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BARBARA SCHIAVULLIinviata tra le storie November 26 Amanda Lindhout è stata liberataDopo quindici mesi di prigionia in Somalia, la giornalista canadese freelance è stata liberata dopo una difficile trattativa insieme al collega e fotografo australiano. La sua voce ieri era chiara, lucida, si spezzava solo quando raccontava i momenti peggiori, le botte, le torture quando i negoziati andavano male. In Iraq avevamo trascorso molto tempo insieme. Ora è già in Kenia, sulla via di ritorno per abbracciare la sua famiglia. Bentornata Amanda. November 24 a tutti i freelanceUSGF Unione Sindacale Giornalisti Freelance
COMUNICATO STAMPA
L’Unione Sindacale dei Giornalisti Freelance si confronta con l’Europa. Giovedì 26 novembre, a Roma, il dibattito “Informazione discount: senza tutele verità a rischio”
Roma, 16 novembre 2009
La qualità dell’informazione italiana, l’autonomia dei media e le condizioni lavorative dei giornalisti a confronto con gli standard europei. Questo, in sintesi, il tema del dibattito promosso dall’USGF, la neonata Unione sindacale dei Giornalisti freelance, a Roma, giovedì 26 novembre 2009.
Il convegno, dal titolo“Informazione discount: senza tutele verità a rischio. Una soluzione europea per i freelance?” si terrà presso la Sala delle Bandiere del Parlamento Europeo, e avrà ospiti di grande rilievo. Sono stati invitati a partecipare il deputato europeo Graham Watson, il direttore della European Federation of Journalists Renate Schroeder, il direttore del Centro studi sul Parlamento della LUISS Andrea Manzella e il presidente di Federconsumatori Rosario Trefiletti. Per l’USGF, promotore dell’iniziativa, interverrà la giornalista freelance Simona Fossati. A moderare il dibattito ci sarà l’inviato di guerra freelance Barbara Schiavulli.
“Come nuovo soggetto sindacale dei freelance l’USGF - spiega Simona Fossati – si interroga sulla condizione generale in cui operano i giornalisti italiani e sul rapporto fra qualità dell’informazione e libertà dell’informazione. Il 50% dei media nel nostro Paese, televisioni, quotidiani, periodici e testate online, sono realizzati da giornalisti senza contratto, senza tutele e quasi sempre sottopagati. Un mercato editoriale simile, dove i giornalisti non hanno garanzie professionali di alcun tipo, può dare ai cittadini un’informazione autorevole e di qualità? Secondo noi, senza tutele sindacali e remunerazioni adeguate, chi lavora alle notizie non è nelle condizioni ottimali per svolgere un servizio. Con questo dibattito vogliamo confrontarci con l’Europa e comprendere meglio gli scenari in cui operano i colleghi dell’informazione negli altri Paesi”.
Informazione discount: senza tutele verità a rischio. Una soluzione europea per i freelance?
Giovedì 26 novembre 2009 ore 11:00
Sala delle Bandiere del Parlamento Europeo Via Quattro Novembre, 149 Roma
November 08 La fatica dei Media afghaniBarbara Schiavulli per Il Fatto
Sultan Munadi, a metà dello scorso settembre è stato l’ultimo giornalista afghano ucciso nel paese. Era stato sequestrato insieme al collega del New York Times. Dopo qualche giorno, un blitz dei militari inglesi hanno salvato Steven Farrell e lasciato a terra Munadi. Pochi giorni prima, lungo il confine pakistano Janullah Hashmzada, 40 anni di ritorno da un reportage nel turbolento sud, è stato freddato dai talebani. Solo di recente, invece, è stato rilasciato da una prigione afghana dopo 20 mesi e una condanna a morte commutata all’ergastolo Perwiz Kambakhash, un giovane studente di giornalismo accusato di blasfemia per aver diffuso un articolo che parlava della condizione delle donne nell’Islam. “Spiegare come funzionano i media in Afghanistan? Non è affatto semplice. Un po’ come questo paese, variegato, appassionato, orgoglioso, senza regole e spesso pericoloso”, ci spiega Danish Karokhel, il direttore della più seguita agenzia stampa afghana Pajwok. In Afghanistan sono registrate più o meno 300 testate giornalistiche, tra i quali una quindicina di quotidiani, almeno 15 stazioni televisive, centinaia di stazioni radio provate, così come sette agenzie stampa. Spesso in lingua dari o pashtun. “E’ senza dubbio un panorama variegato, di sicuro Karzai ha permesso un certo pluralismo, ma dopo il regime dei talebani, dove il ministro degli Interni si vantava di non aver mai letto un articolo in vita sua, in otto anni è molto difficile riuscire ad avere un sistema di informazione efficiente, senza contare che c’è un conflitto in corso”. Karokhel è stato uno dei tre o quattro giornalisti locali a continuare a lavorare durante il regno dei talebani, in realtà i talebani passavano i comunicati e loro erano costretti a pubblicare solo quello. “Tutta la nostra fatica si concentrava nel tentativo di portare fuori dal paese qualche notizia, quando i talebani lo scoprivano venivano a cercarci, io stesso sono stato incarcerato tre volte”. Ora è tutto cambiato ma non troppo. Si può parlare di tutto, tranne di alcuni argomenti particolarmente sensibili come l’Islam, si può criticare chiunque, eccetto alcuni personaggi potenti che non sempre sono al potere ma ci sono vicino come i trafficanti o i Signori della Guerra. Si può andare ovunque, ma senza pestare i piedi ai Talebani raccontando come si vive nel sud. “Paradossalmente non c’è nessun problema a parlare con un portavoce dei talebani per avere