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November 08 Di Barbara Schiavulli (Il Fatto)
Una mina piazzata sulla strada, tra le montagne rocciose e le vallate deserte, a una ventina di chilometri da Shindand nell’ovest del paese, dove è di stanza il contingente italiano, è l’incubo dei militari schierati in Afghanistan. Non si sa ancora se è stata la pressione del mezzo in pattuglia ad azionare l’ordigno o un comando a distanza, ma l’esplosione ha squarciato l’alba.
Quattro soldati della Folgore, feriti solo leggermente, perché il Lince, il mezzo corazzato che gli altri contingenti invidiano agli italiani, ha assorbito il colpo. Scomodo, ferroso, pesante è una tana di salvezza. L’uomo, il rallista, che sta alla mitragliatrice con mezzo busto fuori, è quello che rischia di più perché è meno protetto, “So che è rischioso, ma è anche un lavoro di responsabilità, vediamo quello che ci accade intorno”, ci disse risoluto qualche settimana prima di morire nell’attentato del settembre scorso a Kabul, il mitragliere della Folgore Giandomenico Pistonami.
A questo pericolo sempre più reale, stanno pensando di porre rimedio con delle paratie cercando di montare sui nuovi mezzi che, prima o poi, arriveranno. Intanto per ora, alla base di Herat si respira un clima di sollievo, negli ultimi giorni i talebani avevano lanciato minacce, proprio agli italiani che presidiano la provincia. “Il lince è il mezzo più sicuro”, ci aveva garantito il generale paracadutista Marco Bertolini, capo di Stato Maggiore di Isaf fino a qualche giorno fa, quando è cominciato il rientro della Brigata. Ora per gli italiani con più o meno 3150 soldati presenti è un momento di passaggio di consegne. La Brigata Sassari si sta posizionando, raccoglie il testimone di una guerra ogni giorno più difficile, di una fiducia sempre più precaria tra la gente e i militari, anche oggi gli afghani nel sud sono scesi in piazza per protestare contro un raid americano in cui sarebbero morti nove civili. Intanto anche a Kabul i soldati italiani fanno i bagagli, Camp Invicta che per anni ha ospitato una parte del contingente italiano sulla Jalabad Road, è stata consegnata ai turchi, l’avamposto nella valle di Musahi, un fortino di sabbia e tavole di legno, è stato solo da qualche settimana restituito agli afghani. Nel quartier generale della Nato è arrivato il Generale Mora, in questo momento il grado più alto italiano in Afghanistan, mentre a camp Egger, la base americana a qualche chilometro di distanza, conosciuta come “Bronx”, per essere una base difficile, è posizionato il generale dei Carabinieri Burgio che dovrebbe occuparsi dell’addestramento della polizia, una missione che non è stata ancora pienamente avviata. E con il contingente della Folgore che se ne va tra i saluti dei compagni delle altre nazioni e l’emozione di rivedere presto i propri cari, partono anche quei 400 che erano arrivati per seguire le lunghe elezioni afghane: “Fra cinque giorni comincia il rientro dall’Afghanistan dei 400 militari che avevamo inviato solo per il periodo elettorale. Esauritosi, come da programma, rientrano”, ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
A fine mese la Folgore sarà a tutta a casa, mentre tra i vicoli del quartier generale si attende la nuova strategia del presidente Obama, e soprattutto, il responso sul numero dei soldati americani ed eventualmente della Nato che potrebbero arrivare in più. “L’Afghanistan si lascia sempre con un po’ di tristezza, questa gente merita una vita migliore -, ci dice un militare che ha ormai finito di preparare i bagagli - abbiamo fatto del nostro meglio, qui lasciamo sei morti e abbiamo portato a casa non pochi feriti. Ma è bello tornare, rivedere le nostre mogli e i propri figli in carne e ossa e non solo su Skype o al telefono, in quelle conversazioni brevi in cui si riesce a dire solo che si sta bene e di non preoccuparsi”.
Il futuro del contingente, dunque, si sposta ad Herat, dove comanda il generale Veltri che ha assunto la responsabilità del Regional Command West, molti pensando che il lavoro verrà intensificato nella zona di Farah dove ci sono anche gli americani, una zona al confine con l’Iran e con le province del sud afghano dove quotidianamente si combatte, spesso ripiegando nella zona di Farah dove i militanti cercando di riorganizzarsi tra gole e montagne. La Sassari che si prepara a un inverno rigido come ogni anno in Afghanistan, ma che assicura una moderazione negli attacchi ha schierato ad Herat tre suoi reggimenti (il 151/, il 152/o e il 5/o Genio), sostenuti da bersaglieri e i carri della Brigata Garibaldi. Ma non sono i militari, gli arrivi veramente attesi alla base di Herat, ma quattro caccia Amx, partiti due giorni fa dalla base di Istrana (a Treviso), che avranno gli stessi compiti di ricognizione dei quattro veivoli predator già in uso.
E’ mattina presto quando l’incubo di tutti i soldati in Afghanistan si avvera: un ordigno piazzato sulla strada, forse azionato da lontano, forse innescato dalla pressione del mezzo di pattuglia, esplode. Il Lince regge, il veicolo più amato in Afghanistan, assorbe il colpo. Quattro soldati della Folgore feriti leggermente, vengono subito soccorsi a una ventina di chilometri da Shindand, nell’ovest roccioso. Dall’altra parte, a Kabul, a centinaia di chilometri di distanza, un messaggino telefonico avverte gli stranieri di stare lontano dal Ministero della Difesa: ci sarebbe un camion bomba che gira. Ogni giorno arrivano avvisi di posti che potrebbero essere attaccati. Gli afghani ne sono ignari. Massoud si sistema la mascherina sul volto e attraversa la strada. Intorno a lui nelle vie trafficate e polverose della capitale, i volti degli uomini spariscono dietro al verdolino delle maschere mediche. La psicosi dell’influenza ha contagiato gli afghani, supera la guerra, attraversa le case, fa tenere le scuole chiuse, per “almeno tre settimane”, dicono le autorità, rinvia riunioni e conferenze anche importanti, spazza via i posti di blocco perché i poliziotti stanno a casa ai primi sintomi del raffreddore. Otto morti paralizzano il paese, più di settecento casi accertati, tra i quali un terzo tra i soldati stranieri, spesso accusati di essere stati proprio loro a importare la malattia. Il primo malato, il luglio scorso, un soldato americano. Le donne intrappolate nei burqa pensano di essere protette, ma i medici afghani garantiscono che non è così.
“Dai talebani ci si può difendere, si può fuggire, si può combattere, ma da questa influenza non c’è speranza di salvarsi in Afghanistan”, dice Massoud che nel 2004 mentre stava nel suo ufficio non lontano da un ministero quando un kamikaze si fece esplodere. Lui è stato colpito da un frammento volante, un pezzo di muro, in piena faccia. “E’ stato come se una montagna mi fosse caduta addosso. D’allora la situazione non è altro che peggiorata, per questo speravo che le elezioni facessero la differenza che qualcosa cambiasse”. Massoud non è particolarmente istruito, fa lavoretti di giornata con il fratello che lo aiuta a mantenere la famiglia. Ha votato Abdullah Abdullah, l’ex ministro degli Esteri alle presidenziali del 20 agosto scorso, candidato che poi ha rinunciato al ballottaggio regalando la vittoria a Karzai e dichiarando illegittimo il governo che si formerà, un esecutivo che nutre molte aspettative, forse più per gli occidentali che per gli afghani che ormai guardano alle istituzioni storcendo il naso. “Sono talmente corrotti, pensano solo a loro stessi”, racconta Hamid, un ragazzo che vende ricariche telefoniche lungo la strada, circondato da bambini senza casa che si gettano sulle auto per vendere qualche pacchetto di fazzolettini o per racimolare qualche soldo con quadretti di carta igienica. “La corruzione per gli afghani è uno dei problemi principali del paese, poi viene la sicurezza e la droga”, ci spiega Zalmai Ahmadi, il vicedirettore della Salman Watandar, una radio afghana che realizza un programma politico dove esperti, giornalisti e parlamentari discutono sugli argomenti del momento. E la corruzione lo è. Potrebbe essere il tallone di Achille del vittorioso Karzai che deve accontentare gli americani che chiedono fatti prima di lanciare la nuova strategia: “Indagini, arresti e processi” ha detto Obama, ma anche sistemare tutti quelli con i quali ha stretto discutibili alleanze per vincere le elezioni: i Signori della Guerra, trafficanti, capi tribali. “Sappiamo che Karzai è corrotto ma è il nostro uomo”, ha commentato il ministro degli Esteri francese. Intanto il famigerato generale Dostum, che ha regalato i voti dell’etnia azara a Karzai è arrivato, dopo un anno di esilio, ogni tanto spezzato, in Turchia per batter cassa. “Diventerà il capo della polizia”, ci dice un diplomatico straniero, anche se le organizzazioni umanitarie lo descrivono come un personaggio che rientra tra i profili dei criminali di guerra. “Probabilmente come mezzo parlamento”, dice sorridendo Ahmadi. L’Afghanistan è un gioco di fili che si annodano e ogni tanto si sciolgono, l’ultimo quella delle Nazioni Unite, che dopo l’attacco di qualche giorno fa dove sono morti sei impiegati stranieri, hanno deciso di ridimensionare la loro presenza. Centinaia, forse seicento su 1300 stanno facendo i bagagli per lasciare il paese per qualche settimana. “Ci hanno fatto lasciare le nostre case per concentrarci in alcuni posti protetti in attesa di sapere che faremo - ci racconta Sigfrido Romeo, un agronomo che lavora per l’Onu - Il mio lavoro non è di quelli definibili di emergenza, non do da mangiare alla gente o li aiuto nel bisogno immediato, ma mi occupo di sviluppo, faccio ricerche sull’acqua e l’idea di andarcene, di non esserci per alcune scadenze, non è facile”. Uno sgambetto al futuro, lo stesso che gli afghani non riescono ad immaginare.
Obaidullah Achkzai è un parlamentare afghano che viene da Kandahar. La sua regione è la roccaforte dei talebani, dove si combattono le battaglie più cruente. 36 anni, quattro anni fa è stato scelto da migliaia di afghani del sud e soprattutto dagli anziani della sua provincia per rappresentare qualcosa di diverso che raramente proviene da quelle terre martoriate. Abito tradizionale, turbante grigio scuro, sbarbato ma con i baffi, un volto pashtun non molto comune.
“A Khandahar niente è cambiato negli ultimi anni. I talebani non sono la malattia ma un sintomo, di un governo che non è stato capace di cogliere l’occasione che si è presentata dopo la caduta del regime. La maggior parte dei politici ha pensato a se stesso e la gente non può fidarsi di chi li deruba”.
Quanto è controllato il sud dai talebani?
“Troppo. Le grandi città non lo sono, ma i villaggi, le campagne, le controllano e le gestiscono, in principio i talebani erano onesti, ora rubano, rapiscono, uccidono, usano la droga per comprarsi le armi. Il sud ha bisogno di sviluppo, di sicurezza, di intelligence, ma soprattutto che la corruzione finisca e che i talebani che vengono dal Pakistan siano fermati lì, è inutile bombardare noi, e poi farli scappare dall’altra parte di un confine che per noi pashtun non esiste”.
