![]() |
|
Spaces home BARBARA SCHIAVULLIPhotosProfileFriends | ![]() |
|
August 20 Fine di un dittatore democraticoSe n’è andato. Senza clamore. Senza sangue. Quarantacinque minuti in tv per giustificare i suoi nove anni di presidenza e poi si è fatto da parte. Il presidente Pervez Musharraf ha dato le dimissioni. "Dopo aver esaminato la situazione e aver consultato i consiglieri legali e gli alleati politici lascio il mio futuro nelle mani del popolo". I pachistani sono scesi in piazza piangendo e ridendo dalla gioia. Hanno aspettato a lungo questo momento. Hanno protestato, hanno combattuto e alla fine hanno vinto. Musharraf non se l’è sentita di affrontare il processo di impeachment che aveva avviato il parlamento, sapeva che avrebbe perso perché le accuse a lui mosse, di aver violato la Costituzione sono vere. Ha preferito uscire di scena avendo l’ultima parola e in modo dignitoso si è difeso. Fino alla fine si è rivelato un uomo che ha saputo sorprendere fin dal colpo di Stato che lo ha portato al potere nel 1999 alla diretta televisiva di ieri, è stato un despota incoerente. Ha commesso errori e li ha ammessi, ne ha commessi altri che probabilmente non riuscirà mai a vedere, “Vogliono danneggiare me, ma faranno del male al Paese", ha detto andandosene, ma alla fine quello che conta è che il Pakistan da oggi inizia un nuovo capitolo della sua storia. Il problema è se chi è al governo ora sarà in grado di sfruttare l’occasione. “Per il martirio di mia madre la democrazia è la miglior vendetta”, sono state invece le prime parole di Bilawal Zerdari, il figlio ventenne di Benazir Bhutto l’ex premier uccisa il dicembre scorso. Suo marito ora dirige il partito principale, il signor 10% come lo chiamano i pachistani, condannato per corruzione e che ora rischia di diventare presidente. La corsa alla poltrona sta per cominciare, dal momento in cui Musharraf solleverà i gomiti dai braccioli del trono c’è un mese per scegliere il nuovo capo di Stato. Zerdari, o Sharif, il capo del secondo partito al potere, o magari un giudice, visto che è grazie a loro che la società civile pakistana si è sollevata. E’ difficile immaginare il futuro di un paese sull’orlo della crisi economica, schiacciato dalla violenza dell’estremismo islamico, ma anche dal dispotismo di un esercito che per anni ha controllato la vita di tutti. Un paese dove il 60% della popolazione è analfabeta, dove i conflitti nascono e non finiscono mai. Musharraf è stato un dittatore, ma ha permesso cose che i suoi predecessori, Bhutto padre e figlia e Sharif compresi, non hanno mai neanche immaginato di poter fare. La stampa è fiorita, ci sono decine di giornali e televisioni, ci sono centinaia di organizzazioni non governative che operano sul territorio, si può scendere in piazza e protestare. I talebani non li ha inventati Musharraf, anche se i suoi servizi li hanno nutriti e allevati, se li è trovati dopo che la signora Bhutto, ora defunta paladina della democrazia, aveva concesso loro di stare in Pakistan dopo la caduta del regime in Afghanistan. Non ha fatto molte altre cose positive Musharraf, ha violato tutto quello che poteva profanare, ha sospeso la Costituzione, imposto lo stato di emergenza, usato i servizi segreti per far sparire migliaia di persone, ha licenziato i giudici della Corte Suprema, ha tenuto il piede in due scarpe cercando di non inimicarsi il suo popolo e di avere tutti i soldi che poteva dagli americani per combattere la guerra al terrorismo. Se è complicato immaginare il futuro di un paese che si intreccia come le pashmine di seta che si vendono a due lire a Islamabad, è più facile pensare a quello di Musharraf: immunità e una bella villa in Arabia Saudita. Ma la dipartita di Musharraf non ha conseguenze solo sul suo paese, la Casa Bianca, suo principale sostenitore e finanziatore, deve aver avuto un leggero tremito alla notizia, che non era affatto attesa. “E’ stato un buon alleato che ha mantenuto la sua parola quando ha deciso di porre fine al regime militare l’anno scorso, se doveva dimettersi era una questione interna. Gli Stati Uniti sostengono con forza il governo democraticamente eletto nel suo desiderio di modernizzare il Pakistan e costruire istituzioni democratiche”, ha detto il Segretario di Stato americano Condoleeza Rice. Ha definito la presidenza una questione interna e che in ogni caso resteranno amici del Pakistan, ma Zardari e Sharif, non sono tanto amici degli americani e ora il paese ha bisogno di stabilità o vincere saranno ancora gli estremisti. August 12 ADDIO AL POETAHa cantato il dolore di perdere la propria terra, ha usato le parole come armi e ha pagato con la prigione la sua voglia di libertà. Mahmoud Darwish, a 67 anni, uno dei più noti poeti arabi, è morto negli Stati Uniti durante un’operazione chirurgica. Quando aveva sette anni la sua famiglia originaria della Galilea, fuggì in Libano. Ora il suo villaggio neanche esiste più nelle mappe. Nel 1948 gli israeliani rasero al suolo il suo paese e cacciarono gli abitanti, lo stesso avvenne per altre 400 villaggi durante il primo conflitto arabo-israeliano. Negli anni 60 tentò diverse volte di ritornare in patria ma venne sempre arrestato per trovarsi in Israele illegalmente o per aver recitato le sue poesie di profugo addolorato. Nel 1964 uscì la sua prima raccolta “Uccelli senza ali”, e poi “Foglie di Ulivo” e alcune di queste poesie divennero un riferimento per i combattenti. “Non odio la gente, né ho mai abusato di alcuno ma se divento affamato, la carne dell'usurpatore diverrà il mio cibo”, scrive in uno dei suoi lavori. Negli anni ‘70 si unì ad Arafat e con le sue parole schiette e profonde accompagnò la lotta palestinese. "La sua poesia è espressione della vita stessa. Complessa è la sua forma, non la sua essenza", diceva Ryszard Kapuscinski, un grande giornalista e scrittore polacco. La poesia di Darwish è forte, spietata, combattiva, è terra, è nostalgia, ma anche cielo, nuvole e sabbia. Per lui la patria è il caffè di sua madre. Visse ovunque in Palestina, dirigendo giornali e scrivendo, nel 1987 fu eletto nel comitato Esecutivo dell’OLP, non era certo una colomba e nel 1993 si dimise perché contrario agli accordi di Oslo. Nel 1996 dopo 26 anni di esilio riuscì ad entrare legalmente in Israele. E poi si trasferì a