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BARBARA SCHIAVULLIinviata tra le storie
August 20 Fine di un dittatore democraticoSe n’è andato. Senza clamore. Senza sangue. Quarantacinque minuti in tv per giustificare i suoi nove anni di presidenza e poi si è fatto da parte. Il presidente Pervez Musharraf ha dato le dimissioni. "Dopo aver esaminato la situazione e aver consultato i consiglieri legali e gli alleati politici lascio il mio futuro nelle mani del popolo". I pachistani sono scesi in piazza piangendo e ridendo dalla gioia. Hanno aspettato a lungo questo momento. Hanno protestato, hanno combattuto e alla fine hanno vinto. Musharraf non se l’è sentita di affrontare il processo di impeachment che aveva avviato il parlamento, sapeva che avrebbe perso perché le accuse a lui mosse, di aver violato la Costituzione sono vere. Ha preferito uscire di scena avendo l’ultima parola e in modo dignitoso si è difeso. Fino alla fine si è rivelato un uomo che ha saputo sorprendere fin dal colpo di Stato che lo ha portato al potere nel 1999 alla diretta televisiva di ieri, è stato un despota incoerente. Ha commesso errori e li ha ammessi, ne ha commessi altri che probabilmente non riuscirà mai a vedere, “Vogliono danneggiare me, ma faranno del male al Paese", ha detto andandosene, ma alla fine quello che conta è che il Pakistan da oggi inizia un nuovo capitolo della sua storia. Il problema è se chi è al governo ora sarà in grado di sfruttare l’occasione. “Per il martirio di mia madre la democrazia è la miglior vendetta”, sono state invece le prime parole di Bilawal Zerdari, il figlio ventenne di Benazir Bhutto l’ex premier uccisa il dicembre scorso. Suo marito ora dirige il partito principale, il signor 10% come lo chiamano i pachistani, condannato per corruzione e che ora rischia di diventare presidente. La corsa alla poltrona sta per cominciare, dal momento in cui Musharraf solleverà i gomiti dai braccioli del trono c’è un mese per scegliere il nuovo capo di Stato. Zerdari, o Sharif, il capo del secondo partito al potere, o magari un giudice, visto che è grazie a loro che la società civile pakistana si è sollevata. E’ difficile immaginare il futuro di un paese sull’orlo della crisi economica, schiacciato dalla violenza dell’estremismo islamico, ma anche dal dispotismo di un esercito che per anni ha controllato la vita di tutti. Un paese dove il 60% della popolazione è analfabeta, dove i conflitti nascono e non finiscono mai. Musharraf è stato un dittatore, ma ha permesso cose che i suoi predecessori, Bhutto padre e figlia e Sharif compresi, non hanno mai neanche immaginato di poter fare. La stampa è fiorita, ci sono decine di giornali e televisioni, ci sono centinaia di organizzazioni non governative che operano sul territorio, si può scendere in piazza e protestare. I talebani non li ha inventati Musharraf, anche se i suoi servizi li hanno nutriti e allevati, se li è trovati dopo che la signora Bhutto, ora defunta paladina della democrazia, aveva concesso loro di stare in Pakistan dopo la caduta del regime in Afghanistan. Non ha fatto molte altre cose positive Musharraf, ha violato tutto quello che poteva profanare, ha sospeso la Costituzione, imposto lo stato di emergenza, usato i servizi segreti per far sparire migliaia di persone, ha licenziato i giudici della Corte Suprema, ha tenuto il piede in due scarpe cercando di non inimicarsi il suo popolo e di avere tutti i soldi che poteva dagli americani per combattere la guerra al terrorismo. Se è complicato immaginare il futuro di un paese che si intreccia come le pashmine di seta che si vendono a due lire a Islamabad, è più facile pensare a quello di Musharraf: immunità e una bella villa in Arabia Saudita. Ma la dipartita di Musharraf non ha conseguenze solo sul suo paese, la