pierre Gemayel, Walid Eido, tutti uccisi insieme ad Antoine Ghanem falciato da un’autobomba solo una settimana fa.

     

    vita da soldato

    Un lungo viale alberato porta all’entrata della base italiana ad Herat, lungo i lati della strada gli afgani quando c’è una bella giornata, affollano il prato circostante per i loro picnic. Sui motorini salgono intere famiglie, padre, madre con il burqa e i bambini incastrati tra loro, mentre nelle macchine probabilmente riescono a stiparsi intere generazioni.

    La città di Herat, dove un detto afgano dice che  “ogni volta che muovi un piede dai un calcio nel sedere ad un poeta”, è il centro della cultura afgana, abbastanza vicina all’Iran da contagiarsi della sua ricchezza e farla propria. E’ qui che vive l’ultimo soffiatore di vetro dell’Afghanistan, ormai un vecchio senza età circondato dai suoi bicchieri blu, ed è qui dove i soldati italiani pattugliano le strade, proteggono la gente, si assicurano che la minaccia talebani non si insinui. Qualche mese fa, il generale Satta, comandante del contingente, circa un migliaio di militari italiani più mille altri di 11 paesi tra i quali Spagna e Slovenia, ci aveva detto che il successo della loro missione era rappresentato dal rapporto che avevano con la gente, dal loro sentirsi ospiti, dal loro sapere di essere lì per presidiare la pace, non per alimentare la guerra. E con la presenza italiana Herat è cresciuta, i soldi della cooperazione civile e militare sono piovuti e moltissimi progetti sono stati avviati.

    Intanto dentro la base vicino all’aeroporto si vive, si lavora, sperando che ogni giorno che passa avvicini un po’ di più al ritorno a casa. Si suda in Afghanistan sotto i pesanti giubbetti antiproiettile che ci si vorrebbe strappare di dosso quando il sole cocente batte sulla divisa, si ha paura quando non si capisce cosa accade intorno e quando si sa che la minaccia può venire da ogni parte. Ma si sta e si trova conforto negli occhi di un bambino curato, nel sorriso dell’interprete, nella vista di quelle montagne viola con le cime sempre innevate che non hanno eguali.

    La vita alla base è fatta di ordini, di regole, di gerarchie, un piccolo mondo dove tutti i pregi e i difetti di una società normale vengono ingigantiti. Si creano solide amicizie e profondi screzi. Un mondo maschile, anche se ormai ci sono anche le soldatesse, dove si lavora aspettando che il tempo passi. Le giornate sono scandite dagli orari, dai briefing, dalle missioni, dalle convocazioni, spezzate dalle pause della mensa dove i cuochi lottano per riproporre la cucina di casa. E’ davanti ad un vassoio e un bicchiere di plastica che ci si ritrova, qualcuno si rilassa con un biliardino, qualcun altro telefona alla fidanzata, qualcun altro ancora fa la fila agli internet point per chattare con la moglie. Nei portafogli le foto dei figli, nel cuore quello delle mamme. Poi il caffè, prima di ritornare al lavoro, prima che uno zelante ufficiale richiami gli uomini al loro dovere. E il dovere in Afghanistan è quello di mandar avanti una base dove centinaia di uomini sono impegnati nella ricostruzione di un paese fatto a pezzi. Herat, tutto sommato è ancora una buona zona, ma appena si scende verso Farah, o Shindad l’atmosfera comincia a cambiare, sono punti sensibili puntati dai Talebani che controllano il sud del paese spesso assediati dagli americani che tra un’operazione militare e l’altra li spingono a muoversi. Ma stare in un paese straniero, aiutare la popolazione, significa anche fare quello che è possibile per evitare eventuali attacchi alla gente e a se stessi. Ed è quello che probabilmente facevano i due uomini rapiti due giorni fa e che di solito fa l’intelligence legata ad un contingente. Creavano una rete di contatti, raccoglievano informazioni, cercavano di percepire le minacce ed eventualmente prevenirle. E’ un lavoro capillare, sotterraneo, e nei paesi in guerra dove gli stranieri sono obiettivi, di sicuro è un’attività non facile. Ci vuole esperienza, istinto e fortuna per sopravvivere. Ma i rapporti che si instaurano, soprattutto in un paese come l’Afghanistan pagano sempre. “Se un afgano non ti uccide, diventa il tuo migliore amico”, dice un altro detto. E questo gli italiani in Afghanistan lo sanno, chi tra quelli stanziati ad Herat o a Kabul, ha la fortuna di uscire, lo sa. Quel paese ti entra nel cuore e ti trafigge dalla sua bellezza. Il maggio scorso un pilota della marina che aveva trascorso alcuni mesi a Kabul ricordava come fosse stato meraviglioso per lui sorvolare la capitale. “Dall’alto non si vede la guerra, si vede come l’Afghanistan potrebbe essere, e noi stiamo aiutando perché questo accada. E di questo dobbiamo essere sempre fieri”.