Ramallah, sognando un giorno di vedere la creazione dello Stato Palestinese. Non ha fatto in tempo. Ma le sue parole restano nell’aria di quello Stato che non c’è, tra gli ulivi e i posti di blocco, tra accordi di pace e delusioni: “Potete legarmi mani e piedi, togliermi il quaderno e le sigarette, riempirmi la bocca di terra; la poesia è sangue del mio cuore vivo, sale del mio pane, luce nei miei occhi”. Vita da profughiCi sono profughi antichi e altri nuovi. Ci sono quelli che fuggono e quelli che vengono cacciati. Ci sono quelli spinti a ritornare, altri che non rivedranno mai più la loro terra. Ci sono quelli che da lontano combattono, altri che si rassegnano e tentano di rimettere insieme i pezzi di una vita che sono stati costretti ad abbandonare. Sono milioni i profughi in Medio Oriente. Dopo cinque anni di declino del loro numero tra il 2001 e il 2005, ora stanno aumentando progressivamente. Due milioni di iracheni in Siria, 800 mila in Giordania, quattro milioni e mezzo di palestinesi sparpagliati in tutto il mondo, ma soprattutto nei paesi intorno. Tre milioni di afgani tra Pakistan e Iran. E poi quelli che neanche riescono a lasciare il proprio paese e forzati a trasferirsi in zone ogni volta più sicure destinandosi a un vagabondaggio senza fine. Le cause possono essere ambientali o conflittuali, ma in Medio Oriente le condizioni politiche che dovrebbero alleviare le loro sofferenze, non si aggiustano mai. Prima si vive in una casa, magari modesta profumata di gelsomino e spezie, si hanno vicini, negozi, un paese che si conosce da sempre, una famiglia unita come spesso sono quelle musulmane, poi comincia una guerra e tutto cambia. Il proprio mondo va in frantumi. La vita diventa una valigia e i ricordi l’unico passato che rimane. Si finisce in una tenda dove si perdono le certezze, la privacy, dove l’unica cosa che conta è restare vivi nella speranza che un giorno si possa tornare a casa. Ma non sarà mai più lo stesso. I palestinesi ne sanno qualcosa. I più anziani, fuori ormai da cinquant’anni, ancora conservano le chiavi di casa, appendono ai muri grigiastri delle loro abitazioni, transitorie solo nella loro testa, qualche vecchia fotografia sbiadita e insegnano ai nipoti che posti come Jaffa o Haifa in Israele, un giorno li vedrà tornare. Mentono a se stessi e alle generazioni future, al posto delle piccole casupole arabe che spiccano nelle scolorite e datate fotografie ora ci sono supermercati o una strada. Gli iracheni sono i profughi più nuovi, dalla guerra non hanno potuto che scappare e rifugiarsi in paesi vicini o anche lontani che li hanno accolti come potevano. La Siria trabocca della loro presenza. Le organizzazioni che se ne occupano sono decine, ma non sempre avere da mangiare o una coperta, risolve il complesso squilibrio che il Medio Oriente sta affrontando. Ci sono persone ferite in quei campi. Ci sono persone costrette a vivere tutte insieme, ci sono problematiche, spesso psicologiche che nessuno ha il tempo di affrontare. Tutti sono in teoria uguali, nessuno lo è, e come una giungla il più forte sopravvive, e anziani, donne e bambini sono i primi a soccombere. Non è solo una questione fisica, ma quella che prima era una professoressa o una musicista diventa solo una donna che ha bisogno che qualcuno le fornisca da mangiare e le assegni un posto dove stare. Un dirigente diventa nessuno, uno studioso ancora meno. Si è nell’arena di un circo dove tutti i ruoli vengono ribaltati, i figli spesso si occupano troppo presto dei genitori e loro invecchiano velocemente. Spero la religione diventa un collante portentoso e spaventoso dal quale la guerriglia attinge senza tanti scrupoli, d’altra parte chi non ha niente da perdere è disposto a qualsiasi cosa. Negli ultimi anni, il numero di profughi è aumentato e continua. Cifre spaventose quando si pensa che non ci sono barlumi di luce nella politica internazionale. Israele e Palestina non stanno facendo la pace, l’Iraq non è meno pericoloso, l’Afghanistan sta addirittura peggiorando, senza contare la guerra in Libano di due anni fa dove ci furono un milione di sfollati, molti dei quali ritornati. E poi lo Sri Lanka, il Timor Est, senza dimenticare, almeno un milione di somali, 1,3 milioni dal Congo e dal Burundi. O il Darfur con 523 mila sfollati. Tra questi, nel 2007 sono stati rimpatriati 374 mila afgani, 130 mila sudanesi, 45 mila iracheni, 44 mila liberiani, mentre meno dell’uno per cento emigra in paese occidentale che tende a limitare sempre di più la concessione di asili politici. Ma tornare a casa non è sempre è la risposta giusta. Molti finiscono a vivere in case diroccate facendo l’elemosina e dandosi alla prostituzione, altri più fortunati ritrovano le famiglie, altri scoprono di aver perso tutto. Ma almeno sono vivi, in un Medio Oriente dove si uccide per il petrolio, per un pezzo di terra, o per provare che tra Oriente e Occidente non ci può essere dialogo, per alcuni, semplicemente vivere è l’unico sogno che è rimasto.
August 08 Dal Sudan a Pechino per inseguire un sognoQuando è fuggito, ha corso e corso ancora. I militanti che lo inseguivano avevano dei fucili più grandi di lui che era solo un bambino di sei anni. Sono trascorsi 16 anni da quel giorno quando venne rapito dalla guerriglia e corre ancora, ma questa volta, Lopez Lomong corre verso i suoi sogni. Reggerà la bandiera degli Stati Uniti ai Giochi Olimpici di Pechino. Viene dal Sudan, ma corre per l’America che lo ha adottato. La sua corsa è cominciata una domenica quando durante una messa nel suo villaggio di Kimotong è stato rapito dalla guerriglia Janjaweed. Aveva solo sei anni. I suoi genitori lo credettero morto, scavarono una fossa, misero una bara vuota e una bella lapide su cui piangere. Ma Lopez, Lopepe per gli amici, non era morto, era sopravvissuto alle torture, alla fame, alla dissenteria, ad una guerra che era ancora troppo piccolo per capire. I guerriglieri volevano trasformarlo in un bambino soldato, volevano che diventasse un piccolo mostro senza paura e lui ancora una volta corse via. Fuggì dai militanti e in tre giorni attraverso foreste e strade deserte ha raggiunto il confine del Kenia. I nove anni successivi li trascorse in campo profughi gestito da missionari cattolici. “Non c’era niente al campo, giocavo a palla e