Quali sono i rapporti con le forze straniere?
“Difficili. Soprattutto per come si porgono. Noi siamo diversi, loro entrano nelle nostre case e vanno nelle stanze delle donne, che per noi è un disonore, bombardano e spesso uccidono civili, una vita afghana viene rimborsata 1000 dollari. Non è questione di soldi ma di percezione.
Non molti parlano francamente come lei, è in pericolo?
Chiunque vuole un Afghanistan in pace lo è. November 05
Da Kabul
“Almeno queste elezioni sono finite”, così gli afghani accettano la rielezione di Karzai tra le strade trafficate e polverose di Kabul. “Sapevamo che avrebbe vinto lui, è il più conosciuto e il più ricco, Abdullah può sempre riprovarci tra cinque anni”. Difficile, oggi, incontrare qualcuno che non abbia votato Karzai. E lui, dopo la rinuncia al ballottaggio del rivale Abdullah ritiratosi da uno scontro politico destinato a fallire, si offre al mondo in tutto il suo sfarzo, dimenticando i brogli commessi dai suoi uomini e promettendo di cambiare le cose, quasi non fosse stato lui a governare il paese negli ultimi otto anni.
Mani tese, dunque, ai rivali politici in vista del prossimo esecutivo e ai talebani, almeno quelli moderati con i quali vorrebbe negoziare. Intanto dall’altra parte della città Abdullah prepara una conferenza stampa prevista per oggi. Tutti a Kabul, soprattutto tra la comunità internazionale, si chiedono cosa farà, l’uomo che ha fatto un passo indietro, ma che sembra essere deciso non allearsi con Karzai. L’ex ministro degli Esteri potrebbe decidere di non riconoscere la vittoria di Karzai, visto che ha urlato al broglio fin dal primo turno di elezioni del 20 agosto scorso, e motivo per il quale si è ritirato da questo secondo. Un rifiuto dei risultati potrebbe provocare disordini in tutto il paese e Abdullah è troppo vicino alla diplomazia internazionale per poter voler perdere il suo favore.
“Sradicherò la corruzione”, dice Karzai che davanti a se ha delle grandi sfide, come mantenere tutto le promesse che ha fatto agli afghani durante la campagna elettorale. Impegni difficili da mantenere ma che non poteva non prendere. Gli americani che si congratulano per la sua vittoria tiepidamente con una telefonata del presidente Obama, vogliono fatti prima di mandare altre migliaia di uomini come chiedono i generali della Nato e annunciare la nuova strategia. Karzai deve dimostrare di avere il controllo delle istituzioni e il nuovo esecutivo, meglio se fatto di tecnocrati che di Signori della Guerra, può dargli la possibilità di cambiare la sua politica non abbastanza forte da contenere la corruzione endemica che ha contagiato ogni settore.
“Non cambierà niente. Questo è l’Afghanistan, fino a che ci saranno le truppe straniere, nessun altro conta”, dice Ajmad, un negoziante del centro non lontano dalla Guest House attaccata qualche giorno fa dai talebani che hanno ucciso sei impiegati delle Nazioni Unite. La zona è presidiata, un po’ come tutta la città. Anche perché, i talebani cantano vittoria e sono pronti ad attaccare ancora, nonostante il voto che volevano sabotare sia stato cancellato: “E’ sorprendente che coloro che sostenevano che la marionetta Hamid Karzai era coinvolta in massicce e inaccettabili frodi, l'abbiamo ora eletto presidente sulla base di quegli stessi voti fraudolenti". Minacce anche agli italiani di stanza ad Herat, “Siamo in grado di resistere al nemico in ogni angolo della provincia e di infliggere enormi perdite ai militari stranieri e alle forze di sicurezza locali”, assicura il capo talebano Abdul Manan Niyazi, 40 anni, che mette in guardia le "tiranniche forze armate italiane”. Parole che sono state intercettate dalla Nafa Foundation, un'organizzazione americana che monitora le reti del terrorismo, su un sito web legato ai talebani. September 06
Ognuno di loro ha una storia da raccontare. Chi è sopravvissuto a un ordigno esploso lungo la strada. Chi ha partecipato a un combattimento. Chi ha trascorso mesi a pianificare ed organizzare operazioni in una delle roccaforti dei talebani. Molti vengono da Farah, quel luogo sempre più inaccessibile dove i gruppi di insorti avanzano dal sud. Gli altri vengono dalla capitale, qualcuno dopo quasi un anno di lavoro ininterrotto, qualcun altro che corre a casa per esserci alla ormai imminente nascita del primo figlio. Solo storie di uomini. Storie di vita, perché tornano tutti d’un pezzo, perché molti, anche se amano e credono in quello che fanno, sanno che non sempre le cose vanno bene.
Si può essere contrari o favorevoli a quello che i soldati fanno in Afghanistan. Non ha importanza in questo momento. Si tratta di educazione e dignità. Sono persone che lavorano per lo Stato e il minimo che potrebbe fare è avere rispetto per loro. La sensazione è che queste persone vengano rispettate solo quando restano secche o si feriscono gravemente.
E non riguarda solo la sicurezza, le torrette intorno agli uomini in ralla, o gli elicotteri con i cannoncini. Si tratta del minimo indispensabile per far sentire accudito e rispettato chi ha trascorso mesi in avamposti assolati, impregnati di polvere, con i fucili puntati e gli occhi sempre sulla strada nella speranza di vedere un ordigno prima che esplodi sotto il proprio mezzo.
Un caso per tutti, quello del ritorno a casa. “Sarà la terza o quarta volta che mi ritrovo in questa situazione”, dice sconfortata più di una persona. Non voglio crederci che succeda spesso e che nessuno abbia mai fatto niente. Invece è cosi’, annuiscono senza speranza.
L’incontro per la partenza da Kabul è all’aeroporto militare alle ore 9 del mattino. Dopo qualche ora, un militare dell’aeronautica avvisa che il volo che deve arrivare da Abu Dhabi non è neanche partito per nebbia. Bisogna aspettare.
E chi c’è, non sa che sarà una delle giornate più lunghe trascorse in Afghanistan in Afghanistan. Sul volo c’è la moglie dell’ambasciatore, sta di fatto che alla fine arriva. Imbarca. E alle 17.40 parte. Il piano è quello di arrivare ad Abu Dhabi, e prendere una coincidenza Alitalia (affittata apposta per i militari) per Fiumicino.
Quando si arriva, un militare dell’aereonautica, con fare gentile, ma senza tanti scrupoli, avverte che ormai è troppo tardi, che per legge i l’equipaggio alitalia deve riposare 12 ore e il volo dell’ambasciatrice era durato di più perché non riuscivano ad atterrare per nebbia (il C130 da Dubai ci è riuscito senza difficoltà). Avevano dovuto riparare in un aeroporto a 40 minuti di volo.
Intanto arriva un altro volo da Herat, i due gruppi si uniscono in un piazzale, 70 persone, ci sono almeno 40 gradi umidi, nonostante il sole sia già tramontato. Sono le 22 e ci avvisano che il volo successivo sarà alle 11.30 del mattino dopo.
Gli occhi strabuzzano, i miei escono completamente dalle orbite, sono più di 12 ore. A disposizione due bagni (per 70 persone), già sporchi e senza carta, quando arriviamo (per sbaglio sono andata in quello dei maschi), una stanza con l’aria condizionata dove sembra di stare al polo nord, uno spiazzo. Sedie tutte con i braccioli di plastica, qualche tavolino, una macchina di caffè e delle bottigliette d’acqua.
70 persone ammassate come animali. I militari italiani che si occupano dell’aeroporto in ridicoli pantaloni corti, ci dicono che nessuno può uscire.
Io per prima, che sono una civile, ma molti altri sarebbero disposti a pagarsi l’albergo, visto che ci sono tante ore. Invece siamo prigionieri. Forza 45, l’elité della Folgore si ritrova per terra circondata dalla propria stanchezza e dalla tensione di quattro mesi di lavoro.
“Sono soldati, si sanno adattare”, mormora qualcuno a cui riferisco quello che sta accadendo. Capisco che si debbano adattare quando stanno in missione, quando stanno lavorando, ma non quando hanno finito. Penso solo che andrebbero trattati meglio, anche se sono forti e duri, e comunque ci sono anche io, e non lo sono.
Mi ritrovo seduta a chiacchierare tutta la notte con persone che mi guardano come se avessi la malaria, solo perché sono una giornalista. Mondi a parte.
Il tempo non passa mai, poi verso le 7 del mattino il sole sale e il caldo diventa infernale. Le divise, di un tessuto quasi indefinibile che sembra plastica, si impregnano di sudore mentre si aprono dei cartoni e per la terza volta ci si accorge che all’aereoporto di Al Bateen si mangiano solo banane e tramezzini.
Sono molto più calmi di me. Io sono arrabbiata. Per loro e per me. Alla fine quasi con arroganza spunta il volo dell’Alitalia. A mezzogiorno saliamo investiti dall’aria condizionata che scende in condensa sopra ai finestrini. Ci sistemiamo. Partiamo. Dopo una fermata a Cipro per un rifornimento, arriviamo a Roma. I volti si distendono, si chiamano madri e mogli, si pensa ai prossimi giorni. Si aspettano i bagagli che per un’ora non arrivano. Il mio non arriverà mai e neanche quello di un tenente. Non ci posso credere. La mia valigia rosa shocking. I miei libri.
Andiamo all’assistenza Alitalia, una signorina dallo sguardo completamente assente, ci dice che non può fare niente. Non ci hanno dato le carte d’imbarco, e neanche la ricevuta dei bagagli. “Come dimostrare che io ero su quell’aereo?”. Sono troppo stanca. Ma avrei ancora la forza per prenderla a morsi. Per l’Alitalia non ho volato, per Al Bateen la mia valigia è stata caricata sull’aereo. Il risultato è che tutti se ne sono già andati e io resto da sola a Fiumicino con due militari del transito che non sanno come aiutarmi. Stato Maggiore si attiva, ma scopriamo solo che dipende dall’Alitalia che non prende neanche la mia denuncia, perché non esisto. Né io, né il tenente.
Un viaggio infernale e vergognoso. Dall’inizio alla fine. “Scrivilo, scrivilo tu, che puoi farlo, ma tanto non cambia niente”, mi dicono alcuni soldati.
ps. La valigia è stata ritrovata sulla pista a Roma da un militare. Era caduta e nessuno si era preso la briga di raccoglierla. Ottimo lavoro Alitalia! August 06 L'Epresso
PRIMO PIANO
Di Barbara schiavulli
Si intensificano gli attacchi talebani ai nostri soldati in vista del voto di agosto. Ma il nostro governo si spacca e la missione resta senza gli aiuti promessi
L'adrenalina scorre mentre i gesti si ripetono rapidi, meccanici, professionali. I soldati chiudono col velcro i giubbotti anti-proiettile intorno al petto, stringono il più possibile per farlo aderire al corpo, sistemano l'elmetto, inforcano gli occhiali da sole, nascondono la bocca in un foulard per ripararsi dalla polvere. C'è un caldo che toglie il respiro nell'ennesimo giorno da cani dell'estate afgana. E loro, i militari della Folgore, che da tre mesi hanno sostituito gli alpini, vanno incontro a un lavoro di pattuglia diventato un appuntamento in cui si sfida la morte da quando gli attacchi dei talebani si sono intensificati. Quasi in silenzio montano sui mezzi, stringendo il fucile tra le mani mentre le porte della base si spalancano al loro passaggio. Possono essere il bersaglio di un colpo di mortaio o di un cecchino, l'obiettivo di un kamikaze, soprattutto possono saltare su un ordigno rudimentale nascosto sotto il terreno. Ipocrisia vuole che si continui a chiamarla 'missione di pace', ma in Afghanistan quelle che accompagnano alle elezioni del 20 agosto sono le settimane più cruente in sette anni di guerra e si combatte quasi ovunque.