     
     
     
     

    Nostradamus Libanese

    BEIRUT – Non è un politico, non è un militare, ma è quello che in questo periodo di confusione politica pare ne sappia più di chiunque altro. Michel Hayek, il nostradamus di Beirut come lo chiamano i libanesi, è il ponte di contatto tra il mondo della politica e il destino.

    Da quando si sa sanno che Michel vede le “cose che stanno per accadere” tutti vogliono una sua premonizione. E i politici antisiriani quelli più a rischio di attentati se lo tengono buono sperando che il loro nome o la loro immagine non appaia mai nella testa di Michel. D’altra parte lui ha predetto la morte del premier Rafiq Hariri nel 2005 e pochi giorni prima dell’uccisione di Antoine Ghanem, falciato da un’autobomba una settimana fa, aveva chiamato uno dei suoi migliori amici per avvisarlo che qualcosa sarebbe successo.

    Michel giura di non sapere chi sarà il nuovo presidente, sta di fatto che ieri nella seduta parlamentare che si è tenuta nel presidiato centro di Beirut non è stato votato nessuno. “La presidenza del Libano non verrà assegnata secondo i soliti canoni, neanche il luogo sarà quello che si crede. Il presidente che verrà sarà in gran pericolo”, è l’unica cosa che gli abbiamo strappato.  

    Per ora il presidente non c’è, la seduta che non ha raggiunto il quorum, è stata aggiornata al 23 ottobre, nella speranza dell’opposizione filosiriana che promette di boicottare ogni seduta per bloccare il voto, di trovare un accordo per un candidato di compromesso. Dal canto suo la maggioranza antisiriana, non abbastanza numerosa da votare da sola, minaccia di eleggere il presidente con una cinquanta più uno invece dei due terzi richiesti.

    La profezia, di Michel Hayek si sta compiendo e il suo cellulare non smette mai di squillare. Figlio di un macellaio e con un nonno che faceva le campane delle chiese, ha scoperto da piccolo di avere un dono. Proprietario di aziende, non chiede soldi per quello che vede. Sono solo ricettivo, potrebbero esserlo tutti, ma la gente non si ascolta più”, ci spiega seduto a tavola in un esclusivo club sul mare di Beirut. Consulente da un decennio per diverse industrie in America, Australia e Inghilterra, ogni anno viene chiamato dalla televisione libanese perché faccia le sue profezie.

    Per molti un ciarlatano, per qualcuno perfino una spia, la maggior parte delle sue premonizioni riguardano il semplice buon senso, ma altre sono talmente precise da far accapponare la pelle.