una dichiarazione, molto più facile che contattare quello del presidente Karzai, ma se vuoi andare da loro e vedere come vivono, rischi l’osso del collo”, ci racconta Shukria Barakhzai, una parlamentare, ex giornalista che ci rivela quasi con emozione che si candiderà alle prossime elezioni presidenziali. “I giornalisti lavorano da soli, se sono in pericolo nessuno li aiuta, il governo non li protegge, la libertà di stampa è ancora sentita come un optional non come un diritto”, afferma Danish, che dirige 133 giornalisti, molti dei quali donne e molti sparpagliati nelle province afghane. Diverse volte i suoi uffici hanno subito perquisizione anche perché coprendo tutti i fronti, sono in contatto anche con la militanza. Durante il sequestro del giornalista Mastrogiacomo, la registrazione vocale diffusa dai talebani, è stata portata da loro. Ma non è tutto nero il panorama giornalistico afghano. “Queste elezioni sono state per noi un esempio di giornalismo quasi buono”, spiega Danish, “abbiamo seguito la campagna, abbiamo potuto avvicinare i candidati, ci sono stati dibattiti televisivi, abbiamo offerto un servizio alla gente, abbiamo seguito, non avviene spesso. I Giornali, le televisioni e le radio, appartengono a privati, in genere persone che si creano il proprio spazio per poter parlare e controllare il potere della stampa. Gli afghani sono ignoranti, non le sanno queste cose, solo il 28 per cento della popolazione sa leggere e scrivere, ma molti hanno la tv e tutti la radio. Un buon giornalismo non dovrebbe essere mai legato al potere o ai politici, ma qui siamo ancora molto indietro”. Non ci sono scritte davanti alla radio che dirige Zalmai Ahmadi, è stata creata dall’organizzazione governativa USAID, “spesso è meglio non dare troppo nell’occhio quando fai informazione, ma noi ci divertiamo, abbiamo diversi programmi settimanali ma quelli più seguiti sono quelli politici, organizziamo tavole rotonde, con parlamentari, giornalisti ed esperti che devono discutere di un argomento e finisce sempre che litigano, ma poi si tranquillizzano. L’argomento di questa settimana è il discorso di Obama sulla corruzione. Un argomento che appassiona la gente”. 30 giornalisti, 20 programmi, che vanno all’educazione dei ragazzi, ai diritti delle donne. “Il mondo femminile è un argomento spinoso, la tradizione regna sovrana, in alcune aree quelle pashtun gli uomini trattano le donne come cose e le donne non sanno di avere dei diritti”. Shukria Barakzai vuole diventare presidenteShukria Barakzai durante il regno dei talebani veniva picchiata perché andava in giro senza il marito. Quando dissero che le bambine non potevano studiare, organizzò una scuola segreta. Caduto il regime nel 2003 si da alla politica per poter disegnare la bozza per la legge che dovrà proteggere le donne. La Bbc nel 2005 l’ha nominata donna dell’anno. Giornalista, pashtun, oggi dopo quasi sei anni da deputata ha deciso di dire basta. Non ce la fa più. I suoi tre figli vivono in una prigione dorata per paura che vengano rapiti. Lei riceve minacce ogni giorno. “Ci sono pressioni molto forti, è faticoso lavorare in un ambiente dove il novanta per cento delle persone (uomini) ti odia. Il mio sogno è far si che un giorno la violenza contro le donne sia considerata per legge un crimine. Per ora non lo è. Non lo è lo stupro, non lo sono le botte di un marito, non lo è costringere una figlia a sposarsi”. Ci sono appena state le elezioni che accadrà ora in Afghanistan? Il presidente Karzai deve fare un governo in fretta. Il paese è fermo da troppo tempo. Da sei mesi: prima la campagna elettorale e poi queste eterne elezioni. Non ho votato Karzai, ma siamo amici, spesso mi ha chiesto di lavorare con lui, ma io non ce la faccio, non voglio capi. Ha detto che volterà pagina, ho bisogno di crederci. Queste elezioni ci sono costate in vita, in crescita economica, in crisi politica. L’ostacolo maggiore in questo momento è la corruzione, ma bisogna andare alle radici della questione, questo è un paese dove l’intero sistema è stato scardinato e si è puntato per ricostruirlo sulle persone non sulle istituzioni. I corrotti vanno perseguiti, arrestati, puniti, e soprattutto serve una legge che impedisca loro di fare politica. Nel parlamento siedono anche i famigerati Signori della Guerra. Soprattutto loro. Gli americani sono curiosi a volte. Considerano assassini solo chi è contro di loro, se invece gli assassini sono alleati, allora si può fare una bella amnistia. Così è stato formato il primo parlamento. La legge deve essere uguale per tutti. I politici dovrebbero sentire la responsabilità di dare il buon esempio alla gente. Adesso Karzai non piace più agli americani, che interferiscono pesantemente nei nostri affari. Questo non ha il sapore della democrazia. Ma per l’estero spesso siamo solo gente pronta a vendersi per soldi e con le armi in mano. Chi lo pensa sbaglia. Lei è considerata una delle più agguerrite femministe afghane, come può lasciare la politica? Sono stanca. Tra due mesi mi scade il mandato, non mi ripresento, anche perché ho preso una decisione importante…tra cinque anni alle prossime elezioni presidenziali mi candido. Non lascio la politica, anzi punto in alto. Ma se verrò votata, non sarà per chi conosco, o per la regione o la tribù da cui provengo, ma solo per le mie idee. |
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