Casa Bianca, suo principale sostenitore e finanziatore, deve aver avuto un leggero tremito alla notizia, che non era affatto attesa. “E’ stato un buon alleato che ha mantenuto la sua parola quando ha deciso di porre fine al regime militare l’anno scorso, se doveva dimettersi era una questione interna. Gli Stati Uniti sostengono con forza il governo democraticamente eletto nel suo desiderio di modernizzare il Pakistan e costruire istituzioni democratiche”, ha detto il Segretario di Stato americano Condoleeza Rice. Ha definito la presidenza una questione interna e che in ogni caso resteranno amici del Pakistan, ma Zardari e Sharif, non sono tanto amici degli americani e ora il paese ha bisogno di stabilità o vincere saranno ancora gli estremisti. August 12 ADDIO AL POETAHa cantato il dolore di perdere la propria terra, ha usato le parole come armi e ha pagato con la prigione la sua voglia di libertà. Mahmoud Darwish, a 67 anni, uno dei più noti poeti arabi, è morto negli Stati Uniti durante un’operazione chirurgica. Quando aveva sette anni la sua famiglia originaria della Galilea, fuggì in Libano. Ora il suo villaggio neanche esiste più nelle mappe. Nel 1948 gli israeliani rasero al suolo il suo paese e cacciarono gli abitanti, lo stesso avvenne per altre 400 villaggi durante il primo conflitto arabo-israeliano. Negli anni 60 tentò diverse volte di ritornare in patria ma venne sempre arrestato per trovarsi in Israele illegalmente o per aver recitato le sue poesie di profugo addolorato. Nel 1964 uscì la sua prima raccolta “Uccelli senza ali”, e poi “Foglie di Ulivo” e alcune di queste poesie divennero un riferimento per i combattenti. “Non odio la gente, né ho mai abusato di alcuno ma se divento affamato, la carne dell'usurpatore diverrà il mio cibo”, scrive in uno dei suoi lavori. Negli anni ‘70 si unì ad Arafat e con le sue parole schiette e profonde accompagnò la lotta palestinese. "La sua poesia è espressione della vita stessa. Complessa è la sua forma, non la sua essenza", diceva Ryszard Kapuscinski, un grande giornalista e scrittore polacco. La poesia di Darwish è forte, spietata, combattiva, è terra, è nostalgia, ma anche cielo, nuvole e sabbia. Per lui la patria è il caffè di sua madre. Visse ovunque in Palestina, dirigendo giornali e scrivendo, nel 1987 fu eletto nel comitato Esecutivo dell’OLP, non era certo una colomba e nel 1993 si dimise perché contrario agli accordi di Oslo. Nel 1996 dopo 26 anni di esilio riuscì ad entrare legalmente in Israele. E poi si trasferì a Ramallah, sognando un giorno di vedere la creazione dello Stato Palestinese. Non ha fatto in tempo. Ma le sue parole restano nell’aria di quello Stato che non c’è, tra gli ulivi e i posti di blocco, tra accordi di pace e delusioni: “Potete legarmi mani e piedi, togliermi il quaderno e le sigarette, riempirmi la bocca di terra; la poesia è sangue del mio cuore vivo, sale del mio pane, luce nei miei occhi”. Vita da profughiCi sono profughi antichi e altri nuovi. Ci sono quelli che fuggono e quelli che vengono cacciati. Ci sono quelli spinti a ritornare, altri che non rivedranno mai più la loro terra. Ci sono quelli che da lontano combattono, altri che si rassegnano e tentano di rimettere insieme i pezzi di una vita che sono stati costretti ad abbandonare. Sono milioni i profughi in Medio Oriente. Dopo cinque anni di declino del loro numero tra il 2001 e il 2005, ora stanno aumentando progressivamente. Due milioni di iracheni in Siria, 800 mila in Giordania, quattro milioni e mezzo di palestinesi sparpagliati in tutto il mondo, ma soprattutto nei paesi intorno. Tre milioni di afgani tra Pakistan e Iran. E poi quelli che neanche riescono a lasciare il proprio paese e forzati a trasferirsi in zone ogni volta più sicure destinandosi a un vagabondaggio senza