    E’ stata l’esplosione, negli anni 80, della navetta spaziale Challenger a catapultarlo nello scenario mondiale. I politici lo consultano spesso, ma davanti ai grandi eventi è lui, spesso, a farsi vivo. Nel 1997 ha predetto che Lady Diana sarebbe morta in un incidente stradale. “Le ho parlato non molto tempo prima che morisse, lei mi ha detto che sapeva che qualcosa le sarebbe accaduto”.  Tra le predizioni del 2005 c’era una forte esplosione che avrebbe sconvolto il libano, sei settimane dopo, un’autobomba uccise il premier Hariri e 21 altri. “Certo prevedere un’autobomba in Libano non è una grande rivelazione, ma questo è quello che vedo”, Ha anche previsto attentati contro note figure libanesi. Il parlamentare Gibran Tueni venne ucciso il 12 dicembre 2005, il giornalista e attivista Samir Kassir e il politico George Hawi, sono stati falciati da un’autobomba, l’unico ancora vivo è il presidente, che il 24 novembre terminerà il mandato. Tra le predizioni di quest’anno c’è il peggioramento della salute di molti capi di Stato, tra i quali il premier israeliano Olmert, il Papa, il presidente americano Bush. Una località americana subirà un attentato, così come Francia, Spagna e Inghilterra. Tra le buone notizie, c’è l’Arabia Saudita dove le donne assumeranno un ruolo importante in politica, ma soprattutto sarà risolta la questione dei prigionieri “di guerra” che coinvolgono la Siria, Israele e il Libano, e nell’accordo rientrerà anche Ron Arad, il pilota israeliano catturato 20 anni fa in Libano. E l’Italia con la sua turbolenta politica? “Se mi viene in mente qualcosa vi farò sapere, per ora so solo che verrò presto da voi in viaggio di nozze”.

    September 25

    Scomparsi due italiani a sud di Herat

    L’Afghanistan li ha inghiotti, nell’unico modo capace di fare: creando un intricato mistero, traboccante di voci, di supposizioni, di verità e di smentite. Per ora, non ci sono neanche i nomi delle due persone scomparse a Shindad, 120 km a sud di Herat, non lontano dal confine iraniano, una delle zone più calde della provincia sotto il comando italiano.

    I fatti si fermano con la sparizione, ma già ci sono versioni differenti sul loro mestiere, sottufficiali dell'Esercito, impegnati in azioni di rapporto con le istituzioni locali, dice Sergio De Gregari, presidente della commissione Difesa del Senato, uomini dei servizi segreti italiani, afferma l’emittente televisiva al Jazeera spesso usata dai gruppi estremisti come megafono delle loro richieste.

    Qualcuno dice che sono stati rapiti, un gruppo legato ai talebani avrebbe rivendicato il sequestro, ma il filone ufficiale del movimento ancora nega che i due siano nelle loro mani. Secondo l’agenzia afgana Pajwok che nel sequestro dell’inviato di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo nel marzo scorso, si era rivelata attendibile, un capo tribale ha detto di avere ricevuto una telefonata da una “banda non identificatasi” che avrebbe rivendicato il rapimento. Un altro “anziano” di Shindand ha detto alla Pajhwok che gli stranieri, accompagnati da un interprete, viaggiavano su un’auto privata da Farah a Azizabad. Versione confermata dagli investigatori afgani che per primi hanno dato la notizia. “In base alle nostre informazioni – ha detto il capo degli investigatori Ali Khan Husseinzada che si sta occupando del caso - due italiani e due afgani hanno lasciato la città di Herat a bordo di due auto, sabato. Hanno parcheggiato una delle auto in una zona di Shindand e sono partiti a bordo dell'altra verso un'altra direzione".

    Con i due italiani c’erano anche l’autista e il traduttore, i primi a rischiare la vita, perché se gli italiani almeno hanno la “fortuna”, di valere un negoziato per un riscatto, come dice un detto del posto, “il sangue degli afgani è gratis”.

    Nessuna conferma del rapimento, per ora. Haji Mohammad Alam, capo della polizia del distretto di Shindand, ha detto che “due italiani con due afgani” sono passati due giorni fa al posto di blocco di Azizabad (a Shindand) e non sono più tornati. “Non sappiamo dove siano, né possiamo confermare che siano stati rapiti", ha detto all'agenzia di stampa Ansa, che lo ha contattato telefonicamente.

    I militari, dal cambio della macchina, non avrebbero rispettato alcuni degli appuntamenti telefonici previsti in questi casi, circostanza che fa ritenere l'ipotesi del rapimento come la più accreditata, anche tutte le possibilità restano aperte.

    La zona di Shindand è spesso, se non tanto come altre parti dell’Afghanistan, teatro di sparatorie, di agguati, così come la provincia di Farah, sempre sotto il controllo italiano, sbocco naturale per i talebani che dal sud loro roccaforte, vogliono risalire per qualche azione destabilizzante.