"Quando si esce dalla base la paura si mette da parte. Quando ci attaccano rispondiamo, quando colpiscono la polizia o l'esercito afgano noi accorriamo. Ci sono state diverse imboscate negli ultimi tempi e abbiamo sempre fatto fuoco". Il maresciallo Marco Marcano, 33 anni, di Carraro in provincia di Lecce, è uno specialista del tiro, comandante di pattuglia e di una squadra che si occupa dei mortai, armi con proietti da 60 a 120 millimetri che possono arrivare a una distanza di 13 chilometri. "Gli insorti devono essere veloci perché se loro sparano con un rpg, noi rispondiamo e un colpo di mortaio interessa un'area di 850 metri quadrati". Marcano frequenta la valle di Musahi, a qualche decina di chilometri da Kabul, dove c'è un avamposto italiano: "Quando attaccano una nostra pattuglia, non pensi proprio a niente, solo che là fuori ci sono i tuoi uomini che hanno bisogno di aiuto".
I soldati italiani in Afghanistan sono aumentati di numero anche in vista delle elezioni. Sono 3.200, gli ultimi 500, arrivati di rinforzo, probabilmente resteranno. "Non c'è stato un cambio di tattica, è la situazione che ti porta a fare dei cambiamenti. Pensare che si possa avere una nuova e radicale strategia, come se fosse l'uovo di Colombo, è un po' ingenuo", dice senza mezzi termini il generale Marco Bertolini, capo di Stato Maggiore della missione Isaf: "Gli obiettivi non cambiano per noi: sicurezza, sviluppo che si traduce nella costruzione di strutture per la popolazione e la 'governance' con il controllo del territorio da parte delle istituzioni locali. Si va sempre nella stessa direzione". Anche se gli ostacoli aumentano. Nella provincia di Herat sono raddoppiati gli attacchi contro i soldati italiani rispetto agli stessi mesi del 2008: 134 finora a luglio contro i 68 del 2008, 135 a giugno contro i 64 dell'anno prima e si prevede un picco di 170 per agosto. "Un incremento era previsto, questo è il periodo dell'anno dove la militanza è più attiva", spiega il generale, "ma è sbagliato pensare che questo accada solo a noi. Gli attacchi ci sono in tutto il Paese". Da gennaio i caduti sono stati 49 solo per gli americani. Due gli italiani, l'ultimo, un paio di settimane fa, il caporalmaggiore Alessandro Di Lisio, un paracadutista della Folgore ucciso da un ordigno piazzato lungo la strada a Farah, mentre si trovava nel famoso Lince, il mezzo che dovrebbe proteggere da tutto. "Il Lince è il mezzo più sicuro che abbiamo, nonostante questo la protezione e la sicurezza dei mezzi è un problema reale, ma non si tratta solo di quello, non esiste una protezione totale in guerra, più noi ci proteggiamo, più chi ci affronta trova sistemi nuovi per colpirci. I militanti vogliono ucciderci e questo è anche uno scontro di volontà e intelligenza", afferma Bertolini che ricorda anche la necessità di un addestramento maggiore: "L'esperienza non si improvvisa e questa bisogna impararla in patria. Per fare il soldato ci vogliono risorse, investimenti da poter bruciare quando siamo impegnati all'estero".
Il primo caporalmaggiore Giandomenico Pistonami, come il collega di Di Lisio deceduto il 14 luglio scorso, è un mitragliere, quello che sta in ralla, il più esposto perché sbuca con il corpo fuori dal Lince. "Esco tutti i giorni, faccio da scorta a materiali e persone", racconta Pistonami, 26 anni di Lubriano (Viterbo): "Il mio è il ruolo più importante della pattuglia, ho più campo visivo e uditivo, con un gesto posso fermare le macchine che passano". Un lavoro pericoloso, di concentrazione e tensione che lascia poco spazio alle emozioni. "Purtroppo la mia famiglia guarda i telegiornali", aggiunge con un sorriso, "ma sono tranquilli quando mi sentono tranquillo, per fortuna ci sono Internet e il telefono". Il posto che occupa Pistonami qualcuno lo chiama 'sedile della morte' e spiega che ormai molti mezzi militari di altri contingenti tengono il militare dentro al blindato con un sistema di comando per pilotare la mitragliatrice fuori.
Per quanto riguarda i nostri, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, pensa di aggiungere una protezione, una sorta di torretta. Il ministro ha anche promesso l'invio, già approvato da un decreto, di due nuovi Tornado, che si aggiungeranno ai due parcheggiati a Mazar-i- Sharif, non appena sarà pronta la pista dell'aeroporto di Herat, sulla cui data di apertura non ci sono tempi certi. I Tornado italiani, come quelli tedeschi, per ora vengono usati come ricognitori, ma il governo non nega la possibilità di aggiungere cannoncini, trasformandoli in mezzi che possono sostenere azioni di combattimento. Ma tutti questi accorgimenti per rendere più sicura la missione arriveranno fuori tempo massimo, comunque dopo il periodo fatale che coincide con la campagna elettorale. Così, mentre in Italia il governo si spacca sulla questione cruciale se rimanere o meno in Afghanistan e la Lega, Bossi in testa, mostra tutto il suo scetticismo, qui i soldati affrontano la loro guerra quotidiana senza nemmeno il conforto di avere alle spalle un esecutivo concorde circa l'utilità del loro impegno. I piani futuri per i nostri sono già stati delineati: tutte le truppe saranno concentrate nel settore ovest, dove avrebbero già dovuto essere, se non fosse che la scadenza del voto ha indotto a rimandare il ridispiegamento.
Il generale Bertolini non ha dubbi: "Dall'Afghanistan non si può ancora andare via. Intanto facciamo parte dell'alleanza Nato e abbiamo degli obblighi verso i paesi amici e questo sarebbe già sufficiente, ma poi penso che se non ci fossero i nostri contingenti, la popolazione vivrebbe peggio senza nessuna protezione. Questo Paese non deve essere abbandonato. L'Afghanistan non significa solo talebani, ma anche persone perbene, basta un fucile per creare un signore della guerra, e noi, verso chi vuole vivere in pace, abbiamo preso un impegno, anche morale".
Un impegno che costa, ma che chi si trova sul terreno, vuole mantenere pur fra qualche dubbio. "Comando una squadra che esce per controllare il percorso prima che passi la pattuglia", spiega il maresciallo Sebastiano Russo, un ventottenne siciliano di Termini Imerese, comandante guastatore dello stesso reggimento di Di Lisio, che per mestiere cerca esplosivi lungo le strade. Un lavoro difficile in un Afghanistan sterrato dove chiunque può fare un buco e nascondere un ordigno rudimentale più arduo da individuare di uno sofisticato: "Si controlla la strada, si notano i cambiamenti, spesso è la gente stessa che ci chiama e ci segnala dove sta la bomba. Molti ci trovano simpatici. È vero, negli ultimi tempi sono stati piazzati più ordigni. È un lavoro rischioso, ma è quello che abbiamo scelto di fare. Non si pensa che si potrebbe morire, ma solo a come far sì che questo non accada".
Il comandante di pattuglia Marcano è un po' più amaro: "A volte ho la sensazione che le persone che curiamo di giorno, magari nei nostri ambulatori, poi la sera imbraccino il fucile contro di noi, forse mi sbaglio e di sicuro noi continueremo ad aiutarli. Cosa mi fa restare qui? Ho una bimba di due anni e ricordo tutte le medicine, le visite che faceva mia moglie quando l'aspettavamo. Qui i bambini sono spesso abbandonati, muoiono di malattie che da noi sono impensabili come la diarrea. Sono i loro occhi a tenermi qui".
L'arrivo dei soldati italiani a ovest permetterà di aumentare le pattuglie nella zona di Shindad a sud di Herat, una delle roccaforti dei talebani e dove si appoggia anche una base aerea americana destinata a tenere d'occhio il confine con l'Iran. E poi anche a Farah, altro luogo dove i talebani riparano fuggendo dagli scontri al sud. Ad Herat si costituirà anche un battaglione dell'Aeronautica con tre elicotteri che si aggiungeranno ad altri 13 già operativi. In arrivo anche un Predator, che si unirà ad altri due. Gli americani, dal canto loro, hanno preso due decisioni strategiche: non rivelare più il numero dei talebani uccisi e irrobustire la forza multinazionale con un commando di Berretti Verdi colombiani, addestrati per la guerra ai narcos e considerati i militari più addestrati e feroci al mondo.
Serviranno i rinforzi per stabilizzare il Paese? No, senza un'azione diplomatica. Con i talebani moderati il dialogo esiste e potrebbe portare pure a una tregua. Ma per i duri, come i militanti del mullah Omar, la guerra finirà solo quando le truppe straniere avranno abbandonato l'Afghanistan. n July 28 Il sorriso vivace si illumina ogni volta che parla con i compagni. Con un dito infastidisce una ciocca di capelli, mentre l'altra mano stringe un blocco traboccante di appunti. La zeppa delle scarpe è troppo alta per le strade ripide di Cortona, ma finge di non fare fatica.
"Le veline sono una cosa inutile", commenta lapidaria. Intorno a lei le teste ben pettinate di altre ragazze annuiscono con forza. Vestiti e accessori alla moda e una bellezza giovane che deve ancora esplodere: tutto di loro è ancora vago. Quest'anno affronteranno l'ultimo anno delle superiori, il periodo forse più confuso ed eccitante della loro vita. Dovranno scegliere come proseguire i loro studi, definire per la prima volta il loro futuro e questo li spaventa.
Un po' spaventati sono tutti i primi 112 studenti, dei 500 selezionati, che si sono riuniti a Cortona per un seminario di orientamento organizzato dalla Scuola Normale di Pisa. Non sono ragazzi come gli altri. C'è qualcosa che li unisce e li rende diversi. Sono i migliori studenti d'Italia. Sono l'eccellenza. Sono il futuro di un Paese che non investe sulla cultura e sull'istruzione. Sono l'errore di un Paese che, voltandogli le spalle, lascerà i suoi cervelli partire per un'altra nazione golosa di nuovi ricercatori.
Solo uno di loro ha la media del 10, il massimo dei voti in ogni materia. Gli altri si contendono i decimali del nove. Da ormai tre decenni la Normale chiede ai presidi di tutta Italia di segnalare i loro migliori studenti. Poi ne vengono scelti 500, sulle 2 mila richieste che arrivano, e frequentano tutti una settimana, in cinque diverse città d'Italia, dove vengono sottoposti a serrate lezioni universitarie delle materie più varie, da storia dell'arte antica ad anatomo-patologia, tenute da docenti che arrivano da ogni parte d'Italia per aiutarli su quello che dovranno scegliere.