correvo, spesso non avevo neanche le scarpe”. Il suo grande amore era lo sport, lo faceva sentire bene, lo faceva sentire lontano dal suo passato, correva fino a sfinirsi, fino a dimenticare. Ogni giorno un po’ più forte e un po’ più veloce. Nel 2000 corse 8 km per vedere in un bar le Olimpiadi di Sidney e per la prima volta vide Michael Johnson vincere i 400 metri. Fu lì, in un bar di poveracci, che promise a se stesso che un giorno avrebbe corso come quell’uomo. Fu una lettera a cambiare la sua vita, aiutato da un’Ong in visita al campo profughi, la spedì all’ufficio Immigrazione americano, i funzionari furono talmente commossi dalla sua storia che decisero di dargli una possibilità. A sedici anni arrivò in America, insieme ad altri 3800 ragazzi assegnati al programma “I ragazzi perduti del Sudan”. Venne affidato alla Famiglia Rogers di Tully nello Stato di New York. “Quando è arrivato, ero sopraffatto – racconta Robert Rogers, il padre adottivo che prese due altri ragazzi sudanesi – Lopez non sapeva se fidarsi e noi gli abbiamo detto che la nostra casa era sua”. Ma la sua vera famiglia che lui credeva morta tornò a dare notizie, sua madre e i suoi fratelli erano ancora vivi. E dalla gioia non poté fare altro che correre. “Tanto potente quanto indisciplinato. Ma non ho mai visto nessuno allenarsi più duramente”, ha detto il suo primo allenatore. E mentre gareggiava e vinceva, Lopez finì anche per scoprire di essere ancora un ragazzo, con l’hip hop, la scuola di turismo per “quando tornerò in Africa”, convinto che il suo paese di origine abbia ancora bisogno di lui. “Sono venuto negli Stati Uniti senza aspettarmi niente ed ho avuto tutto, ora voglio ricambiare il favore e vincere per il mio paese e la mia terra”. Sette anni dopo il suo arrivo a New York Lopez si è qualificato per le Olimpiadi. Il Darfur resta nel cuore di Lopez, membro di un gruppo che si occupa di suscitare l’interesse sulle problematiche del suo paese, sa che la sua presenza ai Giochi è anche politica. La sua storia racconta di un governo, quello sudanese che appoggia la guerriglia che ha distrutto la sua famiglia e che continua oggi a farlo nella regione del Darfur e la sua storia accusa la Cina di vendergli armi in cambio di petrolio. “La bandiera a stelle e strisce è il simbolo di tutto quello che ho passato”. Lopez è stato scelto come portabandiera senza esitazione. Al dito indosserà l’anello portafortuna che gli ha dato la mamma adottiva Barbara e pronuncerà la frase che lo ha portato dal Sudan a Pechino, dalla morte a un sogno: “Non sarò mai secondo. Voglio vincere". IN CORSA PER LA VITANon doveva esserci lei, ma domani sarà su un aereo che la porterà in Cina a partecipare ai giochi Olimpici. Robina Muqimyar, 20 anni, sprinter afghana ha già gareggiato ai giochi di Atene, arrivando settima su otto concorrenti. Era la prima donna a competere dopo la caduta dei Talebani, ma quest’anno non era stata veloce abbastanza per qualificarsi alle Olimpiadi. Il suo momento è tornato. Per caso. Al suo posto doveva esserci Mahbooba Ahadgar. Ma la sua storia, la sua voglia, il sogno, le si è ritorto contro e si è trasformato in un incubo. “La signorina Ahadar non parteciperà più ai giochi olimpici. Pare che durante gli allenamenti si sia ferita ad un fianco”, ci dice Abdul Sabor Azizi, direttore tecnico del Comitato Olimpico contattato telefonicamente a Kabul. Questa è la versione ufficiale della Federazione. Un escamotage per salvare la faccia dell’Afghanistan. Le ragazze “devono” essere il simbolo di un paese che cambia, in realtà vengono solo usate per riflettere la luce di un Afganistan che ancora a sette anni dalla fine della guerra non esiste. Mahbooba non correrà per una medaglia ma lo sta facendo per salvarsi la vita. Non su una pista ma attraverso l’Europa. Si è allenata molto per arrivare alle Olimpiadi. Ha corso contro tutti. “Si allena di notte, perché di giorno gli estremisti le urlano contro, la minacciano, pensiamo sia meglio portarla fuori dal paese”, ci aveva detto il marzo scorso proprio Azizi. Mahbooba, una ragazzina di 19 anni e un viso già segnato dalla durezza della vita afgana è espatriata. Lo scorso luglio si allenava a Formia nel centro di Preparazione Olimpica, quando è sparita. Immediata la preoccupazione che qualcuno l’avesse rapita, ma in realtà aveva preso tutta la sua roba, il passaporto tenuto in consegna dal suo supervisore Viktor Kuzin. Il visto Shengen le permetteva di andare ovunque, ha scelto la Norvegia dove ha chiesto asilo politico, forse perché è uno dei pochi paesi europei che si occupa davvero dei diritti umani e perché c’è una delle più grandi comunità afgane. Una storia che ricorda le fughe degli artisti e atleti russi ai tempi del comunismo prima che cadesse il muro di Berlino. Ora tocca a Mahbooba correre via a nascondersi da quelli che non vogliono che una donna rappresenti l’Afghanistan. Fiera musulmana e giovane donna modesta, correva con il viso incorniciato nel velo e una tuta fuori moda che avrebbe contrastato con le canotte e i calzoncini aderenti delle altre atlete a Pechino. La mezzofondista afghana che non ha proprio l’indole da ribelle - quando non corre, aiuta a casa la madre - doveva rappresentare quell’Afganistan uscito dall’estremismo, lontano dai talebani. Invece suo padre è stato picchiato e arrestato quando i vicini hanno chiamato la polizia dicendo che in casa entravano uomini, e rilasciato quando è stato appurato che gli “infedeli” erano solo giornalisti. Lei è stata molestata, aggredita, le tiravano oggetti mentre correva, insidiavano le sue sorelle. Ma non è bastato venire in Italia per placare la tensione e le minacce. E Mahbooba ha creduto che l’unico modo per proteggere la sua famiglia fosse non competere. Ma non era ancora finita, a Kabul, la Federazione Olimpica si è arrabbiata. Avevano perso il loro piccolo simbolo di modernità. E secondo il quotidiano inglese Indipendent, il presidente del Comitato Olimpico, Anwar Jagdalak, ex comandante durante la guerra contro i russi negli anni ’80, avrebbe minacciato di fare arrestare la famiglia se Mahbooba non si fosse presentata a Pechino. “Nessun commento riguardo a questo”, ci dice Azizi, ma in Afghanistan dove le donne vivono imprigionate ancora nei burqa, il silenzio di Azizi, vale più di mille parole.