    Intanto in Italia per le famiglie, per il momento ancora anonime, sono state avvisate dell’incubo che si apprestano a vivere e come da copione italiano, la scandalosa guerra politica in Italia, tra “soldati dentro e soldati fuori” è cominciata, prima ancora che la sorte di queste due persone sia chiara.

    Ironia della sorte, solo qualche giorno fa il contingente italiano che con duemila soldati controlla la regione di Herat, ha stanziato un milione di dollari per finanziare progetti di sviluppo. Ma è questo che fanno gli italiani in quel pezzo di terra montagnoso, diviso da picchi e vallate dove a volte ci vogliono ore per raggiungere paesi dove la gente vive ancora nel medioevo.

    Girano armati, pattugliano le strade, indossano elmetti, ma sotto le loro corazze ci sono mani che hanno costruito ospedali, scuole, dato soldi per computer, insegnato mestieri e portato medici per curare la popolazione che sorride e saluta al passaggio dei loro mezzi bianchi caratterizzati da una bandierina italiana che non sono mai stati costretti a togliere, come in altri posti dove meno si da nell’occhio e meglio è.  Ma ad Herat non era così, non lo è mai stato, i soldati sono ben visti e loro guardano la gente con gli occhi di chi sa che questo paese ti entra nel cuore. Ma se i due italiani si sono imbattuti nei Talebani, dovranno affrontare il mostro che nasconde questo l’Afghanistan, chiunque essi siano. 

    Nessun accordo, rischia di saltare l'elezione del presidente

    BEIRUT - Nessun accordo politico sul candidato presidenziale libanese e con ogni probabilità le elezioni previste per domani saranno rimandate. D’altra parte le consultazioni, quelle vere e serie sono appena cominciate.

    La partita si gioca tra una maggioranza antisiriana resa ancora più risicata dalla morte di Antoine Ghanem, ucciso mercoledì scorso da un’autobomba, una coalizione che vuole eleggere un suo uomo e l’opposizione guidata dal movimento degli Hezbollah e sostenuta da Damasco che preme per un compromesso sul candidato. Questa opposizione minaccia di bloccare qualsiasi nome sgradito boicottando la sessione di martedì, 14 deputati degli Hezbollah, il partito sciita radicale, hanno già annunciato che non verranno a votare.

    Per eleggere il presidente ci vogliono i due terzi del parlamento ma con lo stratagemma dell’assenza, non si raggiungerà il quorum, costringendo gli antisiriani a trattare, potendo usufruire solo 65 voti su 128, grazie anche alle morti non naturali dei suoi membri. Negli ultimi tre anni sono stati uccisi 7 parlamentari.

    L’opposizione vuole un accordo sul candidato in modo da rafforzare il proprio potere nelle prime elezioni presidenziali dal ritiro dei militari siriani nel 2005. Ma gli antisiriani che già controllano il governo, sperano che questo voto renda possibile rimpiazzare l’attuale presidente filosiriano Emile Lahoud.

    Candidato della maggioranza è Nabil Lahoud, mentre l’opposizione appoggia Michel Aoun, capo del maggiore blocco cristiano in parlamento e alleato sia degli Hezbollah che di Amal, un'altra fazione sciita legata al presidente del parlamento Nabih Berri. Entrambi non saranno mai accettati. Candidati che invece potrebbero avere un futuro sono il capo dell’Esercito Michel Suleiman e il Governatore della Banca Centrale, Riad Salameh.

    “Le elezioni slitteranno ad ottobre – sostiene Amin Gemayel, ex presidente e leader della maggioranza antisiriana che per la prima volta in sei mesi di stallo politico ha voluto incontrare Berri avviando di fatto le trattative – questa sessione sarà solo il primo di una serie di incontri e alla fine ci accorderemo per un presidente capace di unire tutti”. La fine è il 24 novembre quando scade il mandato di Emile Lahoud, se entro dieci giorni prima non si sarà trovata una soluzione i poteri del presidente finiranno nella mani del governo, e una delle conseguenze potrebbe essere la frattura della fragile politica, un vuoto pericoloso che porterebbe alla formazione di due governi e all’incubo peggiore dei libanesi: una nuova guerra civile.