Questi ragazzi sono talmente bravi in tutto che non sanno proprio che cosa vorrebbero diventare. Qualcuno riesce a distinguere tra studi umanistici o scientifici, ma in coro, con gli occhi sognanti, ti dicono che non è facile. Non è facile anche perché non sanno quello che li aspetta, schiacciati dalla condanna alla precarietà che ha investito le ultime generazioni.
Valeria Visco, 17 anni, proviene da un liceo scientifico di Salerno. È indecisa tra ingegneria genetica o nucleare. Ci pensa un po' prima di ammettere che quello che vuole "è scoprire qualcosa che aiuti lo sviluppo tecnologico dell'umanità". Accanto a lei la coetanea Serena Andreoli. Viene da un istituto tecnico di Penne, in provincia di Pescara: "Penso che vorrei fare ingegneria meccanica", dice come se ci avesse pensato a lungo in questi giorni.
La terza compagna, Alessia Casamassa, di un liceo scientifico di Roma, si butterà sulle biotecnologie. Niente spettacolo, niente tv? Non è studiando che si raggiunge il successo. Alzano le spalle: "Sappiamo che essere brave non è un merito in questo momento. E io sono preoccupata per quello che mi aspetta", ammette Alessia: "Non vorrei andare all'estero, vorrei essere una possibilità per questo Paese".
Valeria incalza: "Ci si sente demoralizzati, ci si sente soli, ci si sente inguaiati. Ma essere qui per noi è importante: per una volta, lo studio, la fatica, vengono ricompensati. È una bella sensazione di normalità, perché quelli intorno a noi sono tutti bravi. Non ci sentiamo diversi".
In corridoio le conversazioni non sono certo sui programmi televisivi, "Hai letto l'ultimo libro di...", e gli autori si sprecano, soprattutto i filosofi, ospiti scomodi tra le classi di un liceo, compagni solitari di giovani appassionati che qui possono tirare il fiato perché nessuno si sorprende dei gusti culturali degli altri. Uno spaccato d'Italia che spesso resta nascosto, una piccola fetta di futuro che si distingue. Forse non saranno la classe dirigente tra un paio di generazioni, ma in un Paese dove studiare non garantisce sempre un lavoro, saranno quelli che forse ci regaleranno qualche innovazione.
Secondo uno studio di Bankitalia, nel Sud uno studente su quattro non prosegue gli studi oltre la terza media, un dato superiore alla media nazionale che si ferma poco sotto il 20 per cento, con un Nord-ovest al 18, un Nord-est al 15 e un Centro Italia al 13. Al contrario, il 60 per cento di chi prosegue rischia di interrompere gli studi proprio all'università. Dato incoraggiante è che il 15 per cento degli italiani tra i 25 ed i 34 anni ha una laurea, il doppio rispetto a quelli che oggi hanno dai 55 ai 64 anni. E il 71 per cento di coloro che hanno ottenuto la maturità si iscrive a un ateneo.
Alla Normale interessa che un gruppo di studenti di assoluto valore indirizzi al meglio le proprie energie. Anche per questo nelle lezioni ci sono materie che non si insegnano all'università pisana. Il corso è per tutti, solo una piccolissima percentuale di loro finirà alla Normale, ma sono sicuri che nessuno di loro abbandonerà gli studi.
"Questo è un Paese difficile per la carriera intellettuale, non si investe nell'università e nella ricerca. Lo sapete che il G8 dell'Istruzione è l'unico che non si farà?", chiede con amarezza il professore di astrofisica Mario Vietri. I professori concordano: i ragazzi negli ultimi decenni sono cambiati, una volta erano più preparati, arrivavano a Cortona da soli, ora i genitori sono più protettivi, alcuni di loro li seguono perfino in albergo per vegliare sui loro 'pulcini' che invece hanno solo voglia di studiare e magari di rilassarsi la sera con una sigaretta che a casa non hanno ancora ammesso di fumare. Di sicuro lo stereotipo di secchione è cambiato: niente testa infossata nelle spalle né occhiali spessi. Sono bravi anche perché non sono diversi dagli altri. O meglio: lo sono da tutti quelli che non credono che per avere un futuro non serva un lavoro duro. Le scorciatoie sembrano incapaci di prenderle.
"Tutto quello che vogliamo è essere felici", dice Alessia, "studiare ci viene facile, ma ci sono anche altre cose nella vita: la musica, il ballo. Soprattutto per noi ragazze, i maschi qui stanno fissi sui libri". È l'età in cui le ragazze hanno una marcia in più e, per una volta, anche gli stranieri di seconda generazione. Albanesi, brasiliani, francesi, colombiani. Chi pensa che l'immigrato non sia una risorsa intellettuale, qui sbaglia. Chi pensa che il Sud sia depresso e che il Nord sia migliore, sbaglia ancora. Ci sono anche religioni diverse, musulmani ed ebrei, una giovane ragazza mangia solo kosher, mentre altri avvisano: "Niente carne di maiale". Ma gli interessi sono gli stessi per tutti, e gli sguardi di più d'uno si illuminano quando il professore di storia di filosofia antica Giuseppe Cambiano parla di Aristotele e di Platone. Qualcun altro chiede di ripetere la lezione di matematica persa per seguire un altro corso.
Emre Yurdakul viene da Istanbul, frequenta il liceo scientifico, ha 18 anni e vuole fare l'architetto. Ezio Jara Ziron ha 16 anni e viene da San Paolo del Brasile, un immigrato al contrario, mamma italiana, papà paraguayano, da 11 anni fa ginnastica artistica. "Mi manca un anno per fare una scelta determinante per la mia vita e questo un po' mi spaventa, ma tutto sommato essere giovani ci permette di vivere di rendita", dice scherzando, ma non troppo. La condanna alla precarietà non risparmia nessuno, è come un'ombra che accompagna le loro vite. Se ne sta appollaiata sui loro sogni e incombe.
"Mi sento italiana, francese e inglese allo stesso modo", spiega Alexandra Iannarelli, studentessa della scuola francese di Roma, mamma tour leader, papà imprenditore, ha già visitato delle università inglesi: "Credo che punterò su chimica o su matematica, ma vorrei lavorare per un'azienda. Non in Italia, perché l'eccellenza non va e perché non è un Paese aperto sul mondo".
In Italia circa 40 mila studenti decidono ogni anno di andare a studiare all'estero. Il 4 per cento di loro poi non torna qui a lavorare, visto che fuori gli stipendi sono superiori di almeno il 30 per cento. Senza contare che ci sono più possibilità (il 34 per cento in più) all'estero per i neodottori che hanno poco mercato, come quelli provenienti dalle facoltà umanistiche, seguiti dagli economisti (28 per cento), dai laureati in materie giuridico sociali (19 per cento) e dai gettonati ingegneri .
A proposito di aziende, il corso di orientamento offerto a 500 studenti viene allargato anche agli altri 1.500 che non sono stati scelti: ci ha pensato Telecom, principale sponsor della manifestazione, che in videoconferenza raggiunge gli studenti rimasti a casa. "Ci interessa partecipare ai piani di sviluppo che possono contribuire a preparare i giovani che si affacceranno sul mondo del lavoro", spiega Carlo Fornaro, direttore delle Relazioni esterne Telecom: "Ci fa piacere essere in contatto con giovani di talento. Uno dei nostri obiettivi è tornare a essere un posto ambito per i giovani, considerando anche che in questo momento le aziende sono in contrazione per la crisi". Ma prima o poi torneranno ad assumere.
Essere cittadini del domani non significa solo avere un lavoro, su questo professori e studenti concordano. "È vero, siamo bravi, ma i risultati scolastici dicono poco su chi siamo e della nostra vita", dice Jacopo Domenicucci, 16 anni, del liceo francese di Roma. La lezione di Ezio Mauro, il direttore di 'Repubblica', li spiazza. Chiede a loro di scegliere: una lezione sul giornalismo o una su quello che sta succedendo nella politica italiana, il caso del premier e della loro coetanea Noemi.
Scelgono la seconda opzione, di quella che diventerà una lezione di democrazia e libertà di stampa. Alla semplicità dei fatti, i ragazzi sgranano gli occhi e scrosciano applausi. Pochi sanno. I ragazzi scoprono il mondo attraverso Internet più che leggendo i giornali. Ma quando conoscono, si indignano: "Perché il premier non risponde alla domande di 'Repubblica'?", borbotta qualcuno. "Perché non si sente niente di questa storia sui telegiornali?", si chiede qualcun altro. "Che cosa possiamo fare noi per rendere questo posto migliore?", si chiedono in molti, seduti sulle poltroncine rosse dentro a un caldo asfissiante.
A Cortona piovono domande, tanto sulla matematica quanto sulla vita. E sul tipo di donne e uomini che possono diventare. Ma se per la fisica esistono professori con le risposte, per tutto il resto dovranno cercare da soli.
June 27 Stasera sarò alla festa multietnica di Collecchio (Parma) dove presenterò "Le farfalle non muoiono in cielo" alle 21. Per chi fosse da quelle parti...non si può mancare! June 26
(ECO)
Il cellulare non squilla. Una voce femminile mormora delle parole prima in farsi e poi in inglese. Avvisa che il telefono non è raggiungibile, di riprovare più tardi. La preoccupazione sale. Saida è un’amica iraniana, che vive in un quartiere centrale di Teheran. Il telefono di casa squilla. Se risponde la madre sono guai perché non parla inglese. E’una signora anziana molto gentile, che imbastisce banchetti di riso, ceci e verdure e come qualsiasi donna mediterranea ti dice in persiano fino allo sfinimento “mangia, mangia, non fare complimenti”.
Dopo una decina di squilli la voce suadente di Saida risponde e si accende quando sente che qualcuno le chiede come sta. “Amica mia, forse ne sai tu più di me, di quello che sta accadendo. Qui non funziona niente. I cellulari sono spesso bloccati. Internet pure. I giovani sono in piazza. Non si vedeva niente del genere dai tempi della rivoluzione. I basigi, (le milizie della Guardia della Rivoluzione), seguono e picchiano tutti quelli che incontrano. I giornalisti stranieri sono stati cacciati, quelli locali arrestati, una ragazza è morta e non vogliono fare i suoi funerali per non aumentare la protesta. Eppure monta, sapessi, i giovani sono decisi, non li ho mai visti così. E’ come se il punto di non ritorno fosse stato sfiorato”.
Ma tu come stai? Dimmi di te? “Sono triste. Una parte di me vorrebbe scendere in piazza e unirsi a quel manipolo di ragazzi che tentano di cambiare il nostro paese. Un’altra parte di me si vergogna, perché ha paura. Paura di quello che ci circonda, di farmi male, di far soffrire mia madre. Sono una persona normale. Non sono coraggiosa. Ho paura di finire in galera solo perché conosco tanti occidentali. E non so neanche se voglio che tutto cambi, perché ho paura che possa essere peggio”. Saida sospira in quell’Iran spezzato che la circonda, da una parte un presidente che dice di aver vinto, dall’altra la società civile di Teheran che è scesa in piazza. Tutti dicono di aver votato per il contendente Mir Hussein Mousavi, urlano “brogli” e ricevono botte.