Last Minute OlimpicSaranno gli atleti dell’ultimo minuto. Hanno veramente rischiato di non partecipare, ma alla fine un accordo ne ha salvati cinque su sette. Due non ci saranno, ma tutti gli altri sono pronti a credere nel loro sogno. Il discobolo Haidar Nasir, la sprinter Dana Hussein, i canottieri Haidar Nozad e Hamza Hussein e infine l’arciere Ali Adnan rappresenteranno l’Iraq alle Olimpiadi di Pechino. Non è stato facile, come se non bastasse la guerra, ci si è messa la politica a complottare. E loro avrebbero pagato. Bandito l’Iraq dai Giochi, è rientrato in gara dopo cinque giorni di negoziati a Losanna, ma quando ormai per almeno due atleti erano già scadute le iscrizioni alle loro categorie. Gli sportivi iracheni non vinceranno. L’unica volta che hanno portato a casa una medaglia, è stato a Roma nel 1960, un bronzo per il sollevamento pesi. Ma se si premiasse il coraggio, l’impegno, la sfortuna e il significato di cui sono impregnate queste persone, avrebbero già vinto. I loro muscoli, la loro forza, non sono sciita, sunnita o kurda, sono iracheni, sono tutto quello che il loro paese a cinque anni dalla caduta di Saddam Hussein non riesce ad essere. Quei cinque ragazzi che per mesi hanno faticato per sopravvivere, non solo per allenarsi, rappresentano una delle poche cose buone che l’Iraq schiacciato dalla violenza è riuscito a produrre. Il quattro giugno scorso il Comitato Olimpico Internazionale aveva sospeso il Comitato Olimpico dell’Iraq per le “interferenze del governo all’interno del movimento sportivo”. Il Comitato internazionale era intervenuto dopo un decreto di Baghdad che aveva revocato il comitato olimpico nazionale sostituendolo con un nuovo organismo guidato dal ministero dello Sport. Il governo accusava il comitato di corruzione sollevando le perplessità estere. Dopo cinque giorni di trattative e una serie di condizioni imposte dal Comitato Internazionale, quali libere e indipendenti elezioni di un nuovo comitato non prima della fine di novembre, l’Iraq ha potuto di nuovo sperare di partecipare. “Sono veramente lieta di esserci, il mio allenatore ha cercato di consolarmi dicendo che avrei partecipato ai giochi del 2012. Ma nella situazione in cui viviamo, chi dice che sarò ancora viva?”, dice Dana Hussein, l’unica che è rimasta ad allenarsi in Iraq, mentre i suoi colleghi per qualche settimana sono espatriati per potersi allenare in pace. Raed Abbas Rashid, ha partecipato agli ultimi giochi olimpici di Atene. Sapeva che non avrebbe vinto ma era l’uomo più felice del mondo. Campione di arti marziali, era orgoglioso di rappresentare il suo paese dopo la caduta di Saddam. Quando lo incontrai, sfoggiava muscoli e sorrisi. Avrebbe voluto esserci a queste olimpiadi. Ma due anni fa mentre con altri 14 compagni cercava di raggiungere in pulmino la sicura Giordania per allenarsi, è stato rapito. L’anno scorso i loro scheletri sono stati trovati sepolti in una fossa comune con un foro di proiettile nel cranio. Di Raed non restava nulla se non lembi di quello che indossava. Sono decine gli atleti uccisi o rapiti. Anche l’arciere Ali Adnan che parteciperà quest’anno, è sopravvissuto a un agguato di Al Qaeda nel 2006. A quel punto ha deciso che era troppo pericoloso affrontare la strada tra il centro di addestramento e la sua abitazione e per mesi si ha tirato con l’arco nel suo piccolo cortile di casa e, una volta qualificato per la Cina è andato in Corea del Sud ad allenarsi. Tra qualche giorno saranno tutti a Pechino, tra gli atleti più forti al mondo, ma per gli iracheni queste olimpiadi non sono importanti solo per quelli che ci vanno, ma anche per quelli che avrebbero potuto esserci perché la guerra non ha ucciso migliaia di persone ma non i loro sogni. August 02 MORTE DI UNA POPSTAR Il Messaggero
Doveva essere un astro nascente della musica libanese. Bionda, occhi verdi, quando nel 1996 vinse un talent show musicale, il pubblico fu abbagliato dalla sua bellezza e dalla sua bravura. Ma Suzanne Tamim non sarebbe stata una donna fortunata. Avrebbe appena colto il sapore del successo per poi scomparire in una caccia all’uomo che si sarebbe conclusa nel suo ultimo nascondiglio a Dubai. Da otto mesi, scappata dal Cairo aveva fatto perdere le sue tracce. Fino a lunedì quando amici preoccupati hanno avvisato la sicurezza del più esclusivo complesso residenziale di Dubai dove viveva al 21° piano. La polizia l’ha trovata in un lago di sangue: il volto sfigurato e il corpo fasciato in abito da sera violato da violente pugnalate. Nessuno sembra essersi accorto di nulla fino a quando è arrivata la polizia sguinzagliata in tutto il complesso. “Alle dieci di sera ogni piano del palazzo brulicava di agenti”, ha raccontato un residente del Jumeriah Beach Residence. “Siamo scioccati – ammette Naaman Aboumrad, il proprietario del Deli D cafè al piano terra della torre – qui la gente paga migliaia di dollari per la sicurezza e la riservatezza”. Il che porterà la polizia a pensare che l’assassino possa essere qualcuno che la conosceva. Suzanne nella sua turbolenta vita era riuscita a produrre solo due dischi, alcune canzoni diventate famose nel mondo arabo, tra le quali una, “Amanti”, dedicata al premier Hariri brutalmente assassinato a Beirut. Aveva talento, ma la sua ricerca sfrenata di un uomo che l’amasse l’aveva portata ad avere due matrimoni falliti e un pessimo rapporto con il padre dal quale pare si nascondesse, secondo il giornale in arabo ancora prima di diventare famosa. Poi è arrivato il suo secondo marito, Adel Matook conosciuto in Francia e diventato suo manager, le aveva fatto promesse, le aveva detto che l’avrebbe rilanciata mentre poi accecato dalla gelosia, le aveva chiesto di smettere di cantare ed era riuscito ad ottenere un’ordinanza per cui lei non potesse lasciare il libano. Ma Suzanne aveva detto no, lo aveva lasciato e lui l’aveva accusata di avergli rubato 350 mila dollari dalla cassaforte. Condannata a due anni, non fece un solo giorno di galera. Lei voleva solo andarsene e liberarsi di lui e qualcuno, ex marito compreso, ha pensato che fosse lei il mandante dell’attentato che nel 2005 coinvolse Matook. Rimase ferito ma non sporse denuncia contro l’ex moglie e la polizia non scoprì niente. L’unica cosa certa è che Suzanne non stava mai troppo a lungo in un posto, dopo Parigi, il Cairo è finita a Dubai dove viveva all’ombra del suo successo e forse della paura che la braccava. Qualche tabloid inglese parla anche di Londra dove si sarebbe innamorata di nuovo, ma la polizia che investiga non ha rilasciato nessuna dichiarazione, due persone sarebbero state fermate, ma nessun arresto è ancora avvenuto. Intanto nel web per gli appassionati di musica araba non si parla d’altro. Da messaggi di condoglianze a terribili minacce, alcuni la chiamano ratto, altri dicono che finalmente è stata estirpata come un’erbaccia, in genere estremisti islamici che molto spesso minacciano donne famose senza però quasi mai colpire veramente. July 30 Top model? No, first ladyECO
Belle, intelligenti, benestanti e giovani. Erano ragazze normali con sogni romantici e ambizioni professionali. Forse non credevano nelle favole ma ne sono diventate parte. Regine, principesse, sono le first lady del Medio Oriente. Siria e Giordania: donne affascinanti, moderne, che contrastano con le tradizioni dei loro paesi, pieni di sfaccettature e di potenzialità come loro. Dall'altra parte, come l'altra faccia di una medaglia, le prime mogli di Afghanistan e Iran. Tanto intelligenti, quanto riservate. Non ci sono foto, non ci sono storie o pettegolezzi da raccontare. Sono solo mogli importanti nascoste dal segreto del velo, intrappolate nel loro amato mondo di madri, al riparo dagli sguardi del mondo sempre molto interessato alle spose dei re. In comune hanno l'impegno, tutte quante, verso il miglioramento della condizione delle donne e dei bambini, combattono l'analfabetismo e le malattie e lo fanno usando la loro influenza con i limiti di essere la donna più importante e protetta di un paese. Elegante da non passare inosservata Asma Akhras doveva diventare una bancaria. Non sapeva che un giorno avrebbe incontrato un giovane oculista tirocinante in un ospedale di Londra e se ne sarebbe innamorata. D'altra parte è meno difficile capire lui, Asma era ed è ancora bellissima, abbastanza alta, magra ed elegante da non passare inosservata. Bashar Al Assad, il figlio del presidente siriano Assad, avrebbe dovuto fare il medico, suo fratello doveva succedere al padre, ma quando morì, Bashar portando con sé Asma, dovette