fine. Le cause possono essere ambientali o conflittuali, ma in Medio Oriente le condizioni politiche che dovrebbero alleviare le loro sofferenze, non si aggiustano mai. Prima si vive in una casa, magari modesta profumata di gelsomino e spezie, si hanno vicini, negozi, un paese che si conosce da sempre, una famiglia unita come spesso sono quelle musulmane, poi comincia una guerra e tutto cambia. Il proprio mondo va in frantumi. La vita diventa una valigia e i ricordi l’unico passato che rimane. Si finisce in una tenda dove si perdono le certezze, la privacy, dove l’unica cosa che conta è restare vivi nella speranza che un giorno si possa tornare a casa. Ma non sarà mai più lo stesso. I palestinesi ne sanno qualcosa. I più anziani, fuori ormai da cinquant’anni, ancora conservano le chiavi di casa, appendono ai muri grigiastri delle loro abitazioni, transitorie solo nella loro testa, qualche vecchia fotografia sbiadita e insegnano ai nipoti che posti come Jaffa o Haifa in Israele, un giorno li vedrà tornare. Mentono a se stessi e alle generazioni future, al posto delle piccole casupole arabe che spiccano nelle scolorite e datate fotografie ora ci sono supermercati o una strada. Gli iracheni sono i profughi più nuovi, dalla guerra non hanno potuto che scappare e rifugiarsi in paesi vicini o anche lontani che li hanno accolti come potevano. La Siria trabocca della loro presenza. Le organizzazioni che se ne occupano sono decine, ma non sempre avere da mangiare o una coperta, risolve il complesso squilibrio che il Medio Oriente sta affrontando. Ci sono persone ferite in quei campi. Ci sono persone costrette a vivere tutte insieme, ci sono problematiche, spesso psicologiche che nessuno ha il tempo di affrontare. Tutti sono in teoria uguali, nessuno lo è, e come una giungla il più forte sopravvive, e anziani, donne e bambini sono i primi a soccombere. Non è solo una questione fisica, ma quella che prima era una professoressa o una musicista diventa solo una donna che ha bisogno che qualcuno le fornisca da mangiare e le assegni un posto dove stare. Un dirigente diventa nessuno, uno studioso ancora meno. Si è nell’arena di un circo dove tutti i ruoli vengono ribaltati, i figli spesso si occupano troppo presto dei genitori e loro invecchiano velocemente. Spero la religione diventa un collante portentoso e spaventoso dal quale la guerriglia attinge senza tanti scrupoli, d’altra parte chi non ha niente da perdere è disposto a qualsiasi cosa. Negli ultimi anni, il numero di profughi è aumentato e continua. Cifre spaventose quando si pensa che non ci sono barlumi di luce nella politica internazionale. Israele e Palestina non stanno facendo la pace, l’Iraq non è meno pericoloso, l’Afghanistan sta addirittura peggiorando, senza contare la guerra in Libano di due anni fa dove ci furono un milione di sfollati, molti dei quali ritornati. E poi lo Sri Lanka, il Timor Est, senza dimenticare, almeno un milione di somali, 1,3 milioni dal Congo e dal Burundi. O il Darfur con 523 mila sfollati. Tra questi, nel 2007 sono stati rimpatriati 374 mila afgani, 130 mila sudanesi, 45 mila iracheni, 44 mila liberiani, mentre meno dell’uno per cento emigra in paese occidentale che tende a limitare sempre di più la concessione di asili politici. Ma tornare a casa non è sempre è la risposta giusta. Molti finiscono a vivere in case diroccate facendo l’elemosina e dandosi alla prostituzione, altri più fortunati ritrovano le famiglie, altri scoprono di aver perso tutto. Ma almeno sono vivi, in un Medio Oriente dove si uccide per il petrolio, per un pezzo di terra, o per provare che tra Oriente e Occidente non ci può essere dialogo, per alcuni, semplicemente vivere è l’unico sogno che è rimasto.