    Per ora il centro di Beirut è una città sotto assedio, da domani tutta l’area intorno al parlamento sarà dichiarata zona militare per permettere ai deputati antisiriani sotto scorta, di raggiungere l’assemblea legislativa dall’hotel di lusso dove sono stati rinchiusi per essere meglio protetti. Strade bloccate e deserte, posti di blocco e controlli capillari, la città si anima solo la notte, quando i giovani, cristiani, sunniti o sciiti che siano, si tuffano nella frenetica movida libanese per dimenticare un paese che di giorno continua a deluderli.  

    September 24

    Nell'albergo dei deputati a rischio attentato

    BEIRUT - Devono restare vivi il tempo di votare il nuovo presidente poi potranno tornare a casa e riappropriarsi della vita di sempre. Una quarantina di membri della maggioranza antisiriana in parlamento sono stati strappati alle loro famiglie, alle loro abitazioni, alle strade che percorrono ogni giorno per paura che qualcuno li uccida.

    E’già successo quattro volte in due anni, otto negli ultimi tre, l’ultimo deputato ucciso, Antoine Ghanem, è stato appena seppellito. E’ una guerra senza esclusione di colpi e la posta in palio è l’elezione del nuovo presidente. Perché questo accada quaranta deputati a rischio attentato sono stati trasferiti nel più bel albergo di Beirut, il Phoenicia Hotel, una costruzione sfarzosa che si affaccia sul mare, ad un chilometro dal Parlamento che si riunirà il martedì per votare.

     L’amministrazione libanese ha affittato un’intera aerea del palazzo, che di fatto ha chiuso a tutti gli altri ospiti. Il personale è stato controllato, ad alcuni è stato dato un buono di uscita e sono stati sostituiti. “Non solo l’hotel non accetta clienti, ma nessun membro dell’opposizione può entrare – ci racconta in condizione di anonimato un impiegato dell’albergo - d’altra parte questa è proprietà privata, ora è come un castello. Tutte le entrate, il garage e i sotterranei sono presidiati. L’hotel è stato perquisito metro per metro e reso sicuro. Ghanem se non fosse stato ucciso mercoledì si sarebbe dovuto trasferire qui quella sera stessa”.

     Una prigione dorata, in questo momento per tutti il posto più pericoloso del Libano. Intorno le strade sono state chiuse e la polizia piantona ogni angolo.

     “Quando mio marito esce, teniamo la tv e la radio accesa, restiamo in attesa di sentire il rumore di un’esplosione, quando poi torna tiriamo un sospiro di sollievo”, racconta Anne Franjeh, la moglie di Samir, deputato che invece ha deciso di rimanere a casa, presidiato da guardie del corpo e protetto da una pistola che non abbandona mai. Il suo nome è nel lungo elenco dei politici dei politici antisiriani ricercati.

     La presidenza che si tenterà di assegnare, dal 25 settembre in poi, rappresenta il cuore dell’amara battaglia tra il governo del premier Fuad Siniora sostenuto dall’occidente e l’opposizione guidata dai filosiriani e il movimento degli Hezbollah. Con l’omicidio di Ghanem la coalizione antisiriana potrebbe perso i voti necessari per spingere verso il candidato di loro scelta. E ora il blocco maggioritario non può permettersi di perdere nessun altro. “Sono sconvolto dalla morte di Ghanem, non si può morire solo perché si è un nome in una lista. I prossimi due mesi, quelli che ci aspettano per votare il presidente saranno i più pericolosi. Questo è diventato il Libano, politica fino all’ultimo sague”, dice il cristiano Franjeh scuotendo la testa convinto che l’omicidio dell’amico Ghanem sia un regalo dei siriani per aiutare i loro alleati.

    “Se l’esercito non riuscirà a proteggerci chiederemo la protezione delle forze di sicurezza arabe e internazionali”, spiega Akram Chahayeb, un deputato antisiriano. I parlamentari hanno paura, si aggirano inquieti per la hall, tra i tavolini del bar dell’hotel seguiti dalle loro guardie del corpo consapevoli che la morte li osserva in agguato.