tornare in patria ed accettare di ereditare la carica di uno degli uomini più odiati dell'Occidente. Si sposarono nel dicembre 2000 durante una cerimonia privatissima, e la Siria lo seppe dai giornali solo nel gennaio successivo. Asma era perfetta: una sunnita che sposava uno sciita. In realtà il giovane presidente ha cominciato a cambiare la Siria, con il respiro sul collo dei vecchi falchi che non volevano aprirsi alla modernità, Bashar ha fatto molta fatica, e le guerre che lo hanno circondato, i milioni di profughi arrivati, non hanno certo aiutato lo sviluppo. Asma ha fatto il suo promuovendo i diritti dei bambini e delle donne e in un paese dove internet era vietato fino a qualche anno prima, voleva che ogni scuola avesse un computer. Ma l'informatica non le è stata sempre d'aiuto, nel 2005 ha scoperto che gli israeliani leggevano le e-mail che mandava al marito. Laureata a Londra in scienze informatiche e letteratura francese, parla quattro lingue. Dopo gli studi, prima di conoscere Bashar, ha trovato subito lavoro in diverse banche, ha lavorato in varie città europee e negli Stati Uniti vivendo quell'occidente che non manca mai di attaccare spesso a ragione, ma a volte a torto, quello che sarebbe diventato il suo paese. Madre futura di tre figli, è nata nel 1975 da un cardiologo e dal primo segretario dell'ambasciata siriana a Londra. Asma è il bel volto moderno della Siria. Occhi da cerbiatta, fisico da modella Così come Rania , 38 anni, che con i suoi grandi occhi da cerbiatta e il fisico da modella ha conquistato il suo principe giordano. Per caso nel 1993 alla festa della principessa Aisha, Rania incontrò Abdullah. Impegnato nel servizio militare, lui non doveva neanche venire, invece riuscì a fare un'improvvisata. Ma quello irrimediabilmente colpito fu lui. Rania era lì, figlia facoltosa di profughi palestinesi, laureata in Economia all'Università americana del Cairo. «All'inizio ero intimidita, insomma lui era un principe». Ma Abdullah non poteva non innamorarsene e cinque mesi dopo erano sposati. Il fratello del re Hussein avrebbe dovuto succedere al trono, ma poco prima di morire di cancro Hussein cambiò idea. La notizia scioccò la Giordania e Rania. «Un giorno stavo mettendo via delle foto, quando mio marito arrivò di corsa è mi disse "Rania, sarò io, sarò re». E io gli ho risposto che sarebbe andato tutto bene». E così Rania divenne regina e madre di quattro figli che vuole assolutamente accompagnare da sola a scuola. Nel 2005 la rivista americana Harpers and Queen l'ha eletta la terza donna più bella del mondo e suo marito non disdegna di portarla in giro. «Sento di rappresentare un ampio segmento delle donne nel mondo arabo. Divido con loro speranze, aspirazioni e sfide». Lady Ahmadinejad, neanche una foto Lo fanno anche altre first lady, ma senza dare nell'occhio, anzi senza proprio farsi vedere o fotografare come la moglie del presidente iraniano. Tanto è noto il volto di Ahmadinejad quanto è impossibile trovare una foto di sua moglie. Nella biografia ufficiale del presidente non c'è alcun riferimento alla moglie, mentre in sito ultra conservatore si legge che il nemico numero uno degli americani è sposato ai tempi dell'università con una studentessa di ingegneria meccanica, Zahara Sadiqi , dell'Università di Teheran. Lui aveva 24 anni, lei non si sa. L'altra moglie misteriosa, regalata ai media con il contagocce, è Zinat Karzai, la moglie del presidente afghano. Cinquant'anni, ginecologa, impegnata per migliorare le condizioni delle donne in un paese che costantemente cerca di cancellarle. Indossa il velo, ma non il burqa, è carina ma riservata e si è sposata con Karzai in un matrimonio combinato nel 1998 poco prima che suo suocero venisse ucciso dai talebani, trasformando il marito in un acerrimo nemico del regime precedente e futuro presidente dell'Afghanistan. A quell'epoca a Quetta, Zinat lavorava come medico nei campi profughi. Ora invece vive a Kabul. E come le altre principesse, regine, o moglie di presidenti continuano a far sognare i loro popoli e forse rappresentano un esempio per le donne dell'Occidente che spesso si dimenticano quante battaglie ci sono ancora da combattere. Sangue in IraqIL MESSAGGERO
Un velo e una cintura esplosiva. Sono donne le ultime kamikaze che hanno insanguinato l’Iraq. Nascoste nelle loro lunghe abbaye nere, si sono mosse con tranquillità tra i pellegrini di Baghdad e nel giro di mezzora l’una dall’altra, si sono fatte esplodere. 28 morti, centinaia di feriti, trema la capitale sotto le mani delicate delle donne, l’ultima arma letale di Qaeda. A nord invece, a Kirkuk la contesa città petrolifera, un altro attentatore si è fatto esplodere, e per la polizia anche in questo caso potrebbe essere una donna. Imponente il bilancio con almeno 36 morti e 130 feriti. Nel mirino una manifestazione contro la bozza della nuova legge elettorale. Ragioni diverse colpire i fedeli sciiti a Baghdad e una manifestazione politica di kurdi a Kirkuk, ma il risultato è lo stesso, il caos che non sembra abbandonare le strade impregnate di violenza dell’Iraq. A Baghdad si celebrava l’anniversario che oggi vedrà l’apice della manifestazione, della morte di Moussa al Khadim, un imam del XVIII secolo tra i più venerati dalla comunità sciita. Tre anni fa nella stessa occasione morirono mille persone quando la voce di un possibile kamikaze scatenò il panico e il crollo di un ponte. La firma degli attentati di ieri è di al Qaeda, dice l’esercito che non è riuscito a fermare l’avanzata delle kamikaze. Duecento poliziotte erano state sguinzagliate per occuparsi delle perquisizioni femminili, sempre molto difficili da gestire. “Ho sentito donne e bambini piangere e urlare, ho visto corpi che bruciavano, altri che giacevano in pozze di sangue”, racconta ancora sotto shock Mustapha Abdullah, 32 anni, ferito allo stomaco e alle gambe. Non è un fenomeno raro quello di donne kamikaze, ma sicuramente negli ultimi mesi si è intensificato. Per gli americani, una delle ragioni è la disperazione dei membri di al Qaeda, molti dei quali sono stati uccisi o arrestati, ma per gli analisti la condizione della donna deterioratasi con il perdurare del conflitto ha creato una tale depressione, ignoranza, paura da rendere quello del mondo femminile un terreno fertile e vincente per il terrorismo. I maschi in genere sono stranieri vengono dalla Siria, dall’Arabia Saudita o dall’Afghanistan, le donne invece sono irachene, tra i 15 e i 35 anni e quasi tutte hanno avuto un parente, marito, fratello o figlio morto combattendo, facendo il kamikaze o imprigionato. Sono donne religiose, manipolabili, spesso sposate giovanissime, vulnerabili alle pressioni e convinte sia con l’abuso psicologico che con il denaro che la loro missione le porterà al paradiso. “La nostra società non è come quella occidentale – spiega Sajar Kaduri, consigliera comunale ma anche vedova di un marito rapito e ucciso – quando una donna resta senza il proprio uomo le sembra di non avere scelta”. Dal 2003 almeno 43 donne si sono fatte saltare in Iraq, 18 negli ultimi tre mesi, i primi due casi durante il primo anno di guerra, ma è diventata una moda nel 2007 e secondo i militari la crescita del loro utilizzo coincide con la perdita di potere di Al Qaeda nelle province di Diyala, Baghdad e Anbar. “Ci sono due modi perché la cintura esplosiva agganciata a una donna possa funzionare, un bottone che loro stesse detonano o può esserci un telecomando che qualcuno può usare se pensa che una donna possa all’ultimo cambiare idea”, spiega il colonnello Fateh, ma la verità preoccupante per il capo della polizia della provincia di Diyala, una delle più colpite dai kamikaze donna, è la velocità con cui Al Qaeda si rinnova: “Quando li distruggiamo in battaglia trovano nuovi metodi, e siccome le donne sono sempre trattate più gentilmente, hanno cominciato ad usare loro”. July 26 NAZARETHMi è venuto addosso. Stavo ferma al semaforo, tranquilla nella mia chevrolet troppo grande, quando un'altra macchina mi è venuta addosso, una subaro azzurra. Non mi sono fatta niente. Un graffio al mio potente paraurti e un po' di mal di schiena. Il cretino dietro si è distrutto tutta la parte davanti. Almeno quello. Ma i cretini escono anche alle 7.45 del mattino? Evidentemente sì. E così ho perso mezzora mentre il mio traduttore mi aspettava per andare a Nazareth. Un lungo viaggio, dopo due giorni ho scoperto di aver guidato sempre con la marcia per le salite inserita, forse per questo la macchina faticava ad andare oltre agli 80 km all'ora.