Le guardie, i soldati, la polizia mostrano il pugno di ferro, dicono che non si fermeranno fino a quando non avranno sedato la rivolta. Riusciranno a bloccarli? “Probabilmente sì. Lo hanno sempre fatto. Con morti, arresti, sparizioni. Sai bene che quando giravamo per strada insieme, dal nulla spuntava un ragazzino che ti urlava di chiuderti il cappotto lungo fino alle ginocchia per non mostrare i pantaloni. Qualcuno mi ha detto che i volontari del presidente Ahmadinejad girano tra la folla con i coltelli e feriscono le persone. Sono ragazzi, si vestono normale, non si possono riconoscere”.
Saida ama l’Iran, ha studiato arte e in città conosce la storia di ogni angolo. Piccoli tesori imprigionati da imponenti palazzoni ingrigiti dallo smog. Come gli iraniani prigionieri di un potere che non li rappresenta più. Non rappresenta i giovani. Non le donne che lavorano e studiano.
Nella protesta le donne si sono tolte il velo e piegate dal dolore dopo una manganellata, mostrano i jeans. “Per voi è niente, per noi è già una rivoluzione”. Il gruppo le rende forti. Ma lo sono sempre state dentro le case, nei labirinti dei loro palazzi, lontano dagli occhi conservatori di chi comanda. Dove si discute. Dove gli artisti creano, ma non mostrano, dove i giovani sognano e poi si perdono. Ma ora sono fuori, hanno scardinato le porte e portato la loro voglio di libertà nelle strade senza traffico. “Te la immagini Teheran senza macchine?”. Per fare qualche chilometro ci voleva anche un’ora, magari due. Teheran è il traffico. Amica mia, non so se quello che sta accadendo cambierà questo paese. Ma ti assicuro che noi, dopo tutto questo, non saremo più gli stessi”. "You Are Not Alone"
Another day has gone I'm still all alone How could this be You're not here with me You never said goodbye Someone tell me why Did you have to go And leave my world so cold
Everyday I sit and ask myself How did love slip away Something whispers in my ear and says That you are not alone For I am here with you Though you're far away I am here to stay
But you are not alone For I am here with you Though we're far apart You're always in my heart But you are not alone
'Lone, 'lone Why, 'lone
Just the other night I thought I heard you cry Asking me to come And hold you in my arms I can hear your prayers Your burdens I will bear But first I need your hand Then forever can begin
Everyday I sit and ask myself How did love slip away Something whispers in my ear and says That you are not alone For I am here with you Though you're far away I am here to stay
For you are not alone For I am here with you Though we're far apart You're always in my heart For you are not alone
Whisper three words and I'll come runnin' And girl you know that I'll be there I'll be there
You are not alone For I am here with you Though you're far away I am here to stay For you are not alone For I am here with you Though we're far apart You're always in my heart
For you are not alone For I am here with you Though you're far away I am here to stay
For you are not alone For I am here with you Though we're far apart You're always in my heart
For you are not alone... June 19
Edizioni la Meridiana Ciao Barbara, ciao amici di Barbara. Il libro (la ristampa) da oggi c'è. Riusciamo ad innescare un meccanismo di passa parola? Oltre ad essere un editore "solerte" (grazie Barbara), sogniamo in grande per i nostri autori "bravi". Se qualcuno ha voglia di condividere il sogno e di aiutarci a renderlo possibile non si tiri indietro: scriveteci, sentiamoci, parliamone.
Festival del reportage:
Ore 19,00 - Auditorium
La pelle dei mediaRiflessione conclusiva sulla realtà e sul futuro del reportage attraverso il confronto di giornalisti di rappresentative testate nazionali e internazionali Intervengono: Silvia Aloisi, Reuters Pino Buongiorno, Panorama Roberto Delera, Vanity Fair Rachel Donadio, New York Times Daniele Protti, Direttore L’Europeo Barbara Schiavulli, L’Espresso Karl Stagno Navarra, Al Jazeera Conduce Giovanni Porzio, inviato speciale Panorama June 12
g u a g g i d e l l ’ i n f o r m a z i o n e
con il patrocinio di
17 GIUGNO ore 18.00 - AUDITORIUM DELLA CULTURA FRIULANA, VIA ROMA 5, GORIZIA
Conduce Franco Del Campo
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
Si ringrazia: ass. culturale èStoria, Teknik Srl
Professione inviato
Toni Capuozzo, Pino Scaccia, Barbara Schiavulli: quando il mondo è in diretta June 09
Mercoledì 10 giugno
ore 18.00 Gazebo Viale Romagnosi Barbara Schiavulli presenta “Le farfalle non muoiono in cielo” (La Meridiana) e dialoga con Davide Barilli (giornalista, scrittore) Introduzione musicale: ”Da Mozart a Machado” con Comaci Boschi (flauto) ed Enrica Savigni (chitarra) del Conservatorio Arrigo Boito di Parma
ore 21.00 Piazza Libertà Giuseppe Piccioni (regista) dialoga con Annalisa Chiesi (critico cinematografico) e Luigi Lagrasta
May 20 L'Espresso numero 20 del 21-05-2009 pagina 84
REPORTAGE
In difesa di Moby Dick
Attraverso i mari ghiacciati dell'Antartico pattugliano immense distese oceaniche per fermare i cacciatori di frodo. Un gruppo di temerari della Sea Sheperd Society armati di passione si lanciano contro le navi giapponesi. Le attaccano. Le speronano. E rischiano la vita per salvare le balene
di Barbara Schiavulli
Mi aveva salvato la vita. In mare. Ci siamo guardati negli occhi e ho intuito che lei capiva, anche se era solo una balena... La passione del capitano Paul Watson è cominciata con uno sguardo e una promessa: che per il resto della vita avrebbe lottato per proteggere le balene.
Trent'anni dopo, il capitano parte ancora all'arrembaggio per impedire che vengano cacciate tra le acque ghiacciate dell'Antartico. Ora la sua storia viene raccontata in una serie televisiva in onda su Animal Planet in sette episodi (ogni venerdì alle 22 sul canale 421 di Sky). Per tre mesi una troupe televisiva ha seguito le avventure del capitano Watson e del suo equipaggio mentre cercano di fermare la pesca di frodo delle navi giapponesi che in beffa alle leggi fanno razzie nei mari del Sud. I nemici di Watson sono i barconi norvegesi, giapponesi, danesi e non solo, che violano le norme internazionali in materia di caccia dei cetacei, mettendo in pericolo l'ecosistema. A rischio non ci sono solo le balene, ma anche delfini, orche e molte altre specie che fanno gola. La carne di balena finisce nei piatti di ristoranti esclusivi, il suo olio serve perfino come lubrificante per i missili balistici. Niente di nuovo. Una storia che nasce mille anni fa quando sono state scoperte le proprietà di questi animali che cantano e amano, hanno un cervello grosso quasi come quello umano e quattro lobi a differenza dei tre della maggior parte dei mammiferi.
Centinaia di anni dopo l'epoca in cui le ossa di balena servivano per i bustini e per il sapone e soprattutto l'olio per le lampade e i motori che hanno acceso la rivoluzione industriale, le balene, cacciate con mezzi sempre più sofisticati, continuano a morire, nonostante la scoperta del petrolio. Se non fosse per la Sea Shepherd Conservation Society, che Watson ha fondato nel 1977, dopo essere stato, cinque anni prima tra i fondatori di Greenpeace, nell'ultimo anno, nel mondo sarebbero morte 500 balene in più. Ne restano poche decine di migliaia. E i paladini delle balene sono pronti quasi a tutto per proteggerle. Vere e proprie operazioni di pattugliamento, in alcuni casi insieme alla guardia costiera, ma spesso soli quando ci si trova in mezzo al nulla polare. Pattugliano, localizzano. Cercano navi e poi le bloccano. Le assaltano. Le fermano. Le disturbano. Le sabotano. La lotta tra la vita e la morte delle balene si fa ogni giorno più serrata e la guerra è impari: «Ci chiamano ecoterroristi, ci chiamano pirati, chiamateci come volete, noi non lasceremo morire questi animali». Spesso collaborano con la guardia costiera. Ma non essere un'istituzione li rende sospetti a molti.
Per uccidere una balena ci vogliono 25 minuti strazianti. Di urla, di lamenti, di giravolte nel mare. Mentre i compagni scappano nelle profonde oscurità del mare, chi muore resta solo, in balia delle fiocine e degli arpioni, dei cavi che tirano e la sollevano su una barca dove gli uomini la faranno a pezzi. Il capitano Watson, accompagnato da una trentina di volontari (più di 4 mila negli ultimi tre decenni) provenienti da tutto il mondo, tenta di fermare il massacro. La diplomazia non è il loro forte. Speronano, usano cannoni d'acqua. «Non siamo violenti, ma siamo aggressivi», dice il capitano che in vita sua non ha mai fatto male a nessuno: «Attaccare oggetti non è violenza. Fare danni non è terrorismo». Dei suoi, invece, due sono stati rapiti, lui si è preso una pistolettata, molti sono stati minacciati e inseguiti. Anche il solo esserci può dare fastidio. E se vengono aggrediti dalle baleniere, sono pronti subito a informare la stampa, qualsiasi cosa pur di informare. In nome delle balene. Accanto a lui, uomini e donne audaci devoti alla causa, molti vegetariani, molti ambientalisti e animalisti, ma quasi tutti con un vita regolare. Dall'avvocato all'informatico, dal fotografo al soldato. Uno di loro, Christopher Aultman, pilota di elicottero, 38 anni, prima di unirsi al team di Sea Shepard ha prestato sei anni alla Marina americana. Veterano della prima guerra del Golfo, ha conosciuto l'effetto disastroso di milioni di barili scaricati nel golfo Persico durante la guerra.
Da allora niente per lui è stato come prima. Ci sono voluti anni prima che incontrasse il capitano Watson, ma il caso ha intrecciato le loro vite e ora Aultman ha volato con il suo elicottero durante le ultime tre campagne in difesa delle balene nell'Antartico. Amber, invece, sudafricana, circondata dall'ingiustizia dell'apartheid, da piccola salvava gli animali maltrattati. Da grande raccoglie le reti galleggianti alle Galapagos, combatte contro la caccia delle foche in Canada e affronta le baleniere nell'Antartico. La passione li unisce. E anche se ognuno ha capacità specifiche, quella è l'unica caratteristica che non deve mancare. «Se sei disposto a morire per salvare le balene, allora fai per noi», afferma il capitano: «Il nostro budget l'anno scorso è stato di 3 milioni di dollari. Abbiamo fatto 276 viaggi». Vivono di donazioni e di tre sponsor, «la Quicksilver che fa accessori da surf, la Lush che produce cosmetici, loro ci aiutano a informare la gente sugli squali e le balene e infine lo shampoo Paul Mitchell, che usa materiali organici e biodegradabili. E poi ci sono gli attori, come Sean Pean, Pierce Brosnan o Richar Dean Anderson, insomma, un presidente, uno 007 e MacGiver, tanto male non ci può andare. Loro non ci mettono solo la faccia, ma partecipano attivamente, Anderson è uno dei nostri direttori per esempio».