August 08 Dal Sudan a Pechino per inseguire un sognoQuando è fuggito, ha corso e corso ancora. I militanti che lo inseguivano avevano dei fucili più grandi di lui che era solo un bambino di sei anni. Sono trascorsi 16 anni da quel giorno quando venne rapito dalla guerriglia e corre ancora, ma questa volta, Lopez Lomong corre verso i suoi sogni. Reggerà la bandiera degli Stati Uniti ai Giochi Olimpici di Pechino. Viene dal Sudan, ma corre per l’America che lo ha adottato. La sua corsa è cominciata una domenica quando durante una messa nel suo villaggio di Kimotong è stato rapito dalla guerriglia Janjaweed. Aveva solo sei anni. I suoi genitori lo credettero morto, scavarono una fossa, misero una bara vuota e una bella lapide su cui piangere. Ma Lopez, Lopepe per gli amici, non era morto, era sopravvissuto alle torture, alla fame, alla dissenteria, ad una guerra che era ancora troppo piccolo per capire. I guerriglieri volevano trasformarlo in un bambino soldato, volevano che diventasse un piccolo mostro senza paura e lui ancora una volta corse via. Fuggì dai militanti e in tre giorni attraverso foreste e strade deserte ha raggiunto il confine del Kenia. I nove anni successivi li trascorse in campo profughi gestito da missionari cattolici. “Non c’era niente al campo, giocavo a palla e correvo, spesso non avevo neanche le scarpe”. Il suo grande amore era lo sport, lo faceva sentire bene, lo faceva sentire lontano dal suo passato, correva fino a sfinirsi, fino a dimenticare. Ogni giorno un po’ più forte e un po’ più veloce. Nel 2000 corse 8 km per vedere in un bar le Olimpiadi di Sidney e per la prima volta vide Michael Johnson vincere i 400 metri. Fu lì, in un bar di poveracci, che promise a se stesso che un giorno avrebbe corso come quell’uomo. Fu una lettera a cambiare la sua vita, aiutato da un’Ong in visita al campo profughi, la spedì all’ufficio Immigrazione americano, i funzionari furono talmente commossi dalla sua storia che decisero di dargli una possibilità. A sedici anni arrivò in America, insieme ad altri 3800 ragazzi assegnati al programma “I ragazzi perduti del Sudan”. Venne affidato alla Famiglia Rogers di Tully nello Stato di New York. “Quando è arrivato, ero sopraffatto – racconta Robert Rogers, il padre adottivo che prese due altri ragazzi sudanesi – Lopez non sapeva se fidarsi e noi gli abbiamo detto che la nostra casa era sua”. Ma la sua vera famiglia che lui credeva morta tornò a dare notizie, sua madre e i suoi fratelli erano ancora vivi. E dalla gioia non poté fare altro che correre. “Tanto potente quanto indisciplinato. Ma non ho mai visto nessuno allenarsi più duramente”, ha detto il suo primo allenatore. E mentre gareggiava e vinceva, Lopez finì anche per scoprire di essere ancora un ragazzo, con l’hip hop, la scuola di turismo per “quando tornerò in Africa”, convinto che il suo paese di origine abbia ancora bisogno di lui. “Sono venuto negli Stati Uniti senza aspettarmi niente ed ho avuto tutto, ora voglio ricambiare il favore e vincere per il mio paese e la mia terra”. Sette anni dopo il suo arrivo a New York Lopez si è qualificato per le Olimpiadi. Il Darfur resta nel cuore di Lopez, membro di un gruppo che si occupa di suscitare l’interesse sulle problematiche del suo paese, sa che la sua presenza ai Giochi è anche politica. La sua storia racconta di un governo, quello sudanese che appoggia la guerriglia che ha distrutto la sua famiglia e che continua oggi a farlo nella regione del Darfur e la sua storia accusa la Cina di vendergli armi in cambio di petrolio. “La bandiera a stelle e strisce è il simbolo di tutto quello che ho passato”. Lopez è stato scelto come portabandiera senza esitazione. Al dito indosserà l’anello portafortuna che gli ha dato la mamma adottiva Barbara e pronuncerà la frase che lo ha portato dal Sudan a Pechino, dalla morte a un sogno: “Non sarò