    September 22

    il libano dice addio al deputato antisiriano ucciso

    BEIRUT – Scivolano faticosamente, quasi tremanti i feretri avvolti nelle bandiere libanesi attraverso il fiume di folla che le ingurgita. Nell’aria volano petali di rosa e riso, lanciati dalle donne affacciate alle finestre man mano che la bara di Antoine Ghamel e delle due guardie del corpo sfilano verso la chiesa nel quartiere cristiano di Badaro. “Antoine rimarrai vivo in noi” mormorano le donne, mentre gruppetti di giovani inneggiano a slogan traboccanti di rabbia. Intorno ai feretri la gente si stringe in un’umida e uggiosa giornata di lutto. Migliaia i libanesi rendono l’estremo omaggio al deputato cristiano antisiriano ucciso mercoledì scorso da un’autobomba, insieme ad altre 4 persone, tra le quali una nonna che prendeva il tè sul balcone.

    Piange il Libano la sua ultima strage mentre la rabbia si insinua tra le lacrime della gente stanca di questo paese martoriato dove violenza sembra l’unica soluzione possibile. Avanzano le bare seguite dai familiari delle vittime che non trovano conforto nel mondo che li scruta. Sventolano le bandiere del Libano tra le lacrime di chi passa, di chi piange un altro uomo morto solo perché il suo posto in parlamento vale quel voto che potrebbe fare la differenza.

    Martedì si dovrebbero tenere le elezioni presidenziali. I due terzi del Parlamento sceglieranno il nuovo presidente. Una partita pericolosa che si gioca tra la ormai risicata maggioranza antisiriana e l’opposizione guidata dagli Hezbollah fedeli alleati di Siria e Iran.

    Le campane suonano a lutto e impregnano l’aria, una musica vigorosa accompagna la messa, mentre i leader politici sfidano la paura per accalcarsi nella chiesa del Sacro Cuore nel quartiere dove abitava Ghamel. In prima fila i cristiani Gemayel e Samir Geagea, il sunnita Saad Hariri e il druso Walid Jumblatt. Su di loro pendono minacce di morte, molti deputati sono stati trasferiti in hotel per essere meglio protetti.  

    Dentro la chiesa presidiata dalla polizia tuona la voce del Patriarca maronita Butrus Sfeir “Sapevamo che qualcosa sarebbe successo ed è accaduto, la strada della libertà è costellata di morti”. Fuori la gente annuisce. “Bashar ti prenderemo”, scandiscono a voce alta un gruppo di ragazzi che accusa il presidente siriano di essere coinvolto in questa ennesima tragedia. Molti lo pensano.

    “Ghanem sapeva di essere in pericolo ma era tornato perché voleva votare”, ha ricordato Amin Gemayel, leader del partito delle Falangi di cui faceva parte Ghamel e padre di Pierre, il ministro dell’Industria ucciso il novembre scorso. Altri due parlamentari antisiriani sono stati uccisi negli ultimi due anni. Ha gli occhi gonfi dal pianto. Gemayel sa cosa significa sacrificare un figlio per il proprio paese ed esorta tutti i parlamentari cristiani ad andare a votare, di superare la paura, di lottare per l’indipendenza del loro paese. La gente fuori applaude. ''Temo che il boicottaggio conduca a un vuoto di potere e alla spartizione. Il martirio di Antoine Ghanem è un messaggio alle Nazioni unite e alla Lega Araba perchè mettano in salvo la Repubblica libanese'', dice Gemayel, ex presidente del Libano e mette in guardia l'opposizione guidata dal movimento sciita Hezbollah da un eventuale boicottaggio delle votazioni.