E poi ci sono le leggi che dovrebbero proteggere i cetacei. Ma non bastano. Per questo c'è il capitano Watson. Nel mare nessuno le rispetta. Esistono trattati, convenzioni, poche sanzioni. La commissione internazionale per la Caccia alle balene (IWC) ha fissato delle quote circa il numero delle balene che i paesi membri sono autorizzati a cacciare. La politica dell'IWC ha due eccezioni alla sua moratoria: la caccia aborigena alle balene e la caccia per scopi di ricerca. Quest'ultima è una scappatoia perfetta. In nome della ricerca, il Giappone ha ucciso negli ultimi vent'anni 25 mila balene. «Se non salviamo queste specie perdiamo gli oceani. Se gli oceani muoiono noi muoriamo. È semplice. Una questione di sopravvivenza», sostiene Watson, «non lotti perché ti piace. Non combatti perché sai che un giorno vincerai o perderai. Tu fai quello che fai perché è la cosa giusta da fare, l'unica che puoi fare. Una volta che hai realizzato questa verità, non ti preoccupi più delle conseguenze».
Barbara Schiavulli L'Espresso numero 19 del 14-05-2009 pagina 90
REPORTAGE
La primavera di Baghdad
La guerra in Iraq non è finita, ma diminuiscono attentati e sequestri. E torna fra gli iracheni la voglia di divertirsi e di riprendersi la loro vita. Riaprono i parchi, i locali e i club esclusivi. Si affollano i ristoranti lungo il fiume e si bevono alcolici. Anche se rimane la paura e il pericolo è sempre in agguato
di Barbara Schiavulli
Layla afferra la giacca si sistema il velo e corre a raggiungere le amiche prima che la madre ci ripensi. Ogni fine settimana vanno al parco di Zourha per una passeggiata. Si siedono sull'erba secca, scartano i panini e passano un paio d'ore a chiacchierare di musica, ragazzi e della scuola che hanno ripreso a frequentare regolarmente. A casa le madri aspettano che le ragazze ritornino. Sul volto si dipinge un'aria preoccupata, che si trasformerà in un sorriso non appena vedranno le loro figlie oltrepassare la soglia che divide la tranquillità delle mura domestiche dalle strade di Baghdad, comunque un po' meno pericolose che in passato. «Si sta meglio. E non possiamo tenere i nostri ragazzi chiusi in casa come negli ultimi tre anni. Ma la paura non è un cappotto che si mette via quando arriva il caldo. La paura è difficile da dimenticare dopo quello che abbiamo vissuto», ci racconta Shereen, mascherando la preoccupazione per la figlia ancora fuori. Il maschio è riuscito a spedirlo in India per un master di ingegneria, ma le due ragazze sono a casa con lei, una studia medicina, l'altra sta per finire le superiori. D'altra parte Shereen ha tutti i motivi per preoccuparsi, Baghdad non è ancora una città pacificata, nonostante i soldati americani se ne stiano andando e la polizia e l'esercito iracheno abbiano in mano la maggior parte del Paese. I militanti sono ancora lì fuori.
La settimana scorsa in un solo giorno ci sono state due autobombe e 140 morti. «Fino a qualche tempo fa, c'erano almeno 60 morti al giorno», ci spiega il capitano Adnan Sharif della stazione di polizia che presiede la zona commerciale di Karrada. «Ma è un fatto», spiega il capitano, «che i rapimenti, gli omicidi settari e gli scontri a fuoco sono diminuiti. E la gente ha voglia di riprendere a vivere». Al primo spiraglio di tranquillità, a Baghdad è esplosa la voglia di divertirsi.
Per i ragazzi sono piaceri da poco, dopo anni davanti alla televisione o al computer e privati di tante lezioni scolastiche, ci si incontra nei parchi, si guardano le vetrine che mostrano abiti, se non proprio all'ultima moda, almeno nuovi, si frequentano i caffè o gli Internet point disseminati in tutta la città. Anche se ci sono metal detector per entrare nei giardini e guardie armate che controllano sotto le giacche dei ragazzi e nelle borse delle donne all'ingresso dei ristorante, è sempre meglio che non fare niente. Per le famiglie, i giardini che prevedono la possibilità di picnic stanno aprendo lungo il fiume. I fidanzatini passeggiano sulle rive dove la sera si affollano i ristoranti, anche se non restano aperti fino a notte inoltrata come una volta. Solo poche settimane fa, al Zourha park si è tenuta la prima fiera dei fiori di Baghdad dallo scoppio della guerra. Non era la migliore esposizione di fiori alla quale si potesse assistere, ma i compratori sono arrivati dal Medio Oriente e dall'India, anche solo per rendere omaggio allo sforzo di normalità degli iracheni, stanchi e tramortiti da una guerra che non ha risparmiato nessuno. Un conflitto che ha perfino cambiato la geografia della città, dividendo sunniti e sciiti e costringendo i cristiani a scappare.
Ora cominciano a cadere anche i muri che avevano trasformato la città in un labirinto di cemento, pilastri di due o tre metri che servivano a fare confluire gente e traffico verso controlli e posti blocco. Rimossi da alcune zone, come il quartiere di Jihad e Karrada, ridanno a Baghdad un panorama cittadino che negli ultimi anni si era perso.
La stessa furia degli estremisti islamici sembra essersi placata. Se continuano a uccidere gli omosessuali, hanno smesso di assaltare quelli che vendevano falafel (polpettine di fagioli fritte) o il ghiaccio, sostenendo che non esistevano al tempo di Maometto. Così tornano i banchetti di cibarie per le strade, anche se ancora è meglio evitare i mercati, i grossi assembramenti di gente e i ristoranti di prima mattina dove fanno colazione le forze dell'ordine, tra gli obiettivi principali delle milizie estremiste.
Per gli adulti la faccenda del divertimento si fa più seria. Piano piano Baghdad sta tornando la città famosa per essere quella delle Mille e una notte, quando c'era l'embargo. Spuntano a vista d'occhio club esclusivi dove si può consumare qualsiasi tipo di alcolico. «La birra finalmente è buona. Prima con le sanzioni non c'era tutta questa scelta», ci racconta Ali Turfa, un ingegnere di 30 anni. Nei locali sono arrivate anche giovani donne dai costumi facili. Costrette a lavorare nelle proprie case o in abitazioni in affitto, ora possono tornare nei locali frequentati rigorosamente da uomini. Nella zona di Karrada hanno aperto negli ultimi mesi almeno 32 club, ma il più rinomato, l' Ahalan Wasahalan (Benvenuto), in Al Nidhal Street, è gestito dalla Sceicca, o almeno così si fa chiamare Tiba Jamal. Le cameriere poco vestite per gli standard iracheni, si intrattengono con i clienti che pagano un'entrata di 50 dollari.
Ma il posto chic di Baghdad resta l'Hunting club. Reso famoso dai figli di Saddam che lo frequentavano, ora non è più per le giuste conoscenze che si riesce ad avere l'iscrizione annuale, ma dopo aver sganciato diverse centinaia di dollari. L'Hunting club si vanta di avere tra i suoi membri la crema intellettuale di Baghdad, da ministri a poeti, scrittori e musicisti che naturalmente possono permetterselo. Riempita la piscina, riverniciate le pareti di un edificio che però non ha mai chiuso durante tutto il periodo della guerra. «Qui ci si è sempre rilassati anche quando fuori fischiavano i proiettili», sostiene Karim Wasfi, il direttore dell'orchestra sinfonica che, per la prima volta, nel marzo scorso, si è esibita a Baghdad. E aggiunge: «Avevamo suonato solo all'estero, aspettavamo questo giorno. È stata una grande emozione tornare a suonare per la mia gente».
È ancora presto per dire che è finita, a Baghdad si continua a morire. «La sicurezza è certamente migliorata, lo vedo con i miei occhi paragonando le strade semi-vuote di un anno fa e le famiglie che mangiano il "masgouf" (pesci alla brace) nei ristorantelli lungo il fiume, ma», dice Staffan De Mistura, l'inviato delle Nazioni Unite a Baghdad, «i gravi attentati degli ultimi giorni ci ricordano che non siamo in Svizzera. Quello che mi dà speranza e fiducia nel futuro è la straordinaria determinazione degli iracheni nel voler andare avanti, me ne rendo conto quando, poche ore dopo un attentato, in silenzio e con occhi pieni di rabbia ma non di disperazione, si rimboccano le maniche e ripuliscono i vetri, il sangue, i detriti e riaprono quello che resta del loro negozietto all'angolo della strada. Loro al futuro ci credono e noi stranieri rimaniamo contagiati dalla loro forza d'animo».
Intanto a casa di Shereen si aspetta che Layla torni. La madre trattiene il fiato fino a quando non sente bussare. Fino a qualche tempo fa avrebbe temuto che qualcuno arrivasse per darle una notizia terribile, ma ora si fa coraggio, cercando di non stritolare la figlia con un abbraccio per la gioia di rivederla. Shereen risolleva la cornetta con una voce che sa di sorriso: «Layla è tornata, dice che si è divertita con le amiche, va tutto bene, anche oggi ce l'abbiamo fatta. Ora devo solo convincerla a fare i compiti, come una mamma qualsiasi».
Barbara Schiavulli
L'Espresso numero 16 del 23-04-2009 pagina 84
MONDO
KABUL ultima speranza
Droga, sequestri, kamikaze, miseria. Eppure dopo 30 anni di guerra la città coltiva un sogno. Grazie ai giovani che guardano all'Occidente e puntano sulla pace da Kabul colloquio con Maulavi Abdul Wakil Motawakil
di Barbara Schiavulli
Rughe profonde solcano il viso di Khaled. Gli occhi scavati che guardano nel nulla, le labbra screpolate e il naso dalla pelle raggrinzita che sembra mangiato via. Ha 15 anni ed è eroinomane, la siringa gli pende dal braccio appoggiato su un gradino di un palazzo di Kabul. «Quando mi faccio sto bene. Non ho freddo, non ho fame. Non ho problemi», sussurra con la voce roca. Khaled ha perso i nonni durante la guerra civile degli anni '90 e ha perso il padre durante il regime dei talebani. Sua madre mendica da un'altra parte della città, mentre i suoi fratelli sono profughi in Iran. Sono due milioni gli afghani che si abbandonano all'oppio: uomini senza lavoro, ex combattenti, ma anche madri e figli. «Ho cominciato quando ho perso mio figlio durante la guerra con gli americani. Un pezzettino, un altro, poi non ho potuto più farne a meno, un po' ne davo anche agli altri bambini per tenerli buoni», spiega tra le lacrime Layla che non sa bene se ha 40 o 42 anni. Fortunata perché la famiglia l'ha portata in uno dei centri di riabilitazione per donne. «Droga, guerra, corruzione, rapimenti, kamikaze. Scegli in che modo vuoi morire e qui in Afghanistan lo troverai», dice un noto analista afghano, Matiullah Karuti. «Chi vincerà la guerra? Nessuno di quelli che l'ha combattuta, ma sicuramente la Cina, l'India e l'Iran. Perché quello che conta è l'economia. E questo è il Paese delle contraddizioni, da una parte il baratro, dall'altra un trampolino di lancio dove la gente si arricchisce come non avrebbe mai potuto in un paese normale».