Adesso sfreccia. Anche se è lunga la strada per Nazareth, dovevo fare una storia per D di Repubblica, a proposito, domani esce un mio pezzo su D per chi volesse leggerlo. Una storia leggera, per quanto possa esserlo una storia ambientata in Afghanistan. Almeno non parla di guerra, dirà qualcuno. A Nazareth ho conosciuto delle persone interessanti, ebrei, cristiani, musulmani che lavorano insieme, e in qualche modo dicono di aver trovato il modo di convivere. La politica resta fuori. Mi rendo immediatamente conto che questo è possibile solo ad alto livello, parlo di gente che ha studiato, che ha una vita soddisfacente aiutando gli altri, che non ha paure. Tutti erano d'accordo, la paura di quello che non si conosce crea nemici.
Scendendo da Nazareth con Sami, il mio traduttore sulla via dell'obesità, ci siamo fermati in uno dei rarissimi posti dove si mangia carne di maiale. Non che io abbia mangiato maiale ma volevo vedere il posto, c'è un kibbutz lì vicino dove allevano maiali con una speciale dispensa dello Stato per poterlo fare. L'animale proibito poco dopo era nel piatto di Sami che ha mangiato tanto da far sentire piena me che avevo preso solo un po' di verdure. Forse per questo una volta in macchina ha ronfato fino a quasi le porte di gerusalemme...e io pago...oggi la giornata è stata tranquilla e io sono molto stanca, mi prendo un aulin e vado a dormire, buona notte a tutti,
B. UN GIORNO A GAZAPer capire questo posto, per entrare nelle viuzze nascoste della testa di questa gente, bisogna raccontare quello che accade. Non c'è bisogno di esagerare. Non c'è bisogno di inventare. Non c'è bisogno di credere in una cosa o in un'altra. Il mio racconto sarà parziale, perché la storia importante finirà su L'Espresso della prossima settimana, inshallah. Ma il contorno rende benissimo.
Ieri ho affittato una macchina e mi sono diretta a Gaza. Detesto guidare perché mi perdo sempre, perché anche se faccio mille volte la stessa strada non la ricordo mai. Ma non c'era altro modo per andare e risparmiare sul tassista. Ovviamente mi hanno dato una macchina grande, altra cosa che detesto perché mi sembra di scompararire dentro a tutta quella ferraglia. In una piccola mi sembra di avere il comando, lì navigavo in una chevrolet che chissà come doveva portarmi a Gaza. Ho steso le mappe, le ho guardate, ho memorizzato i numeri delle strade. Devo raggiungere la 1, poi la tre verso tel aviv, poi la 4 verso Ashkelon e poi scendere fino a Gaza. Non c'era traffico e nonostante il mio stato permanente di tensione, non ho sbagliato un colpo. So che l'universo sta cercando di placare il mio spirito rabbuiato. Accetto il suo aiuto e in qualche modo arrivo a Gaza senza neanche una volta arrabbiarmi. Parcheggio in un posto che non riconosco, nel giro di un anno è tutto cambiato. Davanti a me Eretz, il confine, la frontiera, tra Israele e Gaza. Ma in realtà è molto di più.
L'edificio è strabiliante, quasi di design, una soldatessa al passaggio a livello controlla il passaporto e l'accredito, poi mi lascia entrare. Attraverso una porta e vengo investita dall'aria condizionata. Fuori ci sono 40 gradi, dentro non più di 20. Una biondina slavata mi prende il passaporto. "Che va a fare a Gaza?". Una storia. "Quale?" Sull'educazione dei bambini delle scuole elementari. Mento. Lei sorride. Lo sa. Le dico niente timbro sul passaporto, e lei incurante al di là di un vetro anti proiettili mi sorride di nuovo e mi stampa un bel timbro sul passaporto. Perché lo ha fatto? "non lo voleva? ops mi sono sbagliata". Zoccola, le dico in italiano. Ora quel passaporto lo posso buttare, un timbro israeliano non mi permette di entrare in nessun paese arabo tranne l'Egitto e la Giordania. Era nuovo di zecca il passaporto. Bitch. Zoccola. Le chiedo: a che ora chiudete il passaggio?. "Lei quando torna?". Verso lei sei. "Va bene". Mi fa passare supero delle porte, passo sotto uno scanner, attraverso altre porte girevoli, ci sono muri e telecamere ovunque, una specie di labirinto. Qualche anno fa dissi che Eretz sembrava l'entrata di un campo di concentramento. Devono avermi sentito perché ora è una cosa spaziale super tecnologica. Arrivo in una stanza senza porte, dopo un po' si apre un muro, scorre e mi lascia passare.
Mi ritrovo fuori, c'è ancora il tunnel, ma per un pezzo è ancora moderno. Poi all'improvviso la strada finisce. La prima cosa che vedo investita dall'aria calda e dalla luce, sono macerie. Non c'è più niente nel raggio di tre chilometri, tranne un piccolo conteiner dove sta il poliziotto di frontiera palestinese. E' piccolo perché lontano. Vorrei che la pelle conservasse un po' del freddo di qualche istante prima perché devo camminare sotto il sole cocente su una strada sterrata, circondata da muri abbattuti. Mi volto indietro e vedo il XXI secolo, guardo avanti e non riconosco nulla. Delle persone vengono nella mia direzione, palestinesi, neanche sollevano lo sguardo, spingono sui sassi delle enormi valigie. Le donne anche. Nei loro vestiti islamici grondano di sudore trascinandosi nugoli di bambini. Cammino verso il sole e spero che il tassista ci sia e mi riconosca.