    Sulla bara di Ghanem, piangono la moglie Lola e i suoi quattro figli. “Ya habibi, amore mio”, singhiozza la vedova. “Sono veramente stanca, questo paese è stanco. - ci dice tra lacrime e indignazione Mari Taufir Gharib, la cugina di di Nuhad, una delle due guardie del corpo uccise – ho perso il mio migliore amico in quell’attentato, i nostri politici devono trovare il modo di andare d’accordo. I parlamentari devono preoccuparsi meno dei seggi e più del Libano. Se potessi me ne andrei, ci stanno togliendo tutto, non abbiamo più neanche la speranza che sia fatta giustizia”.

     
    September 06

    Nessun progresso in Iraq, dicono i militari, invece sì dice Bush

    Bush è stato chiaro: se i progressi nella sicurezza continueranno, gli Stati Uniti potranno cominciare a ritirare una parte degli uomini. Gli iracheni devono aver fatto salti di gioia a questa notizia. Ma poi, come quando un’idea ti colpisce all’improvviso, i telespettatori iracheni  devono essere balzati dalle poltrone dalle quali assistevano inchiodati alla tv al telegiornale alle parole di Bush, il presidente americano che parlava di “ritiro”. “Se i progressi continueranno”, è una frase che va di traverso agli iracheni. “Quali progressi?”, mi dice al telefono Ibrahim Al Saad, un giovane ingegnere disoccupato. “Qui si passa da un inferno all’altro e ogni volta è sempre peggio”. Si interrogano gli iracheni su quale successi possano essere stati raggiunti dagli americani in Iraq. E’ vero negli ultimi mesi da quando sono aumentati i soldati americani di 30 mila unità, gli attacchi sono leggermente diminuiti. Ma non la quantità di morti. Le statistiche parlano chiaro, nel 2006 la media giornaliera era di 30 vittime, nel giro di un anno è raddoppiata. Baghdad, la capitale, è una città divisa, in molti quartieri è stata imposta la Sharia, la legge islamica, le donne sono costrette a portare il velo, a non lavorare, a sposarsi presto e fare figli. Lo stesso vale per le minoranze, costrette a nascondere la propria appartenenza dietro a regole che stanno a tutti troppo strette. Non ci sono più cinema, teatri, ristoranti aperti, la vita sociale e civile è stata letteralmente spazzata via. Ci si interroga sui progressi e gli americani indicano la provincia di Al Anbar, la roccaforte della militanza sunnita, terra fertile per gli uomini di Bin Laden ora combattuti anche dalla popolazione stanca di essere nel mezzo di una battaglia dove perdono solo i civili. E’ vero la provincia di Al Anbar oggi è più sicura, gli americani hanno fatto tabula rasa in quella zona, hanno arrestato migliaia di persone e hanno convinto i leader politici e religiosi che era meglio stare dalla loro parte. Ma se fin dall’inizio avessero assorbito la minoranza sunnita, al potere ai tempi di Saddam, forse al Qaeda non avrebbe mai trovato spazio tra quelli per l’Iraq sono diventati i “resistenti” contro l’invasore. D’altra parte solo qualche giorno fa, il presidente americano Bush ha ammesso di non ricordarsi perché o chi avesse deciso di dissolvere l’esercito iracheno subito dopo la guerra e di epurare ogni struttura politica della presenza dei sunniti che ora a gran richiesta tentato di tornare sulla scena. Un altro esempio di successo americano è il quartiere di Dora, una volta vivace e popolato, si era trasformato in campo di battaglia. Entro luglio gli americani avevano giurato che sarebbero riusciti a far riaprire 300 negozi. Sono andati oltre le aspettative aprendone 303. Un successo se non si va oltre il velo di felicità degli americani: i soldati sono ovunque, gli Stati Uniti hanno finanziato l’apertura di ogni negozio con 2500 dollari a negoziante, pagando gli iracheni perché aprissero per qualche ora al giorno ben sapendo che se non fossero protetti chiuderebbe nel giro di pochi minuti. Dora è sicura, ma se gli americani facessero un passo indietro sarebbe un quartiere fantasma senza contare che prima della guerra i negozi erano più di 600. Saranno i numeri la rovina di Bush: nessuno dei 18 obiettivi richiesti dal congresso americano al governo iracheno è stato soddisfatto. Ci sono più di 2 milioni di profughi sparsi nei paesi confinanti, e ogni mese 60 mila persone fuggono dalle città per riversarsi nei campi. Otto milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, ci sono più di 4000 mila casi sospetti di colera. L’80 % dei ragazzini non va più a scuola e centinaia di insegnati hanno lasciato l’Iraq. La disoccupazione è salita al 50 %. Il sistema sanitario e crollato, la violenza settaria governa i flussi migratori e la criminalità. “Se continueranno i progressi le truppe potranno ritirarsi”, ha detto Bush, “Se le cose stanno così prepariamoci ad avere gli americani qui per sempre”, gli risponde Ibrahim. 