mai secondo. Voglio vincere". IN CORSA PER LA VITANon doveva esserci lei, ma domani sarà su un aereo che la porterà in Cina a partecipare ai giochi Olimpici. Robina Muqimyar, 20 anni, sprinter afghana ha già gareggiato ai giochi di Atene, arrivando settima su otto concorrenti. Era la prima donna a competere dopo la caduta dei Talebani, ma quest’anno non era stata veloce abbastanza per qualificarsi alle Olimpiadi. Il suo momento è tornato. Per caso. Al suo posto doveva esserci Mahbooba Ahadgar. Ma la sua storia, la sua voglia, il sogno, le si è ritorto contro e si è trasformato in un incubo. “La signorina Ahadar non parteciperà più ai giochi olimpici. Pare che durante gli allenamenti si sia ferita ad un fianco”, ci dice Abdul Sabor Azizi, direttore tecnico del Comitato Olimpico contattato telefonicamente a Kabul. Questa è la versione ufficiale della Federazione. Un escamotage per salvare la faccia dell’Afghanistan. Le ragazze “devono” essere il simbolo di un paese che cambia, in realtà vengono solo usate per riflettere la luce di un Afganistan che ancora a sette anni dalla fine della guerra non esiste. Mahbooba non correrà per una medaglia ma lo sta facendo per salvarsi la vita. Non su una pista ma attraverso l’Europa. Si è allenata molto per arrivare alle Olimpiadi. Ha corso contro tutti. “Si allena di notte, perché di giorno gli estremisti le urlano contro, la minacciano, pensiamo sia meglio portarla fuori dal paese”, ci aveva detto il marzo scorso proprio Azizi. Mahbooba, una ragazzina di 19 anni e un viso già segnato dalla durezza della vita afgana è espatriata. Lo scorso luglio si allenava a Formia nel centro di Preparazione Olimpica, quando è sparita. Immediata la preoccupazione che qualcuno l’avesse rapita, ma in realtà aveva preso tutta la sua roba, il passaporto tenuto in consegna dal suo supervisore Viktor Kuzin. Il visto Shengen le permetteva di andare ovunque, ha scelto la Norvegia dove ha chiesto asilo politico, forse perché è uno dei pochi paesi europei che si occupa davvero dei diritti umani e perché c’è una delle più grandi comunità afgane. Una storia che ricorda le fughe degli artisti e atleti russi ai tempi del comunismo prima che cadesse il muro di Berlino. Ora tocca a Mahbooba correre via a nascondersi da quelli che non vogliono che una donna rappresenti l’Afghanistan. Fiera musulmana e giovane donna modesta, correva con il viso incorniciato nel velo e una tuta fuori moda che avrebbe contrastato con le canotte e i calzoncini aderenti delle altre atlete a Pechino. La mezzofondista afghana che non ha proprio l’indole da ribelle - quando non corre, aiuta a casa la madre - doveva rappresentare quell’Afganistan uscito dall’estremismo, lontano dai talebani. Invece suo padre è stato picchiato e arrestato quando i vicini hanno chiamato la polizia dicendo che in casa entravano uomini, e rilasciato quando è stato appurato che gli “infedeli” erano solo giornalisti. Lei è stata molestata, aggredita, le tiravano oggetti mentre correva, insidiavano le sue sorelle. Ma non è bastato venire in Italia per placare la tensione e le minacce. E Mahbooba ha creduto che l’unico modo per proteggere la sua famiglia fosse non competere. Ma non era ancora finita, a Kabul, la Federazione Olimpica si è arrabbiata. Avevano perso il loro piccolo simbolo di modernità. E secondo il quotidiano inglese Indipendent, il presidente del Comitato Olimpico, Anwar Jagdalak, ex comandante durante la guerra contro i russi negli anni ’80, avrebbe minacciato di fare arrestare la famiglia se Mahbooba non si fosse presentata a Pechino. “Nessun commento riguardo a questo”, ci dice Azizi, ma in Afghanistan dove le donne vivono imprigionate ancora nei burqa, il silenzio di Azizi, vale più di mille parole.
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