Farada Taranà, 30 anni, quasi non può più uscire di casa. Da quando ha vinto "Afghan Star", il concorso musicale che ricorda lo statunitense "American Idol", i giovani impazziscono per lei. Gli estremisti vorrebbero ucciderla, ma con il sostegno della sua famiglia, questa ragazza rubiconda, truccatissima, ha sciolto con la sua voce i cuori degli afghani che hanno inviato decine di migliaia di sms per votarla. «Voglio diventare la cantante più famosa dell'Afghanistan e i talebani non mi fermeranno perché io sono il futuro, loro no». La presenza dei talebani impregna la vita degli afghani, riempie le pagine dei giornali e le discussioni politiche. Alla gente i politici non piacciono, «non sono affidabili», dicono tutti, pensano che siano corrotti e, in genere, hanno ragione. Tuttavia, non vogliono neanche i talebani, pur rimpiangendo il senso di sicurezza che aveva caratterizzato gli anni del loro brutale regime tra il 1996 e il 2001. Contrari anche alla presenza delle truppe straniere, che sempre meno pattugliano le strade di Kabul nella speranza che l'esercito afghano e la polizia locale riescano a farcela da soli. Gli afghani accettano la precarietà che li circonda.
Da una parte Kabul pullula di profughi che vivono tra le macerie delle case distrutte senza acqua, elettricità o un lavoro; dall'altra, le case dei quartieri bene hanno affitti che vanno dai 500 ai 6 mila dollari e i più alti li pagano gli stranieri (diplomatici o operatori di organizzazioni umanitarie), ricchi afghani tornati dalle varie diaspore e i politici. La città perennemente in guerra sembra sempre uguale a se stessa. Ma a guardarla meglio, qualcosa cambia. C'è, ad esempio, una pista per lo skateboard. Oliver Percovich, 30 anni, australiano, ha avuto l'autorizzazione per costruirla. Non avendo mai visto uno skateboard prima, i guardiani dell'Islam, non hanno ancora deciso il sesso di questo sport: maschi e femmine si contendono scivoli e pedane all'interno dell'esteso complesso di casermoni residenziali costruiti dai russi negli anni '80. Tra i panni stesi da una finestra all'altra si respira un po' di serenità. Anche se il pericolo è sempre in agguato. «Girare è diventato complicato, hanno dovuto creare dei percorsi obbligati per impedire i rapimenti dei bambini quando tornano da scuola», dice Rashid, un insegnante di 35 anni circondato da mamme che spingono passeggini, bambine sulle altalene e altri che giocano al pallone. In giro pochi burqa, le ragazze sorridono nei loro scialli colorati.
«Se solo capiste quanto è difficile essere donna in Afghanistan. Tra guerre, tradizione e ignoranza, ogni giorno è una lotta». Shukria Borokai, parlamentare afghana, non ha mezze parole. La sua casa è circondata da guardie di sicurezza, sa che ogni volta che apre bocca rischia la vita. Ma è irremovibile. Litiga con ogni parlamentare che non le porta rispetto e ha organizzato la lobby contro la legge che legalizza lo stupro delle mogli sciite. La figlia dodicenne le gira intorno, jeans stretti, ipod alla mano, e videomusic in tv. «Le generazioni future saranno diverse, stanno già cambiando. Tutto però ora è congelato dalla situazione che ci circonda. Le mie figlie vivono in questa prigione dorata perché la guerra non è ancora finita ed è difficile prevedere quanto durerà». A un'altra donna che si rifiutava di restare reclusa è andata peggio. Sitara Achakzai, 52 anni, consigliere provinciale a Kandahar è stata uccisa da due uomini in moto. Aveva già in tasca un biglietto aereo per lasciare il Paese a maggio, non ha fatto in tempo.
Cambierà? Vincerà chi vuole il progresso? Difficile dirlo. Gli aerei americani hanno sganciato sull'Afghanistan nel 2007 1.956 tonnellate di bombe contro le 163 tonnellate del 2004: un incremento del 1.100 per cento. Nel 2008 invece c'è stata una diminuzione del 33 per cento. Un cambio di strategia. «Le operazioni in Afghanistan dureranno a lungo», ammette il generale della Folgore, Marco Bertolini, capo di Stato Maggiore di Isaf: «Non ci sono vie di uscita facili, ma gli afghani sono stanchi della guerra». Secondo il colonnello Greg Julian, portavoce di Enduring Freedom, solo il 6 per cento della popolazione sostiene i talebani che tengono impegnati i militari della coalizione (61 morti nell'ultimo mese) nel sud e nell'est. È lì che confluiranno i 21 mila soldati americani di rinforzo, oltre ai cinquemila della Nato (tra i quali almeno 500 italiani) per una forza militare che toccherà le 100 mila unità. «Il potenziamento della Nato è funzionale alle elezioni», sottolinea Julian, «ce ne vorrebbero di più». I soldati americani sono divisi tra Enduring Freedom, «quelli che fanno il lavoro sporco», e Isaf, di cui fanno parte tutte le le nazioni della Nato. «Sarebbe più comodo accorpare tutto, ma alcuni Stati hanno dei problemi con la parola guerra».
Qualche problema ce l'hanno anche gli americani. Un soldato di 20 anni si è appena sparato in bocca. Qualche giorno prima un colonnello è stato rimpatriato per disturbi mentali. Tra i veterani di Iraq e Afghanistan, 5.000 statunitensi hanno tentato il suicidio. «La guerra segna», ammette il portavoce, «senza un'adeguata terapia, alcuni di noi sono tornati e hanno sterminato le famiglie. Prima o poi, però, questa guerra finirà, saranno i politici a deciderlo». L'Afghanistan è diventato il confronto decisivo per Barack Obama, il quale non smette mai di ripetere che all'invio delle truppe verrà affiancata un'azione diplomatica senza precedenti. Al tavolo ci sono tutti quelli che l'ex presidente Bush aveva snobbato: iraniani, pakistani, sauditi e soprattutto i talebani. Gli obiettivi sono cambiati, se prima era necessario sbarazzarsi dei talebani e di Al Qaeda, ora si pensa di riabilitare i talebani moderati e coinvolgerli nel processo di pace. Alcuni di questi, spesso ex detenuti delle prigioni di Bagram e Guantanamo, sono diventati apripista, come l'ex ministro degli Esteri, Malawi Motawakil (vedi box a pag. 86) o l'ex ambasciatore a Islamabad, il mullah Abdul Zaif che commenta: «Continuare a combattere non è più una soluzione. Anche se abbiamo il dovere di difendere la nostra terra dall'invasione straniera. Appena gli americani se ne andranno, troveremo un accordo». Secondo fonti diplomatiche, in vista delle presidenziali di agosto i talebani sosterranno velatamente l'attuale presidente Karzai o per lo meno non impediranno alla gente di andare a votare.
«Le elezioni sono una farsa, tre mesi di campagna elettorale sono ridicoli, Karzai ha il Paese tappezzato di foto, noi non facciamo neanche in tempo a stampare i volantini», si lamenta Anwar Ul Haq Ahadi, ex ministro dell'Economia dimessosi dopo quattro anni di carica per candidarsi alle elezioni. In ogni caso a votare Ainata Muhammad Zai, non ci andrà. È l'attrice più amata del momento, viso delicato, occhi da cerbiatta, nel prossimo film interpreterà una poliziotta afghana. «Adoro il mio lavoro», sostiene la diciottenne che ringrazia Allah di avere un marito comprensivo. «L'Afghanistan è in guerra da prima che io nascessi. Ora però è il momento per noi giovani di non arrendersi». E i giovani non si arrendono: Ali vende frutta al mercato la mattina, poi fa l'autista per un'organizzazione non governativa e la sera studia all'università: «Voglio diventare un dottore». Ma per uno che studia, dieci altri affollano le file dei disoccupati. I posti di lavoro si comprano, come i gradi militari o una moglie. «Per avere un posto da inserviente al ministero degli Interni, ho pagato mille dollari», dice un uomo che porta il tè e svuota i cestini nelle stanze del potere per cinquanta dollari al mese. Stesso stipendio per un poliziotto. «Ho moglie e tre figli. L'affitto di casa costa 150 dollari, se ne guadagno solo cinquanta, gli altri li devo trovare in altro modo», confida l'agente Muhammad Zahir. Molti poliziotti corrompono qualcuno per poter lavorare ai posti di blocco sulla nuova autostrada Kabul-Kandahar, dove possono estorcere denaro ai camionisti. «Il problema non sono solo i talebani», conferma il colonnello Julian: «bisogna aggiungere la criminalità, la povertà, la corruzione». E i Signori della Guerra. Grazie all'amnistia molti siedono in parlamento. Sulla via della redenzione anche Gulbuddin Hekmatyar, legato ad al Qaeda, che sulla testa ha una taglia di 25 milioni di dollari, ma i cui emissari negli Usa trattano con l'amministrazione Obama. «Se penso a questo paese mi viene il mal di testa», afferma Muri Akramì, 30 anni, che ha aperto un centro antiviolenza per ragazzine stuprate, vendute e picchiate: «A volte non so neanche da che parte cominciare, allora chiudo gli occhi e tiro un sospiro. La vita è come l'Afghanistan: ci si libera delle macerie e si ricomincia»• L'Espresso numero 10 del 12-03-2009 pagina 78
Attualità
La solitudine del Faraone
Mubarak sta per varare una legge per soffocare il dissenso. Ma il Paese gli sfugge di mano. Tra attentati, malcontento e crisi economica dal Cairo
di Barbara Schiavulli
Al cimitero mamelucco Salwa vive in una tomba. I morti non le fanno paura, sono i vivi che la spaventano. Due giorni fa, una donna le ha chiesto di venderle sua figlia, le offriva 600 dollari. È fuggita stringendo tra le braccia quel fagottino che non abbandona mai da quando una notte hanno tentato di rapirla. La dodicenne Salwa e sua figlia non esistono. Niente scuola, niente documenti, nessun futuro. Hanno solo l'una l'altra, un pasto caldo nei rifugi per i poveri e qualche ragazzo di cui, ogni tanto, la baby mamma si innamora. Salwa è di nuovo incinta. Ma non se ne preoccupa. Sua madre l'ha abbandonata per un uomo, lei non lo farà mai con i suoi bambini, d'altra parte al Cairo si riesce a sopravvivere con un paio di dollari al giorno. Lo fa un quarto degli egiziani, piegati dalla crisi economica, dall'instabilità politica, dalla disoccupazione. Ma Salwa non sa niente di quello che le accade intorno. Né sa di vivere in un Paese dove lo stato di emergenza, dichiarato 26 anni fa, è ancora in vigore, dall'uccisione del presidente Anwar Sadat nel 1981, dalla presa di potere del successore Hosni Mubarak, che da allora governa ininterrottamente come un faraone.
Dall'alto del suo trono Mubarak, 81 anni, non vede, o forse non vuole ammettere, che l'Egitto è in fermento. Al Cairo, con i suoi 18 milioni di abitanti, si ha la sensazione che un esercito di termiti stia facendo a pezzi un vecchio e prezioso mobile. Non si vede, ma si sente il brusio del malcontento: gli avvocati in sciopero, i professori universitari pure perché non vedono un aumento da dieci anni e guadagnano 600 dollari al mese (40 gli assistenti). Fermi anche i giornalisti della tv di Stato e i farmacisti. E la gente non sa più come andare avanti. Per strada, i poveri ti offrono reni come fossero souvenir.