Il palestinese poliziotto, mi prende il passaporto, segna il nome. Non che possa fare niente. Non sono uno Stato, solo una farsa. Khaled mi viene incontro. Mi apre le portiera, mi accascio dentro. Corre verso Ghaza city dove mi aspetta il mio traduttore, è in fila per fare benzina, ai giornalisti e ai lavori essenziali è consentita un po' di benzina. Non ce n'è. Gli israeliani non rispettando gli accordi della tregua, aprono quando vogliono, ovvero quasi mai, e le merci non entrano. Gaza è un buco. Non produce quasi niente. Non lo dico, ma il fatto che non ci sia traffico non mi dispiace. Ora tutti girano con i muli. Carri, carretti. Il centro puzza di stalla. Me ne vado a fare le mie storie. Discuto con il traduttore. Mentre difendo i palestinesi quando sono in Israele, difendo gli israeliani quando sono con i palestinesi. Ma in dieci anni, non li ho mai smossi. Sono talmente accecati dall'odio e dal non guardare oltre il proprio naso che non riescono a vedere oltre. E per questo muoiono.
Faccio la mia prima storia. Non è difficile solo un po' lunga perché ci vuole tempo per parlare con i giovani. Bisogna scalfire i loro pregiudizi. La seconda storia invece è pericolosa. Non sembra per come vanno le cose ma lo è. Le persone con cui parlo, sono il prodotto dell'occupazione, della frustrazione, della violenza, della disperazione. Ti guardano negli occhi e tu vorresti scuoterli. Cerchi un po' di umanità e la trovi perfino, ma è come se fossero sganciati dalle cose che contano per noi, i sentimenti, le speranze, il futuro, i sogni. Hanno solo rabbia e dolore. E un sorriso per la nipotina di due anni che si arrampiaca su braccia pieni di segni di lotta senza neanche accorgersene. Neanche quella bambina ha futuro. Forse morirà quando gli israeliani demoliranno la sua casa, o spareranno un missile. Forse si salverà, si sposerà e farà dieci figli fino a sfasciarsi. Le regalo uno dei miei braccialettini e lei mi guarda come se avessi regalato un diamante. Corre, per come può correre una con due denti in bocca con il braccino sollevato per mostrare a tutti il braccialetto. Almeno una volta ieri è stata felice. Riguardo il suo giovane zio. E' troppo giovane per non desiderare di vivere. Invece vuole solo spaccare il mondo che gli sta accanto.
Il traduttore mi fa un cenno. E' ora di andare. Andiamo via. Non discuto. Avrei voluto rimanere a parlare con quel ragazzino e regalargli uno dei miei sogni. Meno male che non l'ho fatto, non avrei saputo cosa dargli in questo momento. Corriamo ad Eretz, rivedo il poliziotto della mattina, mi guarda con sgomento.
"Il confine è chiuso". Cosa? "Gli israeliani hanno chiuso". E perché? "Non lo so, fanno quello che vogliono, comunque è qualche giorno che chiudono alle 14". E adesso? sono incastrata a Gaza, chiamo tutti i portavoce dell'esercito, spreco due ore a farmi dire che non possono fare niente ma ci stanno provando. Auguro alla biondina zoccola di stamattina, che ha fatto apposta a non dirmelo, un gagotto permanente. Non ho niente con me. Devo tornare indietro. Mi prendo una stanza in un albergo e incontro due del New York Times che sono rimasti chiusi dentro come me. Un po' mi consolo, se non hanno fatto uscire il NY Times. Uniamo le nostre disperazioni e andiamo a cena. Ascoltano allibiti la mia storia di freelance in Italia e scopriamo di avere amici in comune. E' una serata bellissima, il posto è vicino alla spiaggia, e il profumo del mare impregna l'aria.
All'improvviso realizzo la tragedia. Non ho il mio beauty case. Sono a Gaza senza trucchi. L'albergo mi ha procurato uno spazzolino. Ma non basta!!!! Una vera tragedia. Sono circondata dalla devastazione, dalla rassegnazione, dalla disperazione. Io stessa sto già come una lucertola senza coda, e ora anche senza trucco.
Me ne vado a dormire. Il giorno dopo riattraverso Eretz. Ci vogliono quasi due ore per uscire. Quello che fa i controlli scherza con la soldatessa, una in fila con me mi traduce, "stanno scherzando, flirtano", mentre la gente, o meglio i palestinesi, che gente non sono, aspettano composti. Alcuni hanno enormi valigie che devono essere controllate a mano, qualcuno ha perfino dello stoccafisso in borsa. Alcuni hanno malati che se ne stanno buoni senza emettere un suono. "E' uno strazio - mi aveva detto la sera prima il poliziotto di frontiera mentre tentavo di uscire - vedere i malati come vengono trattati". Alla fine dopo altri metal detector, porte, passaggi, esco come un toro nell'arena. Mi viene in mente che non mi ricordo se ho spento il giorno prima le luci della macchina. Mi sento morire. Se ho scaricato la batteria che faccio? Salgo, metto in moto, parte. Yuppi. Parto e trascorro le successive due ore in tensione per quando entrerò a Gerusalemme. Consapevole che mi sarei persa. Non succede. Arrivo parcheggio.
Ho ancora una cosa da fare. Passeggio fino a Ben Yahuda. E' una via pedonale. E' li che ho visto il mio primo attentato. 11 anni fa. 3 kamikaze. Mi siedo nel baretto, dove la mia Arin si siede dopo trent'anni di prigione. Chiedo una cioccolata. E' ancora tutto come il mio libro. Manca la coppia seduta accanto che si dice addio. Ma io posso sentirla. Rimbomba nella mia testa. Poi penso alle email. Alcuni amici hanno commentato il mio pezzo di Yad Vashem, molti sono belli e li ringrazio, ma qualcuno mi ha scritto che inserire la frase sulle "impronte ai bambini" era una forzatura. Qualcun altro ha detto che forse era una "svista". Non è così. Trovo inaudita questa proposta. E non credo che la sicurezza mia si basi sulla violazione di un diritto di un'altra persona tanto più di un bambino. Gli israeliani sono esperti di sicurezza, ma dal loro dolore hanno tirato fuori violenza, paura, compromessi ed estremismo. E i palestinesi pure. non hanno niente da insegnare. Se uno ruba la polizia ci penserà. Ma un bambino che ruba, che cresce nella violenza, che si perde è il fallimento dello società che lo ospita. Che sia la sua o la mia. Questo penso, che invece delle impronte bisogna dare cultura, possibilità, fiducia, sogni.
E' a loro che la sicurezza manca, non a me che al massimo ho il fastidio di dover rifare i documenti e comprarmi un portafoglio nuovo. L'orrore degli ebrei è cominciato con delle caricature. Occhialini e nasoni. Ma l'orrore vero non sta solo nella tragedia che hanno vissuto. L'orrore è dentro a quelli che lo hanno permesso. Ai milioni di indifferenti, di ignoranti, di chi ha voltato la faccia o si è fatto forte del gruppo. Quelli che hanno permesso che si appendessero cartelli con scritto "Qui gli ebrei non sono i benvenuti". Non si possono paragonare i Rom alla storia degli Ebrei. Certo che no. Ma i bambini si. Loro per me non hanno nazione, religione o colore. Non si usano per questioni politiche se non per farli stare meglio. Non per stare meglio noi.
Buonanotte a tutti.