    September 01

    Colera, una nuova minaccia irachena

    L’incubazione dura solo cinque o sei giorni. I sintomi sembrano essere quelli di una forte influenza intestinale, crampi addominali, nausea, vomito, disidratazione e shock, ma non lo è. L’ultima minaccia che ha colpito l’Iraq, si chiama “colera”. Otto morti, quarantasette casi accertati a Kirkuk, trentacinque a Sulemanya, e 4250 sospetti nella zona. Un’epidemia che le autorità irachene sospettano potrebbe scendere dal Kurdistan fino alla capitale attraversando e contagiando la provincia di Diyala. “Se non si agisce subito potrebbe scoppiare una catastrofe sanitaria in Kurdistan, abbiamo bisogno degli aiuti internazionali e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – si è appellato Zairyan Othman,  ministro della Sanità della regione autonoma kurda che ha dichiarato lo stato di emergenza nella ragione nel tentativo di arginare l’infezione che si propaga attraverso cibo e acqua contaminati. “La risposta del principale ospedale a Sulemaniya è stata precisa e organizzata, tutti si stanno comportando nel modo migliore e aiuti arriveranno presto”, ha confermato Claire Lisa Chaignat, capo della task force per il controllo del colera dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e che ha avviato un programma di monitoraggio. Il problema fondamentale è l’acqua contaminata, i pozzi che si mischiano con le fognature distrutte o vecchie, l’inquinamento militare, i cadaveri che galleggiano nei fiumi. Nel nord come misure precauzionali è stata vietata la vendita di succhi di frutta freschi nei bar e di verdure che potrebbero essere state lavate in acqua infetta, nei ristoranti. Bambini e anziani sono le prime vittime del contagio, ma anche le migliaia di persone disseminate nei campi profughi che spesso non hanno accesso all’acqua potabile, sempre più scarsa anche nelle grandi città. Le statiche parlano chiaro, 8 milioni di iracheni hanno urgente bisogno di acqua potabile, il 70 per cento degli iracheni non hanno un adeguato sistema idrico. Il 20% in più del 2003. “La maggior parte dei campi sono lontani dalle città o dai villaggi – dice Fatah Ahmed, portavoce dell’Iraqi Aid Associaton – A volte sono costretti a camminare per km, spesso in aree rischiose. Non sempre i nostri operatori per motivi di sicurezza possono raggiungere i campi, questo significa che nessuno porta acqua”. In alcuni campi vicino alla turbolenta Baqouba, alla santa Najaf, le famiglie raccolgono l’acqua delle fogne. Usano vecchie magliette per filtrarla e poi la bevono senza bollirla. “Almeno il 58% dei bambini nei campi profughi soffrono di patologie legate all’acqua come la dissenteria”, spiega Mayada Obeid, portavoce dell’Organizzazione per la Pace nel Sud. Intanto negli ospedali del nord il ministero della sanità ha inviato 50 tonnellate di medicinali, ma un altro problema è la mancanza di dottori, centinaia sono stati uccisi, 34 mila hanno abbandonato il paese. Um Barak, 37 anni, nella provincia di Diyala, da più di sei mesi vive in un campo profughi, ha quattro bambini, un marito disoccupato, nessuna assistenza sanitaria e pochi litri di acqua al giorno da gestire: “Con quella che abbiamo dobbiamo lavare i piatti, i vestiti e quando è possibile fare un bagno, poi anche se è sporca non ci resta che berla, non lascerò morire i miei bambini di disidratazione”, dice la donna difendendo la sua preziosa e forse letale acqua sporca.