«Ci mancava solo quest'ultimo attentato, già i turisti hanno meno soldi, se cominciano ad avere paura per noi è finita», racconta un negoziante, nel tradizionale mercato di Khan al Khalili, dove meno di due settimane fa una ragazza francese è stata uccisa e 26 altri feriti da un ordigno rudimentale. «Colpa di Mubarak, ma non lo possiamo dire, la polizia è ovunque e ci ascolta», dice sottovoce un altro negoziante, puntando lo sguardo verso uomini in borghese che ciondolano nei vicoli. Ha ragione, le domande attirano la loro attenzione. «Andate via. La gente non vuole parlare», intimano. Ma le parole sono difficili da fermare in un Paese dove più della metà della popolazione è al di sotto dei vent'anni. I giovani della classe media e quelli benestanti studiano, parlano le lingue, hanno voglia di cambiare e di vivere meglio. Hanno sentito che forse verrà tolto lo stato di emergenza. Molti di loro, solo per aver espresso un'opinione contraria, sono finiti in galera. «Al posto dello stato di emergenza, verrà varata una legge antiterrorismo, come negli Stati Uniti e in Inghilterra. Di fatto, cambierà la definizione, ma non il risultato», dice un blogger che preferisce tacere le generalità. Detenzione a tempo indeterminato senza incriminazione, torture sistematiche, perquisizioni arbitrarie e processi militari che impediscono agli indiziati di difendersi, questo sarà la nuova legge antiterrorismo. «Presto sarà varata dal Parlamento. È un grande passo per la democrazia», commenta trionfante Mofid Shahab, ministro per gli Affari parlamentari.
Una legge ipocrita, la definiscono gli internauti egiziani. "Facebookgirl" arriccia il naso. È conosciuta in tutto l'Egitto per essere stata arrestata e sbattuta in galera per tre settimane. Aveva esortato gli egiziani, lo scorso 6 aprile, a dichiarare lo sciopero generale. Centinaia di migliaia di persone aderirono alla sua chiamata e lei venne arrestata. «Il governo mi ha resa famosa senza volerlo. Ogni giorno mi interrogavano, mi chiedevano da chi prendessi ordini. Stavo in una grande camerata piena di detenute e di gatti. Non è stato facile, ma rifarei tutto di nuovo. Il mio impegno in politica ora è anche più forte. Abbiamo bisogno di essere liberi», rilancia Esraa Abdel Fattah, "Facebookgirl" appunto, dal viso incorniciato in un velo giallo. Altri invece sono meno fortunati di lei: di Diaeddin Gad, 22 anni, che gestisce il blog "Voce arrabbiata", non si sa nulla da quando il 13 febbraio scorso è stato portato via dalla polizia. Sul suo blog aveva criticato il governo per l'atteggiamento nei confronti della guerra scatenata da Israele a Gaza. L'Egitto ha appena ospitato la conferenza dei paesi che sganceranno milioni di dollari per la ricostruzione della Striscia, ma per molti egiziani Mubarak resta il presidente che sapeva dell'imminente attacco israeliano e non ha fatto nulla per fermarlo. E questo li fa arrabbiare. «I palestinesi sono vicini di casa, gli iraniani pure, gli israeliani, invece, sono solo stranieri. E ogni persona che vive sotto occupazione ha il diritto di resistere», dice Issam al Arian, medico e importante esponente dei Fratelli musulmani. L'organizzazione religiosa, fondata nel 1928, è un'altra delle spine nel fianco di Mubarak. Con candidati indipendenti, alle scorse elezioni parlamentari ha ottenuto, pur partecipando per la prima volta, il 20 per cento dei seggi. La legge antiterrorismo servirà a contrastare soprattutto loro. «Da anni non posso uscire dal Paese», racconta al Arian, che si definisce moderato e, secondo lui, proprio per questo è diventato un residente stabile delle prigioni egiziane. Spezzare i moderati, quelli che possono rappresentare una vera opposizione, è stata per anni la strategia di Mubarak. È successo anche con Ayman Nour (vedi intervista qui sopra), fondatore del partito al Ghad, liberale e laico. «Il suo rilascio? Un regalino per Obama», commenta Ahmad al Nagar, uno dei massimi esperti di economia in Egitto. L'incarcerazione di Nour aveva irritato l'amministrazione Bush, ma Mubarak non aveva ceduto. Ora lo ha liberato, gestendo come al solito la legge a suo piacimento. Proprio in questi giorni, il figlio di Mubarak, il poco amato Gamal indicato come possibile erede al potere, è in visita negli Usa, e ad aprile ci andrà il padre.
«La successione è un grosso problema», dice al Arian, «Mubarak, si è ben guardato dall'avere un vicepresidente e all'interno del suo partito ci sono molte divisioni, sono tutti uomini d'affari che gestiscono il Paese come un'azienda, non come una società. Vogliono solo arricchirsi alle spalle della gente. Così si creano sfiducia e disordini. Questo è l'Egitto oggi, un paese sull'orlo del baratro politico, economico e sociale». Concorda anche l'economista al Nagar: «La crisi internazionale si è sommata a quella interna». Due sono le entrate principali dell'Egitto, il turismo, calato nell'ultimo anno quasi del 20 per cento, e il cotone. «La crescita economica è precipitata del 4,1 per cento. Il Canale di Suez ha registrato le più basse entrate degli ultimi cinque anni perché molte navi hanno cambiato rotta per paura dei pirati somali. L'inflazione a dicembre è stata del 18,7 per cento. La crisi economica e la mancanza di un piano per risolverla minacciano la sicurezza e favoriscono il radicalismo».
Non bastasse, c'è la caduta di prestigio e potere nell'area. Sostiene un rapporto dell'intelligence americana: «L'Egitto non è più il leader regionale, questo ruolo è ricaduto sull'Arabia Saudita. Non solo, Mubarak sta diventando vecchio e nessuno nel mondo politico, compreso suo figlio e Omar Suleiman (settantenne, stimato capo dell'intelligence, ndr), ha sufficienti relazioni internazionali per sostituirlo». Ribatte Salama Ahmed Salama, noto editorialista del quotidiano "Al Shorouq" che non ha neanche tre settimane di vita, ha faticato a vedere la luce e si propone di guidare la dissidenza in nome della modernità: «Forse non siamo un modello da esportare, ma siamo una società in movimento. Se la politica stagna non vuol dire che la gente non lavori per migliorare. Puntiamo ai giovani, alla società civile, alla classe media. Siamo pronti a sacrificarci per questa avventura, ma non ci tiriamo indietro. Daremo fastidio ai politici, al governo, racconteremo delle proteste e dei cambiamenti». Un giornale privato, indipendente, che sfida l'establishment. «Non dureranno molto», pronosticano i giovani blogger e i più radicali Fratelli musulmani. Intanto dall'altra parte della città, la piccola Salwa dai capelli arruffati più che alle grandi strategie, pensa a sopravvivere. Va a raccogliere l'immondizia alla Città della Spazzatura, ai piedi delle colline di Mutaqqam: «Vedi, se avessi una casa dovrei pagare l'affitto, invece per le strade del Cairo sono libera»• L'Espresso numero 10 del 12-03-2009 pagina 81
Attualità
La mia sfida al presidente
Parla il più famoso oppositore. Appena liberato dopo quattro anni di carcere colloquio con Ayman Nour
di Barbara Schiavulli
Ayman Nour, avvocato, 44 anni, il 18 febbraio scorso, dopo quasi quattro anni di prigione è stato rilasciato. Ancora
non si spiega il motivo della sua liberazione.
E ancora meno quello del suo arresto, ufficialmente per frode: avrebbe falsificato
le firme sulla petizione per registrare
il suo nuovo partito, al Ghad (domani), di ispirazione liberale. «Per uscire non ho firmato alcun accordo, non ho rinnegato le mie idee e comunque la detenzione doveva finire il prossimo luglio». Il partito è nato con un programma preciso: riforma costituzionale, limiti ai poteri del presidente
e diritti umani. Alle elezioni presidenziali
del 2005, Nour ha ottenuto il 10 per cento dei voti, secondo dietro Mubarak. Poco dopo, è stato arrestato.
Cosa pensa di fare ora?
«Riprendere in mano il partito. Il Ghad è stato in grado di lavorare solo per 89 giorni, poi col mio arresto tutto si è fermato.
Nei prossimi giorni inizierò un tour dell'Egitto. Non abbiamo molti soldi, ma il nostro patrimonio sono le tante persone che hanno voglia di dare un contributo».
Come si aspetta che il governo si comporterà in vista del suo ritorno alla politica?
«Spero si possa affrontare un dialogo basato sul rispetto e sull'accettazione che esiste un'opposizione. Ma non so se accadrà. Il nostro Paese ha bisogno di un cambiamento di potere. Per molti versi, l'Egitto è ancora capace di influenzare la politica regionale. Ma si andrà indietro, se non si decide
di affrontare i problemi che ci circondano, che vanno dalla corruzione alla mancanza
di assistenza sanitaria, alla povertà endemica. Siamo una società vibrante,
ma il sistema ci sta schiacciando».
Come è cambiata la sua vita col carcere?
«Ho pagato un prezzo molto alto.
Ho il diabete e soffro di cuore. Gli ultimi
mesi sono stati duri, mi hanno impedito
di scrivere, di ricevere visite, hanno
ridotto le visite mediche e l'accesso alla moschea della prigione. Poi all'improvviso
una macchina mi ha preso e portato a casa. Non avevo neanche le chiavi. Nessuno sapeva niente. La galera è stata
un'esperienza forte, ma non ho mai avuto ripensamenti, ora mi è tutto più chiaro.
Molti parlamentari di tutto il mondo
si sono schierati per me. Tra gli italiani,
Emma Bonino a cui sono affezionato.
Ma dentro ci sono ancora molti prigionieri politici e ora so che devo lottare anche per loro. L'Egitto non è Mubarak, siamo noi». L'Espresso numero 9 del 05-03-2009 pagina 46
PRIMO PIANO
Hamas segreto
di Barbara Schiavulli
Per gli israeliani sono terroristi. Per i palestinesi, a seconda delle fazioni, sono alleati, combattenti, politici, membri della resistenza, religiosi che sfamano la gente e fanno studiare gratis i ragazzini. Per il resto del mondo sono una spina nel fianco della diplomazia e la prova che la democrazia
in Medio Oriente non è accettabile se a vincere sono loro, quelli di Hamas. Ma chi sono veramente? Per chi li ha studiati, intervistati, conosciuti, Hamas non è un'organizzazione terroristica, ma un movimento politico che ha usato il terrorismo, e che ha trovato sempre forza nel suo legame con il popolo palestinese e ragione nella sua resistenza contro l'occupazione israeliana. «Un movimento nazionalista religioso», spiega Paola Caridi nel suo libro "Hamas" (Feltrinelli, di prossima uscita), che racconta minuziosamente la storia di Hamas dalla creazione nel 1987 fino alla guerra di Gaza di poche settimane fa. La Caridi ha incontrato leader e militanti del movimento e svela anche alcuni retroscena come un incontro tra l'attuale presidente israeliano Shimon Peres e Mahmoud al Zahar per una trattativa che doveva condurre alla fine della prima Intifada. L'accordo non ci fu.
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