B. BULLDOZER MORTALEIl Messaggero Il bulldozer è arrivato come una furia. Si è diretto prima contro un autobus carico di passeggeri che ha colpito tre volte, poi contro cinque macchine ferme al semaforo, l’ultima è stata sollevata e ribaltata. Un minuto di terrore nelle prime ore del pomeriggio e sedici feriti, tra i quali un bambino e il proprietario della macchina capovolta che rischia di perdere una gamba. Avrebbe potuto essere un massacro se l’istinto di un nonno e di una guardia, oggi eroi a Gerusalemme, non li avesse fatti tirare fuori la pistola, prendere la mira e sparare alcuni colpi. Yaakov Asael, un colono di 53 anni e Amal Ganem un poliziotto di frontiera hanno ucciso l’attentatore: Ghassan Abu Tir, un palestinese residente in un villaggetto Umm Tuba, che fa parte di Gerusalemme Est. Ghassan, che non è estraneo alla polizia, ed è anche parente di un detenuto eccellente delle carceri israeliane. Muhammad Abu Tir era il candidato numero due, di Hamas nelle elezioni palestinesi che l’organizzazione radicale vinse nel 2005. Ma secondo fonti dei servizi segreti non è stata Hamas a rivendicare l’attentato ma un nuovo gruppo sponsorizzato dagli Hezbollah, le Brigate per la Liberazione della Galilea, comparso sulla scena israeliana, solo due settimane fa durante un altro attentato in cui rimasero uccise 3 persone e la cui dinamica è uguale a quella di ieri. Per molti infatti deve essere stato un deja vu, vedere il bulldozer in azione. D’altra parte nessuno a Gerusalemme potrebbe sorprendersi della presenza di mezzi di lavoro e siti in costruzione, tutta la città è scavata, bucata, intubata dai lavori per la costruzione di un metrò esterno e proprio nella via dell’attentato ci sono lavori in corso in almeno due punti dove stanno spuntando dei lussuosi residence. Un mostro di metallo impazzito per le strade di Gerusalemme a due passi dal King David Hotel che poche ore dopo avrebbe ospitato Barak Obama, il candidato americano alla presidenza. “Stavo guidando quando mi sono sentito colpire sul lato destro. Ho guardato nello specchietto e ho visto il trattore che si muoveva verso i finestroni, ho sterzato senza riuscire a evitare il colpo e l’ho visto muoversi verso di me e ho pensato che presto avrei conosciuto il creatore, invece poi ha proseguito verso altre macchine”, ha raccontato Avi Levy, l’autista del bus numero 13. “Bisognerà rivalutare il ruolo dei lavoratori di Gerusalemme Est, tu mandi un terrorista fuori dalla porta e loro entrano dalla finestra con ogni tipo di idee. Ogni attrezzo da lavoro diventa un mezzo del terrore”, ha detto il sindaco Lubolianski. Immediata la condanna di Abu Mazen, il presidente palestinese che al momento dell’attentato si trovava con il collega israeliano Shimon Peres. “Condanniamo ogni attentato contro i civili di entrambe le parti”, ha detto Abu Mazen. Ieri era la prima volta che un presidente palestinese entrava nella residenza di quello israeliano dove fuori davanti alla porta sventolava anche la bandiera palestinese. July 16 DOLOREHo cercato un posto dove si potesse essere sopraffatti dal dolore. Un posto che non avesse a che fare con l'mmediato presente dove anche se sembrano lontane e spesso non volute, le situazioni sono possibili da risolvere. Volevo un luogo di ineluttabile dolore, dove non ci fosse scampo, dove non ci fossero scelte o possibilità di fare domande. Sono finita per la seconda volta in vita mia a Yad Vashem. Qualcuno lo chiama museo, ma è riduttivo, soprattutto adesso che è stato completamente rifatto. Yad Vashem è una cicatrice nell'anima degli uomini, è un solco che attraversa la storia per sconvolgerci nella consapevolezza di quello che le persone sono in grado di diventare e di fare. La forma è quella di una gola di montagna al contrario. Il cemento armato pesa sulla visita intervallato da immagini, resti, parole, suoni, testimonianze. Ovunque ti volti c'è una foto, c'è un'immagine, un pezzo di qualcosa o un oggetto che apparteneva a qualcuno. Si parte dalla vita di un popoli intessuta in quella di tanti altri e di come tutto degenera fino a quelle lunghe file di uomini alle stazioni, sui treni, sui camion. Si comincia da un cartello, una caricatura e si finisce nelle camere a gas. Si vedono foto di famiglie, di spose, di musicisti, di artisti e poi si legge che n'è stato di loro, in che modo sono morti schiacciati dalla demenza che aveva contagiato un continente. Si vedono i bambini, i loro disegni, i piccoli giochi. Si vedono madri a cui vengono strappati i cuccioli, si vedono uomini che chiedono aiuto, si vedono altri che cercano di resistere, si vede la sconfitta e l'orgoglio di un popolo che stanno uccidendo. Si vedono anche i mostri, le loro storie, la loro fine. Ci sono anche le storie dei piccoli eroi gente che ha nascosto qualcuno, che ha mentito per salvare qualcuno, o che ha portato informazioni. Anche di loro non resta molto, se non foto e parole, foto e parole. E ci sono anche i sopravvissuti, anziani che brillano sugli schermi di ogni parete raccontando un passato che non sono mai riusciti a dimenticare, e che non vogliono neanche perché sanno quanto l'uomo non impari mai nulla da solo. Ci sono ciocche di capelli, montagne di scarpe, vestiti, c'è tutta la privacy delle persone. I libri che dovevano essere bruciati. Alla fine di questo lunghissimo percorso. Sei esausto, provato, abbattuto quando arrivi in un'enorme cupola, migliaia di facce che la tappezzano e sotto fino a che lo sguardo si perde c'è un posso largo e profondo dove si intravede dell'acqua. Intorno frasi, tante parole. Tutti cercano delle risposte. Il Talmud dice che chi salva un uomo salva il mondo intero. E chi racconta un uomo? Riesce a salvare qualcuno dall'indifferenza? Riesce a scuotore un cuore paralizzato? Riesce ad evitare che l'apatia si impossessi di chi ci circonda? Non lo so. Il museo dell'olocausto non ha risposto. Ti dice solo quello che potrebbe essere, quello che è stato, quello che non vorremmo mai più. Niente impronte ai bambini, niente umiliazione verso chi è diverso o più debole. Da ovunque provenga. Ma soprattutto, quei visi sorridenti, che da paffuti si trasformano in fantasmi, chiedono di lottare, di seguire i propri sogni se si è forti abbastanza, che non c'è tempo per non seguire quello che ci dice la parte più segreta di noi stessi. Buonanotte a tutti, B.
July 13 A gerusalemmeSono arrivata a Gerusalemme. Mi fa bene stare in questa città che mi fa tanto arrabbiare. E' un posto irritante, capace di farmi uscire dai gangheri, ma è come se percepissero il mio umore nero e non è successo niente per cui arrabbiarmi. Neanche questa soddisfazione di potermi sfogare.
Stamattina in aeroporto ancora in Italia, mi hanno fatto un automatico upgrade in business, senza che io glielo abbia nemmeno accennato.
A Tel Aviv dove di solito mi tengono un sacco di tempo a farmi domande stupide, mi hanno fatto passare subito ai controlli come se fossi trasparente. In albergo la prenotazione è stata trovata immediatamente, mi hanno fatto una gran festa e la direttora mi ha invitato a cena.
< |